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Editoriali

La politica tra DPCM e PPPP: il presidio di garanzia della Costituzione

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(A scanso di equivoci) Il fine giustifica i mezzi? Così suol dire.

di Angelo Lucarella*

Da diverse settimane si sente discutere delle presunte analogie tra il richiamo salviniano ai pieni poteri e l’aratura normativa contiana degli ultimi mesi.

Strategie politiche che parrebbero far intuire, a diversità di strumenti, medesimo fine: l’accentramento di poteri.

C’è una differenza quasi oceanica, soprattutto in termini di politica-giuridica, tra i c.d. “D.P.C.M.” (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministeri) ed i c.d. “P.P.P.P.” (acronimo dei ribattezzati Pubblici Proclami per Pieni Poteri).

I primi hanno una collocazione ferma nell’ordinamento giuridico italiano (ad esempio l’art. 2 legge n. 13/1991), i secondi con tutta evidenza e conoscenza no.

Dato che i PPPP hanno, fondamentalmente, una matrice storico politica, ci si limita a ricordare, solo per migliore esemplificazione, che a differenza di quanto accadde in occasione della legge “Pieni Poteri” approvata dal parlamento tedesco nell’anno 1933 (di cui una sorta di reviviscenza, pur non proprio simile, si sta registrando nello Stato ungherese), in Italia il tutto è rimasto lettera morta nell’agosto del 2019 non foss’altro perché la Repubblica italiana è dotata di una Costituzione che, soprattutto grazie alla lungimiranza dei nostri padri costituenti, prevede pesi e contrappesi tali per cui difficilmente il singolo individuo può assumere l’intera regia di Stato.

Farebbe al caso esclamare “God save the Quenn”?

Meglio rimanereun po’ piùautentici in questo drammatico periodo, segnato dalla diffusione del coronavirus, al massimo dicendo che “Dio ci salvi e basta” o che “la Scienza ci salvi e basta”.

Potremmo spingerci ancor più avanti, in una forma più contemperata e con toni certamente meno esagitati, nel dire che “il Dio di chiunque, la Politica di chiunque e la Scienza di chiunque possano salvare l’Umanità” (magari potrebbe fare al caso il concetto dell’henomènon di Pomponio).

A quanto sopra va unita imprescindibilmente la riflessione che, specie nell’ultimo periodo (da gennaio 2020 in poi), continua ad intensificarsi tra gli italiani fino a far pensare all’idea del presunto ritorno di un mostro del passato apparentemente o velatamente nascosto (secondo qualcuno) tra gli atti messi in piedi dal Governo Conte: ci si riferisce, per esser più chiari, all’ipotesi di una eventuale dittatura tecnocratica o meno.

C’è qualcuno che è davvero lì lì per dare una spallata alla democrazia a suon di DPCM?

Questo non si può sapere e, certamente, non è questa la sede per esprimersi senza dati certi o quantomeno elementi gravi, precisi e concordanti (giusto per fissare un richiamo giuridico); ciò anche perché le dittature non avvisano. Esse si insinuano nel sistema, da antisistema, per poi diventare il sistema stesso (mi si perdonerà per la ripetizione).

Ma stiamo all’analisi dell’evoluzione politica quale parte complementare essenziale del discorso, appena iniziato, al fine di comprendere al meglio ove risieda la radice giuridica di quanto sta avvenendo ai giorni nostri.

Ora, proprio a scanso di equivoci, tenuto conto dell’ultimo caso di PPPP (registrato nel vituperato periodo di stallo politico dell’agosto 2019 ovvero momento nel quale il primo Governo Conte, nato dall’accordo tra Lega e M5S, è entrato in crisi tanto da bloccare l’attuazione del c.d. “Contratto di Governo”) occorre valutare se, per certi versi, i c.d. DPCM del secondo esecutivo contiano siano non altro che un superamento dei PPPP in chiave moderna oppure se, più semplicemente, si tratti di atti istituzionalmente e temporalmente funzionali, nell’ottica delle prerogative del Presidente del Consiglio (di cui all’art. 95 della Costituzione), volti a mantenere l’unità di indirizzo politico ed amministrativo del paese con l’intuibile obiettivo di armonizzare il da farsi a più livelli (dal ministeriale al decentrato e fino al locale).  

Quale sarebbe, quindi, la genetica giuridica che hanno quest’ultimi?

Non siamo dinanzi ad atti legislativi (anche perché, oltre al disposto costituzionale, c’è l’art. 1 legge 13/1991 il quale prevede l’intervento del Presidente della Repubblica ove mai si trattasse di genetica normativa di tal fatta).

La Costituzione italiana fa chiarezza: gli artt. 76 e 77 ammettono che il Governo possa legiferare solo se delegato dal Parlamento (nella prima ipotesi) oppure autonomamente se vi ricorrano condizioni di urgenza e necessità (nella seconda ipotesi).

Il caso dei DPCM, quindi, fuoriesce dal dettato costituzionale benché, come intuibile, non possa discostarsi dalle ragioni di legalità, legittimità e trasparenza amministrativa quali essenze vitali tipiche di un sistema che si fonda su un ordinamento democratico; principi che, ad esempio, incarnano lo spirito (perdonando l’ossimoro) dell’art. 97 Cost..

Ad ogni modo, colgasi una particolarità dei DPCM in questione: non riportano alcuna firma del Presidente della Repubblica.

Il motivo è semplice, non banale, oggettivamente legato in maniera specifica al dettato della Carta fondamentale italiana che, ulteriormente, fa luce con l’art. 87, co. 5; quest’ultimo attribuisce al nostro Presidente della Repubblica il potere di promulgare le leggi, emanare decreti aventi valore di legge nonché i regolamenti.

Ed allora qual è il riflesso di politica-giuridica dei tanto discussi DPCM?

Sono potenzialmente idonei a squilibrare il rapporto tra poteri, esecutivo e legislativo in particolare, mediante un presunto disegno politico “nascosto” rispetto a quello giuridico?

Qualcuno, stando a quanto si legge ultimatamente, lo affermerebbe poiché attinto dal presumere che siano atti presidenziali tesi ad accentrare nelle mani dell’Uomo di comando il tutto.

Andiamo per gradi.

La legge n. 400/1988, menzionata nell’incipit di ogni DPCM pubblicato su Gazzetta Ufficiale, prevede all’art. 5, co. 1. lett. g) ed f) che spetti al Presidente del Consiglio dei Ministri esercitare le attribuzioni conferitegli dalla legge in materia di servizi di sicurezza potendo, al contempo, disporre con proprio decreto l’istituzione di particolari Comitati di ministri ed eventualmente anche di esperti non appartenenti alla pubblica amministrazione. In costanza dell’emergenza coronavirus si considerino, a titolo di esempio, i famosi gruppi di task force.

Ma si aggiunga di considerare anche l’ultimo comma dell’articolo 5 il quale, espressamente, stabilisce che spetta al predetto Presidente del Consiglio dei Ministri esercitare le altre attribuzioni conferitegli dalla legge (a prescindere dalla materia e dal tipo di strumento normativo e cioè Decreto Legge, Decreto Legislativo o Legge ordinaria).

Di tutta evidenza, quindi, risulta che i DPCM non solo siano stati emanati in forza di una legge deliberata dal Parlamento italiano (ci si riferisce alla n. 400/88), ma anche in virtù di appositi recentissimi D.L. (che, come detto, sono norme a tutti gli effetti).

Condivisibili potrebbero essere alcune preoccupazioni sollevate da autorevoli giuristi (in particolare, come ad esempio Cassese e Marini, illustri costituzionalisti) in relazione alla portata giuridica dei DPCM; preoccupazioni che, come opportunamente si precisa, vanno contestualizzate rispetto all’oggetto centrale della questione.

Nella fattispecie era necessario, all’inizio, differenziare la portata politico-giuridica tra DPCM e PPPP mentre, ora, è necessario chiudere il cerchio riguardo al collocamento normativo dei primi strumenti (in realtà già in parte definito).

È pur vero che l’abuso di Decreti presidenziali non farebbe altro che mortificare il rapporto di controllo tra legislativo e governativo; non foss’altro che forzare la fuoriuscita d’ambito, quanto a competenza, di atti vestiti di portata non normativa, ma sostanzialmente tali in radice, metterebbe in seria discussione la base della struttura democratico-costituzionale della Repubblica.

A questo punto, però, occorre ricordare a noi stessi che il Governo consolida una propria ragion d’essere legittimatoria nel rapporto di fiducia parlamentare, allo stato, immutato rispetto all’inizio del secondo esecutivo Conte.

Sicché il controllo politico parlamentare c’è tutto seppure, come si può facilmente constatare, a suon di colpi di “fiducia” e quindi quasi a luci spente.

Ma parlare di abuso dello strumento decretale da parte del Presidente del Consiglio è assai delicato e doloroso perché, togliendo per un attimo dal campo minato il retropensiero dei cavalieri di galoppo politico avventuriero, montare la piazza della competizione e dello schernimento è fin troppo facile.

Allora è bene cercare una chiave di lettura quanto più attendibile e comprensibile in termini di certezza del diritto: non va dimenticato, infatti, che è il diritto a servire l’Uomo e non il contrario.

Stiamo vivendo una fase storica dai tratti somatici indecifrabili, poco individuabili e scarsamente addomesticabili se non per auto-responsabilità che in altri termini si chiamerebbe, per gli amanti della scienza politica, in c.d. “autoconservazione”.

Occorre prudenza nelle affermazioni, specie quando si deve gestire qualcosa di molto labile in termini di discussione istituzionale (come sta accedendo con il COVID – 19), perché ne va senz’altro della salute di tutti soprattutto da un punto di vista mentale.

Non è un caso che la distonia tra Governo centrale e Regioni stia emergendo tutta proprio ora, salvo qualche rara eccezione.

Una distonia che si può tradurre, sotto un’altra ottica, in colpi e contraccolpi dell’autonomia non bilanciata dall’ultima riforma costituzionale in materia: il famoso art. 117 della Costituzione.

Qui va solo ricordato che in materia sanitaria (la più delicata in relazione sia all’art. 32 Cost. che a buona parte dei Principi Fondamentali della nostra Carta pilastro) si gioca il tutto per tutto certuna politica in perenne ricerca di affermazione o conservazione.

Buona critica giuridica ha fatto rilevare che il Governo, davanti alla diversità di regolamentazione sanitaria regionale, avrebbe potuto attivare le procedure sostitutive previste dall’art. 120 della Costituzione.

La scelta del Governo Conte è risaputa: mix di Decreti legge e DPCM (anche se c’è ancora altro).

Segno che una certa presenza istituzionale per fronteggiare la crisi da coronavirus, a torto o ragione, non si può certo disconoscere.

Parallelamente si assiste ad attribuire tutta la colpa dell’andamento politico complessivo ad un Presidente del Consiglio, senza storia politica alle spalle, per il semplice fatto di essere partoriente dei suoi decreti (tra l’altro previsti dalla legge).

Si badi bene, però, ad una differenza sottile: la colpa politica sistemica è un conto (poiché la determinano elettori e partiti secondo, grossomodo, gli schemi di cui agli artt. 1 e 49 Cost.) mentre la colpa in ordine a scelte governative è altra storia (poiché ricade, ovviamente, su chi ne sovrintende il consesso a ciò preposto in ossequio al già menzionato art. 95 Cost.).

Non si può, allo stesso tempo, sottacere che non c’è ad oggi molto equilibrio tra maggioranza e Governo.

Qualcuno maliziosamente potrebbe domandarsi perché mai, a questo punto, non giungere alle dimissioni consentendo al Presidente della Repubblica di individuare in seno al Parlamento una nuova maggioranza ovvero, pur con la stessa maggioranza, un nuovo esecutivo che sappia fronteggiare la crisi collegialmente invece di “delegare tutto” ad un Uomo che di certo “non può tutto”.

Quanto sta avvenendo in relazione ai DPCM, sicuramente, avrà dei deficit nel merito sul piano giuridico, ma in questo momento storico la legittimità di forma dei predetti decreti resta funzionale al doveroso “andare avanti” in termini di sistema.

Fintanto che ci sarà l’obbligazione politica che investe tutti si manterrà la democrazia.

Il punto di fondo che distingue la metodologia tra DPCM e PPPP sta proprio in questo: la scelta dell’obbligazione nei confronti dei cittadini.

Sfruttando le parole del celebre Norberto Bobbio, il quale magistralmente ci insegna tutt’oggi a cosa serva il potere nell’accezione della filosofia politica, si giunge alla conclusione del ragionamento con una domanda che premette da sé la riposta: “A chi devo ubbidire? E perché?”.

Il Decreto è presente, il Proclama è non altro che futurologia.

Si tratta di fare i conti con la realtà (finché ne avremo una da tutelare) cercando di evitare il più possibile di diventare vittima di noi stessi per un eccesso di credulità derivata dal tramutarsi della iniziale credibilità delle scelte fatte in sede elettorale.

Popper docet: egli direbbe che “La negazione del realismo porta alla megalomania.”

Oggi c’è una crisi devastante in atto. Perciò quando tutto finirà ci sarà tempo per andare a scovare dietrologie di potere o meno.

Per ora, se proprio dobbiamo ubbidire a qualcosa si tratta della Costituzione: la radice del verbo ubbidire deriva, d’altronde, da “ascoltare”. Non è quindi un verbo intendente allo sfruttamento del prossimo, ma di conformità alla regola.

Ubbidire, in ratio, non è da sudditi, ma da cittadini liberi che hanno scelto un Parlamento.

Comunque, legge elettorale permettendo, ne riparleremo più avanti.

Perché ubbidire quindi?

Perché ce lo chiede il nostro passato, senza con ciò dover rinunciare a vagliare, controllare, sindacare, criticare come si svolge il presente.

Però a questa funzione di sindacato abbiamo delegato tutti un “qualcuno” che siede tra gli scranni parlamentari di Camera e Senato; luoghi, quest’ultimi, nei quali, parafrasando, dovrebbe organizzarsi democraticamente la resistenza dei giorni nostri ove mai si ritenessero i DPCM fuori dagli schemi costituzionali o, comunque, al di là del confine di legalità.

E se ciò non avviene ognuno tragga le conclusioni.

Per ora non ci rimane che sperare nella responsabilità di ognuno per il bene di tutti: anche politicamente parlando.

*Avvocato tributarista, Presidente CLN AssoConsum, membro Commissione Giustizia MISE

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Polizia di Stato, sindacato LeS: “Stipendi da fame e situazione insostenibile”

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Grido d’allarme del Segretario Generale di Roma Luca Andrieri del Sindacato della Polizia di Stato LeS. “Lo avevamo già scritto, lo avevamo già gridato nelle piazze, lo avevamo sbandierato ad una classe politica che pur facendo passare il messaggio dicendo di rappresentare la nostra categoria, è stata invece sempre assente non facendo mai nulla a riguardo. Siamo servitori dello Stato, siamo ogni giorno in strada per difendere il Paese da chi delinque, dalla criminalità organizzata, dalle Emergenze Epidemiologiche, per garantire e fare rispettare le Leggi e per questo, negli anni, ci saremmo aspettati un’attenzione in più da parte del Governo e da parte delle componenti politiche per la nostra particolare e delicata professione, eppure ci ritroviamo a fine mese con un compenso che, a conti fatti, vale meno del compenso di una colf”.

Un disagio e un’umiliazione espressa chiaramente da Luca Andrieri e dal vicario Pino Pastore, rispettivamente Segretario Generale Provinciale di Roma del Les (Sindacato di Polizia di Libertà e Sicurezza) ed il segretario vicario.

Luca Andrieri_Segretario Generale Provinciale di Roma del Les (Sindacato di Polizia di Libertà e Sicurezza)

Il LeS chiede a gran voce di ricordare a chi siede ai piani alti del Ministero dell’Interno, che sia referente di un comparto che si sente umiliato e frustrato di fronte a questi gravi episodi e di abbracciare una richiesta che grida vendetta e grida vergogna nei confronti di tanti uomini e donne in divisa che rischiano giorno per giorno la loro vita.

“Siamo orgogliosi del nostro lavoro e della divisa che indossiamo con la quale difendiamo la società civile con gran fatica, ma non ci chiamate Eroi nello svolgimento del nostro servizio perché questo è il nostro mestiere, ma chiamateci Eroi, perché sappiamo che ogni giorno siamo chiamati a rischiare la vita e di non ritornare a casa per solo pochi euro al mese. Non vogliamo essere dimenticati. Dobbiamo fare i conti con uno stipendio che non solo, non ci dà quella che riteniamo essere una meritata soddisfazione, ma che non ci basta per sostenere le nostre famiglie, diamo la nostra vita per la “Famiglia Italia” e non possiamo mettere a repentaglio il bene dei nostri cari… questo proprio non lo meritiamo. Le nostre retribuzioni sono le più basse, e per quanto possa sembrare assurdo e privo di ogni logica, i nostri straordinari prevedono un compenso più basso rispetto a quello delle “collaboratrici domestiche”, con tutto il rispetto per questa categoria di lavoratori; perché il lavoro ha sempre dignità e l’impegno di ogni lavoratore va sempre ammirato. Un Poliziotto è retribuito circa 6 Euro l’ora invece una collaboratrice domestica 8 Euro l’ora, ai quali si aggiungono i “buoni lavoro” per un totale stimato di circa 10 Euro l’Ora. Lungi da noi prendercela con altre categorie di lavoratori, lo precisiamo, ci chiediamo tuttavia come un Corpo dello Stato possa permettere una tale disparità, in barba alla Costituzione della Repubblica italiana art. 36 Cost. “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Dove sia finita la nostra proporzione di qualità ce lo chiediamo da tempo, vorremmo chiederlo adesso anche al Sig. Ministro dell’Interno. Da più parti dello Stivale, la nostra Organizzazione Sindacale, registra questa profonda amarezza da parte dei colleghi. La serenità delle nostre vite personali non è slegata dal nostro lavoro, siamo individui ed ognuno ha la sua storia. Lo Stato può permettersi di non valutare la “salute” dei suoi? Come risponde ai tanti colleghi che quasi ogni giorno tentano e molte volte si suicidano???? La Polizia di Stato sta fallendo, e come sindacato abbiamo il dovere di tutelare i diritti dei colleghi che rappresentiamo e pretendiamo cio’ che è a noi dovuto. Quello che chiediamo, oggi più di ieri, è di porre fine ad una situazione insostenibile ormai al collasso, con una riforma delle Forze Armate, per il bene nostro e del Paese prima che sia troppo tardi”.

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Anguillara Sabazia, disamina politica tra Genoveffo, Anastasio e… Cenerello

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Da fine maggio sono iniziati i tavoli del centrodestra, tavoli difficili, animati da personalismi e da tanti protagonisti non disposti a fare il famoso passo indietro per il bene del Paese e dopo due mesi tondi tondi di riflessioni e pensieri, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno deciso di convergere sulla candidatura dell’avvocato Angelo Pizzigallo, figlio del pediatra Antonio Pizzigallo che dal ’95 è sulla scena politica di Anguillara. Una persona stimata da tanti senza dubbio ma certamente non un volto nuovo della politica.

Chi alla scorsa tornata elettorale aveva fatto l’ennesimo passo indietro “per il bene di Anguillara”, parliamo di Sergio Manciuria, a questo giro si è sfilato senza se e senza ma

La ragione predominante, secondo chi scrive s’intende, è stata che Pizzigallo quando nel 2016 chiese a Manciuria di sostenerlo promise altrettanto “per la prossima tornata elettorale” con una stretta di mano e di amicizia come si fa tra persone legate da una reciproca stima personale che tutt’ora rimane in piedi, non abbiamo dubbi, nonostante lo strappo. Le parole hanno un peso e Manciuria, nonostante non fosse entrato in consiglio comunale ha fatto una strenua opposizione ai pentastellati, ha messo la faccia su tante questioni senza risparmiarsi e come abbiamo sempre sostenuto anche pubblicamente, insieme a Silvio Bianchini sono stati le voci strenue e solitarie di opposizione e presenza costante ad Anguillara. Bianchini e Manciuria, senza se e senza ma.

La politica delle vecchie logiche di partito che decide dall’alto cosa deve avvenire in un campo già martoriato dai danni dei Cinque Stelle

Ma torniamo alla disanima politica. Pizzigallo (senior) che promise pieno sostegno a Sergio Manciuria ha probabilmente perso la memoria o attuato il principio molto in auge in alcuni ambienti per cui in amore e in politica tutto è concesso e il “tradimento” è una delle varianti più presenti.

Dunque Pizzigallo Junior è il candidato ufficiale del centrodestra mentre “Cenerentola Manciuria” è stato lasciato fuori da qualsiasi analisi ma, come insegna la celebre novella, potrebbe essere proprio lui a finire dritto al gran ballo del principe anche se non è il figlio legittimo della politica ma un civico che ha scelto di correre con la sua AnguillaraSvolta e lasciare da parte quelli che definisce i “riciclati”, la “politica delle vecchie logiche di partito che decide dall’alto cosa deve avvenire in un campo già martoriato dai danni dei Cinque Stelle”.

Manciuria a Falconi: “Ci vediamo al ballottaggio”

Immediate le reazioni, anche inaspettate da parte di persone che avrebbero dovuto obbedire come soldati per spirito di politica e di appartenenza. Parliamo del giovane e valente Antonio Fioroni, colui che in tempi non sospetti, per pura coerenza e onestà intellettuale, ha lasciato la maggioranza pentastellata e si è seduto all’opposizione non condividendo più le azioni dell’amministrazione Anselmo perché totalmente opposte al programma elettorale con cui i pentastellati erano arrivati al governo della città. Fioroni, tempo dopo, si è avvicinato a Fratelli d’Italia, il suo ingresso (non sappiamo se poi veramente effettivo) era stato festeggiato alla Pisana dai vertici regionali del partito della Meloni. Ebbene Fioroni, dopo pochi minuti dall’ufficializzazione di Pizzigallo Junior è uscito con un post inequivocabile su Facebook, condividendo la candidatura a sindaco di Sergio Manciuria: “Per me è una questione di rispetto della parola d’onore che cercherò di affrontare con cuore, competenza e coraggio, rimettendomi alle decisioni degli elettori e non sottostare alle vecchie logiche politiche – impostate solo per stare insieme per vincere e non per fare squadra – di coloro che i problemi di Anguillara li hanno letti sui giornali lasciando ad altri l’onere di provare a risolverli”.

Altri fermenti, altri auguri sono arrivati a Manciuria ma probabilmente per spirito di cordialità politica e stima: Giovanni Chiriatti (purgato dai Cinque Stelle nonostante abbia contribuito in maniera determinante alla vittoria della Anselmo) anche lui coerente con le idee e distante dai pseudo pentastellati che hanno malgovernato Anguillara.

E gli auguri a Manciuria sono arrivati anche da Francesco Falconi, l’avvocato che ha ufficializzato qualche giorno fa la sua scesa in campo con una lista civica. Emblematico il riscontro agli auguri di Falconi da parte del presidente di Anguillara Svolta: “Ci vediamo al ballottaggio”.

I Cinque Stelle è assai probabile che non riusciranno a fare una lista e non si presenteranno alla imminente tornata elettorale. Ed è anche probabile che, anche se rimasti una manciata disallineata e disorganizzata, riservino colpi di scena mettendosi a stampella di candidati insospettabili.

Nel centrosinistra forse aspettavano le mosse del centrodestra

Anche da quelle parti si nota paralisi e confusione. Ci sarebbero le persone valide da candidare e con ottime possibilità di vincere ma per strani influssi astrali le carte jolly non vengono ancora calate e probabilmente non verranno calate. Ancora non c’è alcuna ufficializzazione ma soltanto un gran parlare.

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Giudici a orologeria e processo a Salvini: ci risiamo

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E così, anche Salvini andrà a processo. Sotto la mannaia di una giustizia ‘all’italiana’, malata non tanto di ‘autonomia’, o di protagonismo (quello lo lasciamo ai vari magistrati in cerca di pubblicità), quanto di politica, di falsa ideologia – l’ideologia ha a che fare con le idee, qui c’è solo da prendere poltrone e assicurarsi un congruo vitalizio – di istruzioni dall’alto.

Il processo di Salvini, in un momento in cui l’Italia è invasa da tutte le parti da barchini di ‘migranti’ – turisti – provenienti anche e soprattutto da nazioni in cui qualche volta si vive meglio che da noi, ma nazioni il cui ventre non è molle come il nostro, che stanziamo 100 milioni per le ONG in un momento in cui le famiglie e gli operatori economici non riescono ad andare avanti e a tenere aperti gli esercizi commerciali; nazioni in cui se sei condannato vai in galera, e che Dio ti aiuti; nazioni in cui noi Italiani andiamo anche a fare le vacanze, e magari qualcuno s’è anche comprato una casetta; nazioni che ci accolgono perché portiamo denaro: Algeria, Tunisia, per dirne un paio. Gente che potrebbe venire in Italia con un volo di linea, ma che preferisce il barchino ‘sganciato’ da una nave madre perché con l’aereo dovrebbe avere tutti requisiti per l’espatrio, e poi senza sovvenzioni. Col barchino, invece, in un paio d’ore di mare calmo, magari con un bell’olio abbronzante protezione 10, sono già bell’e arrivati. Trovano il pullman che li carica, li porta in albergo. Il ristorante che li rifocilla, lo Stato Italiano che li sovvenziona con una cifra quotidiana, le organizzazioni di accoglienza che li prenotano quando sono ancora al largo, e che ricevono fior di quattrini per gestirli… Insomma, se dovessimo andare in un’agenzia di viaggi, sceglieremmo senz’altro l’Italia. Con il barchino. È anche ammesso – consigliato – protestare per il cibo, per il wi-fi che non funziona bene, per il materasso che non è comodo: ma che gli raccontano, a questa gente, prima di imbarcarli? Alla fine della fiera, checchè ne dicano gli avversari politici, l’unico momento in cui sono diminuiti gli sbarchi, e di conseguenza gli esborsi dello Stato italiano, e di conseguenza anche i morti in mare, è stato quello in cui l’allora ministro Salvini ha operato con incisività e decisione, adottando l’unica soluzione possibile ed efficace: la chiusura dei porti. Essendo, nel frattempo, andata buca ogni altra soluzione prospettata – millantata – e mai praticata, come un accordo internazionale con la Libia ed altri paesi di transito: evidentemente le forze in campo (leggi: criminalità organizzata) non hanno permesso alcun accordo.

Diciamolo chiaramente: Salvini è pericoloso perché non è un fautore dell’Unione Europea

Già, proprio quella organizzazione sovranazionale (già il vocabolo causa rigetto) che vuole comandare, vorrebbe comandare, comanda, comanderà, continua a comandare in Italia. Tenendoci per gli attributi, cioè tenendoci per un debito pubblico dovuto in massima parte a interessi sul debito, che potremmo in un attimo decidere di azzerare, come hanno fatto alcuni. Per esempio, la Germania non ha mai pagato i suoi debiti di guerra, eppure ha goduto degli interventi economici anche dell’Italia al momento della riunificazione delle due Germanie. Ora con il Recovery Fund, riceviamo in prestito il denaro che noi stessi abbiamo versato nelle casse della UE; per impiegare il quale dobbiamo redigere un piano di spesa da sottoporre alla Commissione europea per l’approvazione. E il MES si staglia all’orizzonte, pericoloso portatore di Troka. Intanto le attività che sono l’ossatura della nostra economia chiudono, sacrificate anche dalle norme anti-covid, procrastinate fino alla fine di ottobre: salvo rimando, molto probabile.

Da Mani Pulite in poi – ma forse anche da prima – assistiamo all’uso politico della Magistratura

Mani Pulite ha distrutto il partito di maggioranza relativa, l’allora Democrazia Cristiana, e non solo. Sono passati per il tritacarne uomini politici ‘pericolosi’, come Craxi, che, anche se a qualcuno non piace, è stato un grande statista.  Un pensiero a chi si è suicidato in carcere, e a chi ha visto la propria vita distrutta. Quello che è uscito indenne da tutte le indagini è stato il PCI. Per disposizioni dall’alto? Forse i nostri pronipoti potranno saperlo, e conoscerne anche i nomi di chi ha dato gli ordini. Come i processi a Berlusconi, il processo a Salvini è un processo politico, e questo è sotto gli occhi di tutti. Come è sotto gli occhi di tutti che anche le indagini su Fontana sono orientate politicamente: nessuno si è preoccupato di indagare sugli 11 milioni di euro dei cittadini che Zingaretti ha utilizzato per acquistare mascherine che poi non s’è ben capito se sono andati in fumo o no. 11 milioni, e non 500.000 euro come nel caso lombardo. Nessuno s’è preoccupato di farcelo sapere. È sotto gli occhi di tutti che Bocelli ha dovuto chiedere scusa, e rimangiarsi ciò che aveva liberamente espresso, perché quel messaggio non doveva passare, e il cantante avrebbe perso gli agganci che sono necessari per non essere inghiottito dall’oblìo. È sotto gli occhi di tutti che Renzi ha cambiato all’ultimo il proprio voto a favore di Salvini, probabilmente perché è riuscito ad ottenere qualcosa, in cambio di un voto che avrebbe spedito il ‘Capitano’ davanti al magistrato di Palermo. Forse l’insabbiamento della indagine CONSIP, che sta trascinando Lotti, mentre Renzi Sr. ne rimane fuori? È sotto gli occhi di tutti che il governo sta sfruttando l’emergenza Covid come uno spauracchio per evitare la messa in mora di una compagine che ormai si regge sugli stecchini. È sotto gli occhi di tutti che questo governo è pasticcione, impreparato, incompetente, fazioso, e che le sue delibere sono per lo più targate DPCM, l’uomo solo al comando. È sotto gli occhi di tutti che il nostro ministro della Salute non è preparato per quel compito, e che il vero ministro è Sileri. È sotto gli occhi di tutti che la Lamorgese è una burocrate messa al posto di Salvini solo per obbedire a certe disposizioni, che certamente non contemplano misure che possano arrestare il flusso migratorio in entrata – in pratica, l’invasione – nel nostro territorio: anche lei risponde a precise istruzioni dall’alto. È sotto gli occhi di tutti – e anche sulle pagine dei quotidiani – la frase che Palamare ha pronunciato, riportata da una intercettazione telefonica, per cui “Salvini ha ragione, ma bisogna fermarlo”. Solo questo dovrebbe far cadere un governo come il nostro. Ma poi, ‘chi’ vorrebbe far cadere Salvini? Certamente il nostro governo, che risponde ai diktat europei, i quali sono frutto di un controllo superiore: infatti anche l’UE è uno strumento, come sono uno strumento i politici europei, longa manus di certi poteri. E andando a ritroso, percorrendo la scala gerarchica non dichiarata si arriva ad una ‘cupola’, i cui agenti non sono – o sono – facilmente identificabili: certamente non dall’uomo della strada, ma da chi è addentro alle segrete cose. Mentre un po’ di fumo negli occhi arriva da un Mattarella che commemora la strage di Bologna – i cui esecutori non sono mai stati individuati, nonostante gli otto ergastoli a Mambro e Fioravanti, palesemente non colpevoli almeno di quella strage – e quella di Ustica: i cui colpevoli sono evidenti ed individuati, ma non è possibile dirlo perché il colpevole è un paese che condivide con noi la presenza nella NATO.

Il processo a Salvini è un processo politico, ed è anche un processo ad orologeria, nella migliore tradizione dalla giustizia-clava adoperata da una sinistra che, quando non riesce a battere gli avversari politici nelle urne, lo fa cercando vie traverse

A settembre, se non saranno rimandate, ci sono le amministrative, e fa comodo scrivere sui giornali delle malefatte di Salvini, che ha ‘sequestrato’ i migranti della Open Arms, allo scopo di far perdere voti ad una destra che è già maggioranza nel paese. La Lamorgese lo ha fatto molto più a lungo, quando per 11 giorni ha impedito lo sbarco della Ocean Viking con 104 profughi a bordo, giusto per non compromettere la tornata elettorale in Umbria. Lo sbarco è stato autorizzato solo dopo il – rovinoso – risultato delle urne, nonostante il puerile escamotage. Con Salvini al governo, le ONG erano state attivissime nella protesta e nella denuncia di presunte violazioni da parte del ministro, con esposti alla magistratura, puntualmente accolti e tramutati prontamente in richieste – da parte dei magistrati – di procedimenti penali. Nel caso Lamorgese nulla di tutto ciò è stato fatto, né denunce da parte della Open Arms, né interventi della magistratura. Questo appalesa, se ce ne fosse ancora bisogno, la presenza di una camera di regia occulta lucida e precisa. In realtà, oltre agli onorevoli di varia estrazione partitica, anche la magistratura di Agrigento si era recata più volte a bordo delle navi al largo di Lampedusa. Nel caso Lamorgese – che non esiste, in pratica – nessun intervento. Sostanzialmente si è trattato della stessa situazione che era stata considerata passibile di procedimento penale, ma all’epoca il ministro era Salvini. Né le ONG, che secondo alcuni quotidiani sono foraggiate nientemeno che dal miliardario ebreo ungaro-americano George Soros, hanno mai inteso denunciare un governo di sinistra.

Ci auguriamo che la verità venga fuori. Ciò che l’ex ministro dell’Interno ha fatto, è stato bloccare sbarchi altrimenti incontenibili, come sta succedendo ora, nell’interesse dell’Italia e degli Italiani, riducendo anche i morti in mare. Oggi i libici sparano addosso ai migranti in fuga. Ma già, questo amore per la nostra patria e per il nostro popolo è condannato soprattutto dall’Europa, che ci vuole trasformare in ‘europei’. Già lo siamo, per acquisizione geografica. Parafrasando Metternich, possiamo dire che ‘L’Europa è una mera espressione geografica’, definizione che il conte attribuì all’Italia. Ma eravamo nel 1847. Oggi non è più così.

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