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Editoriali

LEGGE DI STABILITÀ – MIBACT, PATRIMONIO CULTURALE A RISCHIO?: I ROVINOSI EFFETTI DI UNA RIFORMA SCINTILLANTE E PUNITIVA

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Fuori dai musei e separate dai territori, accantonate in funzioni meramente burocratiche, le soprintendenze archeologiche sono condannate a un inevitabile declino

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di Domenico Leccese

La notizia è stata diffusa il 17 agosto, quando in vacanza si è disposti a sognare: finalmente era scattata l’ora della rivoluzione nei musei, affidati a manager della cultura (i “migliori”) con la missione di valorizzare tesori inesauribili ma ricoperti di polvere. La riforma è stata presentata attraverso una narrazione semplificata, fondata sul mito moderno del museo/forziere (“tutto il ben di dio che abbiamo”), costruita sull’opposizione tra “vecchio” e “nuovo”, “conservazione” e “progresso”, in cui la parte regressiva è stata spregiudicatamente riservata alle soprintendenze territoriali, dipinte come luoghi di inerzia, quasi biologicamente refrattarie a ogni evoluzione e quindi destinate alla “rottamazione”: così si spiega l’enfasi con cui si è celebrata la nomina, largamente prevalente nei musei autonomi, di direttori non italiani rispetto a funzionari provenienti dai ruoli direttivi del Mibact, sfavoriti nell’insindacabile giudizio del ministro, cui toccava l’ultima responsabilità di scelta. Questo è stato, del resto, l’aspetto recepito dalla superficialità dei media che, come accade sovente, hanno ridotto l’informazione a slogan: dal “finalmente siamo in Europa” all’opposto “abbiamo ceduto il nostro patrimonio allo straniero”, a seconda degli orientamenti automatici di maggioranza e opposizione.
Ma ridurre la discussione al duello stranieri/italiani è solo un modo di eluderla, confondendo il livello della propaganda con quello dei processi reali.

Ad esempio, non bisogna stancarsi di ricordare che le défaillances presenti nella gestione dei musei statali, cui la riforma intende ovviare, sono do-vute a ragioni non imputabili alla responsabilità delle soprintendenze: oltre alla cronica, e progressivamente accentuata, carenza di fondi, che la dice lunga sulla volontà del belpaese di valorizzare i propri “tesori”, ha pesato soprattutto la “mancanza di qualsivoglia autonomia tecnico-scientifica e amministrativa da parte dei musei incorporati nelle soprintendenze” che ora diviene, al contrario, la vera e propria dote dei musei autonomi, cui sono conferiti bilancio e organi di gestione. Il tema delle nuove autonomie museali deve essere quindi inquadrato nel disegno complessivo della riforma del Mibact, sintetizzabile in due punti chiave:
1) la distinzione della funzione della tutela da quella della promozione e valorizzazione del patrimonio culturale, con l’intento dichiarato di rafforzare entrambe in un sistema integrato di cooperazione;
2) la creazione di un “sistema museale nazionale” adeguato agli standard internazionali attraverso la realizzazione di una rete efficiente tra i “musei dotati di autonomia speciale” e i musei invece integrati nei “poli museali regionali” e anch’essi dotati nel dettato di legge di “autonomia tecnico-scientifica”, di un “proprio statuto” e di un “progetto culturale” curato dal direttore del polo museale regionale.

Spiace osservare che allo stato attuale dei fatti tale disegno resti gravemente incompiuto e rischi addirittura di essere difficilmente realizzabile, la riforma non avendo previsto le complesse procedure tecnico-amministrative e le indispensabili risorse finanziarie atte a garantire in tempi accettabili l’efficace risultato di un processo così radicale di trasformazione: non è ancora chiaro come sarà ripartito il personale in servizio tra le soprintendenze esistenti e i nuovi istituti museali e in che modo saranno trattati organici già ridotti all’osso e ulteriormente decurtati in seguito alla distinzione di competenze precedentemente accorpate (come è evidente ad esempio nel caso dei funzionari scientifici); non è previsto un piano di reintegrazione di alcuni servizi essenziali che saranno suddivisi tra soprintendenze e musei (laboratori tecnici, archivi, depositi); non sono stati efficacemente pesati passaggi di indubbio rilievo patrimoniale come la consegna dei beni custoditi, sovente – e ancora una volta non per colpa degli uffici periferici – privi di un’adeguata catalogazione; non è prevista tra le attribuzioni delle nuove autonomie museali quella, cruciale, del reclutamento di personale con competenze specificamente funzionali ai nuovi compiti di valorizzazione e promozione culturale e turistica a esse assegnate.

In nome di slogan scintillanti a uso dei media, la riforma è stata avviata in assenza di un quadro organico di riferimento e di un’analisi concreta dei rischi e dei fabbisogni: si è destrutturato, dopo averlo lasciato per anni deperire, un sistema integrato di tutela e valorizzazione, per lungo tempo additato ad esempio in Europa, senza avere prima incardinato su solide fondamenta le nuove strutture.
I rischi evidenti sono quelli di una demotivazione del personale in servizio, che subisce una sostanziale delegittimazione, di uno sbandamento provocato da una confusione di competenze e di una paralisi operativa, destinata a durare nel tempo al di là dell’ottimismo di facciata.
Un discorso a parte merita l’archeologia, gravemente penalizzata dalla riforma. Non si tratta solo di avere separato alcuni grandi musei dal proprio territorio, ma, piuttosto, di avere minato l’incisività operativa delle soprintendenze archeologiche, la cui funzione di controllo sul territorio, esercitata sul campo nonostante risorse e personale sempre più ridotti, è stata spesso l’unico baluardo in assenza di un’efficace programmazione territoriale e, forse per questo, subita con crescente irritazione in un paese allergico alle regole come il nostro.
La riforma disgiunge le competenze inseparabili della tutela e della valorizzazione e, persino nei casi delle “aree e parchi archeologici” riduce i compiti delle Soprintendenze Archeologia a una funzione subordinata: a esse è infatti riservata la sola “gestione”, “ferme restando le competenze della Direzione generale musei e dei Poli museali regionali in materia di luoghi di cultura”: un giro di parole tortuoso che sembra confinare le soprintendenze archeologiche ad attività di servizio quali la manutenzione e il diserbo, che non debbono interferire sulle vere e proprie azioni “di cultura”, legate alla fruizione e valorizzazione, concepite come categorie astratte da una specifica conoscenza dei contesti.

Fuori dai musei e separate dai territori, accantonate in funzioni meramente burocratiche, le soprintendenze archeologiche sono condannate a un inevitabile declino: un risultato scontato e terribile di cui la riforma può difficilmente menare vanto.

Art.1 comma 327 della legge 28 dicembre 2015 n.208           
( LEGGE DI STABILITA’) 
327. Nelle more dell'adozione dei decreti legislativi attuativi dell'articolo 8 della legge 7 agosto 2015, n. 124, al fine di dare efficace attuazione alle disposizioni di cui all'articolo 17-bis, comma 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241, nonche' di garantire il buon andamento dell'amministrazione di tutela del patrimonio culturale, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Ministro dei beni e delle attivita' culturali e del turismo emanato ai sensi dell'articolo 17, comma 4-bis, lettera e), della legge 23 agosto 1988, n. 400, e dell'articolo 4, commi 4 e 4-bis, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, si provvede, nel rispetto delle dotazioni organiche del Ministero dei beni e delle attivita' culturali e del turismo di cui alle tabelle A e B del regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, alla riorganizzazione, anche mediante soppressione, fusione o accorpamento, degli uffici dirigenziali, anche di livello generale, del medesimo Ministero.

Fiocco viola è il simbolo di protesta esposto dal personale (addetti ai lavori) direttamente coinvolta in questa azione di accorpamento. "Per la tutela del nostro patrimonio culturale – Dichiarano gli addetti ai lavori attraverso una nota –  ormai giunta ad uno dei punti più bassi della sua gloriosa storia. Siamo in presenza di un vero e proprio blitz normativo – prosegue la nota –  che, formalmente giustificato dal doversi uniformare alla legge Madia, non solo accorpa le soprintendenze, ma ne modifica i compiti e ne aggiunge di nuovi ai Poli Museali, tra cui il compito di concedere i beni culturali pubblici. L’istituzione delle Soprintendenze miste rischia di creare strutture acefale, senza un ragionamento consolidato sull'impianto organizzativo. L'operazione del resto scopre le sue vere finalità nella sottrazione di 10 dirigenze alla tutela ed il loro riversamento sui nuovi siti autonomi, spesso del tutto privi privi di ogni dimensione organizzativa e senza alcuna possibilità di introiti. Una operazione analoga la si fa accorpando le soprintendenze archivistiche con quelle bibliografiche: una decisione conseguente alla norma che assegna allo Stato competenze in materia di tutela del patrimonio archivistico e bibliografico prima esercitate da province e regioni, sovraccaricando oltremisura il poco personale assegnato a questi settori. Ci chiediamo che senso possa avere emanare adesso un bando di mobilita' volontaria quando non sono ancora chiari gli organici a seguito di questa nuova riforma. Noi – conclude la nota degli addetti ai lavori – abbiamo avuto formale richiesta di produrre nostre osservazioni su questo nuovo impianto di riforma e graziosamente ci è stato concesso il termine di domani per produrle. noi pensiamo di inviare il nostro comunicato e ci eserciteremo in una azione di contrasto capillare ad un progetto di riforma che riteniamo profondamente sbagliato".

CGIL FP CISL FP UIL PA: basta riforme senza investimenti, così si indebolisce la tutela del territorio  
"Contrarietà nel metodo e nel merito all'ipotesi di accorpare le diverse Soprintendenze del MIBACT, – Commentano in una nota unitaria FP CGIL – CISL FP – UIL PA – unificando quelle archeologiche – prosegue la nota sindacale –  con quelle alle Belle arti e al Paesaggio, è quanto hanno espresso CGIL FP, CISL FP e UIL PAdopo l'incontro con il Ministro dei Beni Culturali Franceschini, che ha illustrato un DM di prossima emanazione in applicazione di quanto previsto nella Legge di stabilità 2016. Nel metodo – spiegano i rappresentanti sindacali – è l'ennesimo intervento a gamba tesa nel mezzo di una riforma in corso che, peraltro, ha già palesato tutti i suoi limiti, senza peraltro aver fornito alcun testo, che a seguito di nostre insistenze ci verrà consegnato dopo l'illustrazione che effettuerà oggi pomeriggio al Consiglio Superiore e domani presso le commissioni Parlamentari competenti. Si prospetta un ulteriore intervento normativo senza aver prima risolto i molteplici problemi organizzativi del MIBACT, a partire dalla carenza di personale in particolare nei profili specialistici, e senza aver completato l'avvio dei nuovi poli museali. Nel merito, il ministero dimentica che il punto di forza cui è ancorata la sua funzione costituzionale, la tutela e salvaguardia del patrimonio culturale e del paesaggio, passa attraverso le Soprintendenze. L'intero territorio italiano è cosparso di siti archeologici (132 aree archeologiche, 106 musei aperti al pubblico, numerosi siti subacquei), di collezioni e monumenti sia pubblici che privati, di cantieri di scavo e di restauro, cui si aggiungono i tantissimi interventi di archeologia preventiva connessi alla realizzazione di servizi e infrastrutture. La tutela architettonica e paesaggistica, storico-artistica, etnoantropologica, archeologica, sono eccellenze italiane uniche in Europa. Ma il numero di funzionari archeologi e professionisti della tutela chiamati a presidiare e salvaguardare questo immenso patrimonio, contrastare le attività illecite di scavo e traffico di oggetti antichi, e fare da argine al consumo del territorio, è sempre più esiguo rispetto al fabbisogno.  Cittadini e istituzioni locali devono comprendere che queste funzioni non possono esser messe a rischio, per non dire soppresse, da quell'operazione di pura ragioneria che sarebbe la fusione delle Soprintendenze in un ammasso indistinto. Purtroppo le disposizioni della Legge Madia, assunte a modello di riferimento per accorpamenti e riduzioni di uffici dirigenziali, nel caso delle Soprintendenze rischiano di abbattersi come una mannaia sulle loro già esauste capacità operative. Significa disarticolare e disperdere le professionalità altamente specializzate di tanti funzionari e tecnici che oggi, pur in un contesto generale di malfunzionamento, possono operare in ambiti lavorativi ben distinti e con competenze definite. Abbiamo rappresentato inoltre che è sbagliato procedere ad una ulteriore riorganizzazione senza porsi il problema di valorizzare il personale in servizio e reperire risorse aggiuntive per finanziare professionalità, formazione e produttività.Al riguardo, la risposta del Ministro è stata insoddisfacente in quanto ha assunto un impegno generico, non meglio specificato. Non è al cambiamento che diciamo no – puntualizzano i sindacati – ma al rischio di consegnare il territorio agli interessi degli speculatori. Già oggi, tra grandi opere ed espansione edilizia senza controllo, il consumo di suolo in Italia è di 8mq al secondo, il triplo della media europea. È imperativo non depotenziare quei presidi di base che sono le Soprintendenze; al contrario, bisogna mantenere in capo ad esse la direzione tecnica e scientifica nell'articolazione attuale storicamente collaudata, e – conclude la nota sindacale –  dotarle di risorse da investire nel rafforzamento delle competenze". 
 

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Un Paese di delinquenti, salvo qualche eccezione per fortuna

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L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità

Di frequente si scrive Italia, paese di pazzi! Anche questa è apparenza e non sostanza, i pazzi infatti sono degli ingenui, senza malizia, innocui;  la definizione pertinente è: Paese di delinquenti, vale a dire di ladri e di corrotti e di incapaci: questa, con dispiacere, è la regola che si legge in giro, salvo qualche eccezione per fortuna.

L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità. Quanto si registra ultimamente nei vertici del Consiglio Superiore della Magistratura a proposito di corruzione, manovre distorsive, sul carrierismo dei vari magistrati, gli arbitrari milionari, i  privilegi inauditi, allora si comprende perché anche la più banale delle cause debba durare oltre tredici anni nella, di nuovo, generale indifferenza, anche dei sommi capi del losco sistema.

Si ricorda quanto è esploso sui giornali tre o quattro anni fa a proposito di quel consigliere di Stato che da ben dieci anni educava e istruiva le future giudicesse imponendo minigonne, tacchi a spillo e mutande rosse? Dove sono ora queste giudicesse così ben educate? Al contrario si osservino certe facce di magistrati a livello apicale, soprattutto quella del maggior responsabile che in questi giorni ci passano sotto gli occhi alla televisione o nei giornali: ci si chiede sulla scorta di quale principio di efficienza operativa e di rispetto degli utenti si possano destinare a giudici persone con una tal faccia e sembiante, da far accapponare la pelle già a prima vista? Tale contesto primitivo e grottesco ricorda quel direttore delle poste tutto afflato lirico e cuore grande che destinò allo sportello pubblico un impiegato monco, con un solo braccio, a sbrigare raccomandate e vaglia postali e pacchi e francobolli, ecc… Con una sola mano! 

Ed ecco qualche episodio, verificato

Il giudice, ammesso che sia un giudice e non un avvocato che è stato fatto diventare giudice, sentenzia di abbattere un manufatto abusivo e illegittimo. Un altro giudice, nel grado successivo, dopo quattordici anni!!!, sentenzia: non è abusivo, quindi  ricostruire! Si è mai sentito qualcosa del genere? Un giudice scrive: abbattere, un altro: ricostruire! Chi paga? La regola e la giustizia, quella vera,  anche quella del buon senso, esige e vuole che  sia chi ha sbagliato a dover pagare cioè il giudice, uno dei due: invece nel paese dei delinquenti è la vittima a pagare! E nemmeno l’abusivista diventato innocente, nemmeno  il giudice impappone! A  chi ci si rivolge? Nessuno ascolta, letteralmente: se vuoi farti ascoltare, sei obbligato  ad alimentare il tristo apparato cioè affrontare  un altro grado di giudizio, rivolgersi a un avvocato, sborsare soldi, vivere nelle angustie e aspettare una bella quantità di altri anni, per forse avere soddisfazione. Oppure protestare pubblicamente, pure se hai ottantanni, con striscioni e cartelloni magari davanti al Quirinale dove risiede il numero uno della Giustizia. Oppure, oppure…

Ancora: il giudice sbaglia a leggere un atto notarile col risultato di stravolgere un andamento comunitario durato secoli in pace;  in più, erroneamente o per altre ragioni, sentenzia che tizio, pur se ben individuato e documentato negli atti, non fa parte dei due venditori di un determinato cespite! oppure, altra sentenza, che un bene strutturale che è stato proprietà comune per secoli, ora di punto in bianco, per motivazioni assolutamente personali del giudice o della giudicessa e non giudiziarie o tecniche, diventa privato: in questi casi di palesi e manifesti errori materiali o di sviste   -salvo altre ipotesi- che nulla hanno a che fare con il Diritto e tanto meno con la Giustizia, per quale ragione la vittima deve passare ad altri gradi di giudizio, spendendo soldi, vivendo nell’ansia e aspettare dopo 14 anni, chissà quanti altri anni ancora, visto il losco andazzo? Non è più logico e doveroso, se non lo fa il giudice interessato, che siano i suoi superiori ad intervenire e correggere gli errori? Dove è scritto che un giudice è infallibile come un Papa anche quando sbaglia vistosamente e che occorre un altro Papa per correggere  gli errori materiali, sempre ammesso che siano errori e non invece altro di altra origine?

L’ambiguo sistema, invece, vuole che si continui ad alimentare il giuoco, a beneficio di certi giudici e degli avvocati e a danno delle vittime e della comunità dei cittadini che, tra l’altro, deve mantenere lautamente l’indegno apparato. E’ doloroso vivere da parte dei cittadini in che modo il solo pilastro e garanzia di generale equità possa essere lordato così facilmente da certi personaggi immessi nel sistema e rimanervi.    

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Emergenza cimiteri, tra requisizioni di loculi temporanee e quelle Ad libitum: Comune che vai amministratore che trovi…

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La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso

Quello dei 7904 comuni italiani è un mondo in movimento. Dal 1861 in poi, a causa di divisioni, unioni ed accorpamenti, molti sono stati soppressi e in seguito ricostituiti. E’ un mondo tenuto costantemente sotto osservazione perché per i partiti politici i comuni costituiscono territori per l’incubazione di consensi e l’accaparramento di voti.

Potere, economia e sviluppo urbano si diversificano tra un comune e l’altro a seconda del livello culturale ed il senso civico dell’amministratore di turno. Il tutto dipende se questi sappia guardare lontano, se conosce il contesto territoriale, se sia veramente motivato verso il bene comune ed infine se sappia trasformarsi in leader per non soccombere agli interessi lobbistici.

In teoria il cittadino ha in mano il destino del proprio Comune ogni volta che entra nella cabina elettorale. E’ lì che si disegna quale benessere per il futuro. Ahinoi sovente primeggia il voto di favore al personaggio “simpatico”.

Abbiamo fatto una veloce ricerca tra una settantina di comuni e non potendo, per brevità, elencarli tutti, ci siamo dati un tema molto dibattuto in tempi di Covid-19 causa l’esponenziale aumento di decessi, e cioè l’emergenza sepolture.

Dalla nostra ricerca emergono Comuni virtuosi che avendo amministratori motivati e che hanno saputo guardare lontano, non si sono fatti sorprendere dall’emergenza. Hanno avviato con urgenza i lavori di ampliamento del cimitero e a lavori avviati, avendo esaurito i loculi a disposizione, anche loro malgrado, hanno dovuto ripiegare a requisire quelli dei privati ancora non utilizzati.

Essendo questi dei Comuni governati da amministratori con esperienza giuridica e rispettosi dei diritti dei loro cittadini, chi più e chi meno, si sono distinti per la loro correttezza e serietà.

Alcuni di questi Comuni meritevoli di menzione

Il Comune di Palomonte (Provincia di Salerno) con Ordinanza emergenza loculi del 17.9.2020 autorizzava l’utilizzo della sepoltura provvisoria per il periodo di tre mesi, impartendo precisi ordini all’Ufficio tecnico “predisporre ogni utile atto affinché entro e non oltre tre mesi il nuovo edificio sia agibile e quindi possa cessare ogni requisizione provvisoria”. I lavori sono stati eseguiti ed i loculi restituiti ai legittimi concessionari.  

Stesso comportamento civile che il Comune di Jerzu, provincia di Nuoro, in identica occasione ha saputo adottare con i suoi concittadini. Entro otto mesi dalla pubblicazione dell’ordinanza di emergenza si dovevano terminare i lavori di ampliamento del cimitero. Anche in questo caso la requisizione portava un termine, una scadenza. Allo scadere degli otto mesi, a lavori terminati la promessa del sindaco è stata onorata.

Requisizione loculi applicata dagli azzeccagarbugli

La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso. Una condotta simile si può giustificare solo ammettendo che gli amministratori siano a digiuno completo di qualsiasi cultura delle leggi, buoni solo ad occupare la poltrona  tirando a campare.

Ci siamo avvicinati alla provincia di Trapani e precisamente a Città di Castelvetrano. Gli amministratori di questo Comune, Città degli ulivi e dei templi, hanno considerato l’emergenza loculi cimiteriali d’importanza superiore  alla ristrutturazione di qualsiasi tribuna dello stadio locale. A Trapani avevano compreso la sacralità del feretro ed emettendo l’ordinanza requisizione loculi si erano accertati che entro e non oltre 24 mesi i loculi sarebbero stati restituiti ai legittimi concessionari. Questi amministratori sono andati oltre perchè avevano stabilito di corrispondere ai concessionari dei loculi requisiti provvisoriamente, un canone (tariffa) rapportato al periodo di effettivo utilizzo.

Sono tanti i comuni, da nord a sud che correttamente nel requisire i loculi ai concessionari, hanno stabilito un termine entro il quale si impegnavano di restituire il loculo. Alcuni come Trapani sono andati oltre, con i concessionari hanno stabilito un tariffario. Altri comuni poi hanno scelto di allungare la concessione con il relativo periodo che il loculo veniva requisito.

In tema di requisizione loculi, tanti sono i Comuni che sono stati corretti e leali con i loro concittadini e tra i sopranominati merita menzione anche il Comune di Fiano Romano. Con deliberazione G.C. n°86 del 26 luglio 2016, approvando il progetto dell’ampliamento cimiteriale aveva dato un termine di scadenza entro e non oltre 18 mesi per la consegna. Tali termini sono stati applicati e rispettati sia nel requisire che nel restituire i loculi ai legittimi concessionari.

Anguillara Sabazia e le requisizioni “Ad libitum”

A fine ricerca salta all’occhio il comportamento corretto giuridicamente e comportamentale della maggioranza dei comuni e per contro la baldanza degli amministratori che si sono succeduti al Comune di Anguillara dal 2017 a oggi. Questi amministratori dovrebbero riflettere meglio sul loro operato in tema di requisizioni dei loculi cimiteriali “ad libitum” e anche i cittadini dovrebbero riflettere e meditare.  “Meditate gente, meditate” diceva Renzo Arbore.

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Chiara Rai: “Ecco cosa penso delle querele temerarie”

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“Est modus in rebus”, esiste una misura nelle cose, lo diceva qualcuno che amava raccontare le fiabe. Ogni tanto mi piace ricordarlo, soprattutto in giornate particolarmente complesse, dove addirittura ci sono circostanze che portano un giornalista che si dedica alla professione a doversi difendere solo perché fa il proprio mestiere. A dover sopportare le ormai note “querele temerarie”, quelle infime azioni che i presunti persecutori travestiti da perseguitati vanno propinando quando per loro si mette male.

L’unico modo per mettere tutto a tacere, adesso e per sempre, per questi infimi personaggi occulti è soltanto uno: “Ti porto in tribunale, ti faccio spendere soldi, ti faccio abbassare la testa così da farti capire che nei miei affari non devi sficcanasare, così da farti ben comprendere che posso ridurti in mutande soltanto se qualcuno inavvertitamente incappa nella mia accusa e avvalora le mie disoneste tesi”.

Sì, sono giornate complesse ma altamente rigeneranti per chi vuole continuare a camminare con la schiena dritta e la testa alta come mi hanno insegnato i miei genitori (se fossero ancora vivi immagino che sarebbero contenti di leggere parole che sanno di libertà). Non mi piego ne io e ne la mia famiglia.

Le minacce celate dietro le querele e le richieste di risarcimento danni per i “malori cagionati” dalle inchieste giornalistiche che faccio e che facciamo come giornale L’Osservatore d’Italia, mi scivolano addosso senza potermi scalfire. Chi aggredisce per mettere la cenere sotto il tappeto agisce in malafede e chi gioca con la giustizia e va in giro dicendo che “gli italiani sono tutti scemi e non capiscono nulla” si sbaglia perché siamo una nazione di brava gente, soprattutto di persone oneste.

Continuiamo a perseguire l’interesse collettivo e la verità sostanziale dei fatti perché il diritto di informare è costituzionalmente garantito. Questo fondo rivolto ai lettori affezionati de L’Osservatore d’Italia, alla fine di una giornata difficile ma appagante è l’unica maniera che conosco per rasserenare chi ci legge, anche quei personaggi di cui sopra: non molliamo! Continuiamo a scoperchiare le verità nascoste, a parlare dei fatti scomodi per portarli alla luce. Lo facciamo per dovere di cronaca non certo per perseguitare nessuno. Solo così posso continuare a portare con estremo orgoglio e riconoscenza la pelle che indosso: il giornalismo scevro dalle torbide dinamiche messe in piedi dai parassiti della società. Est modus in rebus, a volte ce lo dimentichiamo ma non dovremmo, specialmente quando “divoriamo” un patrimonio pubblico destinato alla collettività e non solo a pochi furbetti. La giustizia morale è sempre la strada vincente da percorrere. Come è bello guardarsi allo specchio e non provare vergogna.

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