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Editoriali

Legittima difesa, Tagliente: “Tenere distinti detenzione e porto d’armi dalla legittima difesa per la quale sono necessari correttivi sul piano normativo”

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Di legittima difesa ci siamo più volte occupati su queste colonne, in special modo quando l’interpretazione del giudice risultava palesemente contro il sentire comune, anche se attinente alla legge. Difendersi, o meglio, essere costretti a farlo, in casa propria o nella propria attività commerciale, da un assalto micidiale, del quale è impossibile conoscere l’esatta portata; e doverlo fare decidendo in poche frazioni di secondo, avendo da una parte l’incolumità propria e quella della propria famiglia, e dall’altra la prospettiva di veder distrutta la propria vita, e tutto ciò che si è costruito nel corso degli anni, non è un fatto degno di un Paese che si proclama civile e democratico.

Purtroppo la storia più recente ci insegna che più volte questo è accaduto. Come anche è accaduto, e ancora accade, che persone anziane, prede più facili, vengano aggredite e il più delle volte uccise per pochi spiccioli, senza avere alcuna possibilità di difesa. Magari da chi il giorno dopo è già irreperibile, e non verrà mai punito. Il grande dilemma dell’uomo onesto è quindi quello di avere o no la possibilità di proteggersi adeguatamente, senza correre il rischio di soccombere, lui vittima, di fronte ad un aggressore, notturno o diurno. E di vedersi condannare in tribunale non solo ad una pena detentiva, ma anche ad un risarcimento che nella realtà dei fatti premia oltremodo e assurdamente un’attività delinquenziale; come se lo Stato dichiarasse che il buono della situazione è il rapinatore!

In questi giorni è successo che l’Associazione Nazionale Magistrati ha contestato la proposta di legge di Forza Italia, dichiarando che la legge oggi in vigore è ‘sufficiente’, e quindi che non occorrono correttivi. Vorremmo sapere cosa ne pensano gli onesti cittadini che hanno dovuto subire per anni un calvario giudiziario, assolti dopo anni di processi e di umiliazioni, e dopo l’esaurimento di ogni risorsa economica. Purtroppo nelle dichiarazioni dell’Associazione Nazionale Magistrati abbiamo ritrovato accenti che già ben conoscevamo, e che erano, all’epoca, giustificati da una precisa posizione politica. Parlare di ‘Far West’ e di ‘giustizia fai da te’ sono stilemi propri della vecchia amministrazione, e mal s’addicono ad un organismo autonomo come quello della Magistratura, che, notoriamente non ha il compito di far politica.

Personalmente riteniamo che i punti dolenti siano essenzialmente due: eliminare l’eccesso in legittima difesa – un evidente ossimoro, una contraddizione in termini: come fa la difesa ad essere legittima se vi è un eccesso? – soprattutto nel punto in cui s’invoca una proporzionalità della difesa nei confronti dell’offesa, in un momento che dobbiamo considerare di massima concitazione, e quindi l’assenza della capacità di giudicare con equilibrio. Non si capisce oltretutto da cosa e con cosa, e secondo quali parametri tale giudizio dovrebbe essere assunto. Il secondo punto è considerare l’aggressore come quello che è, un delinquente che con il suo atto rinuncia a tutti i diritti di una persona comune, mettendosi dalla parte del torto, e affronta il rischio di perdere la vita o l’incolumità fisica, senza la possibilità di ricevere risarcimenti in sede civile, né lui né i suoi parenti. Quanto all’armarsi con facilità, questo non è mai stato chiesto. Nel proposito abbiamo, questo è evidente, leggi sufficienti e atte allo scopo di evitare abusi. Lasciando da parte ogni altra elucubrazione tirata per i capelli.

Abbiamo raccolto, nel merito, il parere autorevole del Prefetto dottor Francesco Tagliente, una persona che ha sempre dimostrato equilibrio e grande competenza e autorevolezza negli argomenti inerenti la pubblica sicurezza. Ecco quanto ci ha dichiarato.

“Premetto che il tema delle armi è delicato e complesso anche per gli addetti ai lavori e che bisogna tenere distinti la detenzione e porto d’armi dalla legittima difesa. Condivido la preoccupazione del presidente dell’Anm Francesco Minisci per il “rischio giustizia fai da te” e che la legge attualmente operativa “è sufficientemente chiara e copre tutte le evenienze che si possono verificare”; ma questo solo per quanto attiene al porto d’armi e alla detenzione. E’ necessario evitare il rischio di apertura alla possibilità indiscriminata di acquistare le armi. Diverso è il discorso per la legittima difesa. Condivido che bisogna garantire al cittadino che si difende in casa propria di non avere strascichi giudiziari. Bisogna far sì che chi si è difeso legittimamente non debba essere vittima due volte. Se si avverte più paura e voglia di armarsi; se siamo arrivati al punto che il 39% degli italiani, quasi uno su 4, è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale, bisogna riflettere e prendere seriamente in considerazione una diversa politica della sicurezza per tentare di prevenire il pericolo della soluzione “fai-da-te” facendo ricorso alle armi e alle ronde. La notizia di tanti italiani messi sotto indagine per aver sparato contro il bandito entrato in casa loro o nella loro azienda, potrebbe aver contribuito ad indebolire la fiducia nelle Istituzioni e alimentato la voglia di armarsi. La gente riflette sul caso di Ermes Mattielli, colto da infarto dopo essere stato condannato a 5 anni per aver sparato a due ladri e a risarcirli, come riflette sul caso dell’oste di Casaletto Lodigiano, Mario Cattaneo, a processo per eccesso di legittima difesa. Devono far riflettere le dichiarazioni di Franco Birolo, il tabaccaio che uccise un ladro entrato nel suo negozio per legittima difesa, condannato a due anni e 8 mesi e a un risarcimento, poi assolto in appello per legittima difesa. Deve far riflettere l’annuncio di quel negoziante che ha deciso di mettere in vendita la tabaccheria per fare fronte a tutte le spese subite in questi sei anni di odissea. Se non consentiamo a chi è aggredito in casa di potersi difendere e di poter reagire legittimamente all’aggressione rischiamo di trovarci nella impossibilità di gestire la rabbia con risvolti imprevedibili per la sicurezza. Io sono convinto che sia necessario intervenire sul piano normativo per garantire la certezza della legittimità nell’uso delle armi a quei cittadini che si vedono costretti a difendersi quando la loro incolumità o quella dei propri cari è in pericolo”.

Da parte nostra non possiamo far altro che essere d’accordo con il Prefetto Tagliente, che ringraziamo per la sua disponibilità. Non si può sempre considerare in malafede un cittadino, quando si devono stabilire delle regole, senza che l’organismo legiferante sia a sua volta in malafede. Ci auguriamo che questa proposta di legge trivi presto una sua via equilibrata e giusta, e che tutti possiamo, letteralmente, dormire sonni più tranquilli.

Roberto Ragone

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Castelli Romani

Nemi, la stanza di Virbio: “Il re è nudo”

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Caro Direttore,
invio la seguente riflessione di chi, venendo da lontano, ritrova Nemi e la sua amministrazione in piena e totale decadenza come se il tempo fosse tornato indietro di decenni.

Come sovente accade, il sintomo si evidenzia soprattutto nella condizione umana e culturale del Capo, cioè di colui che per definizione guida e rappresenta una comunità cittadina.

L’attuale Amministrazione è nella fase della parabola in cui il tratto è discendente a precipizio. E, come Ti dicevo prima, il Capo ne rappresenta efficacemente l’immagine.

L’attuale Sindaco venne accolto in una Amministrazione comunale che, verso la fine degli anni ’90 portò a Nemi rinnovamento, dinamismo e desiderio di servire il paese. Quel gruppo dirigente diede grande fiducia ad un giovane che appariva promettente e osservante di valori condivisi. Sicuramente, si formò all’ombra di chi sapeva di più. Ad un certo punto, però, tradì gravemente la fiducia riposta in lui rivelandosi per quello che non era fino a quel momento sembrato. In altre parole erose la mela dal di dentro fino al punto di farla marcire. Un intero gruppo dirigente che aveva ispirato il proprio impegno allo spirito di servizio, sideralmente lontano anni luce da ogni interesse personale, non volle essere coinvolto in nulla che fosse non trasparente. Quel bruco sembrava essere diventato farfalla ed ha volato per qualche anno sopra tutto e sopra tutti, senza scrupoli, utilizzando tutto il carburante dell’ambizione. Molti lo hanno scambiato per il pitone del Libro della Giungla, lasciandosi ipnotizzare, volendolo. Ne hanno giustificato ogni scelta, sdoganandone anche la disinvoltura di portare in tasca le tessere di diversi partiti. Sono arrivati anche al punto di ammirarne l’inerzia.

Ora il vertice della parabola è stato superato. Ora, come è narrato anche in un noto brano musicale: “gli amici se ne vanno ….”, dopo aver constatato “l’inutile serata” trascorsa. I dipendenti comunali sono in rivolta.
“Il re è nudo” ma qualche volta continua a pavoneggiarsi, inconsapevole. Passa le giornate nel palazzo come una monade “senza porta e senza finestre”.

Non comunica con nessuno. Litiga con tutti. Ma non può e non deve essere l’unico responsabile di un degrado che coinvolge per l’intero la comunità nemese; tutti i servizi; senza speranza per il futuro. La responsabilità è anche di tutti coloro che, pur non credendo in LUI lo hanno appoggiato, adulato, fatto gonfiare nell’autosufficienza e nell’autodeterminazione. Ne hanno sopportato gli eccessi e nascosto le magagne. Qualcuno lo ha utilizzato bellicandone l’orgoglio e l’ambizione. Per queste ragioni l’intera classe dirigente deve essere rinnovata nelle persone, nelle idee, nei valori, nella trasparenza.

I cittadini hanno il diritto di essere governati da persone che non guardano all’interesse personale. Infatti, Nemi merita molto, ma molto di più!

Virbio

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Editoriali

Lo strano caso di Liliana Segre

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Io sono dalla parte degli Ebrei. Lo sono per molti motivi, e da molto tempo. Posso dire d’esserlo sempre stato, senz’ombra di dubbio. Lo sono a causa della persecuzione subita dai nazifascisti. Lo sono per la loro storia, che mi ha insegnato a conoscere quel popolo. Lo sono perché sono un piccolo popolo, ma ricco di vittorie. Lo sono perché il soldato israeliano, come si diceva una volta, è il migliore del mondo. Lo sono perché hanno trasformato in un giardino quello che era soltanto deserto. Lo sono perché ritengo che quel territorio che hanno strappato alla desolazione spetta loro di diritto, come contemplato nell’Antico Testamento. Mi hanno entusiasmato due episodi, della loro storia più recente: la guerra dei sei giorni, condotta da Moshe Dayan, un generale con un occhio solo, una guerra lampo che ha permesso loro di riconquistare il territorio del Sinai; il raid di Entebbe, con la liberazione di tutti i passeggeri – tranne un’anziana signora – di un volo della El Al sequestrato da terroristi palestinesi con la connivenza di Idi Amin Dada, dittatore ugandese, che offrì loro supporto logistico.

Era il periodo dei dirottamenti, e tutti seguivamo con interesse ognuno di questi episodi. Anche questa fu una vittoria di tutto il popolo ebraico, in Italia segregato in ghetti, ma sempre in grado di risollevare la testa. Sono stato a tavola con Eli Wiesel, per due anni consecutivi, quando vivevo a Bari, invitato a cene di Pesach, cioè la commemorazione della fuga del popolo ebraico dall’Egitto, con il ‘passaggio’ dell’angelo della morte. Eli Wiesel, reduce dal campo di sterminio di Auschwitz, è stato insignito del premio Nobel per la pace nel 1986.

Ho stretto la mano, una sera, al Teatro Petruzzelli, prima dell’incendio che lo ha distrutto, al rabbino Toaff. Non sempre ho ricevuto da qualcuno di loro la stessa dimostrazione di amicizia, ma c’è il buono e il cattivo dappertutto, ed è sbagliato fare di tutte le erbe un fascio. Per esempio, stimo molto Enrico Mentana, come professionista. Molto meno Gad Lerner, per la sua faziosità pelosa. Non mi piacciono George Soros, né la famiglia Rotschild, e tanto meno quella Rockfeller, per la loro smania di dirigere il mondo. Non è tra le mie simpatie neanche l’onorevole Fiano, per la sua appartenenza ad una sinistra che si mostra, da una parte amica della causa palestinese; dall’altra demagogicamente si schiera in difesa di persone, come la Segre, minacciate da presunti ‘fascisti’, e comunque, antisemiti. Ma i primi antisemiti, caro Fiano, sono proprio gli eredi dei comunisti, quali voi vorreste essere. Oppure, con un doppio avvitamento carpiato, siete da due parti, secondo l’occasione?

Un bel giorno, si affaccia sulla scena pubblica una distinta signora, molto elegante, con una bella capigliatura bianca: una donna d’immagine, che colpisce subito la fantasia di tutti. E’ una di quelle persone che sono riuscite a sopravvivere ai campi di sterminio, si chiama Liliana Segre, è ebrea. Suppongo a causa del suo passato, per il quale merita rispetto, ma anche per il suo attivismo politico, viene elevata dal presidente Mattarella al rango di senatrice a vita. Diventa un personaggio pubblico, e le sue interviste vengono trasmesse in televisione. Viene anche invitata in diverse occasioni più o meno istituzionali, durante le quali dice e fa ciò che lei sa che gli altri si aspettano da lei, cioè parla della persecuzione, dei fascisti, delle leggi razziali italiane, delle deportazioni e così via. Tutti argomenti del “Per non dimenticare”. Nessuno vuole dimenticare quei momenti bui della nostra società. E nessuno ha alcunché in contrario a che vengano ricordati. Ma la nostra sinistra ha il sasso in tasca.

È un momento politicamente difficile, per la sinistra e per il M5S. Di Maio e i suoi compagni di partito hanno appena gabbato Matteo Salvini, bloccando ogni attività del governo gialloverde, e facendogli credere, con dichiarazioni fuor dai denti, che mai sarebbero andati con il PD.

Di contro, il buon Zingaretti, l’uomo che ride a prescindere, ha dichiarato che mai sarebbe andato con i grillini. Il gioco, suggerito da quel Machiavelli di Matteo Renzi, è fatto. Salvini chiede elezioni e si ritira dal governo, Di Maio e Conte si alleano con i presunti avversari piddini. Nasce un governo che ha la maggioranza in Parlamento, ma non nel paese. Soffia infatti un vento di destra che vorrebbe al potere la Lega, o magari un nuovo centrodestra. Per questo è obbligatorio bloccare qualsiasi tentativo di andare a nuove elezioni, che la Lega, con Salvini, vincerebbe a man bassa. Ricordo ancora l’espressione sollevata del presidente Mattarella quando, uscendo alla Vetrata, annunciò che il governo era fatto, fra M5S e PD. Anche lui temeva, date le sue origini politiche, una vittoria di Salvini.

Del resto, Matteo Renzi, che sarà anche un Pinocchio eccetera eccetera, ma le cose sa vederle in anticipo,  ha sempre detto che, andando a votare, avrebbero consegnato il paese a Salvini. Occorreva quindi combattere questo pericoloso avversario politico. E come, se non tacciandolo di razzismo, di antisemitismo, di odio? Infatti, la commissione parlamentare ventilata, forse in buona fede, da Liliana Segre, è “Contro l’odio”. Quell’odio che la sinistra e i grillini hanno sempre dimostrato nei confronti di Salvini, e che invece vorrebbero attribuire al capo della Lega. Quindi nell’ottica della delegittimazione, è partita anche la campagna Segre.

Due quotidiani in edicola ieri, 12 novembre, due ‘giornaloni’, portano in prima pagina la notizia relativa a quella che sarebbe una bufala, cioè le duecento pretese minacce quotidiane di  antisemiti nei confronti della Segre. Pare invece, a ciò che scrivono, che qualche insulto l’abbia ricevuto (come un po’ tutti noi, sui social), ma nell’ordine di poche decine al’anno. La decisione di dare una scorta di due carabinieri a Liliana Segre era apparsa subito esagerata e strumentale, diretto ad amplificare ad arte una situazione di pericolo leghista. Ora possiamo dire, guardando queste notizie, che lo strumento politico che la sinistra ha voluto creare contro Salvini – per traslazione colpevole di odio antisemita, di nuovo nazifascismo e di nazionalpopulismo, oltre che di razzismo – è proprio quella minuta e signorile vecchietta reduce dal campo di sterminio, Liliana Segre, non sappiamo quanto consapevole del suo ruolo. E allora, le persone che stanno al governo, e che vorrebbero portare la nostra nazione in una condizione di ‘crescita’ e di benessere, nonché di stabilità politica (a parole), e che poi nei fatti dimostrano d’essere ben altro, sono queste. Uno Zingaretti che sorride sempre e che ricorda che il PD ha salvato l’Italia dall’aumento dell’IVA – mentre l’IVA non sarebbe aumentata neanche con Salvini. Un Di Maio che, glissando sul suo ‘tradimento’ del compagno di governo, dichiara che facendo cadere il governo Salvini avrebbe voluto monetizzare il vantaggio elettorale che i sondaggi gli attribuivano, così ammettendo di essere comunque ancora in minoranza.

Il premier Giuseppi, mancato Cincinnato, che secondo alcuni ha diversi scheletri nell’armadio, e che dichiarò alla Vetrata che avrebbe fatto un governo ‘per’ qualcuno e non ‘contro’ nessuno, e invece non manca occasione per scagliarsi contro un Salvini che era stato al suo fianco fino all’ultimo, non subodorando il voltafaccia. Tra parentesi, quando stipulò il millantato accordo con Malta per i migranti ebbe a dire che aveva fatto più lui in un giorno che Salvini in sei mesi. Risultato: Malta manda le vedette libiche a respingere i barconi, e i migranti che arrivano ce li cucchiamo tutti noi, perché Merkel e Co. vogliono prima ‘vagliarne la qualità’. Avere strumentalizzato la figura di una reduce da Auschwitz-Birkenau per cercare di screditare un avversario politico, al punto di attribuirle una scorta (la tenga pure, oggi una scorta non si nega a nessuno, tranne a chi ne ha bisogno, come il colonnello Ultimo o il giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle BR sotto casa, definito ‘rompicoglioni’ dal ministro Scajola, per la sua insistenza nel chiederne una – proprio quel personaggio, Scajola, a cui hanno intestato un appartamento al centro di Roma ‘a sua insaputa’) denota il carattere delle persone e il loro progetto sinistroide. Vorremmo affidare il nostro futuro a persone così? Persone che non sanno se agitare la bandiera rossa e appoggiare i terroristi palestinesi; e che poi diventano filo ebraici quando si tratta di tacciare di ‘odiatore’ l’avversario politico? Personalmente farei un’altra scelta, ma questo è tacito. E comunque, è vero che ‘in amore e in guerra tutto è lecito’, come recita un proverbio. Ma è anche vero che a governare una nazione ci vogliono persone che abbiano principi sani e onesti; che siano al di sopra di ogni sospetto; e che, come diceva Cesare di sua moglie, non devono soltanto apparire onesti, ma devono esserlo. E qui mi sa che non ci siamo.

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Cronaca

Morte di Pierpaolo Pasolini, noi sappiamo chi sono i mandanti: a.a.a. cercasi Commissione Parlamentare d’Inchiesta

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Pierpaolo Pasolini e Mauro De Mauro due uomini legati dalla ricerca di una verità che forse è costata la vita ad entrambi: parliamo della morte di Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Eni, avvenuta il 27 ottobre del 1962, quando precipitò, a seguito di un attentato, dall’aereo che lo stava riportando a Milano da Catania.

Una fine, quella di Mattei, che secondo quanto affermato dall’onorevole Oronzo Reale trova il mandante in Eugenio Cefis, ex braccio destro all’ENI di Mattei, che pochi mesi prima dell’attentato era stato costretto alle dimissioni quando il presidente dell’Eni si sarebbe reso conto che Cefis era manovrato dalla CIA.

Eugenio Cefis, secondo quanto emerso da due appunti degli ex servizi segreti italiani civili e militari scoperti dal Pm Vincenzo Calia durante la sua inchiesta sulla morte di Mattei, è stato il fondatore della Loggia P2 e l’avrebbe diretta fino ai primi anni ’80 quando scoppiò lo scandalo petroli.
Pochi giorni dopo la morte di Enrico Mattei, Cefis viene reintegrato nell’ENI come vicepresidente per poi diventarne in seguito presidente. Cefis non fu mai incriminato ufficialmente.

In tutta questa vicenda ecco intrecciarsi i tragici destini, prima di Mauro De Mauro e poi di Pierpaolo Pasolini

Il primo, De Mauro, venne rapito e fatto sparire dalla mafia “perché si era spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Enrico Mattei” come si legge in una sentenza della Corte d’Assise del 2012. Tesi, quest’ultima, riferita anche dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta. Buscetta spiega che i boss mafiosi Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio furono coloro che organizzarono l’uccisione di De Mauro perchè stava indagando sulla morte del presidente dell’Eni e aveva ottime fonti all’interno di Cosa nostra.

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Il primo video servizio trasmesso a Officina Stampa del 7/11/2019

Il secondo, Piepaolo Pasolini, viene barbaramente ammazzato la notte tra il primo e il 2 novembre del 1975. In quel periodo Pasolini sta ultimando “Petrolio”, il romanzo sul Potere che la sua morte violenta gli impedì di terminare. Pasolini riprende quasi alla lettera ampi paragrafi di “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente” un libro-verità molto documentato firmato da un fantomatico Giorgio Steimetz, che arriva in libreria nel 1972, ma subito viene fatto sparire.

Una documentata inchiesta sul potentissimo e invisibile presidente di Eni e Montedison succeduto a Enrico Mattei: Eugenio Cefis, una delle figure più inquietanti e controverse della storia repubblicana.

Nelle sue mani – ha scritto il politologo Massimo Teodori – Montedison “diviene progressivamente un vero e proprio potentato che, sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti”.

Nel 1974 si scoprirà che il capo dei Servizi segreti Vito Miceli – tessera P2 n.1605 – quotidianamente inoltrava informative a Eugenio Cefis, quasi che il Sid fosse la personale polizia privata di Eugenio Cefis che poteva dunque monitorare politici, industriali, giornalisti, aziende pubbliche e private. Temi brucianti, che Pasolini tratta contemporaneamente sia nel romanzo Petrolio che sulle pagine del Corriere della Sera.

Petrolio esce come opera postuma incompiuta di Pierpaolo Pasolini e in stadio frammentario nel 1992. Una delle fonti di quel romanzo, in cui pare che Pasolini avesse delle rivelazioni sul caso Mattei, era proprio questo libro, ma il capitolo in questione, “Lampi sull’Eni”, venne misteriosamente sottratto dalle carte dello scrittore.

Una trama oscura che passa attraverso il libro che Pasolini stava ultimando, Petrolio, e la sceneggiatura per un film di Rosi sul Caso Mattei a cui Mauro De Mauro lavorava. Un puzzle intricato che passa attraverso la loggia massonica P2, i servizi segreti deviati e la lotta per il potere di personaggi senza scrupoli.

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Il secondo video servizio trasmesso a Officina Stampa del 7/11/2019

E’ la mattina del 2 Novembre 1975 quando Pierpaolo Pasolini viene trovato morto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Il poeta è stato massacrato di botte e investito più volte dalla sua stessa auto, un’Alfa Romeo 2000 GT.
Ad essere accusato dell’omicidio è Pino Pelosi, un ragazzo di diciassette anni arrestato dalle forze dell’ordine dopo essere stato fermato la notte stessa alla guida dell’auto del Pasolini.

Pelosi confessa di aver ucciso Pasolini perchè quest’ultimo voleva avere un rapporto sessuale non consensuale. Avrebbe quindi ferito Pasolini, per legittima difesa, con una mazza per poi finirlo passandoci sopra più volte con l’auto del poeta.
La ricostruzione di Pelosi, come accertato da autorevoli testimonianze esterne e pareri della magistratura, appare fin da subito distorta. Gli abiti del ragazzo non presentano tracce di sangue ed è ampiamente improbabile che un uomo della stazza di Pasolini non sia riuscito a difendersi contro un ragazzino.
La sentenza di primo grado a carico di Pelosi lo condanna quindi per omicidio volontario in concorso con ignoti. Ma chi erano questi ignoti?

A sorpresa, nel 2005, Pelosi ritratta e dopo esattamente 30anni, dichiara di non essere stato solo quella tragica notte.

La novità sostanziale che emerge dal racconto di Pelosi è che con lui non c’era una banda di ragazzini, ma uomini dall’accento siciliano non ben identificati, a bordo di un’auto targata Catania. Queste persone avrebbero massacrato Pasolini e il ragazzo sarebbe stato solo un capro espiatorio.
Un riscontro interessante al nuovo racconto di Pelosi è che nei giorni seguenti l’omicidio una telefonata anonima alla Polizia segnalò che la notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975 una macchina targata Catania seguiva l’Alfa di Pasolini.

Nel 2016 la dottoressa Marina Baldi, nota genetista forense, su richiesta dell’avvocato Stefano Maccioni, legale della famiglia Pasolini, ha valutato la perizia tecnico-biologica effettuata nel 2013 dal RIS di Roma, contenente i risultati delle analisi genetiche sui reperti in sequestro e forniti dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma.

Ebbene, sono emersi 5 profili genetici riconducibili a 5 soggetti ignoti di cui uno che, nel momento in cui c’è stato il contatto con la vittima era ferito, con ferita recente perché perdeva sangue.

La genetista Baldi nella sua relazione ritiene che si debba tentare di eseguire nuovi test con i campioni di DNA delle persone ignote individuate sui reperti, soprattutto alla luce delle novità in campo tecnico, come la Next Generation Sequencing (NGS) con amplificazione massiva parallela, che consente analisi di pannelli di geni di dimensioni inimmaginabili fino a qualche anno fa. Una realtà in campo scientifico che permette le associazioni di alcuni assetti genetici con alcune caratteristiche fisiche, quale colore degli occhi, della pelle, dei capelli ed alcuni tratti somatici.

E’ una verità che deve essere cercata, sia dal punto di vista giudiziario che dal punto di vista scientifico.

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