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Editoriali

Dalla Leopolda all’Ubalda, torna la campagna elettorale

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Guardando ciò che succede in questi giorni in politica, potremmo ben mutuare da Pirandello il titolo della sua commedia composta in pieno dopo grande guerra “Ma non è una cosa seria”. Assistiamo, da parecchi mesi, o anni – l’Italia è costantemente in campagna elettorale, un po’ come quegli automobilisti che ti tampinano da vicino, aspettando l’attimo per il sorpasso – alle varie sceneggiate trasmesse dalla tv, riportate sui media, e anche sostenute dai social, novità alla quale si sono rivolti i politici con grande prontezza.

 

Renzi – parliamo un po’ di lui – dopo avere organizzato una rete di ‘trolls’ volontari a costo zero, – sono quelli che su FB intervengono nelle discussioni denigrando gli avversari politici – ha gestito un profilo dal nome ‘Matteo risponde’, dal quale pare che cancellasse ogni commento negativo, cioè, praticamente, una cifra. Non abbiamo notizia del fatto che sia ancora attivo o meno, certo il treno gli avrà tolto parecchio tempo che avrebbe dedicato a Facebook. Oggi siamo tutti abituati al palcoscenico mediatico, da ‘Carta bianca’ a ‘Che tempo che fa’, da ‘In mezz’ora’, a ‘Uno mattina’. Eccetera. Giletti fucilato dalla Rai promette battaglia da La 7, Porro si sfoga sui giornali, la Gabbanelli è pronta a continuare le sue campagne, senza, questa volta, il controllo Rai. Bruno Vespa, con il suo ‘Porta a Porta’, dal canto suo, è quello buono per tutte le stagioni, quello che rimane sempre a galla perchè è sempre disponibile per i vincitori. D’altronde, come farebbe a presentare i suoi – a parere di chi scrive ndr. – inutili e noiosi libri, se non alla Rai, dove sabato scorso, di mattina, Tiberio Timperi gli ha dedicato dieci abbondanti minuti per la sua ultima creazione?

Pare che i libri di Vespa, che è arrivato a presentarli a Montecitorio, con Berlusconi a fianco, siano autoreferenziali, nel senso che interessano solo lui. Nei corridoi di via Teulada, e nei giardini di Saxa Rubra, i meglio informati sussurrano all’orecchio dei meno informati, che pare che sia più potente di Mario Orfeo, e anche di Costanzo e di Pippo Baudo. Ma queste sono chiacchiere di corridoio. Insomma, tutti questi mezzi di comunicazione ci trasmettono un unico messaggio: la campagna elettorale è quasi all’orgasmo.

Quanto più ci avviciniamo alla fatidica data, tanto più i protagonisti sono presi da crescente frenesia. Berlusconi che, perseguitato da una Magistratura ad orologeria per un ormai putrescente Ruby Ter – mentre la pulzella ormai più che maggiorenne si appresta probabilmente a diventare nonna – nega qualsiasi accordo con Renzi e il ‘suo’ PD; Renzi che fa altrettanto, negando ogni combine presente o futura con il Cav, – anzi, ex -; il M5S che nega ogni coinvolgimento con chicchessia, specialmente con la Lega – non più lombarda per motivi di opportunità: dove andranno a finire le sorgenti del patrio fiume, e i riti costà celebrati? Forse ne faranno tre, uno per il nord, uno per il centro, e il terzo sul Sele, per il sud.

Sullo sfondo vagano come anime in pena personaggi in cerca, non d’autore, ma di seggi, tipo Casini, Orfini, Alfano e frange di cespugli vari; mentre pare che Verdini abbia trovato rifugio sotto l’Ala protettrice del Berlusca, anche lui Quattrostagioni. Una cosa è certa: le preferenze degli Italiani – secondo i sondaggisti, impegnatissimi: quasi quasi sarebbe anche inutile andare alle urne – si divideranno in tre: ancora l’ormai decotto PD di Renzi – dove Emiliano che spera nei miracoli ha voluto rimanere – , la rediviva Forza Italia, con l’immarcescibile Berlusconi, e il M5S di Di Maio, new entry e per questo inviso a tutti. Senonchè, sia per il primo che per il secondo, il nemico da battere, il bersaglio comune è proprio Di Maio e il suo Movimento, sia da parte di B., che di R. A buon diritto si può immaginare che se nessuno dovesse ottenere il famigerato 40%, sia B. che R. potrebbero far fronte comune contro il M5S, in nome della governabilità, nel cui nome abbiamo assistito a molte e più gravi nefandezze.

 

Dalla Leopolda – che ricorda tanto un famoso film con la Fenech, solo che quella era l’Ubalda, ma non c’è tanta differenza – Matteo Renzi ha promesso – udite udite – ancora i famosi ottanta euro, da estendere alle famiglie con figli. Non s’è ben capito a chi fossero riservati prima. E qui, ci tocca proprio dirlo: ma che, vossignoria niente niente vuole ancora prendere l’esimio pubblico per quella parte del corpo poco nobile sdoganata come Lato B – con buona pace di Berlusconi, che in questo caso non c’entra – ma magari vorrebbe che di lui si parlasse anche nel contesto, secondo il motto americano ‘Parlatene anche male, purchè ne parliate’? Ed è offensivo pensare che gli Italiani possano ancora cadere in questa trappola elettorale. “Ragazzi, siamo in modalità campagna elettorale” ebbe a dire mesi fa don Matteo da uno dei tanti palchi da cui ci propina il Verbo. Volendo significare: basta litigare ora, prima andiamo al governo, e poi ricominciamo. Senonchè qualcuno meno paziente ha ricominciato subito, e qualcun altro è volato su altri nidi, non di cuculo. Mentre Bersani guarda ancora in corridoio per vedere se finalmente è arrivata la mucca. Un’altra indecenza è quella che M.R. continua a ripetere, a proposito del milione di posti di lavoro ‘censiti dall’ISTAT’: come a dire che se domani si dovesse scoprire che questa è una clamorosa bufala, la colpa sarebbe dell’Istituto di Statistica, e non del più noto don Matteo, bufale-maker peggio di Pinocchio.

Mentre nessuno guarda, qualcuno le bufale, le fake-news, se le fa in casa, per essere pronto a smentirle e dimostrare la slealtà degli avversari. Tornando all’ISTAT, la verità è che il 93% dei nuovi assunti lo sono a tempo determinato, mentre il restante 7% è la trasformazione di un contratto precario. Impazza ancora la clamorosa bufala renziana – quella sì – che magnifica la Buona Scuola, quando ormai è stata squalificata da tutti.

 

E questo è l’ennesino insulto alla nostra intelligenza. Pare poi che ci sia una carta segreta per la coesione dei sinistrocentrici, cioè lo Ius Soli, che, se approvato di notte e con l’ennesima fiducia, porterebbe – vai a capire per quali alchimie – all’unità delle frange del PD, fuoruscite, con il ceppo centrale del partito. Insomma, la campagna elettorale da noi non è una cosa seria – ma certamente non lo è in nessuna parte del mondo – finchè i candidati – mai termine fu meno appropriato – continueranno a prenderci per micchi. Il risultato è che B. un giorno sì e l’altro pure tuona contro Di Maio & Co; i quali, giustamente, non entrano in polemica, glissando su certe affermazioni. Renzi continua a stringere mani, creare gruppi di lavoro, scuole di politica – se te l’insegna lui, sta certo che duri poco – apparire in televisione, – è finito lo Zecchino d’Oro, e se l’e fatto scappare – indire congressi, per così dire, leggermente di parte: la sua; mentre tutte le contestazioni che don Matteo si è dovuto sorbire, i vari insulti e parolacce, seguiti da espliciti inviti ad andare non si sa bene dove a fare non si sa bene cosa, li abbiamo dovuti scoprire nei social, perché la Rai, bontà sua e di Mario Orfeo, li ha cestinati. Meglio poi non ascoltare i programmi, che dovrebbero rappresentare il motivo principe di una scelta. Fra elemosine di ottanta euro, promesse di mille euro alle pensioni minime, matrimoni gender, yoga insegnato a scuola, – Gentiloni dall’India – ci perdiamo in un mare di teorie ideologiche, o presunte tali, condite di demagogie in confezione spray.

 

Oggi la campagna elettorale si fa sui social, su Internet, meno nelle piazze – quasi per niente – e in televisione. La costante è il fiorire di bufale nelle bocche degli eleggendi, bufale elettorali (modalità campagna elettorale), i quali manca poco che si esibiscano in giochi per bambini deficienti, quali considerano che sia l’elettorato. Tornare ancora con gli 80 euro, è davvero una cosa inqualificabile, da Cottolengo – con tutto il rispetto per i ‘diversamente intelligenti’. Parlare ancora di un milione di posti di lavoro, altrettanto: ma li leggete o no, i giornali? Oppure l’ISTAT è anch’esso il Verbo rivelato? E un Berlusconi che dichiara di non voler fare pappa e ciccia con Renzi e il PD, che invece sogna ancora la ‘Grossekoalition’?

La grande sceneggiata è davanti a noi, sul palcoscenico virtuale dei mezzi di comunicazione, ma non tutti abboccano. Secondo l’ISTAT – appunto – meno della metà degli aventi diritto al voto: se il partito assenteista fosse costituito, andrebbe al governo in un batter d’occhio con più del 60%. Non è finita: Laura Boldrini ‘scende in campo’, come ebbe a dire Berlusconi nel 94, e questo era temuto, e come tutte le cose temute, si è avverata. Ha già cominciato con un noioso – a sentir chi c’era – comizio in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, tema che , scusate il bisticcio, temiamo sarebbe uno dei suoi leit-motiv politici. Grasso, da par suo, sta alla finestra, ma non si espone. Da buon siciliano e ‘omo de panza’, aspetta il momento propizio. Certo, l’aver lasciato il PD con un pretesto banale – poteva accorgersi prima che non corrispondeva più a nulla, se non a Renzi – in un momento politico particolare, denotava un segreto proposito, staremo a vedere. Probabilmente, anzi certamente, avremo in Parlamento anche un nuovo partito, quello islamico. Ci proporranno leggi coraniche? La Sharia? La Jihad? Non è dato ancora di sapere, vedremo. Allora, tra residui di magazzino rispolverati ad hoc, gente ‘di sinistra’ messa in freezer e scongelata, o ritirata dalla politica, un Prodi un po’ più grigio, mai stanco d’esser trombato dai suoi, un Berlusconi che, nonostante tutto, mostra i segni del chirurgo plastico, e un M5S sul quale molti hanno grossi dubbi, la campagna elettorale va avanti, novella Arca di Noè, senza sapere dove approderà. Ma non è una cosa seria. A voi sembra una cosa seria? L’unica cosa seria è il destino degli Italiani, che hanno da risolvere ben altri problemi, che quelli che affliggono i nostri politici. Secondo i quali, ahimè, questa non è una cosa seria.

 

Roberto Ragone

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Querele temerarie, a chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”

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Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero

Ci sono giornalisti che ammiro perché timbrano il cartellino e non si sentono neppure in dovere di fare i conti con la propria coscienza quando qualcuno si rivolge a loro per sottoporgli “un caso” e loro fanno spallucce e lasciano stare. Vivono sicuramente meglio perché in realtà non fanno alcun servizio concreto alla collettività che ogni tanto si aspetta che qualche professionista dell’informazione sollevi quel tappeto polveroso e ricerchi la verità sostanziale dei fatti nell’interesse di una comunità che ha il diritto dovere di essere informata.

Una premessa per dire che la sottoscritta, iscritta all’ordine dei giornalisti, categoria Professionisti, tessera numero 083762, si sente lesa nei suoi diritti inviolabili. Mi sento messa a tacere da chi ha le spalle più larghe di me, da chi non vuole giornalisti “rompipalle” tra le scatole.

Tutti gli avvocati che ho sentito mi dicono che la persecuzione va provata ma il puzzle è difficile, ci vuole tempo, i giudici devono crederci e allora il desiderio di giustizia e la sana voglia di continuare a fare il mio mestiere sembra volermi abbandonare sempre di più.

Mettiamo un piccolo comune in provincia di Roma dove mi sono spostata con la mia famiglia nel 2005. Arrivo e Nemi è un paesino meraviglioso, sembra una piccola Svizzera innevata (siamo arrivati a dicembre, era pressappoco la Vigilia di Natale quando abbiamo messo piede in casa). In quella cornice pulita, verde e che infonde serenità decidiamo di fermarci. Proprio lì muovono i primi passi i nostri figli, proprio da lì inizia il mio percorso per diventare giornalista.

Non sò se è stata più la voglia di far emergere situazioni, di voler fornire un servizio a quella che era la mia comunità adottiva ma inizio a scrivere, senza paura delle ripercussioni. Le prime querele nei miei confronti le firma il sindaco di Nemi Alberto Bertucci per una serie di motivi tra cui probabilmente la presa d’atto che non sarei stata mai una “brava giornalista”.

Il Comune di Nemi, ovvero i cittadini, hanno iniziato ovviamente a pagare le spese legali (non sarebbe stato meglio lasciar perdere?). Tra i primi articoli ne scrissi uno di cronaca che diceva semplicemente che il cimitero era chiuso durante un giorno festivo, una settimana prima della commemorazione dei defunti. Misi anche la foto del cancello chiuso a corredo dell’articolo ricco di dichiarazioni di chi era andato al cimitero e non aveva potuto portare i fiori. Scrissi quell’articolo 9 anni fa, il 28 ottobre 2012, decidendo di dare voce ai cittadini che mi chiamarono per denunciare il fatto. Fu il primo di una lunga serie che mi portò a ricevere tanta attenzione da parte dell’attuale amministrazione. La querela fu archiviata perché ovviamente il fatto era vero.

Nel frattempo, a darmi il benvenuto, un vicino di casa, grande elettore e amico del sindaco decise di farmi una serie di esposti chiedendo di verificare se l’abitazione che avevamo comprato fosse in regola con il distanziamento dai confini, l’utilizzo della cantina…ecc.

A spingerlo a fare esposti, forse le segnalazioni di movimenti di terra sul costone del lago sempre segnalatoci (anche mio marito ha sempre seguito l’attività del giornale) dai residenti. Segnalazioni a cui demmo voce, ci furono controlli e in quel caso se ne occupò anche l’autorità competente. Poi demmo anche voce al comitato I Corsi che chiedeva di saperne di più su una lottizzazione nella zona. Prima regola di un giornalista “gobbo” mai dare voce alle minoranze, mai rompere piuttosto meglio raccontare che Nemi è praticamente perfetta grazie a chi l’amministra.

Ricordo quando entrarono in casa nostra le forze dell’ordine: sembrava di essere in un film. Misurarono tutto, entrarono dappertutto, quasi come se nascondessi qualche carico di stupefacente o un pericoloso latitante. Anche quella fu una forte pressione da sopportare. Ma più pensavo dentro di me che qualcuno stesse abusando del suo potere e più mi convincevo che scrivere sarebbe stato il mio antidoto. Credevamo di fare la cosa giusta ma non sapevamo che ci saremmo scontrati contro forze ben più grandi.

Quel periodo la moglie di questo vicino mi scrisse dei messaggi di minaccia a me e alla mia famiglia. Querelai per paura di ripercussioni ma poi persone vicine mi convinsero a rimettere la querela, “in fondo non era poi un atto così grave, c’era d’aspettarselo visti gli articoli”.

Sempre nel 2012 o giù di lì (molte cose le ho volute rimuovere per non lasciarmi fagocitare) purtroppo per me che avrei dovuto dare la notizia, arrivò l’imputazione e poi il rinvio a giudizio e poi il processo per turbativa d’asta e frode nei pubblici incanti per il sindaco di Nemi Bertucci. Un lungo processo terminato soltanto tre anni fa circa con la prescrizione. Senza che si sia chiarito nulla. Puff… il tempo ha cancellato tutto.

Era Aprile del 2013 quando all’epoca scrivevo sul quotidiano Il Tempo come collaboratore per la cronaca di Roma e Metropoli. Dopo diversi accertamenti e segnalazioni scrissi su Il Tempo: “Stipendio doppio per il sindaco Ma non gli spetta”. Approfondii il caso su questo quotidiano L’Osservatore d’Italia. Naturalmente il sindaco Bertucci non querelò il quotidiano Il Tempo per l’articolo da me firmato ma querelò sempre e soltanto me e il mio giornale per diffamazione. In seguito la Procura della Corte dei Conti chiese in merito al sindaco Bertucci la restituzione di somme “indebitamente percepite” ma poi non si seppe più nulla neppure di questa vicenda se nonché dovemmo difenderci con l’avvocato anche da questa causa, finita poi in prescrizione. E pure qui, nonostante le interrogazioni dei consiglieri di opposizione, non si è mai avuta risposta sulle successive attività amministrative.

Proseguo o devo fare un inciso su tutta la pressione che abbiamo dovuto sopportare soltanto per aver svolto il nostro lavoro? E poi volendo parlare dell’enorme esborso economico: migliaia di euro contro pochi spiccioli pagati per gli articoli scritti. L’unica grande consolazione è aver agito con la schiena dritta e senza che nessuno, nonostante i biechi tentativi, ci zittisse. Abbiamo scritto e detto e io, in fondo in fondo, ho sempre creduto che a proteggerci fosse la buona fede, la professionalità e soprattutto gli articoli 3 e 21 della Costituzione italiana che dovrebbero tutelare soprattutto chi sceglie di fare un mestieraccio come il giornalista di inchiesta.

Proseguo. Seguimmo una inchiesta sugli Ncc a Nemi che 8 anni fa portò ai sequestri di licenze a 8 persone che le avevano ottenute con false attestazioni. Un’altra operazione innescata con gli articoli de L’Osservatore D’Italia.

Sette anni fa denunciammo insieme a coraggiosi cittadini di Nemi la volontà di costruire delle ville nel Parco (ai Verbiti). Abbiamo scritto innumerevoli articoli con fotografie e atti. Quattro anni fa i carabinieri hanno definitivamente chiuso il caso e sequestrato il complesso.

Intanto ancora interrogativi in paese e la gente chiede spiegazioni. Tra una querela e uno sgambetto, il Comune ha addirittura acquisito l’intonaco esterno della mia abitazione. Poi, il macigno. Arriva un progetto dal nome inglese. Nel 2017 questo progetto prende un finanziamento dall’Europa di oltre due milioni di euro, tramite Horizon. In concomitanza con l’arrivo del finanziamento, molti cittadini di Nemi ci segnalano una moltitudine di acquisti immobiliari sul territorio da parte di “stranieri”.

Avremmo potuto girarci dall’altra parte e fare finta di nulla. Ma ancora una volta ci siamo chiesti: è giusto ignorare le tante segnalazioni? Fatti i doverosi accertamenti, qualche anno per accumulare visure, dichiarazioni, atti e interviste per poi pubblicare quattro articoli, soltanto la minima parte di quanto avevamo acquisito, gli unici articoli totalmente supportati da visure catastali e carte che ne comprovassero l’attendibilità. Circa un anno fa pubblichiamo la notizia: dalle visure emerse che gli stranieri che in poco tempo avevano acquistato 12 immobili figuravano anche nel progetto beneficiario dei fondi europei. Non abbiamo trovato solo questi elementi ma altri particolari che abbiamo preferito non pubblicare perché li ritenevamo “pesanti”, cose che poveri giornalisti di un “giornalino online” non avrebbero potuto sostenere. Così, abbiamo ritenuto di affidarci alle autorità competenti.

La Guardia di Finanza ha fatto accertamenti, consegnato di recente in Procura un fascicolo con delle rilevanze che non sappiamo che fine faranno e se verranno prescritte ma intanto, la signora straniera presente negli articoli, anziché ricorrere al diritto di replica, alla rettifica oppure anziché accogliere la mia richiesta d’intervista per fare chiarezza ha iniziato uno dei più pesanti affronti alla libertà di stampa: ha presentato due querele penali per diffamazione e mi ha citata in sede civile chiedendomi 100 mila euro di risarcimento per presunti danni che avrebbe avuto a causa dei quattro articoli che abbiamo scritto.

Il giudice ha respinto le richieste della straniera tra cui la richiesta dei 100 mila euro e la richiesta di cancellare gli articoli, ha riconosciuto la fondatezza delle informazioni degli articoli ma ha rilevato che in alcuni passaggi io abbia “superato la continenza”, ovvero abbia in qualche modo indotto il lettore ad avere dubbi sulla liceità della loro azione. Abbiamo rispettato la sentenza e stiamo pagando le spese legali pari a circa 11 mila euro.

Ben 500 euro al mese per aver detto cose vere ma secondo il giudizio del giudice civile le abbiamo dette male o meglio avremmo potuto dirle meglio. Ebbene, non siamo ancora nella fase del primo grado, l’ordinanza del giudice civile che ci condanna alle spese legali è di settembre e qualche giorno fa, tanto per rimanere in tema di “querele temerarie”, la signora straniera ci ha citati in giudizio davanti al giudice ordinario civile chiedendoci 500 mila euro (nel frattempo la somma è lievitata) perché le abbiamo cagionato delle perdite di commesse, dei danni economici oltre che psicologici.

La signora, che quasi ogni giorno vediamo sorridente a Nemi e che si beffa di noi insieme a un suo stretto amico (di recente qualcuno ha anche scritto qualcosa di poco edificante su un muro) nel suo ufficietto con il suo business perché è una imprenditrice, nel frattempo a luglio ha aperto anche un’altra attività e sempre insieme all’altro “straniero” con qui ha comprato i 12 immobili. La signora ha rinunciato agli utili della società in favore del suo socio che paga le tasse in un altro Paese.

Nel frattempo abbiamo affrontato altre spese legali per fare un reclamo rispetto all’ordinanza del giudice civile che ci condanna a spese legali per noi insostenibili soltanto perché a suo avviso abbiamo superato la continenza pur dicendo cose vere. L’udienza per il reclamo si terrà il 10 gennaio prossimo.

Ad Aprile ci aspetta la prima udienza per difenderci da una richiesta di 500 mila euro e nel frattempo stiamo pagando 500 euro al mese di spese legali. La legge sulle querele temerarie (che permetterebbe un canale giudiziario diverso) è ferma in Senato perché alcuni partiti sono contrari alla tutela dei giornalisti rispetto richieste esagerate di risarcimento economico soltanto per cercare di fermarli. Nel frattempo mio marito è stato querelato dal sindaco Bertucci perché da amministratore del gruppo Facebook Nemi Notizie ha pubblicato una domanda rivolta al primo cittadino formulata da uno sconosciuto che voleva avere chiarimenti. Sarebbe colpevole di aver permesso che una persona formulasse questa domanda. I primi giorni di dicembre si terrà l’udienza.

Questo articolo o meglio commento personale che ho scritto è in realtà una richiesta di attenzione per una categoria messa in ginocchio. I giornalisti che scavano, che ascoltano le segnalazioni che ci mettono la faccia e scrivono nero su bianco anche le cose più indigeste.

La signora straniera, oltre al mezzo milione di euro, ha chiesto che mai più e per sempre non si parli del progetto e di lei.

Devo dire che il desiderio di gettarci tutto alle spalle c’è perché al netto di tutto quello che è successo mi ritrovo con una pressione addosso troppo sproporzionata rispetto al beneficio del diritto dovere di informare la cittadinanza. Il servizio pubblico costa troppo. Meglio parlare di ricette di cucina, del fatto che a Nemi non esiste il Covid o che sia stata trovata la terza nave o fatto causa alla Merkel.

Noi giornalisti siamo esseri umani in carne ed ossa, anche non volendo, forse, esprimiamo dei sentimenti ma ciò che ci spinge a scrivere è soltanto l’interesse di fornire un servizio alla collettività.

Se la signora avesse davvero voluto che non si parlasse del progetto avrebbe potuto rispondere semplicemente a delle domande senza chiedere cifre stratosferiche a una professionista e madre di famiglia. E io non posso permettermi perizie sui danni morali che mi stanno cagionando. Non so’ fin quando potrò permettermi di pagare le spese legali per difendermi, per il momento lo facciamo a testa alta perché fortunatamente lavoro e sono una apprezzata professionista.

Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero. Mio padre che non c’è più mi ha sempre detto che da piccola avevo una postura retta. Camminavo con il viso alto e la schiena dritta. Oggi non mi vergogno di guardarmi allo specchio e quando entro al Tribunale per parare i colpi penso che alla fine la giustizia e la verità avranno la meglio.

Il dieci gennaio e ad aprile prossimo non sarò da sola perché faccio parte di una rete di persone di valore che credono nei principi fondamentali della nostra Costituzione. E comunque vada il verdetto lo rispetterò, sicura che la vita è una ruota che gira e che se semini bene raccogli infinite soddisfazioni. Al netto di tutto mi considero molto fortunata perché nonostante gli “schiaffi” ricevuti da persone senza scrupoli ho tanta forza e tanta fede. Il benessere non ha prezzo ma confido nelle azioni delle persone oneste che siedono al vertice dell’Ordine dei giornalisti, del sindacato di Stampa Romana, di Articolo 21, del Governo, affinché la voce afona di chi fa inchiesta non venga sottaciuta da richieste economiche impossibili. Per chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”.

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Lucarella: “Tre mosse auspicabili per cambiare la giustizia e il volto del Paese. Ma serve la politica”

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La riforma Cartabia ha dovuto fare i conti con quel che rimaneva in piedi della c.d. “Bonafede” e il Governo Draghi si appresta, anche in vista dei primi passi post delega fiscale, ad intensificare gli interventi normativi in ambito giudiziario.

Il comparto giustizia, come risaputo, è anche motore di sviluppo e, traduzione economica vuole, condiziona nel bene o nel male la vita quotidiana, l’andamento del PIL, ecc.

Abbiamo voluto sentire su questo tema l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, saggista ed attento conoscitore delle dinamiche politiche.

“Indubbiamente il Min. Cartabia sta facendo il possibile stando a quanto, come ho avuto modo di dire qualche mese addietro, l’Unione Europea ci obbliga a fare dal 2016 in special modo con la direttiva sulla non regressione delle tutele e garanzie per gli imputati.

D’altronde nella relazione della Commissione Lattanzi quest’ultimo passaggio è stato evidenziato. Diciamo che intervenire sulla dinamica della prescrizione era un atto dovuto da parte del Governo Draghi e il Ministro della Giustizia, certamente, non si è sottratta alla chiamata di responsabilità.

Il vero problema sarà nella prossima legislatura perché, al netto di questi primi interventi di restyling, c’è da capire quale visione di Paese si voglia mettere a disposizione degli italiani.

Sarei dell’idea che almeno su tre fronti si possa ulteriormente intervenire, ma servirà una politica coesa, consapevole delle sfide e, soprattutto, pronta a confrontarsi con alla base un pensiero di nuova prossimità al cittadino considerando gli inediti assetti che si creeranno a seguito del taglio dei parlamentari.

Al di là di ciò che si sente ormai da mesi (se non anni), come ad esempio la separazione delle carriere, tempi della giustizia, ecc., penso a tre cose:

– costituzionalizzazione della giustizia tributaria e, al contempo, migliorare i Principi di Giusto processo con integrazioni specifiche;

– rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale legandola ad una riserva di legge (escludendo reati medi e di grave entità);

– strutturazione, presso la Corte Costituzionale, di una sorta di ufficio delle pregiudiziali e delle incostituzionalità a cui i cittadini possano ricorrere direttamente (ovviamente ciò implica, evitando la genesi di fatto di un soggetto in sé pletorico, un ridisegno del numero e/o delle funzioni sul fronte del già costituzionalmente previsto atteso che buona parte dell’ingolfamento contenzioso, oggi in mano ai giudici delle leggi, riguarda i famosi conflitti di competenza tra Stato e Regioni attesa la riforma del Titolo quinto di vent’anni fa). 

Ma senza investire sulla formazione e sulle carriere sin dal momento universitario (anche se sono convinto si possa addirittura intervenire prima e cioè sulle scuole), non si può sperare molto.

Occorrono almeno 20 anni per portare a frutto la complessa opera di ridisegnamento di un sistema come quello giudiziario italiano.

Tuttavia, a monte ci deve essere la buona volontà perché non si può pensare solo ad ingolfare la magistratura di leggi. Ecco, questo è un altro elemento da considerare. Occorre snellire il quadro normativo il più possibile e miglioralo dove c’è bisogno. Ci si può ancora fossilizzare sul concetto che il cittadino possa avere a che fare con migliaia di norme, regolamenti, ecc. per fare qualcosa? Così si rischia che non la faccia più o, peggio il contrario, che cada per forza di cose in situazioni non legittime o lecite. E questa è anche una questione che interferisce con il realismo lavorativo e, di riflesso, sul Pil.

La giustizia è un tema sul quale non si può più temporeggiare. Ne va della credibilità del Paese anche difronte alle sfide del PNRR”.

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Perché Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi?

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La condanna di Mimmo Lucano è arrivata a una quantificazione pari al doppio di quella dell’accusa. Alla fine è stato infatti condannato per la commissione di 16 reati e, nel caso in cui si profilino le caratteristiche del reato continuato, ovvero della commissione di diversi reati accomunati da un medesimo disegno criminoso, il calcolo della pena viene effettuato tenendo presente la pena del reato più grave che potrà essere aumentata dal giudice fino al triplo.

In questo caso il reato peggiore contestato è quello di peculato. Questo reato si ricorda consistere nell’appropriazione di denaro o cosa mobile altrui in ragione della propria funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti questa tipologia di reato è stata commessa dall’imputato in vari episodi, con l’aggravio del fatto che il danno costituisse una rilevante entità.

Un reato, purtroppo, tra i più diffusi tra coloro che esercitano pubbliche funzioni, tanto da indurre di recente il legislatore ad introdurre pene più severe, con l’emanazione della legge n. 190 del 2012 prima, e della legge n. 69 del 2015 dopo, che hanno fatto passare, infatti, la pena minima da tre a quattro anni e la massima da dieci anni a dieci anni e sei mesi. Quindi si presume che il computo della pena per Mimmo Lucano non sia stato fatto tenendo come base di calcolo il minimo (quattro anni) moltiplicato per tre, ma che sia stata utilizzata una base di calcolo più alta, anche in ragione della natura degli aggravi degli altri reati ad esso ascritti.

Si ricorda che l’accusa aveva chiesto una condanna di 7 anni e 11 mesi, per i reati, tra gli altri, di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e associazione a delinquere e concussione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quest’ultimo reato, era il più grave secondo i PM. Per la concussione, infatti, la pena va da sei a dodici anni. Ma il Tribunale ha assolto l’imputato da questo reato, riconoscendo come reato più grave, quindi, quello di peculato.

Tra gli altri reati più gravi, per cui il Lucano è stato dichiarato colpevole sono: abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere.

Per i giudici di primo grado, i fatti contestati e posti alla base della condanna scaturiscono da una complessa attività di indagine che ha visto l’ex sindaco di Riace adoperarsi nel combinare matrimoni con il solo fine di far ottenere la cittadinanza a soggetti extracomunitari e per aver messo a disposizione di questi ultimi delle case abbandonate e poi recuperate. Altra accusa era relativa all’affidamento diretto di appalti per la raccolta dei rifiuti alle cooperative Eco-Riace e L’Arcobaleno, per il periodo che va da ottobre 2012 fino all’aprile 2016, senza che fosse stata imbandita una gara d’appalto e senza che le due cooperative fossero iscritte negli albi previsti dalla legge.

Si tratta di una sentenza di primo grado e destinata da ora a raggiungere la Corte di Cassazione. Non sono da escludere colpi di scena per i successivi gradi di giudizio. La pronuncia sulla questione Lucano ha fatto chiaramente molto rumore da un punto di vista politico, nonché mediatico e l’interesse nazionale sulla questione è molto alto perché si sentono tirati in ballo gli ideali contrapposti tra chi si ritiene aperto alle politiche di accoglienza e chi invece preferisce chiudere i confini al prossimo.

In definitiva si può dire che la questione è assai delicata perché da un punto di vista prettamente tecnico-giuridico quello che viene preso in considerazione non è il fine morale dell’operato (suscettibile quindi di una valutazione ideologica) ma la commissione di fatti previsti dalla legge come reato.

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