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Editoriali

L’Italia, il paese “presunto: guai a parlar male dei migranti

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Avere le prove, come ha sostenuto ‘Libero’, di quello che si è pubblicato, non è sufficiente per chi vuol tenere questa nazione sotto un ombrello di ‘presunta’ protezione, orientando l’informazione a suo favore

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di Roberto Ragone

Non ho mai sentito, fino ad oggi, che un quotidiano sia stato denunziato per procurato allarme, ma tant’è, l’Italia si distingue anche in questo.

Due testate, Il Tempo di Roma e Libero sono state denunziate appunto per quel reato, senza tener conto del fatto che un quotidiano serio e un giornalista serio – e non abbiamo motivo di credere il contrario – pubblicano notizie di cui hanno in mano prove concrete.

Questi i fatti: ambedue i quotidiani in questione hanno, in questi giorni – come altri hanno fatto più timidamente – pubblicato la notizia che la recrudescenza della presenza della zanzara della malaria da noi – lasciamo ad altri i termini più scientifici – sia dovuta al massiccio arrivo sulle nostre coste di ‘migranti’, sia economici che non, tutti catalogati sotto la voce ‘richiedenti asilo’, e tollerati per anni in Italia, in attesa che una burocrazia elefantiaca e al limite del ricatto di potere, decida della loro sorte. Se poi tali personaggi risulteranno inidonei all’accoglienza, potranno comodamente fare ricorso contro la sentenza, rimanendo qui da noi sine die. Oppure anche con il decreto di espulsione in tasca, un foglietto che non fa paura a nessuno, stante l’incapacità delle nostre istituzioni a metterlo in pratica.

Dicevamo che l’Italia è un paese ‘presunto’, e chi si dovesse azzardare a dire il contrario, sarà immediatamente denunciato all’Autorità Giudiziaria. Presunti sono gli assassini e stupratori anche se rei confessi, fino al terzo grado di giudizio, presunti coloro che commettono ‘femminicidio’ – neologismo bruttissimo, cacofonico, sessista e discriminante, del quale propongo l’abolizione immediata per acclamazione popolare – , presunti i ladri, gli scippatori, i malversatori, i ricattatori, i mafiosi, e tutti coloro che commettono reato anche se rei confessi: davanti alla legge nessuno è colpevole se non dopo la sentenza di Cassazione passata in giudicato. È ridicolo sentir leggere alcuni Tiggì, durante i quali si sbandiera il termine ‘presunto’, pur in presenza di arresto in flagranza di reato. Siamo un paese dai muri di gomma, come nel caso dei vaccini. È reale, a questo punto la ‘presunzione’ del fatto che la spinta autoritaria sulle vaccinazioni sia dettata ‘anche’ da interessi economici delle società farmaceutiche: ricordiamo i clamorosi flop a proposito dei vaccini contro l’aviaria e la mucca pazza, che ha portato la ditta produttrice ad immagazzinare milioni di dosi invendute. Ma non possiamo ignorare che da fonti autorevoli siano venute voci di dissenso, forzatamente anonime perché minacciate da una presunta ‘lex ad personam’ che avrebbe portato la radiazione dall’albo nazionale del medici. Insomma, a proposito della malaria, le voci si inseguono e si contraddicono, secondo i canali tv e i quotidiani che le riportano.

Avere le prove, come ha sostenuto ‘Libero’, di quello che si è pubblicato, non è sufficiente per chi vuol tenere questa nazione sotto un ombrello di ‘presunta’ protezione, orientando l’informazione a suo favore. Guai a chi tocca i ‘migranti’, – quelli, non ‘presunti’-  e guai a chi sbandiera ai quattro venti notizie che possano nuocere loro. Già dal principio di questo esodo migratorio s’era detto e scritto che essi portavano malattie da noi ormai estinte,come la tubercolosi, la scabbia, il morbillo  – ho avuto il morbillo, e non sono morto: perché quello di oggi invece è così violento?- : ma guai a chi debba dichiarare che con gli africani è arrivato anche il contagio di una forma letale di malaria. I nostri ospiti, dei quali la Bonino ha finalmente dichiarato che siamo stati noi – cioè ‘loro’ – a volerli tutti qui, e allora la manfrina dei respingimenti si è scoperta, insieme all’ipocrisia e alle menzogne di una certa classe dirigente; i nostri ospiti devono essere accolti, coccolati, nutriti, ospitati in case confortevoli con televisione e ‘cibo buono’: evidentemente non quello di cui si nutrono – quando possono – gli Italiani. Vorrei tanto sapere cosa questa gente considera ‘cibo buono’, visto che i vassoi di pastasciutta sono gettati nei cassonetti, dove poi alcuni Italiani li vanno a recuperare. Viene da pensare che al loro paese mangino aragoste e caviale, oppure che abbiano capito che qui possono fare il bello e cattivo tempo, basta andare in piazza a urlare con quattro cartelli sgrammaticati, e il governo si muoverà; non mandando contro di loro la polizia, – riservata a quelli degli Italiani che difendono i propri diritti – ma aderendo alle loro richieste campate in aria. Abbiamo infatti sentito più volte anche Bergoglio parlare di ‘presunti’ diritti umanitari di questa gente, ma mai nessuno ha messo il focus sui loro sacrosanti ‘doveri’.

La malaria in Italia non faceva più paura, come pure il meningococco, di recente riaffacciatosi in maniera preoccupante – e chissà da dove viene. Delle malattie veneree non parla nessuno, ma c’è da pensare che siano anch’esse presenti. Quindi, proibito parlar male dei migranti: non portano la malaria, non portano alcuna malattia, sono sani come pesci; non violentano le nostre donne – e che, gli Italiani non fanno forse la stessa cosa, anzi, più di loro, mescolando violenze carnali a violenze domestiche? – non le molestano per strada. Eccetera eccetera. Sono ‘risorse’, come li definisce la Boldrini: di che, non s’è capito. Né s’è capito quale sarebbe la cultura che portano e a cui ci dovremmo abbeverare per arricchirci. Nessuno s’è accorto, o ha fatto finta di non vedere, che in Italia – oggi per avventura i flussi sono diminuiti, anche se non di molto – arrivano spesso donne senza marito all’ultimo mese di gravidanza, e che la maggior parte di loro partorisce quasi subito, sulla nave che l’ha raccolta, o sulla banchina del porto. Calcolando i tempi di ‘detenzione’ in Libia, c’è da pensare che il padre del bambino sia uno dei carcerieri, per violenza, o promettendo che l’arrivo in quelle condizioni avrebbe comportato una migliore accoglienza, e magari vitto, alloggio e lavoro. Così, con il famigerato ‘ius soli’ – sul quale il governo, elettoralmente, ha fatto marcia indietro, salvo poi a ripresentarlo boldrinianamente ad elezioni avvenute – avremo sul nostro suolo tanti piccoli figli di delinquenti, mercanti di carne umana, sfruttatori delle miserie altrui. Una bella genìa per un paese con le nostre tradizioni, in special modo se i figli avranno lo stesso  carattere dei loro padri.

Allora, tornando a ‘Il Tempo’ e ‘Libero’, ‘Tutto va ben, madama la marchesa’: cioè tutto ‘deve’ andar ben, per legge e volontà politica di chi comanda; un modo di dire adottato nel Ventennio, da cui è nata anche una canzoncina pubblicitaria, un ‘jingle’, che ricordo da Carosello. Infatti, durante quel famigerato periodo le notizie pubblicate dovevano rigorosamente essere positive. Par d’essere – presuntamente – tornati a quei tempi, basta sostituire l’espressione ‘procurato allarme’ con ‘disfattismo’.

 

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Editoriali

Legittima difesa, Tagliente: “Tenere distinti detenzione e porto d’armi dalla legittima difesa per la quale sono necessari correttivi sul piano normativo”

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Di legittima difesa ci siamo più volte occupati su queste colonne, in special modo quando l’interpretazione del giudice risultava palesemente contro il sentire comune, anche se attinente alla legge. Difendersi, o meglio, essere costretti a farlo, in casa propria o nella propria attività commerciale, da un assalto micidiale, del quale è impossibile conoscere l’esatta portata; e doverlo fare decidendo in poche frazioni di secondo, avendo da una parte l’incolumità propria e quella della propria famiglia, e dall’altra la prospettiva di veder distrutta la propria vita, e tutto ciò che si è costruito nel corso degli anni, non è un fatto degno di un Paese che si proclama civile e democratico.

Purtroppo la storia più recente ci insegna che più volte questo è accaduto. Come anche è accaduto, e ancora accade, che persone anziane, prede più facili, vengano aggredite e il più delle volte uccise per pochi spiccioli, senza avere alcuna possibilità di difesa. Magari da chi il giorno dopo è già irreperibile, e non verrà mai punito. Il grande dilemma dell’uomo onesto è quindi quello di avere o no la possibilità di proteggersi adeguatamente, senza correre il rischio di soccombere, lui vittima, di fronte ad un aggressore, notturno o diurno. E di vedersi condannare in tribunale non solo ad una pena detentiva, ma anche ad un risarcimento che nella realtà dei fatti premia oltremodo e assurdamente un’attività delinquenziale; come se lo Stato dichiarasse che il buono della situazione è il rapinatore!

In questi giorni è successo che l’Associazione Nazionale Magistrati ha contestato la proposta di legge di Forza Italia, dichiarando che la legge oggi in vigore è ‘sufficiente’, e quindi che non occorrono correttivi. Vorremmo sapere cosa ne pensano gli onesti cittadini che hanno dovuto subire per anni un calvario giudiziario, assolti dopo anni di processi e di umiliazioni, e dopo l’esaurimento di ogni risorsa economica. Purtroppo nelle dichiarazioni dell’Associazione Nazionale Magistrati abbiamo ritrovato accenti che già ben conoscevamo, e che erano, all’epoca, giustificati da una precisa posizione politica. Parlare di ‘Far West’ e di ‘giustizia fai da te’ sono stilemi propri della vecchia amministrazione, e mal s’addicono ad un organismo autonomo come quello della Magistratura, che, notoriamente non ha il compito di far politica.

Personalmente riteniamo che i punti dolenti siano essenzialmente due: eliminare l’eccesso in legittima difesa – un evidente ossimoro, una contraddizione in termini: come fa la difesa ad essere legittima se vi è un eccesso? – soprattutto nel punto in cui s’invoca una proporzionalità della difesa nei confronti dell’offesa, in un momento che dobbiamo considerare di massima concitazione, e quindi l’assenza della capacità di giudicare con equilibrio. Non si capisce oltretutto da cosa e con cosa, e secondo quali parametri tale giudizio dovrebbe essere assunto. Il secondo punto è considerare l’aggressore come quello che è, un delinquente che con il suo atto rinuncia a tutti i diritti di una persona comune, mettendosi dalla parte del torto, e affronta il rischio di perdere la vita o l’incolumità fisica, senza la possibilità di ricevere risarcimenti in sede civile, né lui né i suoi parenti. Quanto all’armarsi con facilità, questo non è mai stato chiesto. Nel proposito abbiamo, questo è evidente, leggi sufficienti e atte allo scopo di evitare abusi. Lasciando da parte ogni altra elucubrazione tirata per i capelli.

Abbiamo raccolto, nel merito, il parere autorevole del Prefetto dottor Francesco Tagliente, una persona che ha sempre dimostrato equilibrio e grande competenza e autorevolezza negli argomenti inerenti la pubblica sicurezza. Ecco quanto ci ha dichiarato.

“Premetto che il tema delle armi è delicato e complesso anche per gli addetti ai lavori e che bisogna tenere distinti la detenzione e porto d’armi dalla legittima difesa. Condivido la preoccupazione del presidente dell’Anm Francesco Minisci per il “rischio giustizia fai da te” e che la legge attualmente operativa “è sufficientemente chiara e copre tutte le evenienze che si possono verificare”; ma questo solo per quanto attiene al porto d’armi e alla detenzione. E’ necessario evitare il rischio di apertura alla possibilità indiscriminata di acquistare le armi. Diverso è il discorso per la legittima difesa. Condivido che bisogna garantire al cittadino che si difende in casa propria di non avere strascichi giudiziari. Bisogna far sì che chi si è difeso legittimamente non debba essere vittima due volte. Se si avverte più paura e voglia di armarsi; se siamo arrivati al punto che il 39% degli italiani, quasi uno su 4, è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale, bisogna riflettere e prendere seriamente in considerazione una diversa politica della sicurezza per tentare di prevenire il pericolo della soluzione “fai-da-te” facendo ricorso alle armi e alle ronde. La notizia di tanti italiani messi sotto indagine per aver sparato contro il bandito entrato in casa loro o nella loro azienda, potrebbe aver contribuito ad indebolire la fiducia nelle Istituzioni e alimentato la voglia di armarsi. La gente riflette sul caso di Ermes Mattielli, colto da infarto dopo essere stato condannato a 5 anni per aver sparato a due ladri e a risarcirli, come riflette sul caso dell’oste di Casaletto Lodigiano, Mario Cattaneo, a processo per eccesso di legittima difesa. Devono far riflettere le dichiarazioni di Franco Birolo, il tabaccaio che uccise un ladro entrato nel suo negozio per legittima difesa, condannato a due anni e 8 mesi e a un risarcimento, poi assolto in appello per legittima difesa. Deve far riflettere l’annuncio di quel negoziante che ha deciso di mettere in vendita la tabaccheria per fare fronte a tutte le spese subite in questi sei anni di odissea. Se non consentiamo a chi è aggredito in casa di potersi difendere e di poter reagire legittimamente all’aggressione rischiamo di trovarci nella impossibilità di gestire la rabbia con risvolti imprevedibili per la sicurezza. Io sono convinto che sia necessario intervenire sul piano normativo per garantire la certezza della legittimità nell’uso delle armi a quei cittadini che si vedono costretti a difendersi quando la loro incolumità o quella dei propri cari è in pericolo”.

Da parte nostra non possiamo far altro che essere d’accordo con il Prefetto Tagliente, che ringraziamo per la sua disponibilità. Non si può sempre considerare in malafede un cittadino, quando si devono stabilire delle regole, senza che l’organismo legiferante sia a sua volta in malafede. Ci auguriamo che questa proposta di legge trivi presto una sua via equilibrata e giusta, e che tutti possiamo, letteralmente, dormire sonni più tranquilli.

Roberto Ragone

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Costume e Società

I nuovi mostri: ecco il fitness della generazione 2.0

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Sono i campioni indiscussi del pendant, nei loro completi fluo abbinati alle borse fluo.
Camminano veloce, verificando il meteo del pomeriggio sullo smartphone.
Hanno il contapassi al braccio, per essere sicuri di fare abbastanza attività fisica e vivere in modo salutare.
Fanno la dieta delle intolleranze, quelle del gruppo sanguigno, quella vegana e quella dissociata. Seguono percorsi spirtuali pret a porter e poi si iscrivono in palestra.
Ma oggi la palestra non è più una palestra: è un gigante antropofago che inghiotte tutti, scheda tutti, calcola la massa grassa, la massa magra, il peso forma e il percorso di fitness più adeguato a ogni esigenza.
Il paradiso del disturbo dismorfofobico, dove per ogni parte del corpo che non sia assolutamente perfetta c’è un training adeguato che attraverso sforzo, ottimismo e dedizione porterà sicuramente i risultati sperati.

Ma chi sono i nuovi mostri?

Gente normale. Con vite normali. Famiglie normali.
Prenotano le lezioni online, almeno tre giorni prima altrimenti finiscono i posti; i più scaltri lo fanno alla mezzanotte del primo giorno utile, per bruciare la concorrenza. Escono dall’ufficio e corrono subito lì, “alla Palestra”, perché essere fitness è molto meglio che avere degli amici, delle passioni, dei momenti di ozio.
Fanno hydrobyke, anti gravity pilates, Spirit Ride, functional Boxing Punch. Anche due, tre, quattro volte a settimana. E lo fanno con musica da discoteca e l’insegnante che scandisce il ritmo: “alza, avanti, avanti, di lato, più forte!”
Lo fanno dopo una giornata di lavoro, affollandosi tutti negli stessi orari. Per smaltire lo stress c’è lo Yoga, Calm e Strenght, e la Spa con idromassaggio, doccia emozionale, bagno turco, bagno mediterraneo e sauna.
L’illusione del benessere.
La banalità del male, diceva qualcuno. Dove a poco a poco ci si abitua a qualsiasi aberrazione.
Perché diventa “normale”, perché “tutti lo fanno”.

Come ci siamo ridotti così?

Mi vengono in mente le Accademie dell’antica Grecia, dove i maestri insegnavano ai giovani allievi l’arte di educare il corpo e lo spirito; dove il culto del corpo era un rituale dionisiaco che conviveva in armonia con l’apollinea dedizione allo studio; dove la Dea aveva larghi fianchi e seni scoperti senza malizia.
Lasciando perdere l’antica Grecia mi vengono in mente gli appuntamenti in piazza, acchiapparella, ruba bandiera e mi viene da chiedermi: quando, esattamente, abbiamo smesso di giocare per diventare dei pump practitioners senza un filo di grasso addominale ma preda di una imperterrita atrofia cerebrale?

Valeria De Luca

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Editoriali

Digiuno a staffetta contro Matteo Salvini: brandire la religione come clava per colpire un avversario politico non è cristiano

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Un gruppetto di laici, qualche suora e qualche “prete di strada”, hanno scelto la famosissima piazza San Pietro per pubblicizzare la loro iniziativa, cioè un digiuno a staffetta contro il ministro degli interni, Matteo Salvini. Non tutto quello che passa da piazza San Pietro è testimonianza di verità evangelica. Quella dello scorso 10 luglio è stata una manifestazione di protesta, di natura politica e dunque così andrebbe derubricata. E la scelta di trovarsi in piazza San Pietro, dopotutto, non è stata per niente originale. Tutti si ricordano che questa piazza nel passato fu protagonista di una invasione da parte del movimento femminista, la volta che le femen furono portate via a peso dalla polizia. La basilica di San Pietro come sfondo ad iniziative eclatanti ha sempre esercitato un grande fascino e di questo se ne sono approfittati in un caldo agosto i radicali e l’Associazione anticlericale.net per una manifestazione pro la libertà sessuale e di coscienza. La 21esima edizione del Roma Pride, la parata dell’orgoglio Lgbt, famosa per avere visto in testa al corteo l’allora sindaco Ignazio Marino e la giunta capitolina, non sdegnava una sua comparsata in piazza San Pietro.

Questo 10 luglio 2018 è stato il turno della “Giornata di digiuno a staffetta” in solidarietà con i migranti

La manifestazione è stata organizzata da eminenti e rispettabilissimi missionari. Hanno anche essi scelto come teatro piazza San Pietro e il cupolone da sfondo. A dominare la variegata assemblea dei manifestanti, a dire la verità non si può definire oceanica, un grande striscione con l’invito: “Un giorno di digiuno”, meglio spiegato in “dieci giorni di digiuno a staffetta”. La manifestazione è stata organizzata in dissenso rispetto alle politiche migratorie del ministro dell’Interno e del governo. Gli organizzatori si sono tenuti ben lontano dal coinvolgere anche le politiche dell’Europa, nessun cenno alla politica della Francia e la sua chiusura dei confini a Ventimiglia come nessun cenno alla politica migratoria del gruppo di Visegrad. La politica migratoria della cattolicissima Austria non sembra preoccupare il pensiero di quei manifestanti. Tutto ciò conferma, se ce ne fosse bisogno, la natura politica dell’iniziativa e fino a qui nulla osta. In democrazia c’è spazio per tutti. La scorrettezza caso mai risiede nel fatto che si vuole coinvolgere la religione negli affari di “Cesare”.

Intanto va precisato che il digiuno a staffetta non ha nulla di cristiano. E’ un’ azione politica al pari della maglietta rossa di don Ciotti, delle firme sulla rivista Rolling Stone contro l’operato del ministro Salvini. Ai cristiani presenti in quel gruppo sul selciato di San Pietro vale ricordare cosa dice il Vangelo riguardo il digiuno: Mc 6, 16-18: “E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

E’ più che evidente che qui non si parla di striscioni urlanti Urbi et Orbi proclamando l’intenzione di digiunare.

Proprio di questi giorni, sul social facebook e in rete l’articolo “Piccola Venezia una pentola da riempire”, ci si può rendere conto che ci sono altre parti del mondo, oltre al sud mediterraneo, dove la gente sta morendo, letteralmente morendo, di fame. L’articolo appena citato fa riferimento al Venezuela, paese in lenta agonia. Come mai che il gruppo di San Pietro si dedica a Salvini ed al governo e non uno striscione a favore di quella povera gente che Maduro sta affamando? Sempre cristianamente parlando, tanta gente si domanda, dove stava questo gruppo quando l’altro governo discuteva la legge Cirinnà.? Quanti giorni di digiuno a staffetta, anche se non sono quelli di cui parla il Vangelo, quanti giorni hanno fatto per protestare quando in parlamento si discuteva d’ inseminazione artificiale, di aborto, di fine vita? No cari devoti, brandire la religione come clava per colpire un avversario politico non è affatto cristiano.

Emanuel Galea

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