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Little Hope, l’antologia horror per Pc e Console si amplia

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Little Hope è il secondo capitolo della Dark Picture’s Antology, ossia una serie di videogiochi horror dove ogni protagonista può essere impersonificato da un giocatore diverso e dove ogni scelta può cambiare la trama in meglio o provocare una serie di tragedie.

Questo secondo episodio, disponibile dal 30 ottobre su Pc e Console di vecchia e nuova generazione, offre un’ambientazione del tutto differente da quella vista in Man of Medan (qui la nostra recensione), infatti l’avventura si svolge in un luogo montano, lontano dall’oceano e offre tutta una serie inedita di orrori. Quattro studenti del college e il loro insegnante si ritrovano bloccati in una cittadina a miglia di distanza da qualsiasi altro luogo, dopo che il loro autobus ha avuto un incidente a causa del maltempo. Perseguitati da una nebbia misteriosa nella cittadina di Little Hope, dovranno cercare disperatamente un modo per fuggire mentre le visioni del passato li tormentano nell’ombra.

E mentre assistono al raccapricciante passato della città e ai terribili eventi del processo alle streghe di Andover, compaiono anche alcuni demoni infernali, che iniziano a tormentare e inseguire implacabilmente i protagonisti del gioco. Essi dovranno quindi comprendere le motivazioni di tali apparizioni, prima che le forze del male trascinino le loro anime all’inferno. In questa avventura dalle forti tinte horror, che per certi versi richiama quanto visto nei film di “Blair Witch”, sarà necessario affrontare situazioni di vita o di morte, oltre a dilemmi decisamente impegnativi, che decideranno il destino dei personaggi. Little Hope dà la possibilità di giocare da solo, ma anche di lasciare il destino dei personaggi nelle mani dei propri amici, mettendo alla prova le loro abilità nel fare le scelte giuste nelle modalità Storia Condivisa e Serata al Cinema. Inoltre il titolo offre una grande rigiocabilità in quanto la vastissima gamma di scelte può portare a molteplici situazioni inedite e finali differenti.

L’atmosfera di Little Hope è opprimente, da horror d’alta classe, con qualche rimando nemmeno troppo velato a Silent Hill: l’avventura di SuperMassive Games propone a tratti soluzioni visive di indubbio impatto, viscerali e ansiogene, pregne di un’inquietudine costantemente in bilico tra la tachicardia e lo spavento puro. Purtroppo però la sceneggiatura non è sempre all’altezza, infatti le linee di dialogo sono spesso assai banali, la caratterizzazione dei personaggi a tratti un po’ troppo superficiale, e gli scambi di battute tra i protagonisti arranca in più occasioni. Con una scrittura più curata, Little Hope avrebbe potuto ambire a vette qualitative maggiormente elevate, anche perché alcuni risvolti del racconto, soprattutto nelle fasi conclusive, riescono a garantire colpi di scena più intelligenti e riusciti del capitolo precedente. È un peccato che gli autori non abbiano prestato alla sceneggiatura la medesima attenzione riposta nella costruzione dell’atmosfera, e che in alcuni frangenti si siano palesemente impigriti, scegliendo di ricorrere allo spavento facile, tramite un uso eccessivo dei jump scare che, dopo una reiterazione dei medesimi stilemi, cominciano inevitabilmente a perdere d’efficacia. Come da tradizione del genere, anche in Little Hope bisogna controllare, a seconda delle esigenze del racconto, i vari protagonisti, alternando fasi parlate abbastanza lunghe con momenti maggiormente interattivi, legati all’esplorazione e alle sequenze in cui i QTE la fanno da padrone. In quelle fasi in cui il gioco concede un po’ di libertà di movimento lungo le ambientazioni, si avrà anche la facoltà di analizzare le aree di gioco, tutte assai ristrette, alla ricerca di piccoli collezionabili o di informazioni che ampliano la lore della produzione e, come avveniva in Man of Medan, forniscono qualche indizio utile a far intuire quale potrebbe essere la soluzione del mistero. È in questa anima quasi investigativa che si annida una delle migliori trovate del team di sviluppo, che centellina accuratamente le varie prove per accompagnare i giocatori più intuitivi verso la piena comprensione della vicenda prima che giungano i titoli di coda. Peccato solo che la libertà di spostamento sia comunque limitata da aree parecchio claustrofobiche e da una gestione dell’inquadratura che, nel suo voler essere molto autoriale, alle volte non fornisce la giusta prospettiva per orientare lo sguardo dell’utente. Oltre agli indizi, nelle ambientazioni si potranno anche trovare speciali cartoline definite “Presagi di Morte”: il gioco fornirà così degli aiuti visivi, un rapido scorcio verso il futuro volto a suggerire quali azioni potrebbero condurre alla prematura dipartita dei protagonisti. In sostanza, per chi lo ha giocato, le cartoline sono equivalenti ai quadri presenti in Man of Medan. Sotto questo fronte, Little Hope non si distanzia dal primo capitolo della Dark Picture Anthology, proponendo un avanzamento abbastanza ben bilanciato tra dialoghi, azione e puro terrore. Se si esclude un semplicissimo minigioco in cui premere col giusto ritmo alcuni tasti per mantenere la calma nei frangenti più tesi, i Quick Time Events si dimostrano estremamente basilari nel concept, e anche piuttosto semplici da completare. Il senso di sfida di Little Hope a nostro avviso è leggermente più clemente in rapporto a quello di Man of Medan, e portare in salvo tutti i personaggi potrebbe rivelarsi più semplice del previsto. Dove il gioco perde in complessità ne guadagna però in grado di tensione: le scelte che si faranno si muovono su una scala di moralità più ambigua, e sono molti i gesti, anche minimi, che potrebbero mutare quasi radicalmente lo sviluppo della storia. Per completare una “run” basteranno fra le 5 e le 6 ore, ma la possibilità di avere più risvolti fa si che il titolo abbia un buon livello di longevità.

A livello estetico, Little Hope fa dei piccoli passi avanti rispetto a Man of Medan senza però compiere eccessivi balzi di qualità: il motion capture è l’aspetto fondamentale dell’intera produzione, grazie al quale i cinque protagonisti prendono vita e danno il meglio di sé soprattutto nel costante gioco di chiaroscuri che li accompagna passo dopo passo nella cittadina fantasma. Alcuni sono più riusciti di altri, come Angela e Andrew, ma nel complesso sono tutti sufficientemente espressivi. Durante la nostra prova su Xbox One X non abbiamo riscontrato cali di framerate o problemi di caricamento ma in un paio di casi il gioco è andato a scatti se c’erano aggiornamenti in background. Il sound design, ovviamente, gioca un ruolo fondamentale ma data l’ampiezza di certe aree non brilla quanto lungo i claustrofobici corridoi di Man of Medan; ciononostante, mentre si vaga per Little Hope sembrerà spesso di sentire delle voci attorno a se, come se La cittadina non fosse mai davvero disabitata, e nei luoghi chiusi questo funziona particolarmente bene. La qualità del doppiaggio italiano è nella norma, vicina a quella in lingua originale. Tirando le somme, Little Hope ripropone la formula già collaudata e portata avanti con Man of Medan, presentandosi migliore del suo predecessore sotto diversi aspetti, ma non riuscendo ancora a raggiungere il livello di Until Dawn che ancora rimane il miglior lavoro svolto dal team di Supermassive Games. La narrazione beneficia di un tema più ad ampio respiro rispetto alla leggenda della Ourang Medan ma presta il fianco a diverse illogicità e a una qualità non sempre ottimale, mancando ancora una volta una vera e propria caratterizzazione dei suoi protagonisti. Sebbene la componente horror sia più marcata, non riesce a essere abbastanza incisiva da trasmettere quel terrore che ci si aspetterebbe, anche se siamo certi che nei soggetti più sensibili gli spaventi non mancheranno. Il finale gode poi di un colpo di scena interessante e inaspettato, all’interno di una trama che a tratti si fa prevedibile. In termini di gameplay sono state apportate delle migliorie e introdotti aspetti inediti ma qualche attrito con la narrazione non li rende del tutto funzionali. In generale, sebbene miglior di Man of Medan, Little Hope non si discosta abbastanza dal precedente per considerarlo un vero e proprio cambio di rotta. In ogni caso il nostro consiglio è di giocarlo assolutamente almeno una volta in quanto vivere l’avventura di Little Hope è un’esperienza assolutamente imperdibile e che lascia di sicuro qualcosa dentro.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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  1. Pingback: House of Ashes, il terzo capitolo della Dark Pictures Antology | L'Osservatore d'Italia

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Le serie di videogiochi più longeve

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Il mondo del videogaming, seppure sicuramente ancora molto giovane nel panorama dei media di intrattenimento, può vantare alcune pietre miliari che, per diversi motivi, ne punteggiano la storia. Si tratta spesso di giochi che, per una qualche particolarità, hanno avuto un impatto talmente forte su un genere videoludico da decretarne una vera e propria rivoluzione; allo stesso tempo, si tratta di giochi che il più delle volte inaugurano una serie di capitoli in grado di rinnovare la loro portata innovativa, riscuotendo un successo costante nell’arco di numerosi anni e forgiando così generazioni di videogiocatori.

È sicuramente questo il caso di Age of Empires, lo strategico in tempo reale a tema storico per eccellenza. Il primo capitolo della fortunata serie ha esordito nel 1997, in un periodo nel quale il mercato del videogaming era dominato dal genere RTS. La visuale isometrica tipica del genere infatti consentiva di realizzare giochi relativamente poco esigenti da un punto di vista tecnico, ma comunque con una grafica eccezionale per l’epoca. Ciò che ha distinto Age of Empires dai suoi numerosi concorrenti è stata l’enfasi sul tema storico: ogni capitolo infatti si concentrava su civiltà e tecnologie circoscritte a un periodo temporale, approfondendolo con notizie storiche. La serie conta oggi di quattro capitoli, l’ultimo dei quali uscito pochissime settimane fa e in grado di riportare in auge il genere RTS, oggi ormai di nicchia.

Altro esempio viene da Call of Duty, uno dei nomi più importanti fra gli shooter in prima persona. Il primo capitolo, uscito nel 2003, ha rappresentato un modo nuovo di intendere il genere FPS, calandolo in un contesto storico che, in quel periodo, era tendenzialmente meno esplorato a vantaggio di setting più fantasiosi. I primi capitoli, in particolare, hanno potuto emergere fra molti esponenti dello stesso genere grazie alla particolare cura della grafica e al taglio cinematografico delle missioni, pensate per esaltare l’immersione del giocatore. Dal 2003 la serie è andata avanti con cadenza pressoché annuale esplorando numerose variazioni e su diversi sistemi di gioco: nonostante il focus storico sia mano a mano diminuito, privando la serie di uno dei suoi punti di eccellenza, ancora oggi rimane un nome di spicco del genere, con l’ultimo capitolo uscito nelle scorse settimane che conferma i pregi della serie.

Impossibile non citare poi Pokémon, che nella sua veste di videogioco ha contribuito a far conoscere a molti il gioco di ruolo giapponese, o JRPG, fuori dal paese di origine. Nati da un passatempo molto diffuso in Giappone, quello di collezionare insetti, i primi giochi della serie uscirono per Game Boy nel 1996. Rispetto ad altri giochi del genere il target era molto più giovane, portando il franchise a rappresentare il maggior successo di sempre. Larga parte del merito va riconosciuta alla costante capacità di evolversi della serie, che l’ha portata ad approdare su tutte le console di punta Nintendo. Una capacità visibile anche all’interno del gioco, dove l’evoluzione ha determinato l’abbandono di alcune particolarità: ricadono in questo campo luoghi come la sala slot machine dove, esattamente come nelle piattaforme online, era possibile vincere premi che in questo caso erano attinenti al gioco, o come la poco intuitiva distinzione tra i tipi di danno e i tipi di difesa, rivoluzionata nel 2006. Oggi la serie conta 21 titoli principali, comprensivi di remake e progetti paralleli, più un numero altissimo di spin off: negli scorsi giorni è uscita la coppia di giochi remake di Pokémon Diamante e Perla, mentre per l’anno prossimo è previsto un progetto che si pone come prequel di questi ultimi.

Infine, merita senz’altro menzione la serie che ha rivoluzionato il genere delle avventure dinamiche: Tomb Raider. Il primo capitolo, uscito nel 1996, ha introdotto uno dei personaggi più importanti e famosi del mondo dei videogiochi: Lara Croft. L’archeologa avventuriera è stata infatti la chiave del successo per il titolo esponente di un genere che, all’epoca, era molto limitato dai livelli dell’hardware: la protagonista ha fin da subito incontrato i favori del pubblico, abituato a figure maschili per caratteristiche simili e positivamente sorpreso dall’impersonare, in maniera per l’epoca molto originale, un’eroina. La serie conta oggi 12 capitoli: gli ultimi tre, che si pongono come reboot del personaggio, sono usciti nel 2013, 2015 e 2018, venendo accolti con molto entusiasmo dopo un periodo di pausa legato anche al cambio di sviluppatore.

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Grand Theft Auto: The Trilogy, scatta l’operazione nostalgia di Rockstar Games

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Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition è finalmente realtà. Una fra le saghe più amate dai gamers di tutto il mondo vede finalmente tre dei suoi capitoli più importanti arrivare in versione rimasterizzata. Ma andiamo con ordine: pochi prodotti hanno segnato il mercato videoludico come la serie di Grand Theft Auto, capace di riscrivere la grammatica degli open world con i capitoli usciti su PlayStation 2, vere e proprie pietre miliari dei videogiochi. Il loro successo ha scavalcato i semplici confini della console Sony, arrivando su PC con migliaia di mod e nella cultura pop, consacrando Rockstar come una delle più grandi software house di sempre. Il successo di GTA ha poi raggiunto l’apice con l’ultimo episodio uscito, quel GTA V che ancora vende milioni di copie e detiene il record di incassi, spalmato su due generazioni di console, con un’ulteriore edizione per PS5 e Series X in uscita il prossimo anno. Il 2021 è invece il momento di un ritorno storico, a lungo atteso da tantissimi fan, quello della Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition composta da GTA III, Vice City e San Andreas. I tre giochi fanno parte di un unico universo narrativo, a cavallo tra gli anni ottanta e duemila, dove spesso personaggi e fatti si incrociano brillantemente permettendo quindi solamente al giocatore che ha vissuto tutte e tre le storie di avere un quadro completo dei fatti. In ognuno dei titoli i giocatori prensono il conrollo di un personaggio diverso, ciascuno con un suo scopo da perseguire mentre si fa strada nel sottobosco criminale di Liberty City, Vice City e San Andreas, incontrando via via personaggi sempre più grotteschi e machiavellici. Ogni capitolo di GTA introduce novità nel gameplay e nella struttura, mostrando chiaramente e a distanza ravvicinata il percorso artistico che Rockstar Games ha plasmato per diventare la software house che è oggi. Ed è per questo motivo che tutti i gamers desideravano che questa Definitive Edition portasse con sé tutta l’eredità che questa trilogia ha rappresentato al massimo della sua espressione visiva ad un pubblico nuovo, o chi magari semplicemente è affamato di ri-giocare a un GTA diverso dalle ultime incarnazioni del brand. Quando il titolo venne annunciato al mondo, Rockstar Games aveva dichiarato che Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition avrebbe migliorato la resa grafica, con nuove texture in alta definizione, nuovi riflessi e un sistema d’illuminazione completamente rinnovato, effetti meteorologici rivisti, con miglioramenti alla vegetazione e ai vari biomi, aumentando infine la profondità visiva. La buona notizia è che effettivamente tutte queste novità ci sono, quella cattiva è che spesso non funzionano come dovrebbero. Ad esempio, la pioggia che si abbatte sulle strade di GTA III è molto bella da vedere, ma è talmente realistica con le sue nubi cupe e la fitta pioggia, da compromettere negativamente l’esperienza di gioco. La palette di colori scura con cui è modellata Liberty City rende la vista durante questi acquazzoni difficile, quasi impossibile di notte, mentre nella soleggiata Vice City, grazie ai suoi colori accesi, questo problema si presenta fortunatamente in maniera minore. Inoltre questo effetto meteorologico contrasta con la nuova resa del mare, portando a fastidiosi glitch grafici. Per quanto riguarda il lavoro svolto sui riflessi, il lavoro svolto è davvero impressionante, con i grattacieli delle metropoli che risplendono di vita nuova, regalando spesso e volentieri scorci davvero magnifici. Nuovi effetti grafici rendono la devastazione che il giocatore può scatenare molto più bella da vedere, con esplosioni e fiamme ricche di luce e dettagli. Per quanto riguarda la vegetazione, in tutti e tre i giochi è stato realizzato un lavoro di fino, dando ai prati e ai parchi un look inedito e a volte di grande pregio. L’aumento di dettaglio delle texture di tutte e tre le location, poi, ha fatto davvero bene a tutte e tre le produzioni, soprattutto Vice City e Las Venturas, le cui strade strabordano di neon colorati e insegne luminose, regalano un colpo d’occhio inedito per chi ha già esplorato queste città decenni fa. Peccato che nelle aree meno illuminate della mappa, gli ambienti risultino a volte piuttosto scuri, creando contrasti tra i vari quartieri di cui le città si compongono.


In generale, quindi, la resa grafica degli ambienti quindi è decisamente migliorata, anche se tra alti e bassi, il tutto però viene purtroppo penalizzato da un terribile effetto pop-up ereditato dalle versioni originali dei titoli che ormai si portano diversi anni sulle spalle. Vedere veicoli materializzarsi lungo la strada, ad una distanza di appena 10-15 metri, non è quello che ci si aspetterebbe da un remaster di questa portata. Lo stesso accade con cartelloni e molti altri elementi dello scenario, portando i giocatori in più di un’occasione a scontrarsi con muri invisibili prima di veder apparire l’oggetto di turno davanti ai propri occhi. Vent’anni fa era l’unico modo per far girare questi giochi sull’hardware dell’epoca, ma osservare tutto questo al giorno d’oggi, non può che lasciare l’amaro in bocca. Anche le texture e i modelli poligonali dei grattacieli in lontananza soffrono del medesimo problema, risultando visibili ad una definizione talmente bassa da far sorridere. Sempre sul versante grafico, i modelli poligonali dei personaggi e la struttura della mappa di San Andreas purtroppo non fa gridare al miracolo. Quando la trilogia è stata annunciata, fu reso noto l’intento di mantenere quel look cartoon che caratterizza tutti e tre i giochi. Il problema è che la migliore definizione dei personaggi ha portato a risultati grotteschi e spesso ridicoli. Su GTA III i personaggi sono veramente spogli, con animazioni facciali datate che li fanno sembrare dei buffi personaggi di pezza. Sarebbe bastato sistemare e aggiornare almeno i volti dei personaggi maggiori, per donare alle cut-scene una piacevolezza inedita. I personaggi di GTA San Andreas invece, che erano più definiti anche nella versione 2004, risultano semplicemente ridicoli a causa dei miglioramenti grafici, con strani glitch nelle animazioni e riflessi innaturali sulla pelle. Le mani del protagonista CJ, inoltre, per qualche motivo, sono sproporzionate rispetto al corpo. Discorso diverso per il capitolo centrale di questa trilogia, dove i personaggi di GTA Vice City, essendo un’evoluzione di quelli di GTA III senza arrivare ai dettagli presenti in San Andreas, risultano essere quelli più naturali e meglio riusciti con tutte le migliorie grafiche applicate. Terminiamo l’analisi grafica parlando della mappa di San Andreas, che nonostante abbia giovato indubbiamente dei miglioramenti, presenta un problema alquanto insolito. Nella versione originale del 2004 il mondo di gioco era avvolto da una specie di nebbia, utilizzata per motivi tecnici al fine di celare elementi dello scenario troppo lontani, evitando di stressare troppo gli hardware dell’epoca. La nebbia inoltre donava un senso di scoperta ed esplorazione. In questa remaster della nebbia non c’è traccia, rendendo di fatto tutta la mappa visibile da ogni punto, specialmente quando ci si trova nelle zone più elevate. Questo purtroppo è un problema in quanto comporta la terribile scoperta che la mappa di GTA San Andreas non era stata pensata e progettata all’epoca per essere vista per intero. Proprio per tale ragione la visione del mondo di gioco risulta poco appagante nei confronti di un level design pensato per ingannare il giocatore sulla struttura e ampiezza della zona di gioco. Fortunatamente quanto vi abbiamo raccontato non compromette in alcun modo il gameplay, ma appena si avrà l’opportunità di sorvolare la mappa con un aeroplano, l’illusione di trovarsi a vivere l’avventura in un immensa area degli Stati Uniti verrà rimpiazzata dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a una mappa davvero bruttina da vedere.

Per quello che concerne il sistema di controllo, che stando alle dichiarazioni effettuate in sede di annuncio avrebbe dovuto introdurre diverse soluzioni prese da GTA V, la resa finale non rispecchia quanto detto. Il layout dei comandi è lo stesso del capitolo più recente della saga, sia per la guida dei veicoli che per il controllo del personaggio, con l’introduzione della ruota di selezione per l’armamentario oltre che delle stazioni radio. Inoltre sono stati aggiunti due sistemi di puntamento che si affiancano a quello classico, come la mira assistita e quella manuale. Le novità del sistema di controllo però terminano qui, quindi se si sperava di poter prendere il controllo dei personaggi della GTA Trilogy alla stessa maniera di GTA V, magari sfruttando le coperture e altre soluzioni più moderne, si rimarrà delusi. A far storcere ancora di più la bocca c’è poi il fatto che in GTA III e GTA Vice City il nuovo sistema di mira funziona molto male. Il motivo risiede in una bassa precisione delle armi e un hitbox disastroso, che rendono le sparatorie piuttosto macchinose. Il nostro consiglio è quello di usare la mira assistita o classica, ignorando del tutto quella manuale. C’è un altro problema, però, che risiede nel sistema di mira delle varie armi. Con le armi leggere ci si può tranquillamente muovere mentre si fa fuoco, mentre con quelle più pesanti come fucili a pompa e Mitra d’assalto, si rimane inchiodati a terra, impossibilitati quindi a muoversi durante la fase di mira. Da sottolineare inoltre che su GTA III non ci si può nemmeno chinare o abbassare in alcun modo. Il discorso cambia di molto con San Andreas, che già nella versione originale aveva introdotto una mira e un hitbox più curato, con la possibilità di chinarsi e muoversi senza problemi. Funzionano e risultano delle gradite aggiunte le novità introdotte per migliorare l’esperienza globale di gioco. La mini-mappa ora segna con il GPS la strada migliore per raggiungere la destinazione, utile specialmente in aree più grandi come quella di San Andreas, con la possibilità di aggiungere punti di navigazione personalizzati. Sono stati poi introdotti il riavvio immediato di una missione fallita, e i checkpoint lungo le missioni di GTA San Andreas, rendendo l’esperienza di gioco molto più piacevole. Concludiamo segnalando l’aggiunta di una tabella sfide che sblocca riconoscimenti nel Social Club di Rockstar. Per quanto riguarda il comparto tecnico, il titolo gira a 1080p sulle console old gen ed a 4k sulle nuove console di fascia alta. Detto ciò, possiamo dire che questa Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition, nonostante i suoi troppi limiti è sempre piacevole da giocare. Di sicuro non è la Remaster che speravamo di avere tra le mani, ma nonostante ciò si tratta comunque di classici immortali che sanno ancora divertire e talvolta persino stupire. Se non li avete mai giocati, il nostro consiglio è di aspettare qualche aggiornamento correttivo combinato con un calo di prezzo; i nostalgici, troveranno invece la conferma delle ottime qualità dei tre titoli. Al di là di questioni tecniche, frame-rate e glitch grafici, questa Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition sa ancora divertire ed emozionare, sintomo questo che quando un titolo è un grande titolo, esso è destinato a rimanere comunque nella storia.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 7
Sonoro: 7
Gameplay: 7
Longevità: 9

VOTO FINALE: 7,5

Francesco Pellegrino Lise

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Il Black Friday arriva sul Microsoft Store: sconti fino al 50% su Xbox, Surface e Office

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In occasione del Black Friday, il Microsoft Store annuncia una serie di offerte imperdibili per gli amanti dello shopping, della tecnologia e per tutti coloro che non vogliono farsi trovare impreparati con i regali di Natale! Da oggi e fino al 28 novembre, saranno disponibili sul Microsoft Store sconti fino al 50% sui prodotti Xbox, Surface e per la prima volta anche su Office. Per chi ha intenzione di sostituire il proprio PC approfittando dei ribassi del Black Friday, lo store di Microsoft propone una serie di offerte adatte davvero a tutti. Per chi è orientato a un prodotto versatile e potente ed è alla ricerca di un 2-in-1 adatto a ogni esigenza, con un’autonomia che consente di utilizzare il dispositivo per l’intera giornata lavorativa, il Microsoft Store propone l’offerta Black Friday Surface Pro 7+, con uno sconto del 29%. L’offerta comprende Surface Pro 7+ con configurazione Intel Core i5 da 128GB e sconti sulla Type Cover nera. Fino a 500€ di sconto sulla gamma Surface Pro 7, incluse le configurazioni Intel Core i7, in offerta a partire da soli 669€ invece di 919€. Disponibile nei colori platino o nero, Surface Pro 7 è il dispositivo ultraleggero dotato di un processore Intel Core di serie laptop, una batteria di lunga durata e webcam HD. Per distinguersi nelle videocall, Surface Laptop 4 è l’alleato perfetto grazie alla videocamera in HD e microfoni Studio ed è in promozione a partire da soli 799€ invece di 959€. Nell’offerta sono incluse le configurazioni Intel Core i7 da 13.5 o 15 pollici, nei colori platino o nero. Surface Laptop 4 offre l’equilibrio perfetto tra velocità, design elegante, sound avvolgente e un’autonomia implementata. Per svolgere agilmente le attività quotidiane, Surface Go 2 è in offerta a partire da soli 299€ invece di 469€, con sconti fino al 37% sull’intera gamma. Surface Go 2 offre una perfetta portabilità, con touchscreen da 10,5 pollici, una risoluzione superiore e una batteria espressamente progettata per seguire le giornate di tutta la famiglia. Fino al 27% di sconto su Surface Laptop Go, il modello più leggero della famiglia Surface, con un rapporto qualità prezzo eccezionale. Il design elegante e la batteria a lunga durata lo rendono ideale per lo studio, ma anche per la vita di tutti i giorni. Il Surface più potente di sempre, Surface Book 3, è in offerta in occasione del Black Friday, con ribassi fino a 690€ sulle configurazioni Intel Core i7. Surface Book 3 unisce velocità, grafica e gioco immersivo alla versatilità di un laptop, di un tablet e di uno studio portatile. Disponibile nelle versioni da 13,5″ o 15″, entrambe dotate di touchscreen ad alta risoluzione. Ma non finisce qui, il Microsoft Store propone ulteriori offerte dedicate ai possessori di un computer: fino al 30% di sconto sugli accessori per PC, quali mouse, tastiere, audio e number pad. Per la prima volta, il Microsoft Store include offerte anche per Office, con ben 50€ di sconto sul pacchetto Office Home & Student 2021. Tutti i dettagli sono disponibili alla pagina dedicata. E, per gli amanti del gaming, di seguito ulteriori offerte firmate Xbox: nuovo pacchetto Xbox Series S Fortnite & Rocket League: nuovo pacchetto Xbox Series S con i giochi digitali Fortnite e Rocket League. Fino al 50% di sconto sui Giochi Digitali Xbox, tra cui Far Cry 6, Forza Horizon 4 e Black 4 Blood. I primi 3 mesi di Game Pass per PC a solo 1€, per divertirsi con gli amici giocando con oltre 100 giochi per PC di alta qualità, come i nuovissimi Forza Horizon 5 e Age of Empires 4. Fino al 70% di sconto su una selezione di Accessori Xbox. Infine, il Microsoft Store offre 90 giorni di assistenza tecnica gratuita su Surface, consegne incluse e resi gratuiti fino al 31 gennaio 2022 su tutti i prodotti. Ma non è tutto: tramite il programma Microsoft Rewards è possibile raccogliere punti da utilizzare per ricevere fantastici premi.

F.P.L.

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