Editoriali
“Lo Stato siamo noi”: dove va l’Italia?
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5 anni faon
E così il governo dice che sono pronti i ‘ristori’ per le aziende che hanno dovuto chiudere a causa dei provvedimenti anti-pandemia, o dichiarati tali. In verità, tutti i provvedimenti emanati con decine di DPCM, che rispecchiano soltanto la volontà di ‘uomo solo al comando, sono stati orientati piuttosto a bloccare ogni attività economica, che a provvedere in maniera efficace a bloccare il dilagare di una pandemia che parecchi medici degni di fede, e scienziati, negano per lo meno che abbia quelle caratteristiche di letalità che tutti temono, in isterica attesa di un vaccino che ci possa finalmente liberare dagli arresti domiciliari a cui siamo condannati.
Anche le resistenze più dure ad un vaccino che ha diverse incognite al suo interno, e parecchi sospetti di nocuità, di fronte al rilascio per decorrenza dei termini, è vincente. Tutti vorremmo riprendere la nostra vecchia vita, e se per farlo dobbiamo farci inoculare un prodotto che secondo alcuni potrebbe essere nocivo, lo faremo, affrontando il rischio, secondo il rapporto costo-beneficio, comune comunque ad ogni farmaco.
Rimane da guardare a cosa mira questo governo – o, per meglio dire, questo premier, il quale evidentemente obbedisce a disposizioni che vengono da lontano, fino al punto (lapsus freudiano) di lasciarsi sfuggire in TV una frase che abbiamo sentito da Luigi XIV, l’ultima volta: “Lo Stato siamo noi”.
Noi chi? Non certamente noi cittadini, sballottati qua e là dai vari colori delle regioni, le quali ambiscono il più scuro, dato che per loro significa ricevere provvidenze e contributi a fondo perduto, a debito sui prestiti che la UE magnanimamente ci elargisce. Facendo chiudere le imprese private di piccole dimensioni, a vantaggio delle grosse holding, in Italia arriveremo ad un punto in cui i ristori saranno la regola.
Insomma, da uno Stato liberale e democratico, ad una amministrazione statalista e assistenzialista, di tipo totalitario. Il che sembra essere assolutamente la mira di un premier che ha blindato a suo favore le cariche dei Servizi, e che va secretando atti pubblici, come i rapporti del CTS. Ci chiediamo ancora di che abbiano parlato Conte e Bergoglio durante un colloquio privato di mezz’ora avvenuto prima della pandemia. Sappiamo che la loro comune appartenenza è quella gesuitica, e che il card. Parolin è il mentore (o lo è stato) di Conte, cresciuto, guarda caso in un collegio di Gesuiti.
Vorremmo sapere CONTE CHI E’, DA DOVE VIENE, E CHI LO HA DESIGNATO PER IL PREMIERATO, visto che non ha un partito di appartenenza a chi rispondere per scelte più o meno gradite. Sappiamo anche dai vari media che – Deo gratias – la sua popolarità va sempre più precipitando, ma è chiaro dai fatti che a lui non importa più di tanto, non dovendo supportare voti al suo non esistente partito. Insomma, un invulnerabile.
Nessuno si fa più incantare dalle sue chiacchiere di ‘avvocato del popolo’ e che la sua esperienza politica sarebbe iniziata e finita col governo gialloverde: tutte bugie. Alle bugie di Renzi eravamo abituati, ma erano più istrioniche e pinocchiesche.
Questo personaggio, invece, è ben altra cosa. Nonostante ormai tutti osservino le disposizioni relative alle mascherine e al distanziamento, i contagi crescono, i morti anche, i ricoverati pure, e non c’è più posto nelle terapie intensive, che intervengono sulle patologie polmonari, mentre è dimostrato dall’inizio che si tratta di un’affezione cardiaca; e molti muoiono: allora, per Covid o per cure sbagliate? e perchè non si adottano le cure che ormai sono evidenti, con tecniche e prodotti alla portata di tutti? E le notizie che ci danno i media, RAI TV in testa, sono veritiere? E perchè Conte non risponde alle pur qualificate critiche che gli vengono dal mondo scientifico e medico?
Le provocazioni sono state molte, e incisive, ma tutto è caduto nel nulla, secondo la ben collaudata tecnica vaticana, quella di non alzare polvere. Il libro di Speranza, che parlava di guarigione è stato ritirato dal commercio: evidentemente il nostro non aveva ben compreso che di guarigione dal Covid NON SI DEVE PARLARE, perchè l’unica via dev’essere il vaccino. Ci ritroveremo come in Cina, con un capitalismo di Stato? Oppure come in quella che era l’URSS, dove per avere una camicia dovevi metterti in coda, e non potevi sceglierne il colore? Eccetera eccetera?
Ma questo assistenzialismo è peggiore, più subdolo, proprio perchè si ammanta di ciò che non è, cioè di una mai negata, ma mai praticata, democrazia. I giochi sono fatti. A meno di una rivoluzione in piazza, che non ci auguriamo, non abbiamo alternative. Neanche quel voto che, come vediamo anche in USA, non risolve nulla: posto che, con la scusa del Covid, ci facciano andare alle urne. Brogli permettendo.
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Editoriali
Federica Torzullo e Federica Mangiapelo: la legge sul femminicidio cambia tutto, ergastolo per Carlomagno e stop alle scappatoie
Published
2 giorni faon
21 Gennaio 2026
La vicenda di Federica Torzullo, uccisa brutalmente ad Anguillara Sabazia, rappresenta un punto di svolta nella giustizia italiana. Non si tratta più di un semplice omicidio, ma di un femminicidio, reato introdotto di recente nel codice penale che cambia radicalmente il destino del presunto colpevole, Claudio Carlomagno. Grazie alla nuova legge voluta dal governo Meloni, chi commette un femminicidio rischia l’ergastolo senza attenuanti, eliminando ogni spazio di interpretazione che in passato poteva alleggerire la pena.
Il caso di Federica Mangiapelo: la legge vecchia in azione
Questa normativa assume ancora più peso se la confrontiamo con il caso di Federica Mangiapelo, la 16enne di Anguillara Sabazia trovata morta sulla riva del lago di Bracciano la notte di Halloween del 2012. L’assassino Marco Di Muro, che aveva tolto la vita a Federica con modalità efferate, venne condannato a soli 14 anni di carcere grazie alla concessione delle attenuanti generiche. Di Muro uscirà di prigione il prossimo anno.
Al 2026, Marco Di Muro ha scontato circa 8 anni di carcere effettivo a seguito della condanna definitiva.
Ecco la cronologia della sua detenzione:
- Sentenza definitiva: Nel dicembre 2017, la Corte di Cassazione ha confermato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Federica Mangiapelo.
- Inizio detenzione: Dopo la sentenza definitiva del 2017, è stato condotto in carcere per espiare la pena residua. Precedentemente, nel 2014, era stato sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
- Stato attuale (2026): Risulta ancora in fase di espiazione della pena. Nonostante la condanna a 14 anni, il periodo trascorso in carcere può essere influenzato da benefici di legge, come la liberazione anticipata (sconto di 45 giorni ogni sei mesi per buona condotta).
La differenza con il caso di Torzullo è netta: fino a pochi anni fa, la legge italiana non prevedeva il femminicidio come reato autonomo e richiedeva di dimostrare premeditazione e crudeltà per infliggere le pene più severe. Ciò consentiva, purtroppo, di ridurre significativamente la condanna, aprendo vie di fuga giuridiche che oggi non esistono più.
Il caso Mangiapelo mostra quanto fosse insufficiente la legge precedente nel garantire giustizia e protezione alle vittime di violenza domestica o di genere. La pena, di soli 14 anni, non rifletteva la gravità del crimine e lasciava spazio a un senso di ingiustizia sociale e legale.
Il dramma di Federica Torzullo
Federica Torzullo è stata trovata morta in circostanze agghiaccianti. Colpita ripetutamente e poi occultata in una buca scavata con un mezzo meccanico nella proprietà di famiglia, il suo corpo mostrava segni evidenti di violenza estrema. Oggi, con la nuova legge sul femminicidio, il reato contestato a Claudio Carlomagno è chiaro: uccidere una donna nell’ambito di un contesto di controllo, possesso o prevaricazione costituisce femminicidio aggravato, con pena automatica dell’ergastolo.
Prima dell’introduzione di questa legge, situazioni simili a quella di Federica Torzullo potevano dare spazio a spiegazioni e attenuanti. Era necessario provare premeditazione o crudeltà estrema. Difensori e imputati spesso riuscivano a ridurre le pene sostenendo raptus, stati emotivi, gelosia incontrollata o altri fattori psicologici. Oggi, invece, nessuna giustificazione è più accettata: chi commette femminicidio paga con la pena massima prevista dalla legge.
Cosa cambia con la legge sul femminicidio
L’introduzione dell’articolo 577‑bis nel codice penale ha ridefinito completamente il quadro. Il femminicidio è oggi reato autonomo, e per la condanna non è necessario provare premeditazione o crudeltà: basta il fatto di aver ucciso una donna per motivi legati alla sua autonomia, al rifiuto di una relazione o a dinamiche di possesso e controllo.
In pratica:
- Non esiste più la possibilità di attenuanti ordinarie.
- Non serve discutere stati emotivi, raptus o psicologia dell’imputato.
- La pena prevista è l’ergastolo.
Nel caso di Claudio Carlomagno, la legge si applica con rigore. Il reato, è indubbiamente quello di Femminicidio – oltre ad altri reati commessi da Carlomagno come l’occultamento di cadavere – quindi possono esserci scappatoie o interpretazioni di sorta: la condanna sarà quella prevista dalla nuova legge e la giustizia non potrà più concedere riduzioni significative della pena, come avvenuto nel caso Mangiapelo.
Impatto sulla giurisprudenza e sulla sicurezza delle donne
La vicenda Torzullo segna un punto di svolta nella giustizia italiana. La legge sul femminicidio garantisce certezza della pena, elimina interpretazioni soggettive e invia un messaggio chiaro: la violenza contro le donne non sarà più tollerata, e chi la commette pagherà con la massima severità.
Questo cambiamento legislativo ha implicazioni importanti per la sicurezza e la tutela delle donne. Ogni caso di violenza domestica o di genere che sfocia in omicidio sarà giudicato secondo criteri rigorosi, senza la possibilità di attenuanti legate a raptus, gelosia o problemi psicologici del colpevole.
La differenza tra ieri e oggi
Confrontare i casi Torzullo e Mangiapelo rende evidente quanto la legge sul femminicidio rappresenti un cambio di paradigma:
- Nel caso Mangiapelo, la legge vecchia ha permesso all’assassino di uscire dal carcere dopo soli 12 anni.
- Nel caso Torzullo, la nuova legge garantisce che l’autore del crimine affronti l’ergastolo immediato, senza giustificazioni.
È un cambiamento radicale che sottolinea la volontà dello Stato italiano di non lasciare spazio a scuse o attenuanti. La giustizia diventa severa, chiara e immediata.
Il messaggio della legge: zero tolleranza
La legge sul femminicidio è un segnale forte: la violenza di genere non è più trattata come un fenomeno marginale o con possibilità di attenuanti. Lo Stato stabilisce che ogni femminicidio deve essere perseguito con la massima severità, e chi lo commette deve essere condannato a pena massima.
Federica Torzullo diventa così simbolo di un cambio culturale e giuridico nella società italiana: non ci saranno scuse per chi uccide una donna, e la certezza della pena diventa reale e tangibile.
I casi di Federica Torzullo e Federica Mangiapelo mostrano chiaramente la differenza tra la vecchia e la nuova legge. Nel primo caso, la giustizia non lascia margini di manovra: chi uccide una donna paga con l’ergastolo. Nel secondo, le falle della legge vecchia hanno permesso all’assassino di uscire dal carcere troppo presto.
La legge sul femminicidio cambia tutto: certezza della pena, protezione delle donne e giustizia senza compromessi. Ogni donna uccisa oggi rappresenta la necessità di applicare questa legge con rigore, e ogni condanna serve a ricordare che la violenza di genere non sarà più tollerata.
Editoriali
Legge anti-maranza: basta sconti, le città non possono più essere ostaggio dei delinquenti
Published
1 settimana faon
14 Gennaio 2026
Il governo Meloni propone norme dure contro chi gira armato e semina violenza: serve una legge che impedisca ai giudici di giustificare o alleggerire le pene a chi ha già invaso le nostre strade e terrorizza i cittadini
C’è un momento in cui uno Stato deve smettere di giustificare, comprendere, spiegare. Deve semplicemente proteggere. La proposta di legge cosiddetta “anti-maranza”, voluta dal governo Meloni e ora al vaglio del Parlamento, nasce esattamente da questa esigenza: restituire sicurezza ai cittadini onesti e togliere le città dalle mani di bande di bulli armati che da troppo tempo agiscono nell’impunità quasi totale.
Perché di questo si tratta. Non di disagio giovanile, non di folklore urbano, non di “ragazzi che sbagliano”. Ma di delinquenza organizzata di strada, fatta di coltelli, spranghe, machete, rapine, pestaggi, aggressioni gratuite e spesso mortali. Una violenza che ha già mietuto troppe vittime e che continua a farlo mentre una parte della politica e della magistratura discute di attenuanti, contesti sociali e percorsi rieducativi.
Le nostre città sono diventate ostaggio. Stazioni, metropolitane, piazze, centri storici, periferie: ovunque gruppi di cosiddetti “maranza” girano armati, intimidiscono, colpiscono. Non hanno paura della legge perché la legge non fa più paura. Arrestati la sera, rilasciati la mattina dopo. Denunciati decine di volte, ma sempre in strada. Una giustizia che entra in scena solo per spiegare perché non può intervenire davvero.
La proposta del governo va nella direzione giusta: disarmare chi gira armato, colpire duramente il porto di armi improprie, rafforzare le misure di prevenzione e repressione. Ma non basta. E qui il Parlamento ha una responsabilità enorme. Questa legge deve diventare una svolta vera, non l’ennesimo testo annacquato da emendamenti, cavilli, ghirigori giuridici e scappatoie interpretative che permettono ai giudici di rimettere in libertà questi soggetti dopo poche ore.
Serve il coraggio di dire una cosa semplice e impopolare nei salotti buoni: chi gira armato deve finire in galera. Punto. Senza sconti di pena, senza sospensioni, senza affidamenti ai servizi sociali, senza giustificazioni sociologiche. Chi viene trovato con un coltello o un’arma impropria in tasca non è un povero ragazzo in difficoltà, è una minaccia pubblica.
E non si venga a dire che “il carcere non rieduca”. Intanto protegge. Protegge le vittime potenziali, protegge i cittadini, protegge i ragazzi normali che vogliono vivere le città senza paura. La rieducazione, se possibile, venga dopo. Ma prima viene la sicurezza. Prima viene il diritto a tornare a casa vivi.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga lista di aggressioni, accoltellamenti, rapine finite nel sangue. Giovani e giovanissimi colpiti per un telefono, per uno sguardo, per una parola di troppo. Famiglie distrutte mentre i responsabili, spesso, sono tornati liberi in tempi record. Questo non è garantismo: è resa dello Stato.
La legge “anti-maranza” deve quindi essere senza ambiguità. Deve prevedere pene severe, certe, immediate. Deve limitare drasticamente la discrezionalità che oggi consente di svuotare le carceri mentre le strade si riempiono di violenza. Deve impedire che cavilli procedurali, interpretazioni creative o automatismi buonisti trasformino ogni arresto in una barzelletta.
Perché c’è un’altra verità che nessuno osa dire: l’impunità genera emulazione. Se i delinquenti sanno che non succede nulla, continueranno. Se sanno che finisce con una denuncia e una pacca sulla spalla, alzeranno il livello dello scontro. Se invece sanno che li aspetta il carcere vero, subito e senza scorciatoie, qualcosa cambierà.
Non è una questione ideologica. È una questione di ordine pubblico. E di civiltà. Uno Stato che non difende i suoi cittadini perde legittimità. Una giustizia che tutela più chi delinque che chi subisce diventa incomprensibile, distante, ostile.
Ora il Parlamento ha davanti a sé una scelta chiara: o stare dalla parte delle vittime, delle famiglie, dei cittadini stanchi di vivere nella paura, oppure continuare a proteggere un sistema che ha già dimostrato di non funzionare. Ogni indebolimento della legge, ogni “ma”, ogni “però”, ogni deroga sarà una responsabilità politica precisa.
La legge “anti-maranza” può essere l’inizio di una inversione di rotta. Ma solo se sarà dura, netta, inequivocabile. Senza sconti. Senza scorciatoie. Senza alibi. Perché le città non possono più aspettare. E i cittadini nemmeno.
Cronaca
Roma, Bologna, Milano: l’Italia sotto assedio. È ora di usare il pugno duro!
Published
2 settimane faon
12 Gennaio 2026
Non si può più girare la testa dall’altra parte. La notte di violenza nella zona della stazione Termini a Roma, con due aggressioni brutali a distanza di un’ora, è l’ennesima testimonianza di un fenomeno che da tempo sta diventando sistemico nelle principali città italiane. Prima, in via Giolitti, un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato aggredito da un gruppo di sette‑otto persone, pestato con tale ferocia da finire ricoverato in terapia intensiva, intubato e con gravi fratture al volto. Solo un’ora dopo, nella vicina via Manin, un giovane rider di 23 anni è stato picchiato in circostanze simili. Decine di persone controllate, fermi e verifiche all’ufficio immigrazione non bastano più a dare un’idea di quale sia il prezzo reale pagato dai cittadini per un problema di sicurezza che si espande come un’ombra inquietante.
È vero, le forze dell’ordine sono intervenute con prontezza, ma la domanda che si pone con forza è un’altra: quanto deve ancora durare questa situazione prima che il governo decida di agire con il pugno duro? Non sono singoli episodi isolati, ma una catena di violenze che si ripete, a Roma come altrove.
Negli ultimi giorni si sono moltiplicati anche i casi in altre grandi città. A Bologna, un uomo è stato aggredito in pieno centro mentre rincasava, colpito ripetutamente senza un apparente motivo se non la cieca volontà di fare del male. La scena si è consumata tra lo sconcerto dei passanti, testimoni di una violenza gratuita che tutti fingono di non vedere ma che è lì, palese, sotto gli occhi di chiunque transiti in una piazza, un corso o una stazione.
Milano, città spesso celebrata come modello di ordine e sviluppo, non è da meno. Solo qualche giorno fa, in una delle zone più frequentate della movida milanese, un gruppo di giovani senza alcuna causa apparente ha aggredito un passante, lasciandolo con ferite e lividi, e poi si è disperso tra i vicoli come se nulla fosse. Altrove, cittadini impegnati in attività quotidiane – tornare a casa, prendere un taxi, aspettare un autobus – si trovano a fare i conti con la paura, con il timore che una serata tranquilla possa trasformarsi in un incubo.
La somma di questi episodi porta a una sola conclusione: l’inerzia non è più tollerabile. Parlare di interventi strutturali non è più un esercizio retorico, ma un’urgenza concreta. Il governo, di qualunque colore politico, deve finalmente prendere atto che parole come “sicurezza”, “ordine pubblico” e “tolleranza zero” non possono essere slogan elettorali, ma mantra di un’azione politica coerente e ferma.
Pattuglie stabili nelle aree più critiche, sistemi di videosorveglianza potenziati, controlli mirati e costanti e, soprattutto, pene certe e immediate per chi aggredisce, ferisce o intimidisce chi vive, lavora o transita nelle città italiane. Non si può continuare ad assistere impotenti a scene che sembrano appartenere a città in conflitto piuttosto che a comunità civili e democratiche.
Il governo deve capire che la sicurezza non è un optional, non è una variabile da rimandare. È un diritto fondamentale dei cittadini, uno dei pilastri su cui si fonda la vita quotidiana di milioni di persone. Chiunque scelga di delinquere deve sapere che le conseguenze saranno immediate e severe, non un rinvio, non una multa simbolica e non un commento di circostanza.
Italia, sveglia. Bologna, Milano, Roma e tutte le altre città meritano di essere luoghi in cui si può camminare senza timore, lavorare con serenità e guardare al futuro senza il peso costante della paura. È arrivato il momento che chi governa dimostri con i fatti, non con le parole, che la sicurezza è una priorità nazionale. Il pugno duro non è una minaccia, è una necessità per la sopravvivenza civile di questo paese.
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