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Lost Judgment, indagini e pugni per il detective Yagami

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Lost Judgment esce su Xbox One, Series X/S, PlayStation 4 e 5 a distanza di 3 anni dal successo del primo capitolo. In questa recensione analizzeremo a fondo il tanto atteso sequel di Judgment che porta avanti le vicende dello “spin-off spirituale” della saga Yakuza. Una volta lanciato il titolo ci si troverà subito immersi nel pieno dell’atmosfera del titolo targato SEGA: le vicende che ruotano intorno all’ascesa dell’agenzia del detective Yagami sono un orrido sipario sul macabro balletto dell’identità umana. Nei casi accettati dal gruppo si comprende sin da subito che la trama si adagerà su note drammatiche e che l’aria è satura di tutti quei casi di cronaca che tendiamo a nascondere con vergogna alla luce del sole. Lost Judgment vuole soverchiare l’ipocrisia che annebbia il quotidiano. Si sfiorano temi che sgusciano tra la prostituzione minorile, il bullismo, le sugar girl, le molestie sui mezzi pubblici e molto altro. La cruda rappresentazione della società odierna, con delle profonde critiche a quella nipponica, è dipinta all’interno di un Giappone cristallizzato nella sua normalità, che però mostra il fianco alle criticità che ne ottenebrano le tradizioni. Lost Judgment non ha interesse nell’esaltare gli scorci di cronaca, ma vuole lanciarci il giocatore dentro per far si che si possa sfogare la propria brama di giustizia. La narrazione è inoltre ben scandita con dei sipari studiati per condannare apertamente alcune abitudini sociali che cerchiamo affannosamente di esorcizzare. Sebbene il legame che unisce tutti i protagonisti sia un caso di omicidio irrisolto, scandito da inchieste a sorpresa, questo non piega la libertà del giocatore a una serie lineare di eventi. Ci si barcamena tra crimini minori e una lunga serie di curiose vicissitudini legali, il tutto impreziosito dal ritmo degli ipnotici quartieri giapponesi. L’obiettivo dell’opera è quello di far comprendere la natura talvolta sfuggente della giustizia, stuzzicando chi gioca su massime di grande interesse sul fronte psicologico. Insomma, il viaggio del detective Yagami è un insieme di casi che richiedono un’armonia tra arti marziali spettacolari e una non poca dose di immedesimazione. Dalla sua piccola agenzia, il protagonista non osserva solo inorridito la crudeltà umana, ma lotta per cambiare anche il più modesto dei destini. Bastano poche ore per rendersi conto del fatto che Lost Judgment è maturato tantissimo rispetto alla sua incarnazione precedente. Le sue meccaniche non sembrano più una derivazione degli elementi fondamentali di Yakuza, costretti all’interno di un impianto ludico differente da quello per cui erano stati pensati originariamente, anzi: Lost Judgment si muove con una confidenza e con una consapevolezza piacevolmente sorprendenti.

Le prime ore di Lost Judgment sono letteralmente folgoranti. Dopo una breve introduzione in cui RGG Studio sembra voler dimostrare di aver imparato dagli errori del passato, presentando una missione di pedinamento finalmente degna di questo nome, si viene catapultati in una storia eccellente per complessità, ritmo e tono della narrazione. Lost Judgment si prende libertà insperate, tessendo una ragnatela investigativa che trova il proprio centro di gravità in un liceo privato di Yokohama. Il gioco proietta Takayuki Yagami all’interno del mondo scolastico e lo fa scontrare con la corruzione e la doppia faccia del sistema educativo giapponese, dentro una storia che parla di violenza giovanile e, soprattutto, della piaga del bullismo in una società che troppo spesso tende a nascondere certe questioni sotto al tappeto. Yagami si trova ad essere quasi per caso il consulente scolastico del liceo Seiryo e ad intrattenere rapporti con studenti e professori per far luce sulla scomparsa di Mikoshiba che, nonostante le accuse di bullismo ed istigazione al suicidio rivoltegli dalla famiglia Ehara quattro anni prima, è riuscito a fare carriera ottenendo un tirocinio come insegnante. A colpire è la sobrietà con cui Lost Judgment si pone: il suo intreccio narrativo è calibrato alla perfezione e si concentra su una vicenda tristemente ordinaria, capace di risuonare con l’esperienza di vita di molti adolescenti che durante la crescita si sono dovuti scontrare con i soprusi dei propri compagni. Allo stesso modo sono state ridotte le fasi di investigazione in soggettiva, che mantengono però gli stessi problemi del passato, rimanendo sezioni di gameplay pericolosamente tendenti verso il noioso che obbligano a scandagliare l’ambiente in cerca di piccoli dettagli nascosti in bella vista. Per essere un titolo investigativo stupisce come questo preciso ambito del gameplay riesca a essere così poco soddisfacente rispetto a quello di mostri sacri del genere, che sfidano l’intelletto e le capacità deduttive del giocatore. Molto apprezzata invece l’introduzione del parkour, che dona all’esplorazione una verticalità inedita, così come quella delle sezioni di infiltrazione, che propongono meccaniche stealth molto elementari ma a modo loro divertenti. Peccato solo per l’IA nemica che in quei frangenti diventa particolarmente deludente. La nuova ambientazione scolastica è una boccata d’aria fresca per uno spin off che rischiava di rimanere pericolosamente troppo legato a dinamiche ormai sviscerate a fondo e prossime al diventare troppo ripetitive. Come già detto le missioni di pedinamento hanno subito un restyling piuttosto corposo che ne rimodula in positivo la durata, le meccaniche e la frequenza con cui vengono proposte all’interno della trama principale.

Volendo descrivere in due parole il gameplay di Lost Judgment, quelle sarebbero “scatola giochi” . Già, perché il titolo SEGA è esattamente questo, e segue alla lettera il copione “sandbox” utilizzato in Yakuza, ossia: una grandissima scatola piena zeppa di attività e minigiochi in quale il giocatore potrà perdersi. A differenza di quanto visto in Yakuza Like a Dragon, che ha deciso di dare una svolta alla saga sacrificando la componente action in tempo reale per diventare un JRPG a turni, Lost Judgment continua a portare avanti l’eredità iniziale degli Yakuza. In questo spin-off, infatti (esattamente come nel primo capitolo), il combattimento in sé e per sé è quello di un classico brawler che darà totale libertà al giocatore durante gli scontri. Parlando un po’ di attività e lunghezza generale del titolo, per completare la trama principale saranno necessarie circa 20-25 ore di gioco (a difficoltà normale). Tuttavia, se si è dei completisti che amano portare il tasso di completamento dei videogiochi al 100%, tra sub quest, attività extra come giochi arcade, golf e via dicendo vi ci vorranno sicuramente la bellezza di un centinaio di ore, se non di più. Infatti le due piccole città liberamente esplorabili di Lost Judgement sono letteralmente piene zeppe di cose da fare. Ogni angolo di Kamurocho e Ijincho è infatti colmo di segreti e cose da scoprire. In parole povere, se si cerca contenuto in abbondanza (e che sia soprattutto anche ad un livello qualitativo medio elevato), allora Lost Judgement è un must buy effettivo. Tecnicamente parlando, pur essendo un prodotto cross generazionale, Lost Judgment si presenta sulle console next gen in splendida forma. Il gioco è stato testato da noi in fase di recensione su ambo i sistemi next gen di casa Microsoft. Il prodotto SEGA offrirà due modalità prestazionali differenti: la modalità grafica darà priorità alla risoluzione (su Xbox Series S fino a 1440p mentre su Xbox Series X si parla di 4K nativi), ma ridurrà il framerate a 30 fotogrammi, mentre la modalità prestazionale farà l’esatto contrario così da portare il gioco ai tanto ambiti 60 FPS (abbassando il livello di dettaglio e risoluzione). Series X può vantare una notevole pulizia grafica rispetto a Series S, con texture più pulite, una profondità di campo meglio percepibile e modelli poligonali a risoluzione maggiore. Precisiamo però che anche la macchina più economica di casa Microsoft riesce comunque a gestire il titolo senza troppi problemi, proponendo una qualità grafica che in ogni caso rimane in linea con l’attuale generazione. Per quanto concerne il comparto audio, Lost Judgment offre un risultato davvero sublime. Come sempre le soundtrack create appositamente per il titolo risultano perfette e facilmente apprezzabili da tutti. Stessa cosa vale per il doppiaggio che svolge un ruolo magnifico sia in inglese che ovviamente in giapponese. Tirando le somme, Lost Judgment si dimostra, come da copione, il degno spin-off di Yakuza, incarnando elegantemente la filosofia e i valori ludici che tanto hanno fatto palpitare gli appassionati. La trama si dimostra essere un vero concentrato di tematiche mature, ora per le stoccate di critica che rivolge alla società odierna, ora per il cinismo con cui discorre di etica e psicologia. Il gameplay, poi,si sviluppa tra pirotecniche mosse di arti marziali e avvincenti approcci stealth, che si apprestano a uno stile duttile e libero. Sorvolando su qualche goffa resa tecnica, l’opera attinge da un comparto artistico di livello, capace di ammaliare il giocatore con una smodata attenzione al dettaglio e alla pianificazione urbana. Sono da sottolineare gli sforzi fatti per rendere il gameplay vario e in perenne crescita durante tutta l’esperienza, poiché richiama l’attenzione in una sfilza di ritocchi o sfaccettature in termine di game design davvero esaltanti. Insomma, se volete giocare a qualcosa di originale, profondo, esaltante e divertente, Lost Judgment è quello di cui avete bisogno.

GIUDIZIO GLOBALE

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 9

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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The DioField Chronicle, strategia e battaglie in tempo reale

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The DioField Chronicle, il nuovo videogame strategico in tempo reale per Pc, Xbox, Switch e PlayStation di Square Enix, basa la propria costruzione narrativa su un universo che attinge pienamente dall’esperienza fantasy, andando a offrire alcuni spunti di riflessione fondamentali per comprendere al meglio come le guerre e le battaglie finiscano per distruggere non solo vite umane, ma anche la natura circostante. L’isola di DioField è una sorta di atollo riuscito a tenersi lontano dallo scontro che ha visto l’Impero Schoevia e l’Alleanza di Rowetale scontrarsi duramente, fino a quando il primo, per poter avere la meglio nel conflitto col secondo, non si rende conto di essere a corto di giada e proprio per tale ragione parte all’assalto dei giacimenti presenti sull’isola di DioField. Andrias Rhondarson e Fredret Lester vengono, così, incaricati dal principe dell’isola, come ultimo desiderio prima di morire, di formare un gruppo di resistenza per provare a salvare tutto ciò che si può dell’isola. Cresciuti e diventati dei soldati, dopo allenamenti su allenamenti, i due entrano nel gruppo dei Blue Fox, scoprendo tutto ciò che sta accadendo sull’isola di DioField e di come il traffico di giada sia diventato un vero e proprio pretesto per l’ascesa del dispotico duca Hende. In questo quadro geopolitico non certo originale ma ugualmente interessante si muove un cast di personaggi abbastanza vasto, il cui nucleo è formato da tre amici d’infanzia, ritrovatisi dopo tanti anni dalla stessa parte della barricata a sbarcare il lunario come mercenari. Lo sviluppo e l’evoluzione dei singoli personaggi però non è sempre allo stesso livello: se alcuni si sono dimostrati ben scritti e capaci di stupire in un paio di frangenti sul finire della corposa campagna principale, altri si sono rivelati piuttosto piatti e non hanno mostrato segni di evoluzione dal loro ingresso nel party sino allo scorrere dei titoli di coda. Detto ciò, possiamo dire che in generale il sostrato narrativo e il world building di The Diofield Chronicle riescono a soddisfare, tra qualche cliché fantasy di troppo e qualche svolta inattesa, inoltre il finale riesce a gettare le basi per un possibile sequel.

A livello di gameplay, le innovazioni di DioField stanno tutte nelle battaglie vere e proprie, poiché, gli sviluppatori si sono allontanati dalla classica formula a griglie e turni che caratterizzano il genere. The DioField Chronicle, infatti, mette in campo un sistema ibrido con chiare influenze provenienti dagli RTS occidentali, ed è a tutti gli effetti una variante di uno strategico in tempo reale con pausa tattica. Attenzione però, questo tipo di meccaniche potrebbe far pensare immediatamente a serie come Total War, mentre DioField è in realtà molto lontano da quel tipo di filosofia, e non permette di utilizzare intere armate da dividere e posizionare accuratamente: durante gli scontri si hanno a disposizione solo quattro unità al massimo, ognuna accompagnata da un altro combattente a supporto (per un massimo di otto personaggi in totale) e dotata di una classe con abilità e ruoli molto specifici. Il numero limitato di unità non significa che il posizionamento delle stesse sia trascurabile, dato che i nemici di DioField sono piuttosto differenti fra loro, dispongono spesso di abilità ad area e la loro presenza nelle mappe è accuratamente pensata in modo da rendere sempre l’avvicinamento pericoloso. Gestire un “esercito” così limitato porta dunque le tattiche del giocatore a concentrarsi su altri due fattori primari: l’uso delle abilità e il mantenimento delle risorse. Ora della fine, in parole povere, The DioField Chronicle è un titolo dove per dominare davvero risulta necessario massimizzare le sinergie tra i ruoli disponibili, usare sempre le tecniche migliori per ripulire rapidamente il campo limitando i rischi, ed evitare di sprecare prezioso mana tra i combattimenti. Gli sviluppatori, peraltro, hanno scelto di regolare ogni scontro su una scala piuttosto limitata, per evitare missioni eccessivamente lunghe e tediose; vi sono persino termini di tempo da rispettare per ottenere premi aggiuntivi, a dimostrare ulteriormente come qui l’ottimizzazione di tempi e mosse abbiano un ruolo del tutto centrale. The DioField Chronicle ripropone un sistema a classi, ma non è il caso di aspettarsi in questo gioco qualcosa di comparabile a Final Fantasy Tactics o Disgaea. Durante l’avventura, infatti, non c’è modo di cambiare specializzazione di ogni personaggio, ma si è relegati a quanto offerto dalla storia principale, dato che ogni personalità presente nell’esercito di mercenari ha una classe già decisa e immutabile. Certo, questo non significa che la varietà manchi, tuttavia il numero di guerrieri a disposizione è piuttosto limitato, così come discretamente basilari sono le opzioni per potenziare ognuno di loro. Al di fuori di potenziamenti globali delle abilità, infatti, sono presenti dei rami di sviluppo limitati per ogni singola scelta e a decidere davvero la potenza in battaglia sarà principalmente l’equipaggiamento. Non si tratta di una struttura mal fatta, per carità, ma le sue limitazioni sono chiaramente messe in campo per dare una precisa gradualità alla progressione del giocatore, che con un po’ di esperienza può comprendere pressoché subito quali siano le strade migliori per sviluppare il suo team, e concentrarsi sul livellare esclusivamente i personaggi più influenti.

A livello grafico The DioField Chronicle è tanto bello durante le fasi di combattimento quanto bruttino durante i filmati che portano avanti la trama principale, così come durante l’esplorazione della base della compagnia di mercenari. Si passa quindi con grande disinvoltura da scorci che sembrano disegnati a mano che si sposa benissimo con le ambientazioni evocate, a personaggi che muovono appena le labbra mentre il doppiaggio scorre, da evocazioni splendide che squarciano lo schermo ed il campo di battaglia a movimenti talmente legnosi da richiamare titoli di due generazioni fa. Peccato davvero. I 60 fps, il discreto doppiaggio dall’accento molto british e i caricamenti fulminei giocano a favore della produzione, anche se da un lato aumentano i rimpianti per quello che avrebbe potuto essere se solo fossero stati investiti maggiori fondi nel progetto. La colonna sonora del gioco è piacevole, pur risultando ripetitiva dopo qualche ora per via dello scarso numero di brani, ma comunque riesce perfettamente a essere credibile e a tratti anche coinvolgente. Tirando le somme, The DioField Chronicles è un titolo che riesce a conquistare grazie al suo ottimo gameplay. L’ibridazione tra uno strategico a turni ed un RTS risulta ben riuscita, l’estetica dei diorami all’interno dei quali si combatte non stanca per tutta la durata della campagna e il combat system si rivela soddisfacente anche per un veterano del genere. Grazie ad un livello di difficoltà mai troppo proibitivo e ad una curva di apprendimento alla portata di tutti, peraltro, l’ultima fatica Square Enix si presta ad essere goduta anche da quanti sono stati sempre un po’ intimiditi da un genere considerato di nicchia e di non facile approccio. Quindi, se si vuole provare qualcosa di nuovo, che offra un sistema di gioco valido e che riesca a divertire senza troppe pretese, questo è il titolo ideale.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 7

Sonoro: 8

Gameplay: 8

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 7,5

Francesco Pellegrino Lise

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Samsung e Intel svelano un prototipo di portatile arrotolabile

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Nel corso del lancio dei processori Intel Core di tredicesima generazione, anche noti come Raptor Lake, Samsung e Intel hanno svelato un portatile con display arrotolabile, capace di passare da 13 a 17 pollici. Secondo l’azienda coreana, si tratta di una dimostrazione di ciò che è possibile fare con la tecnologia di visualizzazione oled costruita su un substrato di plastica flessibile. Facendo scivolare il pannello dal bordo del prototipo, si passa dalle dimensioni di un tablet come l’iPad Pro ad un piccolo monitor. “Stiamo annunciando il primo display scorrevole da 17 pollici al mondo per pc”, ha detto JS Choi, l’amministratore delegato della divisione Samsung Display al pubblico della conferenza Intel Innovation 2022. “Questo dispositivo soddisferà diverse esigenze grazie alla sua portabilità”.

Nonostante si tratti di un prodotto non per la vendita, l’ad ha dunque parlato di bisogni reali degli utenti, lasciando intendere che presto il prototipo potrebbe diventare realtà. Samsung Display lavora da alcuni anni su schermi oled scorrevoli. L’azienda ha mostrato una versione di laboratorio l’anno scorso. Pat Gelsinger, il Ceo di Intel, ha definito il portatile uno “slidable pc” senza fornire però dettagli tecnici sulla dotazione di bordo. Il notebook, con tecnologia touch, non prevede la presenza di una tastiera, sebbene non sia escluso che possa includerne una a scomparsa nel dorso, qualora venga commercializzato. Di recente, Lenovo ha presentato il suo ThinkPad X1 Fold dotato di un pannello pieghevole mentre la taiwanese Asus, nel corso della fiera di tecnologia tedesca Ifa 2022, ha annunciato lo ZenBook 17 Fold Oled.

F.P.L.

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Soulstice, il videogame italiano che sfida i colossi del genere action

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Soulstice rappresenta uno di quei videogame che fa davvero piacere recensire. Il suo arrivo su Pc, Xbox e PlayStation è infatti stato una graditissima sorpresa, in primis perché sviluppato dall’italianissimo team di sviluppo Reply Game Studio, e in secondo luogo perché riesce ad avvicinarsi a colossi del genere action come Devil May Cry o Bayonetta. Certo, di lavoro per eguagliare i prima citati colossi ce ne è ancora da fare, ma la direzione è quella giusta e Soulstice rappresenta un ottimo esempio di come un titolo “doppia A” possa sorprendere in positivo e divertire. A livello di trama Soulstice narra le vicende di Keidas, un Regno Sacro nel quale il mondo reale e quello spirituale sono separati da un sottile Velo. Squarciandolo si rischia di portare distruzione nel creato e, per evitare che ciò accada, ci si affida alle Chimere, ovvero due persone che, tramite un rituale, si fondono in una sola. Il corpo della prima accetta l’anima della seconda, ottenendo così capacità superiori. Le protagoniste sono proprio una Chimera, composta dalle anime di due sorelle: Briar e Lute. La prima è il personaggio da controllato dal giocatore, mentre le seconda agisce come una sorta di spirito guardiano, sia nei combattimenti che narrativamente, in quanto risulta la voce della ragione della sorella maggiore, più avventata e impulsiva. La coppia viene inviata nella città di Ilden, dove si è aperto misteriosamente una Squarcio, il quale ha causato la trasformazione di tutti gli umani e degli animali in creature deformi e folli, che ovviamente vogliono fare a pezzi chi gioca. La trama ruota attorno alla figura parzialmente mostruosa delle Chimere, al passato delle due sorelle protagoniste e ai segreti dell’ordine sacro di cui fanno parte. In un mondo dark fantasy, ovviamente, nulla è realmente senza macchia e dall’alto le macchinazioni coinvolgono gli ingranaggi più piccoli come Briar e Lute, le quali riusciranno a superare le aspettative e a prevalere, ovviamente ma non senza sudare quattro camice.

A livello di giocabilità Soulstice è un’esperienza che sa appagare chi proviene dalla vecchia scuola degli hack ‘n’ slash a scorrimento, inclusi i numerosissimi stylish game usciti nell’era a 128-bit di cui ancora si può percepire l’eco. Come accennato poche righe più in alto, Briar è la sorella principale (o meglio, quella che è chiamata a eliminare i nemici), nonché protagonista liberamente controllabile dal giocatore, grazie anche e soprattutto ai vari attacchi a disposizione. Grazie a lei si possono sferrare colpi veloci e letali, alternati ad altri più lenti ma sicuramente più potenti rispetto a quelli base (si va infatti dal poter utilizzare un martello, un guanto e persino un arco, ciascuno con potenza e caratteristiche differenti). Un singolo tasto è adibito all’uso della lama, mentre a un altro quello dell’arma secondaria equipaggiata. Ed è qui che entrano in gioco i primi problemi: Soulstice è sì un action game di buona fattura, ma spesso e volentieri il button smashing la fa da padrone. La sensazione è che premere furiosamente i tasti sia spesso il modo migliore per uscire indenni anche dalle situazioni più caotiche e problematiche, mettendo quindi in secondo piano tutta la questione tattica che da sempre grazia i massimi esponenti del genere. Nota a parte per le boss fight, le quali riescono a stuzzicare la mente del giocatore che è costantemente a caccia dei pattern giusti per porre fine all’esistenza dei nemici nel modo più sicuro e stiloso possibile. A variare un sistema di combattimento piuttosto canonico e confusionario c’è però la presenza di Lute, che a differenza di Briar non è controllabile (o perlomeno, non completamente), sebbene il suo ruolo sia in ogni caso davvero molto importante. Lo spettro è infatti in grado di attaccare in totale autonomia, pur non infliggendo danni paragonabili a quelli della sorella maggiore. Vero anche che Lute è in grado di contribuire al buon esito di un combattimento, magari immobilizzando il nemico di turno per qualche istante, il che è fondamentale per far sì che Briar infligga successivamente il colpo di grazia. Ma non solo: lo spettro è anche in grado di generare un’aura per rendere tangibili alcune creature, così come di creare piattaforme dal nulla utili a proseguire. Purtroppo, però, l’apporto di Lute non è quasi mai risolutivo, specie dalla distanza, visto che spesso e volentieri sarà molto più utile menare le mani a piacimento, piuttosto che spendere secondi preziosi a utilizzare un’abilità dell’alleata fantasma. A ciò va aggiunto un sistema di schivata non propriamente al top, il quale sembra favorire taluni attacchi a scapito di altri, rendendo il meccanismo un po’ troppo spigoloso. Ovviamente quanto detto fino ad adesso è in paragone con i migliori esponenti del genere, quindi nel complesso Soulstice si rivela un titolo assolutamente riuscito e godibile.

A sostenere un gameplay divertente ma comunque a tratti ripetitivo interviene un’esplorazione delle ambientazioni che spesso invoglia il giocatore di deviare dal percorso principale, offrendogli potenziamenti nascosti o materiale spendibile per sbloccare nuove abilità. Inoltre a rendere l’esperienza più completa ci pensano un immenso skill tree doppio (Uno per sorella) e la meccanica dei Campi. Lute infatti può creare delle cupole colorate – blu e rosse – che rendono vulnerabili certi nemici del rispettivo colore, altrimenti impossibili da sconfiggere. Il Campo non può essere attivato all’infinito, pena la perdita della Coesione e la temporanea scomparsa di Lute, quindi bisogna sempre avere chiaro contro chi si sta combattendo, attivando e annullando il Campo rapidamente. I campi possono essere utilizzati anche per rendere calpestabili alcune superfici nascoste o per frantumare sorgenti da cui attingere gemme per lo sviluppo dei personaggi. A proposito della Coesione, quest’ultima è una sorta di indicatore che, se massimizzato, permette di attivare un breve stato di berserk, detto Furore, che rende potentissimi e veloci e permette di attivare una mossa finale distruttiva. Se si cambia continuamente arma, non si subisce danni e si attacca senza interruzioni, si può attivare anche più volte in un combattimento. Ovviamente per fare ciò serve molta pratica e una padronanza del “moveset” molto elevata. Il sistema di combattimento di Soulstice premia l’equilibrio, la velocità e la precisione. È quindi un peccato che, mediamente, la telecamera fatichi a seguire l’azione, soprattutto negli spazi più angusti dove si incastra facilmente negli angoli delle stanze. Sommando anche la quantità di elementi da tenere in considerazione, ogni tanto può capitare di avere difficoltà un po’ a stare dietro a quanto accade a schermo. Gli sviluppatori propongono un sistema di puntamento “lock-on” che molti riconosceranno per i souls-like, ma non è una soluzione sempre efficace con un gioco così veloce e alle volte si perde più tempo a cercare di bloccare la telecamera sul nemico giusto che a sconfiggerlo. Per completare Soulstice a un livello di difficoltà intermedio sono necessarie circa una quindicina di ore, che aumentano per certo se si vuole rigiocare per trovare i potenziamenti e le sfide secondarie (battaglie in arene con condizioni speciali da rispettare) non completate nella prima run. Inoltre, ogni battaglia e capitolo riceve un punteggio, quindi si potrà giocare ancora e ancora a ogni difficoltà per ottenere quello massimo. La versione Xbox Series X da noi provata include tre diverse modalità grafiche, di cui due privilegiano rispettivamente il frame rate e la risoluzione; la terza, invece, è un compromesso indicato a coloro che preferiscono un’esperienza bilanciata. Durante i nostri test abbiamo giocato perlopiù in Modalità Performance e, fatta eccezione per le fasi più concitate, abbiamo registrato rari cali di frame rate. A livello audio se nel complesso la colonna sonora svolge il proprio compito senza lode e senza infamia, con tracce che difficilmente potranno rimanere impresse, abbiamo invece apprezzato il doppiaggio in inglese, ben recitato e contraddistinto da ottimi accostamenti vocali, nonché gli scorrevoli testi tradotti in italiano, che siamo convinti faranno la gioia di coloro che non masticano la lingua anglofona.Tirando le somme, Soulstice, nonostante non raggiunga le vette di eccellenza dei caposaldi del genere, rappresenta una sorpresa davvero ben gradita nel mondo degli action. La trama interessante e il ricco ventaglio di mosse garantito dal doppio protagonista, dalla vasta gamma di armi e dalla meccanica dei “campi” fanno si che l’avventura abbia un buon livello di sfida. A nostro avviso ignorarle Soulstice sarebbe un vero e proprio peccato, quindi consigliamo vivamente di dargli una chance.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 8,5

Gameplay: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco pellegrino Lise

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