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Cronaca

MORTE MARCELLO LONZI: UN INCREDIBILE ITER GIUDIZIARIO

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Il 13 Marzo 2015 si terrà l'udienza conclusiva. Mamma Maria continua a ripetere che "non si può morire quando si è in custodia dello Stato"

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LEGGI ANCHE: MORTE MARCELLO LONZI: IL CALVARIO DELLA MAMMA PER SCOPRIRE LA VERITA'

 

di Christian Montagna
Nemmeno dopo la morte trova pace il giovane Marcello Lonzi vittima della mala giustizia italiana, e con lui la giovane madre Maria Ciuffi che da anni lotta per la verità. Come abbiamo già detto e come testimonia il caso di Stefano Cucchi, siamo di fronte ad un assurdo caso dove le prove restano occultate ed i colpevoli se la spassano beatamente.

Nell'articolo pubblicato in precedenza introduttivo al caso ricco di colpi di scena e assurdità, Maria ci ha raccontato del suo arrivo al cimitero e della tremenda scoperta. Marcello ha del sangue sulla camicia, il volto gonfio con la bocca socchiusa e alcuni denti rotti, tre tagli sul lato sinistro del viso, sul labbro, sul sopracciglio e sulla fronte fino all'attaccatura dei capelli. Come potete immaginare, trovare un corpo in queste condizioni non è possibile in caso di morte naturale. Eppure, per ben due volte il caso è stato archiviato come tale. L'iter giudiziario di questa vicenda ha dell'incredibile: testimoni non presi in considerazione, guardie penitenziarie non interrogate, insomma, sembra proprio che quando si parli di Stato resti impossibile arrivare ad una soddisfacente verità processuale.

Nel settembre 2003, il pubblico ministero di Livorno Roberto Pennisi apre un fascicolo contro ignoti per l'omicidio di Marcello Lonzi. Sembra dunque che il caso stia prendendo la piega giusta e qualche mese dopo vengono richieste le foto del corpo del giovane e consegnate al Pm. Ci sono tre persone testimoni, due detenuti e una guardia penitenziaria che hanno visto per l'ultima volta in vita Marcello. Uno dei due detenuti dichiara di dormire e di non essersi accorto dell'accaduto ma di aver soltanto trovato Lonzi disteso a terra in una pozza di sangue con la testa vicino all'inferriata; il poliziotto invece dichiara di averlo lasciato in buone condizioni di salute. Dopo aver sentito Maria che è riuscita a contattare il detenuto in cella con Marcello, pare che le versioni fornite dallo stesso al telefono e in Procura siano totalmente diverse. Il poliziotto, dopo aver visto Lonzi per terra, dice di aver lanciato l'allarme e cercato invano di rianimarlo. Le indiscrezioni che però trapelano nel penitenziario e giungono all'orecchio di Maria sembrano essere discordi con questa versione dei fatti: si diffonde la voce che Marcello sia stato picchiato dalle guardie nelle celle di isolamento. Nonostante questo non fosse il primo caso di violenza nelle carceri italiane, il Pm pare non credere a questa versione e affida la consulenza medico legale al dott. Alessandro Bassi Luciani. La perizia fornita dallo stesso però si scoprirà essere scarna e carente, troppi elementi visibili ad occhio nudo vengono sottaciuti e non riportati. Secondo Luciani dunque la morte di questo ragazzo potrebbe essere stata causata da un arresto cardiaco. Nel 2004 il Pm Pennisi chiede la chiusura delle indagini con una richiesta di archiviazione poiché nulla di rilevante era apparso per poter iscrivere qualche elemento nel registro degli indagati. Il giudice Rinaldo Merani accoglie la richiesta e chiude il caso.

Maria non ci sta e intraprende una serie di battaglie che la portano a vedersi archiviato il caso più e più volte. Diffonde le foto di suo figlio al momento della morte; protesta contro le Procure che a tutti i costi vogliono coprire gli autori di questo efferato omicidio e il 12 Gennaio 2005 presenta una denuncia contro il Pm Pennisi, il medico legale Bassi Luciani e un'agente di polizia penitenziaria. Viene dunque riaperto il caso affidato stavolta al Pm Antonio Giaconi di Livorno che autorizza finalmente la riesumazione del cadavere indicando un nuovo medico legale, Francesco De Ferrari, che evidenzia le carenze della relazione precedente. Le costole rotte sono 8 e non una e lo sterno è fratturato. Pare essere dunque vicini ad una svolta ma in seguito agli esami tossicologici eseguiti sul sangue di Lonzi, anche De Ferrari scrive che i passati problemi di tossicodipendenza di Lonzi non possono non aver influito sulla morte ma, anzi, hanno accelerato l’insorgere del problema cardiaco; che il decesso è avvenuto per un forte stress emozionale e che l’aggressione da parte di terzi è poco probabile per mancanza di segni esterni visibili. Anche per questo medico dunque le cause della morte sono da attribuirsi ad una acuta insufficienza cardio-circolatoria. La consulenza chiamata dalla signora Ciuffi invece continua ad evidenziare delle anomalie. Nel 2008 Giaconi chiede la terza ed ultima consulenza medico legale a L.Vannuccini e F. Monciotti dalla quale fuoriesce un nuovo particolare: la denuncia di Marcello di aver subito un pestaggio al momento dell'arresto. Ma nemmeno questo dettaglio servirà a granché. Secondo la terza perizia medico legale, le lesioni sul suo corpo sarebbero state la conseguenza dell'urto contro un oggetto tagliente. Ma anche in questa perizia, il medico legale chiamato da Maria Ciuffi sottolinea le lacune e fa notare come in una fotografia scattata durante la riesumazione del cadavere, si veda un frammento di colore blu nella ferita sul sopracciglio di Lonzi.La perizia però giunge troppo tardi e nel 2010 il pm Giaconi deposita la richiesta di archiviazione accettata poi dal capo della Procura di Livorno, Francesco De Leo che respinge anche il ricorso in Cassazione nel 2011.

Maria non molla e si appella alla Corte Europea dei diritti dell'uomo che però nel 2012 dichiara non valido il suo ricorso. Nel 2013 allora presenta una nuova denuncia contro i due medici del carcere che hanno effettuato i primi soccorsi e contro il medico legale Bassi Luciani, per gli errori commessi durante l’esame autoptico. Si decide nel 2014 di poter svolgere ulteriori indagini e a breve, il 13 Marzo 2015 si terrà l'udienza conclusiva ma Maria continua a ripetere che " non si può morire quando si è in custodia dello Stato".

 

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Castelli Romani

Centro sud, pericolo caduta frammenti razzo spaziale cinese. Il consiglio della Protezione Civile: state al chiuso e ai piani bassi

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La previsione di rientro sulla terra è fissata per le ore 2:24 del 9 maggio, con una finestra temporale di incertezza di ± 6 ore

Ci sono “porzioni” di 9 regioni del centro-sud che potrebbero essere interessate dalla caduta di frammenti del razzo spaziale cinese ‘Lunga marcia 5B’: Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. La previsione di rientro sulla terra è fissata per le ore 2:24 del 9 maggio, con una finestra temporale di incertezza di ± 6 ore.

Le indicazioni arrivano dal Comitato Operativo della Protezione Civile convocato dal capo Dipartimento, Fabrizio Curcio. Il consiglio è di stare al chiuso e non in luoghi aperti dal momento che “è poco probabile che i frammenti causino il crollo di edifici”. Il rientro in atmosfera previsto per la notte tra sabato e domenica.

Le previsioni di rientro, rileva la Protezione civile, saranno soggette a continui aggiornamenti perché legate al comportamento dello stesso razzo e agli effetti che la densità atmosferica imprime agli oggetti in caduta, nonché a quelli legati all’attività solare.

Nell’intervallo temporale considerato sono tre le traiettorie che potrebbero coinvolgere l’Italia

Il tavolo tecnico – composto da Asi, (Agenzia Spaziale Italiana), da un membro dell’ufficio del Consigliere militare della Presidenza del Consiglio, rappresentati del ministero dell’Interno – Dipartimento dei Vigili del Fuoco, della Difesa – Coi, dell’Aeronautica Militare – Isoc e degli Esteri, Enac, Enav, Ispra e la Commissione Speciale di Protezione civile della Conferenza delle Regioni – continuerà, insieme ai rappresentanti delle Regioni potenzialmente coinvolte, a seguire tutte le operazioni del rientro, fornendo analisi e aggiornamenti sull’evoluzione delle operazioni.

“Sulla scorta delle informazioni attualmente rese disponibili dalla comunità scientifica – sottolinea la Protezione civile – è possibile fornire alcune indicazioni utili alla popolazione affinché adotti responsabilmente comportamenti di auto protezione: è poco probabile che i frammenti causino il crollo di edifici, che pertanto sono da considerarsi più sicuri rispetto ai luoghi aperti”. Si consiglia, comunque, indica il Dipartimento, “di stare lontani dalle finestre e porte vetrate; i frammenti impattando sui tetti degli edifici potrebbero causare danni, perforando i tetti stessi e i solai sottostanti, così determinando anche pericolo per le persone: pertanto, non disponendo di informazioni precise sulla vulnerabilità delle singole strutture, si può affermare che sono più sicuri i piani più bassi degli edifici.

All’interno degli edifici i posti strutturalmente più sicuri dove posizionarsi nel corso dell’eventuale impatto sono, per gli edifici in muratura, sotto le volte dei piani inferiori e nei vani delle porte inserite nei muri portanti (quelli più spessi), per gli edifici in cemento armato, in vicinanza delle colonne e, comunque, in vicinanza delle pareti; è poco probabile che i frammenti più piccoli siano visibili da terra prima dell’impatto; alcuni frammenti di grandi dimensioni potrebbero resistere all’impatto. Si consiglia, in linea generale, che chiunque avvistasse un frammento, di non toccarlo, mantenendosi a una distanza di almeno 20 metri, e dovrà segnalarlo immediatamente alle autorità competenti”.

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Milano, aggancia una bambina su instagram e la violenta: arrestato e portato in carcere un 20enne

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MILANO – Nella notte del 4 maggio 2021, a Pioltello (MI), i carabinieri del Nucleo Operativo Radiomobile della Compagnia di Cassano d’Adda (MI) hanno eseguito un fermo di indiziato di delitto d’iniziativa per il reato di “violenza sessuale aggravata” nei confronti di un 20enne peruviano, incensurato, domiciliato a Pioltello.

Le indagini, condotte dai militari dell’Arma e coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano, hanno avuto inizio dopo che la mattina precedente una 30enne honduregna residente a Pioltello aveva denunciato presso la locale Tenenza di aver appreso dalla figlia convivente di 12anni che la minore aveva subito una violenza sessuale alcune settimane prima.

I militari, con l’ausilio di una psicoterapeuta, hanno quindi ascoltato in modalità protetta la 12enne, apprendendo che il 3 aprile 2021 la bambina era stata avvicinata in un condominio del quartiere “Satellite” di Pioltello da un sudamericano conosciuto su instagram, dimorante nello stesso quartiere della bambina, il quale l’aveva obbligata a salire sul terrazzo dello stabile, costringendola a subire un rapporto sessuale.

Nei giorni seguenti, l’aggressore aveva inviato diversi messaggi alla minorenne nel chiaro intento di intimidirla a non denunciare le violenze subite, mostrando altresì una morbosa gelosia nei confronti della vittima. In tale contesto, il 25 aprile scorso la minore era stata avvicinata nello stesso luogo dal sudamericano, il quale l’aveva afferrata per un braccio nel tentativo di ripetere analoga violenza sessuale, sebbene in quella circostanza la 12enne era riuscita ad sfuggire dalla morsa dell’uomo e fare rientro a casa.

Grazie alle indicazioni fornite dalla vittima e alla capillare conoscenza dei luoghi e del contesto ove sono maturate le violenze, i carabinieri hanno raccolto in poche ore gravi indizi di colpevolezza a carico del 20enne peruviano, il quale è stato rintracciato in serata a Pioltello, procedendo al suo fermo. I militari hanno esteso la perquisizione all’abitazione di dimora del 20enne, ove hanno effettuato il sequestro degli indumenti indossati dall’uomo durante la violenza.

Al termine delle operazioni, il 20enne è stato associato alla casa circondariale di Milano “San Vittore”. Il 5 maggio 2021 si è svolta l’udienza di convalida del fermo, al termine del quale il G.I.P. ha disposto la custodia cautelare in carcere del peruviano

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Bari, Clan Parisi: Cassazione conferma condanne

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La Polizia di Stato di Bari ha eseguito 16 provvedimenti definitivi di pena, emessi dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Bari, nei confronti di altrettanti soggetti, condannati con sentenza definitiva a seguito della pronuncia della Suprema Corte di Cassazione a pene residue che vanno da 3 mesi a 13 anni di reclusione.

I soggetti sono stati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, detenzione e porto di arma comune da sparo aggravata dal fine di agevolare un’associazione di tipo mafioso, lesioni personali, violazione di domicilio, invasione di terreni ed edifici, furto e furto in abitazione, illecita concorrenza con minaccia e violenza in concorso ed aggravata dal metodo mafioso, favoreggiamento e minaccia.

L’attività odierna, cha ha interessato Bari ed altre province del territorio nazionale, con l’impiego dei poliziotti della Squadra Mobile e l’ausilio di equipaggi del Nucleo Prevenzione Crimine e del IX Reaparto Volo, è l’epilogo giudiziario dell’operazione “Do ut Des”, indagine sviluppata dalla Squadra Mobile di Bari che portò nel marzo 2016 all’emissione, da parte del G.I.P. del Tribunale di Bari, su richiesta della locale della Direzione Distrettuale Antimafia, di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 31 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati sopra descritti.

L’attività investigativa della Squadra Mobile di Bari documentò l’operato criminale del sodalizio mafioso denominato clan “Parisi”, operativo a Bari e in alcuni comuni della provincia che, attraverso il capillare e sistematico controllo del territorio, ha gestito in situazione di monopolio numerose attività illecite; l’egemonia del clan nelle area di influenza era sviluppata in maniera variegata, anche attraverso il monitoraggio e la gestione degli alloggi di edilizia popolare e, soprattutto, attraverso l’infiltrazione all’interno dei cantieri edili.

Le dichiarazioni rese da alcuni imprenditori taglieggiati, nonché le numerose attività tecniche, consentirono di acquisire convergenti e univoci elementi di responsabilità a carico di una struttura criminale, diretta ed organizzata da PARISI Savino cl. 60, con base operativa nel quartiere Japigia di Bari, dedita a commettere in via continuativa estorsioni nel settore dell’edilizia attraverso condotte gravemente intimidatorie, seppur non sempre commesse con atti di violenza fisica.

L’indagine ha portato alla luce un sistema che vedeva gli stessi imprenditori edili interagire direttamente e senza alcuno scrupolo, con i vertici del clan pur di ottenere commesse ed impiego, alterando in maniera significativa le regole di mercato e della libera concorrenza.

Le investigazioni documentarono ampiamente come il clan si insinuava, sfruttandola, nell’attività dell’imprenditoria edile barese, finendo per operare scelte aziendali di rilievo, imponendo ditte di fiducia o addirittura “imprese mafiose”, così determinando indirettamente anche i prezzi di forniture e opere, sui quali poi pretendere una percentuale, secondo un preliminare accordo sinallagmatico.

Dal complesso degli atti di indagine emerse con chiarezza che le estorsioni venivano realizzate non più o non solo tramite la richiesta violenta del “pizzo” o dell’assunzione di un guardiano scelto tra gli uomini di fiducia del sodalizio criminale, ma attraverso un sistema articolato di relazioni degli appartenenti al clan Parisi con gli imprenditori del settore edile che prevedevano l’imposizione delle ditte che dovevano aggiudicarsi i subappalti o le commesse di forniture e lavori; un sistema estorsivo che includeva il coinvolgimento di imprese “amiche” e che consentiva al clan di lucrare sui ricavi dei subappaltatori imposti e che avevano ottenuto la commessa.

Le condanne confermate nei giorni scorsi dalla Suprema Corte di Cassazione, che ha accolto in massima parte quelle comminate dalla Corte di Appello di Bari, riguardano gli esponenti apicali del clan Parisi, compreso l’indiscusso capo dell’organizzazione criminale indagata, raggiunto dalla notifica del provvedimento mentre si trova detenuto nella Casa Circondariale di Terni per la stessa causa.

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