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NBA 2K22, un gran canestro sul parquet della next-gen

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NBA 2K22, l’acclamato simulatore di basket sviluppato da Visual Concepts, è arrivato come di consueto ed è pronto a regalare ore e ore d’incredibile sport simulato sulle console next-gen di casa Microsoft e Sony. Nella nostra analisi del titolo metteremo in evidenza come come il team di sviluppo per quest’anno abbia deciso di concentrarsi da una parte sulla creazione di nuovi e potenzialmente interessanti modi di giocare, e dall’altra nel sistemare i diversi punti deboli emersi al debutto su quella che, ad un anno di distanza, viene ancora considerata la nuova generazione di console. E’ principalmente a livello di gameplay che si notano subito le prime grandi novità rispetto a quei piccoli incidenti di percorso avvenuti l’anno scorso. NBA 2K22 ha apportato alcune importanti modifiche all’azione in campo che contribuiscono a renderlo un gioco più realistico del solito, in particolare il modo in cui gestisce la perdita di resistenza e di forza fisica durante il dribbling. In 2K21 era facile correre contro un difensore sul perimetro, evitare l’intervento di un Curry qualsiasi (si fa per dire) e colpire dalla zona dei tre punti senza sudare. Contro la CPU questa tattica era quasi indifendibile, specialmente in MyTeam dove le carte giocatore sono state rapidamente rese ridicolmente potenti. In NBA 2K22 è ancora possibile impiegare tattiche del genere, ma la perdita di energia dovuta a sprint e dribbling è decisamente molto più realistica. Man mano che il giocatore diventa più stanco il suo misuratore di tiro si riduce, rendendo più difficile centrare il canestro. Questo porta a un gioco che inizialmente sembra più lento rispetto ad NBA 2K21, ma se si gioca cercando soprattutto il controllo della palla senza tener premuto il tasto dedicato allo scatto, si ha più tempo per mandare la palla a canestro grazie ad un meter di tiro più grande. Potrebbe non sembrare un cambiamento importante all’inizio, ma porta ad utilizzare uno stile di gioco molto più aderente alla realtà rispetto a quanto si sia visto la scorsa stagione. Non potendo quindi più utilizzare lo scatto in maniera indiscriminata, si è portati a giocare ad un basket di squadra con il pick and roll che diventa presto una fra le mosse più utilizzate sul parquet, soprattutto nelle modalità non on line. Imparare come e quando usare le abilità di palleggio e la velocità per superare i difensori su un pick farà la differenza. Oppure si può usare il pick and roll per forzare un cambio e andare a lavorare contro il difensore più piccolo; si tratta di tattiche un po’ troppo devastanti a volte, anche se vengono ampiamente contrastate dai miglioramenti implementati sul versante delle tattiche difensive. Inoltre, Visual Concepts ha completamente riprogrammato i sistemi di contestazione dei tiri e di blocco. Come per il pick and roll, si può iniziare ad avere la sensazione di avere troppa potenza; tuttavia, l’attacco è molto più propenso a drenare i jumper aperti, il che significa che non si può semplicemente cedere o fare affidamento su una contestazione tardiva. Anche le situazioni legate alle palle rubate sono state migliorate con nuove animazioni basate sul punteggio totale assegnato alla capacità del giocatore di rubare palla, il tutto assolutamente fedele a quanto avviene nella realtà. Si assiste, inoltre, ad una decisa riduzione dei fastidiosi episodi di “bump steals” (il furto della palla da parte dei giocatori gestiti dall’IA) anche se permangono alcuni difetti nelle animazioni, soprattutto nella modalità “The City” quando si assiste ancora ad una spiacevole compenetrazione di poligoni. Un gameplay migliorato non significa molto però se non si hanno delle modalità di gioco in grado di sfruttarlo pienamente e, da questo punto di vista, l’offerta di Visual Concepts è particolarmente ampia e i fan della serie saranno certamente molto lieti del lavoro svolto.

Iniziamo dalle aggiunte più corpose. I ragazzi di Visual Concepts hanno deciso di pensare in grande, per NBA 2K22. Come di consueto la modalità “La Mia Carriera” rappresenta il piatto più succoso dell’offerta ludica, nonostante quest’anno sia affiancata da dei contorni tutt’altro che trascurabili. Al contrario degli episodi passati, in questo nuovo titolo il percorso verso la celebrità del proprio alter ego virtuale viene calato senza grossi preamboli all’interno dello spazio “social free roaming” che, per le edizioni next-gen (ovvero PS5 e Xbox Series X), assume le sembianze di una metropoli fatta e finita. Il progetto è davvero molto ambizioso e, infatti, come spesso accade alle scommesse dalla posta troppo alta non tutto, agli sviluppatori, è riuscito come probabilmente speravano, ma nel complesso il risultato finale è senza dubbio di altissimo livello. I Visual Concepts hanno indubbiamente lavorato per migliorare il format che debuttò nel corso del primo periodo di vita della nuova generazione di console. E, per certi versi, ci sono riusciti. Per molti altri, invece, hanno fatto il passo più lungo della gamba. La Città non è altro che un pantagruelico calderone ribollente di attività, in cui ognuno può plasmare il destino del proprio cestista digitale, quest’ultimo creato a partire dal consueto, sconfinato editor, a cui ormai i giocatori sono abituati da anni abituati. Quest’anno, infatti, le novità che accompagnano MP (questo il nome del giovane esordiente per il 2022) non mancano. Partendo dall’assunto secondo il quale ogni giocatore NBA che si rispetti è anche un “brand”, gli sviluppatori hanno parcellizzato la modalità principe del pacchetto in decine di attività diverse: abbigliamento, musica, allenamenti, social, sponsorship, il tutto declinato in un sistema di missioni del tutto inedito per il genere. In questo senso, gironzolando per la città sembra di trovarsi all’interno di una specie di sandbox in cui è possibile perdere il proprio tempo con una valanga di cose extra da fare come far shopping, giocare in uno dei tanti campetti sparsi qua e là, oppure a completare missioni principali, sfide secondarie, eventi settimanali e stagionali. Qualsiasi cosa, all’interno dello spazio condiviso può fornire ricompense, estetiche o in esperienza, con cui arricchire la vostra collezione. Inoltre, qualsiasi cosa facciate vi porta a guadagnare punti MVP, i quali servono sostanzialmente come un indicatore della popolarità all’interno della cerchia metropolitana. Insomma, il focus non sembra essere più sul “semplice” gioco del basket, perlomeno nella modalità La Mia Carriera. La palla a spicchi e le opportunità di perseguire diverse strade come la G League, il College o direttamente il draft della NBA ci sono sembrate relegate alla funzione di mero orpello, rispetto alla priorità che è quella di diventare il giocatore più popolare di sempre. Non a caso il protagonista parte già come YouTuber da strada con il pallino della fama… insomma, non ci si trova dinanzi a una grande storia di riscatto sportivo. Visual Concepts e 2K, così facendo però, sono riusciti a centrare l’obbiettivo: ossia quello di dare in pasto ai giocatori sempre affamati di contenuti inediti modi per passare il tempo. Questa virata verso un’esperienza ludica da GDR open world, potrebbe essere la dimensione ideale per rinnovare e svecchiare la serie e offrire un titolo ancora più longevo e appassionante. Detto ciò però c’è da dire che un’impostazione del genere va a snaturare un po’ l’essenza e il significato della Carriera. Infatti è molto facile perdersi e non seguire il filo degli eventi, prediligendo semplicemente il farming dei sempre onnipresenti VC points. Questo nuovo spazio metropolitano “open world”, ad ogni modo, soffre moltissimo anche sotto un altro punto di vista: quello tecnico. L’enorme mole processi, giocatori e attività da gestire fa singhiozzare persino la Xbox Series X. Lag, stuttering e pop up sono purtroppo onnipresenti quando si gira per la città. Insomma, spostarsi spesso diventa un’agonia. I Visual Concepts, inoltre, hanno dimostrato di non aver estrapolato le migliori caratteristiche del genere a cui si sono voluti ispirare, presentando una creatura ancora troppo ambiziosa e troppo grezza. In ogni caso lo sforzo è encomiabile e fa ben sperare per le edizioni future.

Fra le varie modalità di gioco di NBA 2K22 è presente anche “The W”, ossia una sorta di carriera dedicata alle giocatrici della WNBA, il campionato femminile della NBA. Niente città, poca narrativa, tanto campo, allenamenti e microgestione della propria giocatrice. Anche sul parquet VC ha lavorato bene e si “sente” che si sta giocando ad un gioco diverso rispetto a quello dei colleghi uomini. Tutto, a partire dalle animazioni del palleggio al tiro, è diverso e bisogna reimparare a stare in campo, facendo girare di più la palla e apprezzando in questo modo questa variante della pallacanestro sicuramente meno spinta dal punto di vista fisico, ma non per questa meno vera. Anzi, il fatto che sia una modalità molto più asciutta rispetta a myPlayer consente di respirare molta più pallacanestro in The W rispetto che nella Città, dove, tra sponsor, rap, vestiti, capricci, litigi e cavolate varie si perde un po’ di vista il lato sportivo e affascinante dello sport in favore di quello commerciale. Un’altra modalità che è tornata invece pressoché invariata è myTeam, per semplificare una sorta di FUT, ma di NBA 2K22. Si tratta di una modalità che mescola il Fantasy Basketball con il gameplay di NBA 2K. Si parte sbustando un serie di pacchetti utile a formare un quintetto sensato, più le relative riserve. Queste saranno più o meno forti in base alla fortuna del giocatore, ma potranno essere potenziate con nuovi distintivi in grado di migliorare alcune loro statistiche, così da colmare alcune lacune o rendere inarrestabili i punti di forza. Anche in questo caso i soldi, quelli veri, possono velocizzare la creazione di team formidabili e composti da carte rarissime e potentissime, ma, a differenza del mioGiocatore, qui ci sono molte più possibilità per poter giocare liberamente in modo da accumulare risorse con le quali colmare più facilmente il gap con i giocatori paganti. La necessità, anche in questo caso, di monetizzare è visibile nella modalità Draft. Qui un giocatore compone in maniera casuale il proprio team e può continuare a utilizzarlo fino a quando non accumula 3 sconfitte. La modalità perfetta per chi cerca un qualcosa di leggero e veloce, che non necessiti necessariamente ore di grinding spinto. Peccato che il numero di ticket per accedervi gratuitamente sia limitato e i nuovi biglietti vadano comprati. Questa continua presenza di microtranzazioni ed elementi di questo genere rischia di far passare in secondo piano il fatto che, alla fine dei conti, ci troviamo di fronte a uno dei migliori giochi di basket di sempre. Le modalità sono tante e adatte a tutti i gusti, da coloro che amano il basket da strada a quelli che vogliono provare le emozioni di essere un General Manager di una franchigia NBA. Ci sono le squadre della WNBA, le squadre classiche e tutta una serie di contenuti che si modificano e aggiornano quasi in tempo reale in base alla stagione in corso. Per quello che concerne l’aspetto visivo, da un punto di vista puramente grafico, sulle console di nuova generazione ci troviamo davanti ad uno spettacolo che rasenta il fotorealismo. Soprattutto nelle fasi precedenti alla partita vera e propria, l’impostazione televisiva di riprese e menu ci regala l’illusione di essere sintonizzati per sbaglio su ESPN. Durante i match si palesa ancora, di tanto in tanto, l’eccessiva pesantezza con cui alcuni atleti si trascinano sul campo, ma complice il già citato maggior ritmo d’azione, anche questo è un difetto archiviato. I 4K e i 60 fps sono sempre garantiti anche se, durante le fasi d’esplorazione della città, come già detto, i cali di frame-rate conditi da qualche fastidioso bug come compenetrazioni di poligoni ecc… macchiano l’esperienza complessiva di gioco. Tirando le somme, con NBA 2K22 i ragazzi di Visual Concepts e 2K hanno riscritto pesantemente alcune delle dinamiche di gioco più importanti, portando su schermo un prodotto più bilanciato, equilibrato e che riesce a parlare veramente a tutte le tipologie di giocatori. Tra queste spiccano senza dubbio la difesa e il sistema di tiro, ora più chiare e soprattutto più accessibili e meno frustranti. A ciò si aggiunge il solito, strabordante, numero di modalità di gioco, quest’anno arricchite ulteriormente da tantissime chicche in grado di incrementare a dismisura la giocabilità sia in modalità offline che online, in primis MyTeam e MyCareer. Quest’ultima rappresenta il punto più alto della produzione made in 2K grazie ad un palese miglioramento del comparto tecnico; allo stesso tempo, però, contiene anche l’unico vero elemento negativo del gioco, ossia quella componente pay-to-win che inevitabilmente richiama l’attenzione del giocatore. In definitiva, se siete appassionati di basket quest’anno andate a colpo sicuro, quindi non pensateci su due volte e date fiducia a questo incredibile se pur non perfetto NBA 2K22 e siamo certi che non ve ne pentirete. Se invece siete curiosi di scoprire il mondo di gioco offerto dalla saga oppure vi avvicinate per la prima volta a un videogame del genere, quest’ultima edizione della saga 2K saprà farvi tuffare nell’incredibile mondo del basket contemporaneo e vi regalerà molte ore di sano divertimento sia da soli che online.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9
Sonoro: 8,5
Gameplay: 8,5
Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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The DioField Chronicle, strategia e battaglie in tempo reale

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The DioField Chronicle, il nuovo videogame strategico in tempo reale per Pc, Xbox, Switch e PlayStation di Square Enix, basa la propria costruzione narrativa su un universo che attinge pienamente dall’esperienza fantasy, andando a offrire alcuni spunti di riflessione fondamentali per comprendere al meglio come le guerre e le battaglie finiscano per distruggere non solo vite umane, ma anche la natura circostante. L’isola di DioField è una sorta di atollo riuscito a tenersi lontano dallo scontro che ha visto l’Impero Schoevia e l’Alleanza di Rowetale scontrarsi duramente, fino a quando il primo, per poter avere la meglio nel conflitto col secondo, non si rende conto di essere a corto di giada e proprio per tale ragione parte all’assalto dei giacimenti presenti sull’isola di DioField. Andrias Rhondarson e Fredret Lester vengono, così, incaricati dal principe dell’isola, come ultimo desiderio prima di morire, di formare un gruppo di resistenza per provare a salvare tutto ciò che si può dell’isola. Cresciuti e diventati dei soldati, dopo allenamenti su allenamenti, i due entrano nel gruppo dei Blue Fox, scoprendo tutto ciò che sta accadendo sull’isola di DioField e di come il traffico di giada sia diventato un vero e proprio pretesto per l’ascesa del dispotico duca Hende. In questo quadro geopolitico non certo originale ma ugualmente interessante si muove un cast di personaggi abbastanza vasto, il cui nucleo è formato da tre amici d’infanzia, ritrovatisi dopo tanti anni dalla stessa parte della barricata a sbarcare il lunario come mercenari. Lo sviluppo e l’evoluzione dei singoli personaggi però non è sempre allo stesso livello: se alcuni si sono dimostrati ben scritti e capaci di stupire in un paio di frangenti sul finire della corposa campagna principale, altri si sono rivelati piuttosto piatti e non hanno mostrato segni di evoluzione dal loro ingresso nel party sino allo scorrere dei titoli di coda. Detto ciò, possiamo dire che in generale il sostrato narrativo e il world building di The Diofield Chronicle riescono a soddisfare, tra qualche cliché fantasy di troppo e qualche svolta inattesa, inoltre il finale riesce a gettare le basi per un possibile sequel.

A livello di gameplay, le innovazioni di DioField stanno tutte nelle battaglie vere e proprie, poiché, gli sviluppatori si sono allontanati dalla classica formula a griglie e turni che caratterizzano il genere. The DioField Chronicle, infatti, mette in campo un sistema ibrido con chiare influenze provenienti dagli RTS occidentali, ed è a tutti gli effetti una variante di uno strategico in tempo reale con pausa tattica. Attenzione però, questo tipo di meccaniche potrebbe far pensare immediatamente a serie come Total War, mentre DioField è in realtà molto lontano da quel tipo di filosofia, e non permette di utilizzare intere armate da dividere e posizionare accuratamente: durante gli scontri si hanno a disposizione solo quattro unità al massimo, ognuna accompagnata da un altro combattente a supporto (per un massimo di otto personaggi in totale) e dotata di una classe con abilità e ruoli molto specifici. Il numero limitato di unità non significa che il posizionamento delle stesse sia trascurabile, dato che i nemici di DioField sono piuttosto differenti fra loro, dispongono spesso di abilità ad area e la loro presenza nelle mappe è accuratamente pensata in modo da rendere sempre l’avvicinamento pericoloso. Gestire un “esercito” così limitato porta dunque le tattiche del giocatore a concentrarsi su altri due fattori primari: l’uso delle abilità e il mantenimento delle risorse. Ora della fine, in parole povere, The DioField Chronicle è un titolo dove per dominare davvero risulta necessario massimizzare le sinergie tra i ruoli disponibili, usare sempre le tecniche migliori per ripulire rapidamente il campo limitando i rischi, ed evitare di sprecare prezioso mana tra i combattimenti. Gli sviluppatori, peraltro, hanno scelto di regolare ogni scontro su una scala piuttosto limitata, per evitare missioni eccessivamente lunghe e tediose; vi sono persino termini di tempo da rispettare per ottenere premi aggiuntivi, a dimostrare ulteriormente come qui l’ottimizzazione di tempi e mosse abbiano un ruolo del tutto centrale. The DioField Chronicle ripropone un sistema a classi, ma non è il caso di aspettarsi in questo gioco qualcosa di comparabile a Final Fantasy Tactics o Disgaea. Durante l’avventura, infatti, non c’è modo di cambiare specializzazione di ogni personaggio, ma si è relegati a quanto offerto dalla storia principale, dato che ogni personalità presente nell’esercito di mercenari ha una classe già decisa e immutabile. Certo, questo non significa che la varietà manchi, tuttavia il numero di guerrieri a disposizione è piuttosto limitato, così come discretamente basilari sono le opzioni per potenziare ognuno di loro. Al di fuori di potenziamenti globali delle abilità, infatti, sono presenti dei rami di sviluppo limitati per ogni singola scelta e a decidere davvero la potenza in battaglia sarà principalmente l’equipaggiamento. Non si tratta di una struttura mal fatta, per carità, ma le sue limitazioni sono chiaramente messe in campo per dare una precisa gradualità alla progressione del giocatore, che con un po’ di esperienza può comprendere pressoché subito quali siano le strade migliori per sviluppare il suo team, e concentrarsi sul livellare esclusivamente i personaggi più influenti.

A livello grafico The DioField Chronicle è tanto bello durante le fasi di combattimento quanto bruttino durante i filmati che portano avanti la trama principale, così come durante l’esplorazione della base della compagnia di mercenari. Si passa quindi con grande disinvoltura da scorci che sembrano disegnati a mano che si sposa benissimo con le ambientazioni evocate, a personaggi che muovono appena le labbra mentre il doppiaggio scorre, da evocazioni splendide che squarciano lo schermo ed il campo di battaglia a movimenti talmente legnosi da richiamare titoli di due generazioni fa. Peccato davvero. I 60 fps, il discreto doppiaggio dall’accento molto british e i caricamenti fulminei giocano a favore della produzione, anche se da un lato aumentano i rimpianti per quello che avrebbe potuto essere se solo fossero stati investiti maggiori fondi nel progetto. La colonna sonora del gioco è piacevole, pur risultando ripetitiva dopo qualche ora per via dello scarso numero di brani, ma comunque riesce perfettamente a essere credibile e a tratti anche coinvolgente. Tirando le somme, The DioField Chronicles è un titolo che riesce a conquistare grazie al suo ottimo gameplay. L’ibridazione tra uno strategico a turni ed un RTS risulta ben riuscita, l’estetica dei diorami all’interno dei quali si combatte non stanca per tutta la durata della campagna e il combat system si rivela soddisfacente anche per un veterano del genere. Grazie ad un livello di difficoltà mai troppo proibitivo e ad una curva di apprendimento alla portata di tutti, peraltro, l’ultima fatica Square Enix si presta ad essere goduta anche da quanti sono stati sempre un po’ intimiditi da un genere considerato di nicchia e di non facile approccio. Quindi, se si vuole provare qualcosa di nuovo, che offra un sistema di gioco valido e che riesca a divertire senza troppe pretese, questo è il titolo ideale.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 7

Sonoro: 8

Gameplay: 8

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 7,5

Francesco Pellegrino Lise

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Samsung e Intel svelano un prototipo di portatile arrotolabile

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Nel corso del lancio dei processori Intel Core di tredicesima generazione, anche noti come Raptor Lake, Samsung e Intel hanno svelato un portatile con display arrotolabile, capace di passare da 13 a 17 pollici. Secondo l’azienda coreana, si tratta di una dimostrazione di ciò che è possibile fare con la tecnologia di visualizzazione oled costruita su un substrato di plastica flessibile. Facendo scivolare il pannello dal bordo del prototipo, si passa dalle dimensioni di un tablet come l’iPad Pro ad un piccolo monitor. “Stiamo annunciando il primo display scorrevole da 17 pollici al mondo per pc”, ha detto JS Choi, l’amministratore delegato della divisione Samsung Display al pubblico della conferenza Intel Innovation 2022. “Questo dispositivo soddisferà diverse esigenze grazie alla sua portabilità”.

Nonostante si tratti di un prodotto non per la vendita, l’ad ha dunque parlato di bisogni reali degli utenti, lasciando intendere che presto il prototipo potrebbe diventare realtà. Samsung Display lavora da alcuni anni su schermi oled scorrevoli. L’azienda ha mostrato una versione di laboratorio l’anno scorso. Pat Gelsinger, il Ceo di Intel, ha definito il portatile uno “slidable pc” senza fornire però dettagli tecnici sulla dotazione di bordo. Il notebook, con tecnologia touch, non prevede la presenza di una tastiera, sebbene non sia escluso che possa includerne una a scomparsa nel dorso, qualora venga commercializzato. Di recente, Lenovo ha presentato il suo ThinkPad X1 Fold dotato di un pannello pieghevole mentre la taiwanese Asus, nel corso della fiera di tecnologia tedesca Ifa 2022, ha annunciato lo ZenBook 17 Fold Oled.

F.P.L.

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Soulstice, il videogame italiano che sfida i colossi del genere action

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Soulstice rappresenta uno di quei videogame che fa davvero piacere recensire. Il suo arrivo su Pc, Xbox e PlayStation è infatti stato una graditissima sorpresa, in primis perché sviluppato dall’italianissimo team di sviluppo Reply Game Studio, e in secondo luogo perché riesce ad avvicinarsi a colossi del genere action come Devil May Cry o Bayonetta. Certo, di lavoro per eguagliare i prima citati colossi ce ne è ancora da fare, ma la direzione è quella giusta e Soulstice rappresenta un ottimo esempio di come un titolo “doppia A” possa sorprendere in positivo e divertire. A livello di trama Soulstice narra le vicende di Keidas, un Regno Sacro nel quale il mondo reale e quello spirituale sono separati da un sottile Velo. Squarciandolo si rischia di portare distruzione nel creato e, per evitare che ciò accada, ci si affida alle Chimere, ovvero due persone che, tramite un rituale, si fondono in una sola. Il corpo della prima accetta l’anima della seconda, ottenendo così capacità superiori. Le protagoniste sono proprio una Chimera, composta dalle anime di due sorelle: Briar e Lute. La prima è il personaggio da controllato dal giocatore, mentre le seconda agisce come una sorta di spirito guardiano, sia nei combattimenti che narrativamente, in quanto risulta la voce della ragione della sorella maggiore, più avventata e impulsiva. La coppia viene inviata nella città di Ilden, dove si è aperto misteriosamente una Squarcio, il quale ha causato la trasformazione di tutti gli umani e degli animali in creature deformi e folli, che ovviamente vogliono fare a pezzi chi gioca. La trama ruota attorno alla figura parzialmente mostruosa delle Chimere, al passato delle due sorelle protagoniste e ai segreti dell’ordine sacro di cui fanno parte. In un mondo dark fantasy, ovviamente, nulla è realmente senza macchia e dall’alto le macchinazioni coinvolgono gli ingranaggi più piccoli come Briar e Lute, le quali riusciranno a superare le aspettative e a prevalere, ovviamente ma non senza sudare quattro camice.

A livello di giocabilità Soulstice è un’esperienza che sa appagare chi proviene dalla vecchia scuola degli hack ‘n’ slash a scorrimento, inclusi i numerosissimi stylish game usciti nell’era a 128-bit di cui ancora si può percepire l’eco. Come accennato poche righe più in alto, Briar è la sorella principale (o meglio, quella che è chiamata a eliminare i nemici), nonché protagonista liberamente controllabile dal giocatore, grazie anche e soprattutto ai vari attacchi a disposizione. Grazie a lei si possono sferrare colpi veloci e letali, alternati ad altri più lenti ma sicuramente più potenti rispetto a quelli base (si va infatti dal poter utilizzare un martello, un guanto e persino un arco, ciascuno con potenza e caratteristiche differenti). Un singolo tasto è adibito all’uso della lama, mentre a un altro quello dell’arma secondaria equipaggiata. Ed è qui che entrano in gioco i primi problemi: Soulstice è sì un action game di buona fattura, ma spesso e volentieri il button smashing la fa da padrone. La sensazione è che premere furiosamente i tasti sia spesso il modo migliore per uscire indenni anche dalle situazioni più caotiche e problematiche, mettendo quindi in secondo piano tutta la questione tattica che da sempre grazia i massimi esponenti del genere. Nota a parte per le boss fight, le quali riescono a stuzzicare la mente del giocatore che è costantemente a caccia dei pattern giusti per porre fine all’esistenza dei nemici nel modo più sicuro e stiloso possibile. A variare un sistema di combattimento piuttosto canonico e confusionario c’è però la presenza di Lute, che a differenza di Briar non è controllabile (o perlomeno, non completamente), sebbene il suo ruolo sia in ogni caso davvero molto importante. Lo spettro è infatti in grado di attaccare in totale autonomia, pur non infliggendo danni paragonabili a quelli della sorella maggiore. Vero anche che Lute è in grado di contribuire al buon esito di un combattimento, magari immobilizzando il nemico di turno per qualche istante, il che è fondamentale per far sì che Briar infligga successivamente il colpo di grazia. Ma non solo: lo spettro è anche in grado di generare un’aura per rendere tangibili alcune creature, così come di creare piattaforme dal nulla utili a proseguire. Purtroppo, però, l’apporto di Lute non è quasi mai risolutivo, specie dalla distanza, visto che spesso e volentieri sarà molto più utile menare le mani a piacimento, piuttosto che spendere secondi preziosi a utilizzare un’abilità dell’alleata fantasma. A ciò va aggiunto un sistema di schivata non propriamente al top, il quale sembra favorire taluni attacchi a scapito di altri, rendendo il meccanismo un po’ troppo spigoloso. Ovviamente quanto detto fino ad adesso è in paragone con i migliori esponenti del genere, quindi nel complesso Soulstice si rivela un titolo assolutamente riuscito e godibile.

A sostenere un gameplay divertente ma comunque a tratti ripetitivo interviene un’esplorazione delle ambientazioni che spesso invoglia il giocatore di deviare dal percorso principale, offrendogli potenziamenti nascosti o materiale spendibile per sbloccare nuove abilità. Inoltre a rendere l’esperienza più completa ci pensano un immenso skill tree doppio (Uno per sorella) e la meccanica dei Campi. Lute infatti può creare delle cupole colorate – blu e rosse – che rendono vulnerabili certi nemici del rispettivo colore, altrimenti impossibili da sconfiggere. Il Campo non può essere attivato all’infinito, pena la perdita della Coesione e la temporanea scomparsa di Lute, quindi bisogna sempre avere chiaro contro chi si sta combattendo, attivando e annullando il Campo rapidamente. I campi possono essere utilizzati anche per rendere calpestabili alcune superfici nascoste o per frantumare sorgenti da cui attingere gemme per lo sviluppo dei personaggi. A proposito della Coesione, quest’ultima è una sorta di indicatore che, se massimizzato, permette di attivare un breve stato di berserk, detto Furore, che rende potentissimi e veloci e permette di attivare una mossa finale distruttiva. Se si cambia continuamente arma, non si subisce danni e si attacca senza interruzioni, si può attivare anche più volte in un combattimento. Ovviamente per fare ciò serve molta pratica e una padronanza del “moveset” molto elevata. Il sistema di combattimento di Soulstice premia l’equilibrio, la velocità e la precisione. È quindi un peccato che, mediamente, la telecamera fatichi a seguire l’azione, soprattutto negli spazi più angusti dove si incastra facilmente negli angoli delle stanze. Sommando anche la quantità di elementi da tenere in considerazione, ogni tanto può capitare di avere difficoltà un po’ a stare dietro a quanto accade a schermo. Gli sviluppatori propongono un sistema di puntamento “lock-on” che molti riconosceranno per i souls-like, ma non è una soluzione sempre efficace con un gioco così veloce e alle volte si perde più tempo a cercare di bloccare la telecamera sul nemico giusto che a sconfiggerlo. Per completare Soulstice a un livello di difficoltà intermedio sono necessarie circa una quindicina di ore, che aumentano per certo se si vuole rigiocare per trovare i potenziamenti e le sfide secondarie (battaglie in arene con condizioni speciali da rispettare) non completate nella prima run. Inoltre, ogni battaglia e capitolo riceve un punteggio, quindi si potrà giocare ancora e ancora a ogni difficoltà per ottenere quello massimo. La versione Xbox Series X da noi provata include tre diverse modalità grafiche, di cui due privilegiano rispettivamente il frame rate e la risoluzione; la terza, invece, è un compromesso indicato a coloro che preferiscono un’esperienza bilanciata. Durante i nostri test abbiamo giocato perlopiù in Modalità Performance e, fatta eccezione per le fasi più concitate, abbiamo registrato rari cali di frame rate. A livello audio se nel complesso la colonna sonora svolge il proprio compito senza lode e senza infamia, con tracce che difficilmente potranno rimanere impresse, abbiamo invece apprezzato il doppiaggio in inglese, ben recitato e contraddistinto da ottimi accostamenti vocali, nonché gli scorrevoli testi tradotti in italiano, che siamo convinti faranno la gioia di coloro che non masticano la lingua anglofona.Tirando le somme, Soulstice, nonostante non raggiunga le vette di eccellenza dei caposaldi del genere, rappresenta una sorpresa davvero ben gradita nel mondo degli action. La trama interessante e il ricco ventaglio di mosse garantito dal doppio protagonista, dalla vasta gamma di armi e dalla meccanica dei “campi” fanno si che l’avventura abbia un buon livello di sfida. A nostro avviso ignorarle Soulstice sarebbe un vero e proprio peccato, quindi consigliamo vivamente di dargli una chance.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 8,5

Gameplay: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco pellegrino Lise

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