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Roma

Nemi, isola ecologica in via della Radiosa: Acea dice no

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Tempo di lettura 3 minuti Spesi 5.164,26 euro di soldi pubblici per nulla. Continua la gestione abusiva dei rifiuti vicino il pozzo d'acqua potabile

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di Ivan Galea


NEMI (RM) – L'Acea  dice NO alla realizzazione dell"isola ecologica di Nemi in via della Radiosa vicino al pozzo che serve acqua potabile alla cittadinanza. Questa la decisione presa nell'ultima conferenza dei servizi che interessa questo difficile iter di realizzazione di un'isola ecologica (attività di gestione rifiuti) proprio a 60 metri da un pozzo che fornisce acqua a tutta la cittadinanza con il rischio altissimo di contaminazione della falda acquifera.  Il progetto preliminare redatto dal Comune di Nemi non soddisfa Acea per numerosi motivi. Intanto è da premettere che Acea ha sollecitato più volte l’amministrazione Comunale a togliere i cassonetti dei rifiuti da via della Radiosa proprio perché la loro ubicazione non è idonea.

Il gestore del servizio idrico ha dato quindi parere sfavorevole alla realizzazione dell’isola ecologica in via della Radiosa
in conferenza dei servizi nonostante il Comune di Nemi avesse specificato che “l’isola ecologica sarà semplicemente un centro rifiuti urbani raccolti in modo differenziato, come previsto per legge, e non ci sarà nessuna gestione del rifiuto”. E proprio su questo punto invece Acea è stata inequivocabile e perentoria perché, leggi alla mano, ha evidenziato che l’art. 183 comma 1 lettera N del D lgs 152/2006 con il termine “gestione” deve intendersi “prelievo dei rifiuti compresa la cernita preliminare alla raccolta, ivi compresa la gestione dei centri di raccolta, ai fini di un loro trasporto nei centri di trattamento”.

In pratica l’Acea ha riportato ad litteram l’articolo di legge che L’Osservatore d’Italia non ha mai trascurato di citare negli tabella redatti fin dallo scorso mese di luglio 2016
e cioè che secondo l’art. 94 comma 4 del D. lgs 3 aprile 2006 n°152 la zona di rispetto è costituita dalla porzione di territorio circostante la zona di tutela assoluta da sottoporre a vincoli e destinazioni d’uso tali da tutelare qualitativamente e quantitativamente la risorsa idrica captata. In particolare nella zona di rispetto è vietata la gestione dei rifiuti. Come abbiamo già scritto non ci sono interpretazioni di sorta o rimedi tali da circumnavigare la legge: la gestione rifiuti vicino a un pozzo (e ricordiamo che intercorrono 60 metri di distanza tra l’area immondizia e il pozzo di approvvigionamento idrico) non può esistere per legge.

Continua la gestione abusiva Ma l’abusiva gestione dei rifiuti in quell’area continua nonostante i solleciti del gestore idrico, la richiesta di chiarimenti inoltrata dal Garante Regionale del Servizio Idrico l'Avvocato Paola Perisi, nonostante le comunicazioni del Parco regionale dei Castelli Romani che invitavano il Comune di Nemi a bonificare il sito. Più volte la situazione di gestione illecita dei rifiuti nel sito a 60 metri dal pozzo d’acqua è stata denunciata dall’associazione Italia Nostra per voce del suo rappresentante locale Vairo Canterani che insiste su quella che secondo lui è l'unica maniera che ha il Comune di Nemi di gestire i rifiuti tutelando l’ambiente, ovvero di consorziarsi con altri Comuni.

Spesi 5.164,26 euro di soldi pubblici per nulla Canterani evidenzia anche una gestione leggera dei soldi pubblici che pesa, soprattutto di questi tempi, sulle tasche dei cittadini, ricordando il fatto che l'amministrazione comunale di Nemi, prima della sciagurata scelta del sito in via della Radiosa a ridosso di un pozzo d'acqua potabile, aveva identificato come luogo per realizzare l'isola ecologica un'area adiacente il cimitero comunale spendendo 2.675,46 euro per la relazione del geologo e 2.488,80 euro per quella dell'Agronomo, per un totale iva inclusa di 5.164,26 euro. Infatti il Comune a corredo del progetto della variante urbanistica per la realizzazione dell'isola ecologica vicino al cimitero comunale aveva conferito all'agronomo  Francesco Abatini l’incarico per la predisposizione di una analisi vegetazionale e al geologo Alessandro Bianchi l’incarico per la predisposizione di una relazione geologica.

 

"Chi sceglie questi siti? – dice Canterani – Ma non bisognava saperlo prima che non erano adatti prima di conferire incarichi a professionisti? Perché spendere inutilmente dei soldi pubblici?"

A Nemi resta quindi, per ora, il problema di una raccolta differenziata che non riesce a decollare e che assiste a delle scelte che fino ad oggi si sono rivelate in netto contrasto con i vincoli che sussistono sul territorio.

 

E fatto ancora più grave è il proseguire di un'attività di gestione rifiuti in via della Radiosa che appare del tutto illegale in quanto effettuata in un'area situata vicino al pozzo di acqua potabile a dispetto di tutte le leggi che vietano una simile attività in presenza di un pozzo d'acqua potabile che serve la popolazione, a dispetto dei vari richiami fatti al Comune da parte degli Enti sovracomunali preposti e a dispetto della prevenzione della salute pubblica. 

L'INCHIESTA DE L'OSSERVATORE D'ITALIA – tabella PRECEDENTI:

06/10/2016 Nemi, rifiuti e acqua potabile: interviene il Garante del Servizio Idrico Integrato
03/10/2016 Nemi, gestione rifiuti vicino al pozzo dell'acqua: il Parco si è mosso ma non è il solo
29/09/2016 "Cose mai viste": a Nemi c'è un centro immondizia nel cuore del Parco
25/09/2016 Nemi, pozzo e rifiuti: via 4 cassonetti
02/09/2016 Nemi: se non è gestione dei rifiuti, cos'è?
06/08/2016 Nemi: chiudete quella discarica!
30/07/2016 Nemi, acqua potabile, discarica e Isola Ecologica: Osmari puntualizza
23/07/2016 Nemi, isola ecologica: Partecipazione Democratica "dondola" in Consiglio comunale
14/07/2016 NEMI, ECOCENTRO 'I CORSI': "UN PROGETTO IRREALIZZABILE"

Castelli Romani

Monte Compatri: incidente ad un mezzo di lavoro della società Tekneko, coinvolto un lavoratore

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Per l’ennesima volta la società Tekneko finisce agli onori della cronaca locale.
Dopo il licenziamento dell’operaio del cantiere di Monte Compatri che alla fine di aprile aveva rischiato di morire; dopo il sequestro del cantiere di Via Fontana delle Cannetacce da parte dell’Ispettorato del Lavoro; dopo la morte di un operaio del cantiere di Frascati la serie di situazioni negative all’ordine dell’azienda abruzzese si allunga ancora.
Stavolta, stante la nota diffusa dal sindacato Cobas del Lavoro Privato, si apprende la notizia che ieri, in via Acqua Felice, sempre a Monte Compatri, un mezzo da lavoro della società Tekneko con un operatore alla guida, per cause ancora da accertare, è finito fuori strada.
Durissima la nota del sindacato che si appresta a conoscere con migliore dovizia di particolari le cause che hanno portato all’incidente ma con la ferma convinzione, come dichiarato nella nota stessa, di essere “… estremamente convinti che questi siano gli effetti collaterali della “insicurezza” che, ormai, da troppo tempo, si vive nei cantieri Tekneko di Monte Compatri e che da alcuni mesi come Organizzazione Sindacale denunciamo …”.
Una situazione che preoccupa estremamente il sindacato che, nel proseguo della nota, auspica che “… il nostro collega di Monte Compatri non abbia riportato serie conseguenze in questo sinistro …” augurandogli “… una pronta guarigione …”.
E l’attacco prosegue all’indirizzo dell’amministrazione comunale monticiana guidata da Francesco Ferri con l’ennesimo invito, dapprima, a “vigilare sul rispetto delle norme su salute e sicurezza del lavoro nei servizi oggetto d’appalto” e successivamente ricordandogli di “non può permettersi di rimanere indifferente o, peggio ancora, solidarizzare con l’azienda come ha fatto successivamente all’infortunio dell’operatore ecologico colto da malore in servizio il 24 aprile e poi licenziato il 10 giugno scorso”.
Una battaglia a colpi di comunicati alla quale risponde, ormai da troppo tempo, il silenzio sia dell’azienda Tekneko che dell’amministrazione monticiana.

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Roma

Roma, via Mezzojuso: baracche e condominio in totale abbandono

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Siamo proprio a metà tra le due fermate della Metropolitana C di Roma, Borghesiana e Bolognetta.

Queste baracche – sembrerebbero non occupate ma affittate a persone di colore – si trovano in Via Mezzojuso all’altezza del civico 38, luogo già passato alla cronaca per i continui incendi che stanno colpendo la Capitale.

l’immagine è risalente a pochi giorni dopo un altro che roghi che si sono sprigionati sempre dalla stessa struttura di via Mezzojuso

Già nel lontano 2019 ebbe da li origine un incendio che portò ad intervenire con estrema urgenza i Vigili del Fuoco provocando lo sgombero di circa una trentina di persone.
Una situazione di immenso degrado che molti cittadini della zona continuano a segnalare alle autorità competenti senza che qualcuno intervenga.

Al di là della situazione, ai limiti sia igienici che sanitari, quello che preoccupa, e non poco, gli abitanti della zona, è il continuo passaggio di personaggi, “a dir poco raccomandabili”, che operano un scambio ininterrotto, non si capisce bene, se di denaro o altro, ed il tutto alla luce del sole.

uno dei tanti scambi che avvengo ogni giorno davanti l’ingresso delle baracche

Stessa cosa accade per il condominio di fronte alle baracche “occupato”, si fa per dire, da decine di persone sempre nella più completa disperazione ed al di fuori di ogni normale controllo.

un gabinetto a cielo aperto, uno dei tanti nelle baracche di via Mezzojuso

A tutt’oggi gli incendi continuano a fare notizia sui quotidiani online della capitale senza che venga presa, al momento, nessuna decisione.
Tanti gli esposti presentati sia al VI° Municipio, che al comune di Roma, fino ad arrivare alla Polizia Locale di Roma Capitale.

“Da tempo immemore vi è la presenza di una quantità di topi di fogna spaventosa” ci dice una delle persone che ci ha contattato in questi giorni ed aggiunge “a riprova ho il vocale di un ragazzo mandato da ACEA a chiudere l’acqua ma anche io stessa nell’aprire uno sportello dell’acqua ne ho trovati appollaiati una decina a rischio che mi saltassero addosso”.
Una situazione paradossale dove alti cumuli di spazzatura, auto arrugginite provocano una grande preoccupazione per le persone che vivono in tale ambito per la propria salute e sicurezza.
E non ultimo, come mostra il video, un accumulo impressionante di materiale ad alto rischio (bombole ed altro) che in caso di un ulteriore incendio provocherebbero, di sicuro, enormi problemi alle persone che vivono dentro tali strutture e nelle immediate circostanze.


Nei prossimi giorni contatteremo Nicola Franco, presidente del VI° Municipio, l’unico che si è prodigato in questi giorni ad accogliere le richieste degli abitanti della zona, e gli assessori competenti del Comune di Roma per comprendere quali siano i motivi di questo “apparente” immobilismo che rischia davvero di creare non pochi problemi all’intera area.

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Roma

Omicidio a Roma, venti anni a chi uccise e lasciò Michelle in un carrello

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“Ho commesso un reato gravissimo e voglio pagare per quello che ho fatto”.

Una lettera, poche righe, prima che il giudice del tribunale per i minori si ritirasse in camera di consiglio, prima che gli venissero inflitti 20 anni di carcere. E’ quanto ha letto in collegamento video dal carcere di Treviso l’imputato, il giovane di origini cingalesi che nel giugno dello scorso anno ha ucciso a coltellate Michelle Causo a Roma per poi lasciare il cadavere, chiuso in una busta di plastica, in strada abbandonato in un carrello a poca distanza da un cassonetto per l’immondizia nel quartiere Primavalle.

“L’ho uccisa ma non ho premeditato l’omicidio”, ha aggiunto l’imputato, all’epoca dei fatti 17enne come Michelle, che aveva scelto di essere giudicato con il rito abbreviato che consente uno sconto di pena. I genitori della ragazza erano presenti in aula al momento della lettura del dispositivo.

Con questa sentenza – ha detto la madre – riusciamo un pochino a dare giustizia a Michelle. È la prima volta che un minore prende 20 anni, ma se li merita tutti. Adesso andiamo avanti, ho un altro figlio e mi dovrò dedicare completamente a lui”. Il tribunale ha, di fatto, recepito l’impianto accusatorio della Procura.

Le aggravanti sono legate al tentativo di sbarazzarsi del cadavere, infilandolo in una sacca nera dell’immondizia. L’aggressione avvenne in un appartamento di via Dusmet. Il minore, nel tentativo di sbarazzarsi del corpo, non si preoccupò di ripulire la scena del crimine, tracce di sangue furono trovate ovunque a cominciare dall’androne del palazzo. L’esame autoptico svolto sul corpo della ragazzina confermò il drammatico quadro emerso subito dopo il ritrovamento del cadavere.

Tra i ragazzi si consumò una prima discussione accesa con urla, percepite distintamente anche dai vicini, e poi l’aggressione. Dalle ferite riscontrate nel corso dell’esame è emerso che il giovane colpì la ragazza utilizzando un coltello da cucina. Un’azione omicida che forse era iniziata con un fendente alla schiena per poi proseguire con almeno altri cinque colpi sul resto del corpo della minorenne. Un vero e proprio massacro che si sarebbe consumato in pochi minuti.

Altra certezza è che dopo il delitto, messo in atto dal ragazzo in uno stato di alterazione dovuto all’assunzione di alcol e droga, ci fu il drammatico e velleitario tentativo di lasciare il corpo lontano dal luogo dell’aggressione, la casa dove il ragazzo viveva. La madre, infermiera di origini cingalesi, era fuori mentre il padre era in Sri Lanka.

Madre e figlio si erano trasferiti da poco nell’immobile dove nel corso di una perquisizione venne trovata della droga, sostanze utilizzate per produrre mix di stupefacenti sintetici. Nel corso dell’udienza del 29 maggio scorso l’imputato aveva fornito la sua versione di quanto accaduto in quella tragica giornata. Il giovane ha affermato di avere aggredito la ragazza con una prima coltellata perché si era sentito offeso da alcune affermazioni fatte da lei.

In merito alla ricerca su internet, effettuata il giorno prima dell’omicidio, su “come sferrare colpi letali”, l’imputato ha sostenuto di averla fatta perché doveva recarsi in una zona isolata e voleva capire come comportarsi in caso di eventuali attacchi. In base ad una perizia psichiatrica disposta dal tribunale l’imputato era, comunque, capace di intendere e di volere al momento del fatto.

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