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NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE

di Roberto Ragone
'Niente di nuovo sotto il sole' recita Salomone nell'Antico Testamento, nel il suo libro poetico intitolato ‘Ecclesiaste,’ o Qoelet’, se vogliamo dirlo con gli Ebrei; parole di saggezza di uno che aveva già capito tutto, e che conclude il suo primo capitolo con una frase che recita pressappoco così: “Molta sapienza molto affanno, chi accresce il sapere aumenta il dolore”. Il dolore di vivere, certamente, il dolore di una consapevolezza che non trova alcun sollievo nei fatti di oggi. Viviamo, in Italia, un’epoca che fa venir voglia a molti di scappare, di cambiare nazione e continente, a costo di regredire andando ad abitare in quei Paesi che fino a ieri erano considerati figli di un dio minore, al di là della Cortina di Ferro. Soprattutto i pensionati sull’orlo della povertà, che rinunziano ad una qualità di vita già consolidata, stante la loro età, con figli, nipoti, amici, abitudini.

Oggi vivere in Italia è diventato difficile, roba da ricchi, ma senza avere i vantaggi che possano avere questi ultimi. Diciamola tutta: noi sudditi viviamo una condizione di precarietà mai provata, uno stato d’ansia latente e costante, un’insicurezza che non è solo fantasia, o solo economica; la microcriminalità imperversa, come dimostrato stamattina, giovedì 17 gennaio, con il servizio sui tassinari di Roma, durante l'intervista a Chiara Rai e Antonello Fassari. Sembra che coloro che vogliono armarsi appartengano ad una categoria politica di cattivi a prescindere, perché già nell’animo progettano di togliere la vita ad un essere umano. Buoni, invece, sono coloro che predicano la non violenza, non sapendo bene a chi si debbano rifare, se a Gandhi o a Marx. Il mondo, quindi, è diviso fra buoni e cattivi? Magari fosse, ma non è così. Se i sudditi di questo paese sentono la necessità di un oggetto che li faccia sentire – extrema ratio – più sicuri, o in grado comunque di resistere ad eventuali aggressioni, la colpa è del clima di insicurezza instillato nell'animo della nazione tutta dalla cronaca quotidiana, con una Magistratura che interpreta le leggi, il più delle volte, a pro del reo, dove la certezza della pena è una chimera, dove le Forze dell’Ordine – e siamo stanchi di ripeterlo – sono ridotte ai minimi termini, dove l’esiguità delle pensioni e la scarsezza di lavoro spingono i giovani ad emigrare, e gli anziani a trasferirsi; un governo che non fa nulla di concreto per fare in modo che queste situazioni trovino finalmente una soluzione, nutrendoci di statistiche e di dati che non dicono nulla, che non impediscono che domani possano ripetersi le aggressioni notturne, a cui, piuttosto che una difesa armata, come deterrente possiamo opporre una lavagna con i dati che dicono che la criminalità è in calo, e che loro, gli aggressori con passamontagna, non dovrebbero essere qui, ma in galera per precedenti reati, o espulsi e all'estero, al loro paese. Iperprotetti, di contro, sono gli uomini politici, o coloro che hanno il denaro per pagarsi una scorta, mentre il cittadino, pardon, il suddito comune rischia ogni volta che esce per strada.

Siamo in pieno lavaggio del cervello, e il referente maggiore è la televisione di stato, quella che ci insegna quel buonismo ipocrita dei programmi mielosi dei momenti di maggiore ascolto, quelli che fanno una audience più alta. Quella sapienza che Salomone stigmatizza è molto lontana, e il suo contrario serve evidentemente ad addormentare le coscienze, a tutto pro di chi fa e disfa a suon di proclami, il più delle volte disattesi. In una nazione in cui chi legge un libro al mese è merce rara – e poi bisogna anche vedere cosa legge – assistiamo al proliferare di giornali di gossip, di sottocultura, di pettegolezzo, che vengono pubblicati, venduti e letti, e poco importa se nelle sale d’aspetto dei parrucchieri o dei medici di base. Dobbiamo allora arguire che la maggior parte dei telespettatori aventi diritto al voto è anch’essa becera, tenuta ad arte nell’ignoranza. E’ quindi facile instaurare e propagandare, come legittimi, sentimenti ‘buonisti’, a cui è orientata tutta la falsa politica televisiva, con le sue raccolte umanitarie, i suoi numeri per donare con un sms due, cinque o dieci euro, il che ci fa sentire tutti più buoni, senza conoscere esattamente quanto di quello che doniamo andrà realmente a chi ne ha bisogno, oppure negli stipendi di chi le società umanitarie gestisce e ha creato; senza sapere a chi fanno capo certe organizzazioni, patrocinate, per le offerte, dalla tv di stato; senza pensare che tante di quelle collette dovrebbero essere a carico della pubblica amministrazione, con denari che noi abbiamo già versato per quegli scopi. I ‘buonisti’: è un termine che raccoglie quanto di più becero e ipocrita ci possa essere, come i ‘perbenisti’ dell’800, quelli che avevano la moglie e l’amante, e andavano al casino; tutti sapevano, ma non si doveva dire, e poi la domenica a battersi il petto e a fare la comunione, salvo poi a ricominciare da capo il lunedì.

Quando Renzi dice che non accetta lezioni di trasparenza, ha ragione; non le accetta da chi, come lui, trasparente non è mai stato, ma sarebbe costretto ad accettarle da noi sudditi, se solo avessimo la possibilità di farci sentire, o di essere considerati. Ma sembra che questo governo, non dichiaratamente di sinistra – infatti anche Matteo tende al centro, dove sa che c’è la maggioranza dei voti – sia quello che vuole risolvere i problemi della nazione. ‘Cambiamo l’Italia’, si predica alla Leopolda e fuori: ma forse l’Italia non vuole essere cambiata, oppure non nel senso che dice lui, o peggio. Le riforme tanto sbandierate ad ogni piè sospinto sono sicuro che le ha capite il dieci per cento degli Italiani, cioè quelli che sono in politica. Per il resto, il 'jobs act' – attento, quando l’avvocato parla latino ti sta fregando, dice Manzoni  – la 'spending review' fatta pro domo sua, la ‘buona scuola’ che di buono sembra non abbia granchè, e così via. Senonchè arriva di botto una Le Pen che si affaccia al governo della Francia. Conosco i Francesi per averli molto frequentati anni fa, e a loro ho sempre invidiato una coerenza intellettuale. Sono nazionalisti ma non fascisti, amano la patria e la servono, ma non sono estremisti, comprano quasi soltanto auto francesi, ricordano De Gaulle come un uomo decisivo, ma non ne fanno un mito, molto simili, per alcuni aspetti, agli Americani. Se hanno deciso di votare a destra, avranno avuto le loro ragioni, e vanno rispettate. Quelli che il nostro ineffabile Presidente del Consiglio chiama ‘populismi’, con termine dispregiativo, è l’espressione di una intera nazione, tanto che ci si sono dovuti mettere in parecchi per sconfiggerla. Ironia della sorte, i populismi sono propri di questo governo, e di questo Presidente: come chiamate la regalia elettorale degli 80 euro, che poi 80 non sono mai stati, perché nessuno ha spiegato agli interessati che essi sarebbero stati elargiti con gradualità, secondo il reddito? Se Renzi viene in TV a dire che ’80 euro sono pochi per chi ha tanti soldi, ma sono tanti per chi ne ha pochi’, allora, amico mio, questo è un autogol macroscopico, perché gli 80 euro – che sembra verranno dati ai poliziotti, dopo averli insultati con 9 euro lordi che i più hanno rifiutato – diventano una elemosina. Con 80 euro ci fai la spesa per una settimana, oggi, al discount, per una famiglia normale di quattro persone. Quindi, chi più buonista e populista di un Renzi che con le sue iniziative cerca di accattivarsi le simpatie della pancia della gente – sudditi comuni? Oppure dovremmo usare un altro termine, demagogia? Certamente nelle sue iniziative c’è molto di demagogico, in quello che proclama.

Quello che fa, disse una volta un Cinquestelle, è un’altra cosa, perché non lo dice. A vederlo agitarsi ieri, ad alzare la voce in Parlamento, m’è venuta in mente l’opera dei pupi, Orlando e Rinaldo, e chiedo scusa, ma la mia sensazione è stata quella: purtroppo per lui chi alza la voce vuol dire che non riesce a farsi sentire parlando piano. Come un’altra sensazione mi grava nella mente, memore di Prodi, Monti e Letta: stia attento Matteo ai suoi stessi compagni, quelli sempre pronti a saltare sul carro del vincitore: può darsi che anche lui sia vicino alla scadenza, come dimostrato dai suoi predecessori. E allora l’Italia non la potrà più cambiare, lo farà qualcun altro: sempre che gli Italiani ci abitino ancora.