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Editoriali

Nordio non ci sta: Giustizia e trasparenza per la famiglia del bosco

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Il ritiro del legale apre una crisi di difesa, ma il ministro della Giustizia promette controlli rigorosi e interventi immediati dove necessario

È un rumore sordo, ma che risuona forte come un colpo di martello sulla fragile speranza di chi attende giustizia. Un avvocato, con un gesto che pochi farebbero, decide di mollare. Il simbolo di un ennesimo paradosso: quando anche chi dovrebbe tutelare — per deontologia o per coscienza — alza bandiera bianca. Parliamo di Giovanni Angelucci, legale scelto dai coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, la cosiddetta “famiglia del bosco”. Nelle ultime ore, con una nota – secca, definitiva – Angelucci annuncia la sua rinuncia al mandato difensivo: “troppe pressanti ingerenze esterne” hanno incrinato “la fiducia posta alla base del rapporto professionale”.

Una frase che pesa. Perché suona come un avviso, quasi come un grido silenzioso: la giustizia, in questo caso, non è tutelata.

Angelucci spiega che aveva previsto un percorso di difesa fondato su elementi seri e concreti: un supporto tecnico scientifico affidato a una psicoterapeuta infantile specializzata, eventuali sopralluoghi per valutare un nuovo alloggio per la famiglia, un progetto già pronto per una ristrutturazione della loro casa — tutto predisposto con la massima cura. Ma i coniugi hanno respinto ogni proposta, perfino abitazioni offerte gratuitamente da privati, addirittura un progetto di ristrutturazione indirizzato alla messa in sicurezza dell’abitazione. Non una falla economica, non un problema tecnico: un rifiuto ideologico, o forse emotivo. Sta di fatto che l’avvocato – con “sommo malincuore” – ha deciso di ritirarsi: “non posso in coscienza impostare una difesa monca e non aderente alla linea difensiva che avevamo concordato”.

Con lui se ne va non solo un professionista, ma la speranza di un contraddittorio solido. Resta una famiglia confusa, forse disorientata, in balia di una situazione che sembra ignorare anche le offerte di aiuto più concrete. E a rimetterci è la giustizia.

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Ma non tutto sembra destinato a scivolare nell’oblio. Perché dal palazzo di giustizia — e dal cuore dello Stato — arriva un segnale: Carlo Nordio, ministro della Giustizia, rompe il silenzio. “Ho già attivato l’ispettorato”, dichiara, e non nasconde la propria determinazione: “Se emergeranno profili disciplinari o irregolarità, eserciterò i poteri che la legge mi attribuisce”.

In questi toni netti — quasi assoluti — c’è la consapevolezza di trovarsi davanti a un bivio: o difesa e trasparenza, oppure compromissione e omertà. Il ministro non parla di processi, non si erge a giudice delle scelte personali della famiglia. Non può farlo — la Costituzione glielo proibisce. Ma può garantire un controllo rigoroso sull’apparato giudiziario: verificare atti, accertare responsabilità, segnalare eventuali violazioni deontologiche al Consiglio superiore della magistratura.

È un’arma di garanzia, uno strumento istituzionale che può fare la differenza. In un contesto dove un legale già ha denunciato “ingerente esterne”, servono fatti, non parole. E l’intervento dell’ispettorato, dietro al beneplacito del ministro, segna un punto di non ritorno.

È la prova che lo Stato — quel grande mantello di legge e diritti — non è solo una sigla fredda. Può diventare protezione, anche per chi decide di chiudersi nel mutismo più totale. Non è una minaccia, è un’opportunità: per far emergere la verità, per garantire trasparenza, per difendere la difesa stessa.

Ma non tutti gli occhi sono puntati su chi controlla. Alcuni guardano chi ha rinunciato. In molti si chiedono: perché respingere ogni aiuto? Perché chiudersi di fronte a una casa offerta gratis, a un progetto pronto, a una psicologa disposta ad aiutare? Se non una scelta consapevole, cosa?

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E se fosse, piuttosto, il segno di un riottoso rifiuto verso ogni forma di tutela? Di una sfiducia profonda verso istituzioni, professionisti, media?

Il ritiro di Angelucci — in sé un atto di coerenza — rischia di trasformarsi in un boomerang: lascia la famiglia da sola, sperduta. Ma anche lascia la comunità, la stampa, la società, senza un interlocutore credibile.

E intanto resta l’intervento — l’unica ancora visibile a salvare dignità e diritti — del ministro Nordio. Se la Giustizia vuole riappropriarsi del suo volto umano, è il momento di dimostrarlo. Meglio che con proclami: con atti concreti.

Fino a prova contraria, la “famiglia del bosco” resta un grido nel buio. E lo Stato, con Nordio al timone, ha deciso — almeno per ora — di rispondere.

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Editoriali

Legge anti-maranza: basta sconti, le città non possono più essere ostaggio dei delinquenti

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Il governo Meloni propone norme dure contro chi gira armato e semina violenza: serve una legge che impedisca ai giudici di giustificare o alleggerire le pene a chi ha già invaso le nostre strade e terrorizza i cittadini

C’è un momento in cui uno Stato deve smettere di giustificare, comprendere, spiegare. Deve semplicemente proteggere. La proposta di legge cosiddetta “anti-maranza”, voluta dal governo Meloni e ora al vaglio del Parlamento, nasce esattamente da questa esigenza: restituire sicurezza ai cittadini onesti e togliere le città dalle mani di bande di bulli armati che da troppo tempo agiscono nell’impunità quasi totale.

Perché di questo si tratta. Non di disagio giovanile, non di folklore urbano, non di “ragazzi che sbagliano”. Ma di delinquenza organizzata di strada, fatta di coltelli, spranghe, machete, rapine, pestaggi, aggressioni gratuite e spesso mortali. Una violenza che ha già mietuto troppe vittime e che continua a farlo mentre una parte della politica e della magistratura discute di attenuanti, contesti sociali e percorsi rieducativi.

Le nostre città sono diventate ostaggio. Stazioni, metropolitane, piazze, centri storici, periferie: ovunque gruppi di cosiddetti “maranza” girano armati, intimidiscono, colpiscono. Non hanno paura della legge perché la legge non fa più paura. Arrestati la sera, rilasciati la mattina dopo. Denunciati decine di volte, ma sempre in strada. Una giustizia che entra in scena solo per spiegare perché non può intervenire davvero.

La proposta del governo va nella direzione giusta: disarmare chi gira armato, colpire duramente il porto di armi improprie, rafforzare le misure di prevenzione e repressione. Ma non basta. E qui il Parlamento ha una responsabilità enorme. Questa legge deve diventare una svolta vera, non l’ennesimo testo annacquato da emendamenti, cavilli, ghirigori giuridici e scappatoie interpretative che permettono ai giudici di rimettere in libertà questi soggetti dopo poche ore.

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Serve il coraggio di dire una cosa semplice e impopolare nei salotti buoni: chi gira armato deve finire in galera. Punto. Senza sconti di pena, senza sospensioni, senza affidamenti ai servizi sociali, senza giustificazioni sociologiche. Chi viene trovato con un coltello o un’arma impropria in tasca non è un povero ragazzo in difficoltà, è una minaccia pubblica.

E non si venga a dire che “il carcere non rieduca”. Intanto protegge. Protegge le vittime potenziali, protegge i cittadini, protegge i ragazzi normali che vogliono vivere le città senza paura. La rieducazione, se possibile, venga dopo. Ma prima viene la sicurezza. Prima viene il diritto a tornare a casa vivi.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga lista di aggressioni, accoltellamenti, rapine finite nel sangue. Giovani e giovanissimi colpiti per un telefono, per uno sguardo, per una parola di troppo. Famiglie distrutte mentre i responsabili, spesso, sono tornati liberi in tempi record. Questo non è garantismo: è resa dello Stato.

La legge “anti-maranza” deve quindi essere senza ambiguità. Deve prevedere pene severe, certe, immediate. Deve limitare drasticamente la discrezionalità che oggi consente di svuotare le carceri mentre le strade si riempiono di violenza. Deve impedire che cavilli procedurali, interpretazioni creative o automatismi buonisti trasformino ogni arresto in una barzelletta.

Perché c’è un’altra verità che nessuno osa dire: l’impunità genera emulazione. Se i delinquenti sanno che non succede nulla, continueranno. Se sanno che finisce con una denuncia e una pacca sulla spalla, alzeranno il livello dello scontro. Se invece sanno che li aspetta il carcere vero, subito e senza scorciatoie, qualcosa cambierà.

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Non è una questione ideologica. È una questione di ordine pubblico. E di civiltà. Uno Stato che non difende i suoi cittadini perde legittimità. Una giustizia che tutela più chi delinque che chi subisce diventa incomprensibile, distante, ostile.

Ora il Parlamento ha davanti a sé una scelta chiara: o stare dalla parte delle vittime, delle famiglie, dei cittadini stanchi di vivere nella paura, oppure continuare a proteggere un sistema che ha già dimostrato di non funzionare. Ogni indebolimento della legge, ogni “ma”, ogni “però”, ogni deroga sarà una responsabilità politica precisa.

La legge “anti-maranza” può essere l’inizio di una inversione di rotta. Ma solo se sarà dura, netta, inequivocabile. Senza sconti. Senza scorciatoie. Senza alibi. Perché le città non possono più aspettare. E i cittadini nemmeno.

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Cronaca

Roma, Bologna, Milano: l’Italia sotto assedio. È ora di usare il pugno duro!

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Non si può più girare la testa dall’altra parte. La notte di violenza nella zona della stazione Termini a Roma, con due aggressioni brutali a distanza di un’ora, è l’ennesima testimonianza di un fenomeno che da tempo sta diventando sistemico nelle principali città italiane. Prima, in via Giolitti, un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato aggredito da un gruppo di sette‑otto persone, pestato con tale ferocia da finire ricoverato in terapia intensiva, intubato e con gravi fratture al volto. Solo un’ora dopo, nella vicina via Manin, un giovane rider di 23 anni è stato picchiato in circostanze simili. Decine di persone controllate, fermi e verifiche all’ufficio immigrazione non bastano più a dare un’idea di quale sia il prezzo reale pagato dai cittadini per un problema di sicurezza che si espande come un’ombra inquietante.

È vero, le forze dell’ordine sono intervenute con prontezza, ma la domanda che si pone con forza è un’altra: quanto deve ancora durare questa situazione prima che il governo decida di agire con il pugno duro? Non sono singoli episodi isolati, ma una catena di violenze che si ripete, a Roma come altrove.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicati anche i casi in altre grandi città. A Bologna, un uomo è stato aggredito in pieno centro mentre rincasava, colpito ripetutamente senza un apparente motivo se non la cieca volontà di fare del male. La scena si è consumata tra lo sconcerto dei passanti, testimoni di una violenza gratuita che tutti fingono di non vedere ma che è lì, palese, sotto gli occhi di chiunque transiti in una piazza, un corso o una stazione.

Milano, città spesso celebrata come modello di ordine e sviluppo, non è da meno. Solo qualche giorno fa, in una delle zone più frequentate della movida milanese, un gruppo di giovani senza alcuna causa apparente ha aggredito un passante, lasciandolo con ferite e lividi, e poi si è disperso tra i vicoli come se nulla fosse. Altrove, cittadini impegnati in attività quotidiane – tornare a casa, prendere un taxi, aspettare un autobus – si trovano a fare i conti con la paura, con il timore che una serata tranquilla possa trasformarsi in un incubo.

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La somma di questi episodi porta a una sola conclusione: l’inerzia non è più tollerabile. Parlare di interventi strutturali non è più un esercizio retorico, ma un’urgenza concreta. Il governo, di qualunque colore politico, deve finalmente prendere atto che parole come “sicurezza”, “ordine pubblico” e “tolleranza zero” non possono essere slogan elettorali, ma mantra di un’azione politica coerente e ferma.

Pattuglie stabili nelle aree più critiche, sistemi di videosorveglianza potenziati, controlli mirati e costanti e, soprattutto, pene certe e immediate per chi aggredisce, ferisce o intimidisce chi vive, lavora o transita nelle città italiane. Non si può continuare ad assistere impotenti a scene che sembrano appartenere a città in conflitto piuttosto che a comunità civili e democratiche.

Il governo deve capire che la sicurezza non è un optional, non è una variabile da rimandare. È un diritto fondamentale dei cittadini, uno dei pilastri su cui si fonda la vita quotidiana di milioni di persone. Chiunque scelga di delinquere deve sapere che le conseguenze saranno immediate e severe, non un rinvio, non una multa simbolica e non un commento di circostanza.

Italia, sveglia. Bologna, Milano, Roma e tutte le altre città meritano di essere luoghi in cui si può camminare senza timore, lavorare con serenità e guardare al futuro senza il peso costante della paura. È arrivato il momento che chi governa dimostri con i fatti, non con le parole, che la sicurezza è una priorità nazionale. Il pugno duro non è una minaccia, è una necessità per la sopravvivenza civile di questo paese.

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Editoriali

La serenità del mare al tramonto

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Il mare al tramonto è uno spettacolo che riesce a incantare chiunque abbia la fortuna di osservarlo. Le onde si frangono dolcemente sulla riva, mentre il cielo si tinge di colori caldi e avvolgenti. Il sole cala lentamente all’orizzonte, trasformando il paesaggio in un dipinto vivente.

Camminare lungo la spiaggia in questi momenti offre un senso di pace e tranquillità. L’aria è fresca e il suono delle onde crea una melodia rilassante che accompagna i pensieri, permettendo a chiunque di trovare un momento di riflessione e introspezione.

Le sfumature del cielo, che variano dal rosso acceso al viola profondo, riflettono sull’acqua, creando un gioco di luci e ombre che rende l’atmosfera magica e quasi surreale. È il momento perfetto per fermarsi, respirare profondamente e lasciarsi trasportare dal ritmo calmo della natura.

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