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Cronaca

Nuove camicie brune all’università? L’odio antisionista che risorge nei nostri atenei

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A Venezia un gruppo di attivisti pro-Palestina impedisce all’ex deputato Emanuele Fiano di parlare a Ca’ Foscari. E torna lo spettro dell’intolleranza che colpì gli ebrei nel ’38

Scene da un’altra epoca, ma purtroppo di un’attualità inquietante. È accaduto a Venezia, all’Università di Ca’ Foscari, dove un manipolo di attivisti pro-Palestina ha deciso che la libertà di parola vale solo per chi la pensa come loro. L’incontro-dibattito sulle prospettive di pace in Medio Oriente, a cui partecipava l’ex parlamentare del Pd Emanuele Fiano, è stato interrotto con urla, cartelli e slogan contro il sionismo.

Il bersaglio era chiaro: un ebreo, figlio di un sopravvissuto alla Shoah, accusato di rappresentare “il nemico”. “Non mi hanno lasciato parlare — ha raccontato Fiano —. Ho provato in tutti i modi a proseguire, ma continuavano a gridare e a dire falsità su di me. Il principio fascista che hanno in mente è che chi non la pensa come loro non deve parlare. L’ultima volta che un Fiano è stato cacciato da un luogo di studio era il 1938, con mio padre”.

Le parole dell’ex deputato colpiscono come uno schiaffo alla coscienza civile del Paese. A distanza di quasi novant’anni dalle leggi razziali, un uomo ebreo viene messo a tacere dentro un’università italiana, culla del pensiero e del libero confronto. È un episodio che va oltre la cronaca: è il segnale di un morbo che si pensava estinto e che invece torna a infettare le nuove generazioni sotto altre bandiere e nuovi slogan.

La protesta era stata preannunciata da un movimento che si autodefinisce “Fronte della gioventù comunista”, lo stesso che nei giorni scorsi aveva annunciato una manifestazione “contro i sionisti nell’università”. Una retorica vecchia, polverosa, ma terribilmente pericolosa. Cambiano le sigle, mutano i simboli, ma il copione resta lo stesso: identificare nel popolo ebraico — o nel “sionista” di turno — il capro espiatorio di ogni male del mondo.

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Solidarietà a Fiano è arrivata da tutto l’arco politico: da Piero Fassino e Simona Malpezzi a Carlo Calenda, fino al vicepresidente del Senato Gianmarco Centinaio. Anche Ignazio La Russa ha espresso vicinanza, pur precisando che “parlare di fascismo in questo caso è un po’ azzardato”. Forse. Ma di certo la dinamica è la stessa: c’è chi decide chi può parlare e chi no, chi ha diritto di esistere e chi dev’essere messo a tacere.

Questa non è più militanza: è fanatismo. E il fanatismo, qualunque bandiera sventoli, ha sempre il volto dell’intolleranza. I cori “contro il sionismo” sono solo una maschera — mal cucita — dietro cui si nasconde un odio antico, quello contro gli ebrei. E così, nei corridoi universitari, risuonano echi che pensavamo sepolti nei libri di storia.

Gli studenti che hanno impedito il dibattito non hanno capito una cosa fondamentale: negare la parola a un ebreo in nome della “libertà palestinese” non è un atto di solidarietà verso un popolo, ma la ripetizione di un’ingiustizia che il mondo ha già condannato. Il Medio Oriente è un dramma complesso, ma niente giustifica l’odio etnico, la demonizzazione, la caccia al diverso.

Oggi il pericolo non si chiama più fascismo con la camicia nera, ma intolleranza travestita da impegno politico. E sì, forse stiamo davvero assistendo al ritorno di nuove “camicie brune” — non nelle piazze, ma dentro le aule universitarie, dove l’odio si veste di ideologia e pretende di decidere chi può parlare.

Chi ieri gridava “mai più” oggi dovrebbe avere il coraggio di gridarlo ancora. Perché ogni volta che un ebreo viene zittito per la sua identità, la storia si ripete. E l’Italia, che ha conosciuto il buio di quelle pagine, non può permettersi di restare in silenzio.

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