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Nuovo Dpcm, festività blindate: è scontro tra Governo e Regioni

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Dobbiamo evitare una terza ondata a gennaio che potrebbe essere violenta. Intanto, non faremo un un nuovo lockdown generalizzato. Niente divisioni, è il momento di agire uniti’, dice Conte presentando le misure. Tensione con le Regioni, che esprimono rammarico per il metodo con cui è stato approvato il decreto con le regole per gli spostamenti dal 21 dicembre al 6 gennaio. Per il presidente della Lombardia Fontana, ‘è inaccettabile il divieto di spostarsi a Natale e Santo Stefano per i ricongiungimenti familiari’. Toti: ‘Le misure del governo non stanno in piedi’.

Il governo blinda il Natale e va allo scontro con le Regioni imponendo il divieto di spostamento anche tra i Comuni per il 25 dicembre, Santo Stefano e Capodanno. “Abbiamo evitato il lockdown generalizzato – sintetizza all’ora di cena il premier Giuseppe Conte spiegando il provvedimento – ma ora non dobbiamo abbassare la guardia. Dobbiamo scongiurare una terza ondata che potrebbe arrivare già a gennaio e non essere meno violenta della prima”. E’ una misura “ingiustificata” rispondono i presidenti in rivolta, secondo i quali si crea una disparità di trattamento tra chi abita in una grande città e i milioni di italiani che vivono invece nei piccoli comuni. Ma lo scontro è anche nel Pd, con 25 senatori che chiedono al premier di rivedere le “misure sbagliate” e il segretario Nicola Zingaretti che ribadisce la necessità di “misure rigorose”.

Qualche deroga sarà però concessa, anche alla luce del parere del Comitato tecnico scientifico secondo il quale, proprio in considerazione della differenza di dimensioni tra città metropolitane e comuni minori, vanno comunque garantiti per le realtà più piccole gli spostamenti “per situazioni di necessità e per la fruizione dei servizi necessari”, a partire dal non lasciare gli anziani da soli. Lo stesso Conte conferma che tra i motivi che rientrano nello “stato di necessità” c’è l’assistenza alle persona non autosufficienti, così come sarà possibile sempre rientrare non solo alla propria residenza ma anche nel luogo “dove si abita con continuità”, una formula per consentire il ricongiungimento delle coppie conviventi. Prevale dunque la linea dei rigoristi nel giorno in cui l’Italia registra purtroppo il record di vittime per Covid dall’inizio della pandemia, 993 in 24 ore.

Il decreto legge ‘cornice’, già in vigore, e il Dpcm valido dal 4 dicembre fino al 15 gennaio, contengono tutte le restrizioni già annunciate nei giorni scorsi e nessuna delle ‘concessioni’ che erano state ipotizzate o chieste dai governatori. Niente centri commerciali aperti nei fine settimana e nei festivi, ristoranti chiusi la sera, niente sci fino al 7 gennaio, quarantena per chi viene dall’estero. Ma è sulle misure previste dal 21 dicembre al 6 gennaio che si è acceso lo scontro più duro. Chi va all’estero dovrà poi rimanere due settimane in quarantena, chi decide di passare l’ultimo dell’anno in albergo dovrà cenere in camera ma soprattutto non ci si potrà muovere dal proprio Comune a Natale, Santo Stefano e Capodanno, giorno questo in cui anzi il coprifuoco sarà posticipato dalle 5 alle 7. Unica concessione, l’apertura dei ristoranti a pranzo il 25 e 26 dicembre e il 1 gennaio, anche se il divieto di muoversi sarà comunque un ostacolo.

“C’è stupore e rammarico per il mancato confronto”, attaccano le Regioni sottolineando che il metodo utilizzato dal governo “contrasta con lo spirito di legale collaborazione” tra istituzioni e impedisce di arrivare a “soluzioni più idonee per contemperare le misure di contenimento e il contesto di relazioni familiari e sociali tipiche” del Natale. I governatori criticano anche il fatto che né nel decreto legge né nel Dpcm si faccia riferimento ai ristori promessi per le attività costrette a chiudere. Il divieto di andare da un comune all’altro è una “limitazione ingiustificata e lunare” dice Attilio Fontana mentre Luca Zaia chiede “quale tecnico sanitario abbia avallato una cosa del genere”. E se il presidente della Liguria Giovanni Toti definisce quello del governo un comportamento “scorretto” che “mortifica i sacrifici dei cittadini”, quello della Valle d’Aosta Erik Lavevaz parla di una misura “iniqua” e Massimiliano Fedriga di “disparità di trattamento” tra chi abita in una grande città e chi invece nei piccoli comuni.

Posizione condivisa da Matteo Salvini. “Il governo non conosce l’Italia e i suoi ottomila comuni e divide le famiglie – accusa il leader leghista – Un conto è abitare a Milano o Roma, un altro è essere residente dei 5.495 comuni che hanno meno di 5mila abitanti e che spesso hanno figli e genitori, nonni e nipoti, divisi da una manciata di chilometri”. Ai governatori risponde Boccia ribandendo che coprifuoco e limitazione alla mobilità sono punti “inamovibili”: è “incomprensibile – afferma il ministro – “il loro stupore. Le norme sono state discusse in due riunioni durate 7 ore”. Una crepa si apre però anche nel governo. Le ministre di Italia Viva Teresa Bellanova ed Elena Bonetti avrebbero chiesto che il verbale del Cdm registri la loro netta contrarietà alla misura e 25 senatori del Pd, molti vicini all’ex leader Matteo Renzi, chiedono di modificare la norma rendendo possibili i ricongiungimenti familiari a Natale. E’ una misura “sbagliata” dice il capogruppo Andrea Marcucci, rivolgendosi direttamente al premier. A stoppare la fronda è pero il segretario Nicola Zingaretti: con mille morti, “rifletta chi non capisce quanto è importante tenera alta l’attenzione con regole rigorose”. Una sponda a Conte che arriva anche dai sindaci, con il presidente dell’Anci Antonio Decaro che invita il governo a “non dare segnali di allentamento”. Non c’è stato al momento scontro, invece, sul ritorno a scuola dei ragazzi delle superiori dopo le feste, con il premier che non ha escluso la possibilità di turni pomeridiani anche se la decisione sarà lasciata alle realtà territoriali. Dal 7 gennaio saranno in presenza al 75% e nel frattempo partirà un tavolo con i prefetti per affrontare il problema irrisolto da settembre, quello dei trasporti. Nella bozza del Dpcm era al 50% ma, dicono dall’Istruzione, su sollecitazione della ministra Lucia Azzolina si è arrivati al 75%.

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Giorgetti: “Situazione migliora, maggio sarà mese di riaperture”

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“La decisione sulle riaperture sarà presa probabilmente la prossima settimana dal Consiglio dei ministri”. Così il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, durante l’incontro al Mise con i rappresentanti di Fipe-Confcommercio, ricevuti dopo l’assemblea straordinaria organizzata in piazza San Silvestro a Roma in collegamento con 21 piazze d’Italia.

Il ministro, pur precisando che non è possibile indicare con certezza una data per le riaperture, ha però sottolineato che gli indicatori stanno migliorando e che “presumibilmente maggio sarà un mese di riaperture”.

Riaprire in sicurezza ristoranti a pranzo e a cena sfruttando gli spazi all’aperto. E’ questa l’ipotesi contenuta nella bozza delle linee guida sulle riaperture, che le Regioni – a quanto si apprende – sottoporranno giovedì al Governo alla Conferenza Stato-Regioni e che confermano le misure di protezione già in atto. Secondo il documento – che aggiorna le linee allegate al Dpcm di marzo – tali indicazioni dovranno essere compatibili col miglioramento dei dati, anche alla luce di una revisione dei parametri di valutazione. Parallelamente, si prevede anche una regolazione della ripartenza di palestre, cinema, teatri e musei.

Un gruppo di coordinamento delle Regioni sta lavorando anche ad una proposta per la revisione o aggiornamento dei parametri sulla valutazione del rischio epidemiologico attualmente in vigore. Tra le ipotesi c’è quella di inserire, tra i parametri, il numero di somministrazioni effettuate nelle singole Regioni. La prima bozza potrebbe essere presentata giovedìal Governo per un primo confronto alla Conferenza Stato-Regioni, quando dovrebbero anche essere anche presentate le linee guida sulla riapertura di attività economiche, condizionate proprio al miglioramento dei dati e alla luce di una revisione dei parametri.

“Io sono a favore di riaperture. Abbiamo dati in miglioramento, l’R0 è sceso, verosimilmente anche in questa settimana continuerà a scendere”. Quindi, “consolidando i risultati, a partire dal primo di maggio possiamo parlare di riaperture”. Lo ha detto il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione Agorà su Rai 3, sottolineando però che “dobbiamo controllare i dati e conservare quanto abbiamo guadagnato, per non rischiare di richiudere subito”.

“Un rallentamento delle restrizioni sarà possibile solo con contagi giornalieri al di sotto di 5.000 casi, mantenendo una larga capacità di testing e riprendendo il contact tracing per il controllo della diffusione dell’epidemia, i ricoveri in area Covid medica e intensiva largamente al di sotto delle soglie critiche, rispettivamente 40% e 30%, e la vaccinazione completata almeno per i soggetti fragili e gli ultra 60enni, categorie a più alto rischio di ricovero e mortalità”. Lo scrivono al governo diverse sigle sindacali mediche. Per le organizzazioni di lavoratori, “ogni prematuro allentamento delle restrizioni potrebbe mettere a rischio tanto la vita dei pazienti affetti da Covid-19”.

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Contratto Rider, Arenare (Sinlai): “La toppa è peggio del buco”

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Dopo polemiche e proteste dei rider, un settore che più di altri è cresciuto ed è diventato centrale durante l’emergenza sanitaria, si è arrivati ad un accordo tra sindacati e JustEat, finalizzato ad inquadrare questi lavoratori nel contratto Trasporto merci e Logistica.

Tuttavia la soluzione sembra tutt’altro che soddisfacente, ai fini di dare dignità al comparto. A denunciarlo è Valerio Arenare, segretario nazionale del Sinlai: “Mi verrebbe da dire che la toppa è peggio del buco. Questo contratto, infatti, è pieno di criticità: innanzitutto prevede i rider come lavoratori part-time a 10 ore settimanali, per uno stipendio totale di 200 euro; inoltre esclude dalla copertura coloro che abbiano la macchina. Ciò – continua Arenare – ha fatto sí che la maggior parte dei rider voglia restare autonoma, rivendicando il diritto a lavorare di più e, ciononostante, ad essere tutelato”.

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Ddl Zan – legge contro l’omofobia, Luca Maria Lo Muzio Lezza (Volt Italia): “Ecco perchè è necessaria” – L’intervista

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La proposta di legge contro l’omofobia del deputato Pd Alessandro Zan è stata approvata in prima lettura dalla Camera dopo mesi di emendamenti e polemiche. Ora se passerà anche al Senato l’articolo 604 del codice penale sarà modificato.

La proposta di legge introduce la specifica del reato contro chi istiga e chi commette atti di discriminazione fondati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità” prevedendo pene fino a 4 anni di carcere. Si istituirebbero poi iniziative, da svolgere ogni 17 maggio nel corso della giornata nazionale contro l’omofobia, dedicate alla promozione della cultura del rispetto e dell’inclusione nonché al contrasto dei pregiudizi delle discriminazioni.

Il ddl prevede anche che le scuole di ogni ordine e grado dovranno inserire nella propria offerta formativa programmi di sensibilizzazione a questo tipo di discriminazioni. Infine la destinazione di 4 milioni l’anno per dei centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere, per prestare assistenza legale, sanitaria, psicologica, ed anche alloggio e vitto alle vittime dei reati di odio e discriminazione.

Il video servizio sul ddl Zan trasmesso a Officina Stampa del 25/03/2021

La battaglia parlamentare per l’approvazione di questa legge si sposta ora al Senato dove i numeri della maggioranza a favore saranno molto più limitati e, se saranno apportati emendamenti, il testo dovrà necessariamente tornare al vaglio della Camera.

L’intervista a Luca Maria Lo Muzio Lezza – Regional Lead Lazio Volt Italia

Officina Stampa del 25/03/2021 – L’Intervista

Una legge inutile per le forze di centrodestra e per la CEI che ritengono le attuali norme già in grado di colpire episodi di discriminazione e di violenza, anche di questo tipo ad esempio inserendo le aggravanti “per futili motivi”, senza dunque dover introdurre una legge apposita che sarebbe orientata ideologicamente ad imporre un punto di vista sulla realtà, cancellando di fatto posizioni differenti. In pratica si lamenta il solito pericolo dell’interpretazione della legge da parte del giudicante esponendo così legittime affermazioni di libertà di opinione al rischio di essere tacciate di omofobia.
Se si afferma che un bambino ha diritto ad un papà e ad una mamma si è omofobi oppure no? Se si sostiene che non è legittimo “reperire” all’ estero un figlio partorito su commessa da una donna si è omofobi o no?

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