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Omicidio Ilaria Alpi, colpo di scena: nuovi documenti potrebbero far riaprire il caso

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Importanti novità sull’omicidio di Ilaria Alpi, inviata del Tg3 in Somalia e Miran Hrovatin, operatore tv: entrambi uccisi in circostanze misteriose il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Una serie di intercettazioni tra somali che parlavano della morte di Ilaria e Miran, risalenti al 2012, potrebbero far riaprire l’indagine sull’omicidio

La scottante intercettazione è depositata tra le carte di un’inchiesta della Procura di Firenze in merito al traffico di camion dismessi dell’Esercito italiano verso la Somalia. Poche settimane fa, la procura di Firenze ha trasmesso alla procura di Roma gli atti in merito all’inchiesta sul traffico di mezzi militari italiani e che ha portato a 15 indagati, 4 dei quali Somali. Omar Hashi Hassan, il somalo che ha scontato da innocente 17 anni di reclusione dei 26 con la terribile accusa di duplice omicidio, ha partecipato al sit in fuori dal Tribunale di Roma. “Sono venuto qui oggi per dare sostegno a Luciana, la mamma di Ilaria Alpi, – ha detto Hashi – e per avere giustizia dopo tanti anni. Luciana e il papà di Ilaria, Giorgio, – ha aggiunto Hashi – mi hanno sempre aiutato e hanno sempre sostenuto la mia innocenza, fin dal primo giorno”. Hashi ha ottenuto –dalla Corte di Appello di Perugia- un risarcimento di 3,1 milioni per l’errore giudiziario che gli è costato la libertà e una ingiusta condanna. La famiglia Alpi ha proclamato la sua estraneità all’omicidio sin dal primo momento, chiedendo l’immediata scarcerazione e gli è stata vicina fino alla tanto attesa assoluzione definitiva.

Cosa è accaduto veramente in quel fatidico 20 marzo 1994 a Mogadiscio?

Tutt’oggi è un mistero. Ilaria e Miran si trovavano nel corno d’Africa per seguire le operazioni tra fazioni che stava colpendo il paese e la missione Onu “Restor Hope” promossa dagli Usa ma appoggiata da diverse nazioni compresa l’Italia, con l’obiettivo ultimo di porre fine ristabilire una stabilità ormai desueta in Somalia. I loro corpi arrivarono in Italia pochi giorni dopo, ma non venne disposta nessuna autopsia sul corpo di Ilaria, mentre sul corpo di Miran si.

Emergono sin da subito i primi misteri

La sparizione di alcuni nastri di Miran e alcuni taccuini di Ilaria, si inizia a parlare di esecuzione e torna alla mente l’ultima intervista fatta da Ilaria Alpi prima di morire al sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor, e proprio in quell’occasione aveva annotato tutto in un taccuino. L’uomo viene indagato nel 1995 ma la sua posizione verrà archiviata in seguito. Il 12 gennaio 1999 viene arrestato Omar Hashi Hassan per concorso in duplice omicidio, comincia il processo e in primo grado viene assolto ma la sorpresa avviene il 24 novembre 2000, quando la Corte d’Assise d’Appello di Roma ribalta la sentenza e condanna all’ergastolo Hassan. Ma tutto cambia quando l’uomo che ha accusato Hassan, ovvero Ahmed Ali Rage detto “Jelle”, rivela ai microfoni della trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” di non aver visto chi ha sparato ad Ilaria e Miran perché non si trovava li. L’uomo risultava irreperibile per l’Italia ma la giornalista Chiara Cazzaniga lo ha raggiunto e a lei ha rivelato che gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e in cambio di una sua testimonianza gli hanno promesso dei soldi e così lui indicò Hassan.

Nell’ottobre del 2016, abbiamo intervistato  la giornalista  di “Chi l’ha visto?” Chiara Cazzaniga in merito all’assoluzione di Hashi Omar Hassan 

L’uomo è innocente e si è arrivati a questa assoluzione a seguito delle parole del supertestimone “Jelle” rintracciato e intervistato dalla giornalista nel programma “Chi l’ha visto?”. Abbiamo chiesto cosa le ha raccontato: “Ti faccio un piccolo preambolo, marzo 2014, quando nel 20esimo anniversario della morte di Ilaria e Miran su Rai3 andò in onda una trasmissione per commemorare Ilaria e Miran. All’interno di questa trasmissione c’erano vari contributi, c’era per esempio Federica Sciarelli in studio, c’erano altri colleghi e quant’altro. Al termine di questa trasmissione a Federica Sciarelli è venuta in mente questa cosa, ovvero, dato che Hashi Omar Hassan era finito sostanzialmente per l’accusa di questo testimone, di questo Jelle perché l’altro, l’autista di Ilaria, era una testimonianza assolutamente inverosimile che era stata completamente smontata in primo grado quindi in realtà il testimone principale è uno, questo Jelle e dato che questo Jelle appunto depose davanti alla Digos e al Pm Ionta e poi scappò senza presentarsi al processo, senza riconoscere, senza niente, senza un incidente probatorio. Cioè la cosa più grave, al di là che questo se ne è andato ed è scappato, è che non c’è mai stato un riconoscimento tra i due: Jelle ha detto “è stato Hashi Faudo”, Faudo è un soprannome dopodiché a Jelle non hanno fatto vedere una fotografia o gli hanno messo davanti Hashi. La Sciarelli mi disse che la testimonianza è molto dubbia anche perché questo qua perché è scappato? Che motivo ha di venire a deporre, dice una cosa del genere davanti alla Digos, davanti al Pm e poi si da alla macchia e nessuno lo cerca e mi dice “prova a vedere se riesci a trovarlo”.

Come hai trovato Jelle? Risultava irreperibile per l’Italia però sei riuscita a trovarlo…

Risultava irreperibile e molto sinceramente non so se l’abbiano mai cercato. Io ho chiesto aiuto alla comunità somala perché non avevo altri mezzi perché c’era un indirizzo dell’Interpool però già due colleghi erano andati a suonare a quell’indirizzo e lui non c’era e poi abbiamo scoperto solo qualche mese fa che in realtà era l’indirizzo di un’altra persona cioè di un omonimo. Io ho chiesto aiuto alla comunità somala e mi hanno messo in contatto con una mia fonte qui a Roma, mi ha messo in contatto con la comunità somala inglese di Manchester e di Birmingham e grazie a loro io ho raggiunto Jelle.

Pensi che i mezzi utilizzati da te, se fossero stati utilizzati dagli inquirenti, avrebbero potuto portare molto prima all’individuazione di Jelle?

Secondo me si anche perché comunque io ho dei mezzi esimi nel senso che comunque, come tu ben sai, facciamo i giornalisti e quindi non è che possiamo predisporre di intercettazioni telefoniche o guardare l’elenco dell’anagrafe, son tutte cose giustamente tutelate dalla privacy. Secondo me se avessero chiesto aiuto a qualche esponente più importante della comunità somala o quant’altro perché non era irraggiungibile Jelle anche perché comunque in Inghilterra non è che lui vivesse sotto protezione o sotto scorta o in una grotta. Vive a  Birmingham, ha famiglia e guida gli autobus.

Una vita alla luce del sole sostanzialmente…

Assolutamente si, guida gli autobus di linea della compagnia cittadina.

Jelle ha riferito inoltre che gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e hanno offerto del denaro a lui in cambio di una sua testimonianza…

Quando io sono arrivata da lui e mi ha detto “guarda che io non ero li, ero all’Ambasciata Americana e quindi non ho visto niente, non sono un testimone oculare, non so chi ha sparato perché non li ho mai visti”, cosa che per altro –apro parentesi- durante il processo di primo grado c’erano dei testimoni somali che avevano detto che appunto Jelle non era sul luogo dell’attentato bensì all’Ambasciata Americana e nessuno dei testimoni presenti si ricordava che Jelle fosse li al momento dell’attentato quindi anche questa è una cosa da prendere in considerazione e soprattutto c’erano tre testimoni somali che dicevano che Hashi era a 300 chilometri da  Mogadiscio, tutte cose che ovviamente in primo grado sono state prese in considerazione visto che è stato assolto Hashi in primo grado, in secondo grano ma io non ho mai capito perché senza nessun elemento probatorio nuovo lui è stato condannato quindi io non capisco proprio la logica di questa cosa. Quando Jelle mi disse appunto che non era li, io gli chiesi perché avesse detto una bugia del genere cioè che aveva fatto finire in carcere un innocente e lui mi disse che gli italiani avevano fretta di chiudere il caso -calcola che tutto questo succede nel 97, quindi tre anni dopo la morte di Ilaria e Miran- quindi a lui avevano offerto dei soldi e soprattutto un passaporto cioè un lasciapassare per andare via dalla Somalia in guerra e lui a me ha detto: “guarda io non l’ho fatto tanto per i soldi” anche perché poi a me lui ha raccontato che di soldi ne ha presi ben pochi perché comunque non ha portato a termine il lavoro, portare a termine il lavoro significava andare in Tribunale e testimoniare contro Hashi mentre lui ha testimoniato solo davanti alla Digos, davanti al Pm poi è scappato. Lui mi ha detto “io avevo raggiunto il mio scopo che era quello di andare via dalla Somalia” e mi ha anche detto “e non pensavo che se non mi fossi presentato a processo un innocente sarebbe finito in carcere e soprattutto pensavo che qualcuno comunque avrebbe verificato quanto da me raccontato” .

Lui ti ha detto chi sono stati gli italiani che lo hanno aiutato…

Certo, lui fa sempre un nome cioè quello dell’Ambasciatore Giuseppe Cassini. Ambasciatore che ovviamente io ho intervistato per il diritto di replica perché comunque è un’accusa grave e infamante e che poi è stato sentito comunque anche dalla Corte di Perugia durante la revisione del processo. Ovviamente Cassini dice che non è assolutamente vero, dice che lui non ha mai dato dei soldi a Jelle. Gli unici soldi che lo Stato italiano ha dato a Jelle sono quelli dell’aereo da Mogadiscio a Roma e un minimo di sostentamento. Tra l’altro avevano trovato anche un lavoro a Jelle, lui ha lavorato per qualche mese che è rimasto in Italia –prima di scappare- in un’autofficina di un soggetto che riparava le automobili del Ministero degli Interni. Dopodiché in aula Cassini dice che comunque “quando io ho saputo che Jelle era irreperibile ho fatto tre telefonate e ho scoperto esattamente dov’era. Era in Germania” e da l’indirizzo di dov’era, “quindi come l’ho fatto io poteva farlo chiunque, potevano andare a riprenderlo” questo lui lo dice durante il processo di revisione. Cassini ovviamente dice che non ha dato soldi a nessuno; lui si è presentato e ha detto di aver visto tutto quanto “io l’ho portato in Italia” dopodiché se lui fosse un test attendibile o no ovviamente non lo doveva stabilire l’Ambasciatore Cassini bensì la Procura o chi lo ha interrogato.

Hassan come ha reagito a seguito dell’assoluzione e come ha reagito a seguito dell’intervista che hai fatto tu a Jelle che ha portato alla sua assoluzione…

L’intervista che ho fatto io a Jelle ha permesso ai suoi avvocati di chiedere il processo di revisione e la Corte di Perugia ha accolto la revisione del processo in base a quest’intervista dopodiché se è stato assolto è perché la corte ha valutato sia l’intervista che ho fatto io, sia la rogatoria internazionale che dopo un anno è passa è stata fatta a Jelle, sia tutta una serie di testimoni che sono tornati a testimoniare appunto a Perugia. Il merito mio, il merito di “Chi l’ha visto?” è quello di aver fatto riaprire il processo di revisione.

Secondo te quali sono gli interessi che gravitano attorno a questa storia e che hanno impedito l’immediata individuazione della verità?

Tu mi fai una domanda a cui io non so rispondere. Luciana Alpi da sempre dice “io voglio sapere chi sono i mandanti dell’omicidio di mia figlia e di Miran Hrovatin”. Quindi non sappiamo, forse possiamo soltanto immaginare chi sono i mandanti ma non lo sappiamo con certezza perché con certezza non sappiamo il motivo per cui sono stati uccisi perché poi parte delle inchieste sono state fatte da bravissimi colleghi che collegavano questa morte al traffico di armi collegato ai soldi della cooperativa internazionale piuttosto che al traffico di rifiuti tossici…cose del genere. Noi la certezza non ce l’abbiamo quindi non possiamo sapere chi sono i mandanti, sicuramente c’erano degli interessi enormi perché comunque questo è dimostrato da subito nel senso che da subito iniziano i depistaggi, da quando Alfredo Tedesco che era l’uomo del Sismi a Mogadiscio manda un fax a Roma dove scrive determinate cose ovvero scrive che il contingente Onu in Somalia minimizzare l’accaduto,  vuole farlo passare per una rapina quando in realtà non sembra per niente una rapina, questo documento viene corretto a penna e viene trascritto in un modo completamente diverso.

Anche la posizione dei corpi era stata oggetto di discussione se non ricordo male…

In realtà la storia dei corpi è il fatto che quando Jelle, il supertestimone, descrisse a Ionta la scena del crimine, descrisse una scena sbagliata e disse che Ilaria era seduta davanti al Pickup e Miran sul sedile inferiore mentre era il contrario. Il problema è che sti due ragazzi, Ilaria e Miran, vengono tirati giù dalla macchina e vengono portati a Porto Vecchio dal signor Giancarlo Marocchino che non è un militare. L’esercito italiano, noi ricordiamoci che è vero per carità che la stragrande maggioranza dei nostri militari era sulle navi perché si stava ritirando il contingente erano i giorni del rientro, però c’erano Carabinieri, c’erano tanti militari italiani a Mogadiscio, c’era la nostra ex rappresentanza diplomatica dove c’erano dei militari anche italiani che erano a 50 metri da dove sono stati uccisi Ilaria e Miran: come mai nessuno va a vedere che cosa è successo? La cosa fa pensare che comunque in tutti i modi abbiano voluto far passare questa cosa come una rapina quando sti due sono stati freddati perché si sono beccati una pallottola a testa, è stata un’esecuzione quindi c’erano dietro sicuramente degli enormi interessi. Ci sono state tante piste seguite, dalla CIA al fatto che lei potesse aver scoperto delle malefatte dell’esercito italiano, i rifiuti, tante tante cose però qual è la verità? Purtroppo non lo sappiamo ancora, la sapremmo mai? la cosa vera, con tutto che abbiamo saputo sempre che Hashi Omar Hassan era innocente, però adesso è sancito legalmente il fatto che Hashi sia innocente quindi vuol dire che a 23 anni di distanza Ilaria Alpi e Miran

 Hrovatin non solo non sappiamo il perché sono morti ma non abbiamo ancora i colpevoli. Nel 2002 Jelle chiamò un giornalista somalo che lavorava alla BBC dicendogli che “ho visto che Hashi Omar Hassan è finito in carcere, ma come è possibile, io non sono venuto a processo, quello che ho detto non era vero, io l’ho fatto per scappare dalla Somalia” praticamente ha raccontato la stessa cosa che poi ha confermato a me anni dopo. Il problema è che quella telefonata, il giornalista somalo, l’ha registrata e quando l’ha portata all’Avvocato di Hashi e l’Avvocato di Hashi l’ha portata in Procura, si è sentito rispondere che dato che non c’era una registrazione dell’interrogatorio di Jelle, le voci non potevano essere messe a confronto quindi dall’altra parte poteva esserci chiunque. C’è stato anche un processo per calunnia che è finito con l’assoluzione di Jelle perché non c’era un riscontro audio per fare un riscontro con la telefonata e seconda cosa c’era una foto fatta nell’immediatezza, subito dopo l’attentato, dove sullo sfondo c’era un tizio. In primo piano ci sono l’autista di Ilaria e la guardia del corpo e sullo sfondo c’è un tizio. Jelle disse “io sono questo qua”. In realtà si era presentato un signore dicendo “quello sono io” , “quello nella foto sono io”, ma nonostante questo è andata così.

A dare l’input in questa determinante intervista realizzata da Chiara Cazzaniga e che ha portato all’assoluzione di Hashi Omar Hassan è stata Federica Sciarelli, conduttrice di “Chi l’ha Visto?” che si è sempre occupata del caso essendo stata  collega di Ilaria Alpi. Sin dal principio Federica Sciarelli ha posto il dubbio a Chiara Cazzaniga in merito all’incarcerazione di Hashi sulla base di un testimone che poi si è dato alla fuga.

Noi de L’Osservatore D’Italia abbiamo intervistato in esclusiva Federica Sciarelli in merito alla vicenda

Come avete rintracciato Jelle?

Guarda, intanto lo abbiamo cercato perché non lo aveva cercato nessuno, non lo aveva cercato né la Procura di Roma né i ROS. L’abbiamo cercato come si fanno le inchieste giornalistiche infatti io ho dato a Chiara Cazzaniga il compito di contattare tutti i somali che stanno diciamo in Italia  e spiegargli qual’era la situazione cioè che c’era un innocente in carcere, Hashi Omar Hassan, se ci aiutavano a parlare con questo Jelle per stabilire la verità e loro ci hanno aiutato.

Jelle ha parlato di soldi che sarebbero stati dati da parte degli italiani…

Ma in realtà Jelle ha detto che lui non ha preso soldi, lui se ne voleva andare via dalla Somalia e ha preso questo passaggio, ha detto questa fesseria diciamo alla Digos e a Ionta però pensando che poi doveva andare a processo e invece se n’è scappato via, se n’è andato in Inghilterra e lui stesso ci dice “tutto potevo immaginare tranne che lo condannavano” sulla base di false dichiarazioni.

Siccome lui parlava del denaro in riferimento al fatto che gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e avrebbero dato dei soldi a lui in cambio di una falsa testimonianza…

Io so che glieli hanno promessi e che non glieli hanno dati. Questo è ciò che ci dice lui naturalmente.

Angelo Barraco

 

 

 

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`Ndrangheta, operazione “Pedigree”: scattate misure cautelari per 12 persone affiliate alle cosche Serraino e Libri

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REGGIO CALABRIA – La Polizia di Stato di Reggio Calabria, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica, ha eseguito 12 misure  cautelari nei confronti di elementi di vertice, luogotenenti e affiliati alle potenti cosche della `ndrangheta SERRAINO e LIBRI, ritenuti tutti responsabili di associazione mafiosa e, a vario titolo, di estorsione, intestazione fittizia di beni, danneggiamento, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, corruzione per atti contrari ai doveri d´ufficio, illecita concorrenza con violenza o minaccia, incendio, aggravati dalla circostanza del metodo e dell´agevolazione mafiosa.

I poliziotti della squadra mobile, coadiuvati dagli operatori dei Reparti Prevenzione Crimine della Calabria, stanno eseguendo anche numerose perquisizioni e il sequestro di alcuni esercizi commerciali. Impiegati circa 100 agenti della Polizia di Stato.

Le indagini condotte dai poliziotti della Squadra Mobile  hanno portato alla luce le dinamiche criminali delle predette consorterie della `Ndrangheta operanti, attraverso le loro articolazioni territoriali, nel quartiere di San Sperato e nella frazione Gallina, nonché nel comune di Cardeto (RC) e in Gambarie d´Aspromonte, principalmente nel settore delle estorsioni in danno di imprenditori e commercianti anche attraverso l´imposizione di beni e servizi, nonché nell´impiego dei proventi delle attività delittuose in esercizi commerciali attivi nel campo della ristorazione [bar] e della vendita di frutta, intestandoli a sodali o a compiacenti prestanomi allo scopo di eludere il sequestro con l´applicazione delle disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali.

L´inchiesta della D.D.A. di Reggio Calabria ha consentito di accertare come il vertice della cosca SERRAINO sia attualmente rappresentato da un soggetto, genero di un uomo di fiducia del “boss della montagna”, assassinato durante la seconda guerra di `Ndrangheta.

Nel corso degli anni, il soggetto – catturato da latitante nel 2017 dai poliziotti della Squadra Mobile e dai Carabinieri – ha acquisito una sempre maggiore importanza nell’ambito dei gruppi mafiosi, riuscendo a scalare le gerarchie della cosca SERRAINO, con specifica competenza territoriale nel quartiere di San Sperato. Una consorteria strutturata della `ndrangheta unitaria, che ha trovato la sua forza anche nei legami coltivati con esponenti carismatici di altre potenti cosche di Reggio Calabria, che ne hanno determinato il graduale potenziamento e l´ascesa al vertice. Strettissimo il legame con i capi storici della cosca LABATE [intesi i “Ti Mangiu”] egemone nei quartieri cittadini di Gebbione e Sbarre. Fattivo e proficuo il rapporto con la cosca LIBRI di Cannavò, ogni qual volta si è posta l’esigenza di risolvere problematiche comuni e dirimere controversie afferenti alla rispettiva competenza territoriale. Stabili le relazioni con la potente cosca DE STEFANO-TEGANO e in particolare con uno storico esponente del clan di Archi – recentemente arrestato nell´ambito dell´operazione Malefix – sia per la fornitura di acqua minerale, sia per ottenere l´autorizzazione preventiva ad aprire un bar in una zona non sottoposta al controllo della cosca SERRAINO, bensì sotto il dominio della cosca DE STEFANO-TEGANO, nel rispetto delle regole della `Ndrangheta, sia infine per ricevere aiuto nell’accaparramento di clienti e nelle attività di reperimento di macchinari aziendali necessari per l’apertura di un esercizio commerciale.

Il capo cosca è riuscito a gestire dal carcere gli affari illeciti della cosca attraverso i colloqui con la moglie e le comunicazioni epistolari con altri affiliati, nonché con l´utilizzo di apparecchi telefonici cellulari introdotti abusivamente all´interno della struttura carceraria. Pur essendo detenuto, ha continuato a svolgere le sue funzioni di capo cosca, impartendo direttive dal carcere per eseguire estorsioni, per ordinare danneggiamenti di esercizi commerciali, per imporre la fornitura di beni e per pianificare intestazioni fittizie di attività commerciali. Dall´indagine sono emersi diversi elementi che dimostrano come il capo cosca avesse a disposizione in carcere un telefono cellulare – rinvenuto il 9 aprile 2019 dalla Polizia Penitenziaria – con il quale riusciva a comunicare riservatamente con l´esterno e ad impartire disposizioni alla moglie la quale si prestava a fare da postina e ad altri sodali, con l´uso di un linguaggio criptico ma attinente alle dinamiche e alle attività delittuose della cosca di cui continuava a tenere le redini nonostante lo stato di restrizione.

 Le indagini sono state condotte con l´irrinunciabile ricorso alle intercettazioni grazie alle quali è stato possibile individuare le dinamiche criminali, segnatamente quelle di carattere estorsivo, che hanno determinato il graduale rafforzamento della cosca SERRAINO e in particolare dell´articolazione di San Sperato diretta dal boss. Determinanti anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di Giustizia.

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Forze Armate, scoppia appaltopoli: 31 persone indagate

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Gli investigatori della Squadra Mobile di Roma hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 31 indagati, tra i quali pubblici ufficiali – appartenenti alle Forze Armate con diverso grado – e imprenditori, accusati, tra l’altro, di frode nelle forniture, corruzione, turbativa d’asta e altro negli appalti per gli approvvigionamenti delle Forze Armate.

Le indagini avrebbero fatto emergere episodi di frode contrattuale ai danni delle amministrazioni dello Stato appaltanti da parte delle ditte aggiudicatarie della produzione dei nuovi distintivi di grado per le Forze Armate.

L’ordinanza dispone per 7 indagati gli arresti domiciliari, 5 misure interdittive di sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio e 19 misure di divieto temporaneo di contrattare con la Pubblica Amministrazione e di esercitare attività imprenditoriali. Le indagini, coordinate dalla Procura, avrebbero documentato uno “specifico e ben collaudato sistema corruttivo” tra imprenditori e ufficiali delle forze armate, ricostruito grazie alle attività di intercettazione telefonica, ambientale e telematica supportata da servizi di osservazione e pedinamento. Complessivamente, le indagini avrebbero permesso di svelare turbative d’asta e frodi negli appalti delle Forze Armate per un valore di 18,5 milioni. E’ stato disposto un decreto di sequestro preventivo in via d’urgenza delle somme corrisposte ad alti ufficiali delle forze armate per il reato di corruzione.

Sarebbe stata accertata anche una truffa nella fornitura di tende per l’Esercito Italiano nel corso delle indagini della Squadra Mobile di Roma su presunte frodi negli appalti della Forze Armate. In particolare si tratterebbe della fornitura di tende modulari a struttura pneumatica per le truppe in missione all’estero tramite una “gara a procedura aperta” per un importo complessivo di circa 9 milioni di euro.
Coinvolti anche ufficiali dell’ Aeronautica Militare nell’operazione della Squadra Mobile di Roma che ha eseguito 31 misure cautelari per presunte frodi in appalti delle Forze Armate. Sarebbero stati accertati autonomi e distinti episodi delittuosi commessi da ufficiali dell’ Aeronautica Militare che – si legge in un comunicato della Questura di Roma – “si pongono in condizione di stabile asservimento ad interessi privati”.

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Settembre 1999 viene ucciso Hyso Telharaj simbolo della ribellione al caporalato: dopo 20 anni di latitanza estradato in Italia l’albanese Vrapi Luan

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E’ rientrato stamattina in Italia, scortato da personale dello SCIP – Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia della Direzione Centrale della Polizia Criminale, guidata dal Prefetto Vittorio Rizzi, il 47enne albanese VRAPI Luan, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP di Foggia il 24.11.1999 per omicidio volontario e lesioni personali aggravate.

L’ex latitante, rintracciato grazie alla frequente e consolidata collaborazione tra la polizia albanese e l’Ufficio dell’Esperto per la Sicurezza italiano operativo a Tirana, e grazie al lavoro della Divisione Interpol dello SCIP, è un personaggio noto alle cronache italiane, poiché è accusato, in concorso con altri, dell’omicidio del giovane bracciante di 22 anni, Hyso Telharaj, avvenuto nel settembre 1999 nelle campagne di Foggia.

ll nome di Hyso è diventato un simbolo della ribellione contro l’odiosa piaga del caporalato, ma anche di riscatto e rinascita, ricordato spesso dall’Associazione Libera che per il ventennale della morte, a settembre 2019, ha promosso tre giorni di memoria e impegno dal titolo “Il dolce sorriso di Hyso Telharaj” .

Era venuto in Italia per cercare lavoro e l’aveva trovato come bracciante agricolo per la raccolta dei frutti della terra della Capitanata. Non è stato ucciso dalla malattia o piegato dalla fatica come accade spesso, ma assassinato dai caporali perché non aveva ceduto al loro ricatto e non aveva pagato al loro il pizzo.

Dell’omicidio e della storia di Hyso ha parlato anche Don Ciotti lo scorso 15 novembre 2019, nella sua visita a Tirana insieme al Procuratore Nazionale Antimafia, portandolo come esempio di dignità, coraggio e della ribellione ad ogni forma di criminalità organizzata.

VRAPI Luan, dopo lo sbarco a Fiumicino e le notifiche degli atti da parte della Polizia di Frontiera Aerea dello scalo romano, verrà consegnato al personale della Polizia Penitenziaria di Bari per essere condotto in carcere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria pugliese.

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