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Addio a una voce inconfondibile, a una donna libera, ironica, straordinaria. L’Italia saluta Ornella Vanoni, mito gentile del nostro Novecento e oltre
Aveva compiuto 91 anni il 22 settembre, ma Ornella Vanoni da tempo non aveva più età. Era entrata nella dimensione dei miti viventi, quelli che non invecchiano perché continuano a parlare alla contemporaneità con una naturalezza che non si impara. Negli ultimi anni la sua rinascita popolare era stata evidente: presenza fissa nelle domeniche di Che tempo che fa, portava sullo schermo quella miscela di simpatia, intelligenza, follia gentile, libertà e bellezza che avevano sempre fatto di lei un unicum della cultura italiana. Era imprevedibile, tagliente, irresistibile: parlava senza freni, incurante del politicamente corretto e delle buone maniere televisive, e proprio per questo il pubblico la amava.
Un mito, sì, ma non uno di quelli irraggiungibili. Lei era un mito domestico, quotidiano, che entrava nelle case in punta di piedi e poi le travolgeva con un aneddoto, una risata roca, una confessione improvvisa. Ed è rimasta così fino all’ultimo giorno. Si è spenta all’improvviso nella sua casa milanese, dopo un’estate segnata dalla malattia: “Non sto bene, un dolore alla vertebra, un coltello nella schiena, ma andrò in clinica a Pavia dove sono bravissimi”, aveva confidato nell’ultima telefonata al critico Maurizio Porro, come riportato dal Corriere della Sera. “Sono stata tutta l’estate in ospedale per il cuore, una bruttissima estate”. Sembrava voler rassicurare più che rassicurarsi: “Domenica non vado da Fazio, ci vado a settimane alterne. Tornerò”. Non ci sarebbe tornata.
La sua storia era un romanzo vero, o forse un film, o forse una serie infinita scandita da colpi di scena, amori travolgenti, cadute e risalite continue. Figlia della ricca borghesia milanese, educata in un ambiente rigido ed elegante, a vent’anni scelse la via meno prevedibile: la recitazione, il teatro, il rischio. Entrò al Piccolo Teatro di Giorgio Strehler, allora culla della cultura italiana, e da quel momento tutto cambiò. Strehler, insieme a figure come Dario Fo, Fausto Amodei, Fiorenzo Carpi, Gino Negri, intuì in lei una voce nuova, ruvida e sensuale, e le cucì addosso un repertorio destinato a entrare nella storia: le “Canzoni della Mala”, presentate come frutto di antiche ricerche popolari ma in realtà scritte da intellettuali finissimi. Nascono così capolavori come Ma mi e Le mantellate, brani che restituiscono una Milano che non c’è più, fatta di vicoli, prigioni, donne perdute e uomini disillusi.
E poi arrivò Gino Paoli. L’incontro con la Scuola Genovese fu per lei una seconda nascita, artistica e amorosa. La loro fu una relazione intensa, tormentata, fragile e luminosa al tempo stesso. E la canzone Senza fine ne è la testimonianza più pura. Due personalità forti, due artisti istintivi, due vite che si cercavano e si respingevano: “Eravamo un disastro”, dirà lei anni dopo, ridendo. Ma resteranno amici per sempre. I loro concerti insieme, negli anni, furono un incontro-scontro irresistibile, una danza fatta di memoria, ironia, affetto indistruttibile.
Da quel momento Ornella Vanoni entrò di diritto nell’universo della canzone. E lo fece con naturalezza, trovando un registro interpretativo del tutto personale: elegante ma non lezioso, sensuale senza volerlo, doloroso senza mai diventare tragico. Cantò L’appuntamento, versione italiana di un brano brasiliano, che entrò nell’immaginario collettivo come un grido silenzioso di attesa e abbandono. Interpretò Domani è un altro giorno, L’albergo a ore, le canzoni di Piaf, quelle di Roberto Carlos, passando da un continente all’altro con la leggerezza di chi non teme di mettersi in gioco.
E poi arrivarono Vinicius De Moraes, Toquinho, e un album storico che cambiò la musica italiana: La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria, nato da un’intuizione di Sergio Bardotti, con brani di Jobim e Chico Buarque. Un disco che portò il Brasile nelle nostre case, che contribuì a far conoscere la bossa nova a un Paese che non ne aveva ancora intuito la poesia.
La sua eleganza, la sua sensualità mai ostentata, la classe innata contribuirono a costruire un’interprete unica. Collaborò con i più grandi: Lucio Dalla, Fabrizio De André, Herbie Hancock, Gil Evans, George Benson, i fratelli Brecker, Ron Carter. Registrò a New York l’album Ornella &, un’opera fuori dagli schemi, moderna e internazionale, lontana anni luce dai confini della canzone italiana tradizionale. E fu la prima donna a vincere il Premio Tenco come “miglior cantautore”, perché nel frattempo aveva iniziato a scrivere brani suoi, confermando una creatività inclassificabile.
Anche quando l’età avanzava, Ornella non smetteva di rinnovarsi. Per il suo novantesimo compleanno incise Ti voglio con Elodie e Ditonellapiaga, dialogando con la nuova generazione senza paternalismi né soggezioni. Pubblicò Diverse, un progetto discografico per BMG, e con Pacifico realizzò Vincente o perdente, un diario sentimentale più che un’autobiografia: 90 anni straordinari raccontati con lo sguardo di chi non ha mai avuto paura di guardarsi allo specchio.
Negli ultimi anni, la televisione l’aveva riscoperta come figura di culto. Nelle interviste rivelava una sincerità disarmante, una libertà di pensiero rarissima. Parlava di amori, di amicizie, di rimpianti, di felicità improvvise. Era diventata l’icona di una terza età ribelle, intelligente, ironica. Non un monumento, ma una donna che aveva attraversato il tempo trasformandolo in musica.
La verità è che la grandezza di Ornella Vanoni stava nella sua vitalità inesauribile: non è mai stata “solo un classico”. Non si è mai adagiata nella nostalgia. Ha saputo restare contemporanea, restare viva, restare femmina e artista insieme, fino all’ultimo giorno. Perché la sua è stata davvero una lunga storia d’amore. Con la vita, con la musica, con gli uomini, con il pubblico, con la bellezza.
La ricordiamo mentre canta Una lunga storia d’amore, il brano scritto da Gino Paoli che più di tutti racchiude la sua essenza. Con quella voce roca e calda che sembrava sfiorare le vene del cuore, Ornella raccontava un amore che non finisce, che non può finire, che resta sospeso. Ed è forse così che vogliamo immaginarla ora: in una stanza piena di luce, che racconta un aneddoto, che ride di gusto, che canta sottovoce. Una donna che ha vissuto tutto, davvero tutto, senza mai perdere la curiosità, la tenerezza, la libertà.
Se ne va un pezzo di noi, ma resta la sua voce. Resta il suo sguardo ironico. Resta la sua storia, infinita. Resta la musica che continuerà a raccontarla. E resta quella lunga storia d’amore che ci ha regalato. Una storia senza fine. Una storia che continua. Una storia che, come lei, non se ne andrà mai davvero.