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Cronaca

Palermo, quartiere Zen 2: scatta l'operazione Teseo. 24 persone in manette

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Tempo di lettura 7 minuti E’ la prima volta che all’interno del quartiere viene contestato il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

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Red. Cronaca


PALERMO – I Carabinieri della Compagnia Palermo San Lorenzo hanno eseguito 24 ordinanze di custodia cautelare, 19 in carcere e 5 ai domiciliari, emesse dal G.I.P. del Tribunale di Palermo, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della locale Procura della Repubblica, nei confronti dei componenti di un’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

I provvedimenti scaturiscono dalle indagini coordinate dal Procuratore della Repubblica, Francesco LO VOI, dal Procuratore aggiunto, Dott.ssa Teresa PRINCIPATO, dai Sostituti Procuratori della DDA, Dott. Siro DE FLAMMINEIS e Dott.ssa Annamaria Picozzi, in collaborazione con i Sostituti Procuratori della Repubblica di Palermo Dott. Bruno BRUCOLI e Dott.ssa Silvia BENETTI e condotte dai militari del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Palermo San Lorenzo.

L’attività d’indagine, sviluppata tra i padiglioni del quartiere ZEN 2, ha:

–          permesso di ricostruire dettagliatamente l’attività illecita e la struttura criminale realizzata dagli indagati, delineando tutti i componenti di un’articolata consorteria;

–          confermato la presenza di un’attività di spaccio tra via Pensabene e le aree limitrofe, corrispondenti, in particolare, a via Nedo Nadi e ai vicoli che costituiscono un corridoio tra i padiglioni di via Costante Girardengo.

L’indagine, denominata “TESEO”, è stata avviata nel novembre 2015, quando i militari del Nucleo Operativo, sulla base di alcuni arresti effettuati in flagranza di reato, hanno dato il via alle attività tecniche.

Le successive risultanze investigative hanno consentito di disarticolare l’organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti, retta da un triumvirato composto da MAZZA Antonino, ZARCONE Massimiliano, BONURA Salvatore, individuati quali “promotori” delle attività con funzioni direttive su diversi “pusher”, il cui operato è sempre stato supervisionato da altrettanti “fiduciari”, CATANZARO Salvatore e PULEO Paolo, costituenti un livello intermedio tra il vertice e la manovalanza, deputati a gestire le scorte di droga, la ripartizione delle dosi e la raccolta del denaro realizzato dalle innumerevoli cessioni di droga ampiamente monitorate.

 

E’ la prima volta che all’interno dello Zen 2 viene contestato il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

Le dinamiche oggetto di osservazione hanno fatto emergere che le illecite attività non erano il frutto dell’occupazione occasionale e autonoma di una serie di individui, ma il risultato di una complessa struttura organizzata i cui partecipanti ne condividevano pienamente e consapevolmente scopi, strategie, rischi e profitti.

Fin dai primi riscontri ottenuti attraverso i sequestri di sostanze stupefacenti e dalla verifica dei luoghi di occultamento individuati grazie ai servizi di osservazione, sono emersi indizi che hanno indotto i carabinieri ad ipotizzare l’esistenza di un’associazione criminale.

È così progressivamente emerso, in maniera inequivocabile, come una regia comune guidava l’operato dei singoli pusher, poiché tutti gli indagati comunicavano costantemente tra loro e scambiavano gli involucri costituenti le piccole scorte di sostanza stupefacente e addirittura le somme di denaro costituenti provento illecito, nonché individuavano ed utilizzavano i diversi luoghi di occultamento della sostanza stupefacente, ripartendola in nascondigli differenti in base alla tipologia della stessa (cocaina, hashish e marijuana), confezionata secondo modalità precise e costanti nel tempo (stecchette di hashish, bustine di marijuana, piccoli involucri a goccia per la cocaina). Le attività delittuose erano regolate secondo una suddivisione in “turni”, cosicché ad una prima fase che comprendeva tutta la mattinata, seguiva una seconda che abbracciava l’intero pomeriggio, fino alla sera, dopodiché, la notte fino alle ore 08:00 circa; ad ogni cambio turno, è stato puntualmente rilevato un metodico “passaggio di consegne” – ossia il conteggio e l’eventuale ripartizione delle dosi avanzate e del denaro ricavato – tra gli spacciatori che coprivano il turno appena terminato e coloro che subentravano.

Significativo, inoltre, è ciò che è accadeva quando i militari del Nucleo Operativo o della Stazione Carabinieri di San Filippo Neri intervenivano nell’area d’interesse, procedendo all’arresto di uno o più pusher ed al rinvenimento e sequestro delle dosi di droga astutamente occultate in più anfratti: i “capi” intervenivano sui luoghi, ispezionandoli ed impartendo direttive ai gregari, poiché i traffici dovevano proseguire, dimostrando particolare dimestichezza nel far fronte alle sopravvenute esigenze. Scendere in piazza, farsi vedere in mezzo ai padiglioni da tutti gli altri pusher ancora presenti e non arrestati dai Carabinieri, rassicurava la “piazza” e allo stesso tempo veicolava ai sodali un’immagine di potenza ed immunità nei confronti delle azioni dell’Arma dei Carabinieri.

Il sodalizio, in sostanza, si attivava prontamente dopo l’arresto di un pusher, poiché, dopo un breve periodo verosimilmente destinato alla riorganizzazione, veniva sostituito da altri complici, così come i diversi tipi di sostanza stupefacente trovavano altre collocazioni tra i veicoli posteggiati o nei punti ritenuti più congeniali all’interno degli androni e dei corridoi dei padiglioni o, ancora, nei terreni incolti circostanti. A fronte di un intervento dei Carabinieri, pertanto, l’attività di spaccio non si fermava, poiché il sodalizio si riorganizzava prontamente e, con sfacciata pervicacia, rimediava all’arresto di uno o più pusher reclutando nuove leve tra persone nuove e poco conosciute che, reiterando la condotta criminale, assicuravano continuità ai lucrosi affari. Sovente erano gli stessi indagati arrestati o denunciati a replicare, dedicandosi alle consuete occupazioni illegali, già a partire dal giorno successivo all’intervento dei Carabinieri, come accaduto per CATANZARO Salvatore, BRANCATO Nunzio e MOCEO Benedetto, quest’ultimo vittima del tentato omicidio proprio nei padiglioni dello ZEN da parte del figlio.

È stato accertato inoltre che, periodicamente, i pusher venivano approvvigionati da altri complici delle dosi di sostanze stupefacenti necessarie ad alimentare l’attività di spaccio e che la sostanza era immagazzinata in abitazioni prospicienti le strade dove lo spaccio era esercitato ovvero in qualcuno dei numerosi box realizzati – il più delle volte abusivamente – negli angusti spazi esistenti tra i padiglioni del quartiere. In ogni caso, è significativo come tutto accadesse in un ristretto spazio tra via Pensabene – via Nadi – via Costante Girardengo, all’interno di un’area costantemente presidiata dagli odierni arrestati. Anche nel tardo pomeriggio, di sera e durante tutta la notte, difatti, veniva riscontrata la presenza degli spacciatori in quegli stessi luoghi.

L’organizzazione, inoltre, era caratterizzata dal vincolo derivante dal rapporto parentale, poiché ad essa partecipavano, a vario titolo, componenti della stessa famiglia, come per il nucleo composto da ZARCONE Massimiliano, BILLECI Elena e ZARCONE Antonino, nonché quello composto da MAZZA Antonino e dal figlio Gabriele, famiglie, peraltro, legate da ulteriori vincoli nati dall’unione dei rispettivi figli.

Sintomatico, al fine di comprendere il contesto in cui si sviluppavano le attività illecite oggetto dell’indagine, il fatto che l’organizzazione non disdegnasse di svolgere tutte le operazioni connesse con l’attività di spaccio avvalendosi anche di un soggetto (all’epoca) minorenne ed operando a poca distanza da una scuola elementare.

Il “modus operandi” dell’organizzazione era sempre identico e collaudato, poiché il “pusher”:

–       preso contattato con l’acquirente, gli indicava dove fermarsi ad aspettare, eventualmente ricevendo già il corrispettivo in denaro;

–       si recava a prelevare la singola dose da spacciare;

–       effettuava la cessione dello stupefacente;

–       raggiunta una certa somma di denaro la consegnava – a mo’ di “cassa continua” – a un altro soggetto con funzione di “cassiere”. Veniva così mitigato il rischio di vedere sequestrate consistenti somme di denaro in caso di arresto del pusher;

–       terminata la scorta di sostanze stupefacenti, chiedeva di essere rifornito al complice-corriere, il quale, dopo essersi allontanato dalla zona, recuperava la quantità di dosi necessaria per soddisfare le ulteriori richieste.

L’attività di spaccio, inoltre, non veniva quasi mai svolta da un solo pusher, ma erano costantemente attivi due o più soggetti i quali, talvolta, si suddividevano le sostanza stupefacenti da spacciare (marijuana e hashish uno e cocaina l’altro) e, a prescindere, offrivano reciproca copertura e una più attenta vigilanza, a fronte del rischio di incursioni dei Carabinieri. Il continuo monitoraggio ha infatti permesso di ritrarre alcuni episodi di vita quotidiana propri di alcuni componenti dell’associazione. Un esempio emblematico delle “contromisure” adottate è rappresentato da chi, durante il proprio “turno” giornaliero, verificava la presenza delle forze dell’ordine o di eventuali telecamere mediante l’utilizzo di un “binocolo”.

Pur di mantenere la “fidelizzazione” dei clienti-assuntori, l’organizzazione era aperta a “forme alternative di scambio commerciale”: è stato documentato un episodio in cui un acquirente, non avendo disponibilità di contanti, si è rivolto ai pusher mostrando un capo d’abbigliamento ancora provvisto di etichetta e, dopo un primo tentennamento di quest’ultimo, l’affare si è concluso con un vero e proprio “baratto” avente ad oggetto da un lato una felpa e dall’altro una dose di sostanza stupefacente.

Evidenza dell’unicità e comunanza delle azioni delittuose, tutte facenti parte dello stesso “ciclo aziendale” e riconducibili ad una medesima organizzazione, risulta l’identicità delle dosi di sostanza stupefacente rinvenute all’atto degli arresti e dei sequestri con successiva segnalazione alla locale Prefettura ex art. 75 DPR 309/90 a carico degli acquirenti (in tutto sono 29 le persone segnalate all’autorità amministrativa quale assuntori di sostanze stupefacenti), che ha dimostrato univocamente la medesima origine della droga rinvenuta.

Infatti, si è notato come fosse sempre uguale il confezionamento e il taglio della droga. Per l’hashish: stecche di circa cm. 5/10 del peso approssimativo di gr. 2 – talvolta spezzate per ricavarne dosi a minor prezzo – avvolte con pellicola trasparente o carta stagnola; per la marijuana: bustine di plastica trasparente chiuse con spille per spillatrice e contenenti poco più di un grammo di sostanza; per la cocaina: dosi confezionate a goccia, con involucri di plastica aventi il peso di 0,5 g. (cd. mezzini) o di 0,2 g. (cd. ventini).

A tal proposito, dal monitoraggio effettuato nei giorni di maggior affluenza, si può ipotizzare un introito giornaliero di oltre 2.000,00 euro in favore degli associati, tenendo conto del costo dello stupefacente per il consumatore finale (5/10 € per le dosi marijuana e hashish e 20/40 € per le dosi di cocaina).

L’intenso legame tra gli associati e la stabilità dell’organizzazione criminale costituita, rafforzata dal vincolo familiare, sono stati ribaditi da ulteriori riscontri: il monitoraggio costante dei luoghi oggetto di indagine ha permesso di constatare come gli indagati passassero insieme intere giornate, documentando la loro presenza tra le vie monitorate e nei luoghi deputati agli scambi di denaro e droga.

Progressivamente sono state acquisite le risultanze investigative che hanno permesso ai Carabinieri di incastrare ogni tassello, fino alla definizione di un quadro completo e nitido delle vicende oggetto d’indagine e dell’organigramma del sodalizio al cui vertice si collocavano i finanziatori/promotori MAZZA Antonino, BONURA Salvatore e ZARCONE Massimiliano. Tra questi e la manovalanza costituita dai pusher che si alternavano nell’attività di spaccio, si frapponeva un livello intermedio rappresentato, in particolare, da CATANZARO Salvatore e da PULEO Paolo, deputati alla supervisione delle attività illecite, alla gestione e alla spartizione delle dosi tra gli spacciatori nel corso dei vari turni, alla raccolta delle somme di denaro costituenti il provento dello spaccio. Quanto a BILLECI Elena (moglie di ZARCONE Massimiliano e madre di ZARCONE Antonino), non è stata rilevata solo una sua generica partecipazione ai loschi affari del gruppo criminale, poiché è risultato evidente che alla donna fosse stata attribuita la precipua funzione di tenere la “contabilità” degli affari dell’organizzazione, essendo deputata ad annotare le somme di denaro ricavate da ciascun pusher ed il numero delle dosi distribuite durante il turno.

La suddivisione interna dei ruoli e dei compiti tra gli associati, tuttavia, non era rigida ed inviolabile, anzi alcuni ruoli risultavano intercambiabili ed alcuni indagati erano chiamati, a seconda delle esigenze, talvolta alla raccolta del denaro incassato dai pusher e al loro rifornimento di stupefacente, talvolta ad occuparsi essi stessi dello smercio al dettaglio, rivestendo contemporaneamente i ruoli di vedette, fornitori e spacciatori. Tale caratteristica ha ulteriormente dimostrato l’esistenza di un’organizzazione stabile e continuativa, con dinamiche interne ben definite e predisposizione di mezzi per il perseguimento di un fine comune. La fungibilità dei ruoli è riprova della reciproca consapevolezza degli associati circa i compiti e l’incarico di ciascuno.

Oltre alla palese condivisione di scopi, strategie e rischi, i membri dell’organizzazione, nonostante le distanze fossero brevi, sovente condividevano anche mezzi di trasporto per spostarsi agevolmente e rapidamente nel corso delle attività illecite.

Le attività di riscontro effettuate nel corso dell’indagine, oltre alle 29 segnalazioni di assuntori di droga all’autorità amministrativa, hanno già consentito di arrestare in flagranza di reato 22 persone, responsabili di singoli episodi di spaccio e detenzione illecita di sostanze stupefacenti.

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Emanuela Bruni nuovo presidente della Fondazione MAXXI – Museo delle Arti del XXI secolo

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È Maria, detta Emanuela, Bruni frascatana classe 1960 la nuova presidente della Fondazione MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo.
La scelta è stata ufficializzata dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione riunitosi oggi dopo la nomina di Alessandro Giuli come Ministro della Cultura.
La Bruni, giornalista professionista nonché scrittrice, è stata la prima Donna a presiedere l’Ufficio del Cerimoniale di Palazzo Chigi.
Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana su nomina del presidente Carlo Azeglio Ciampi, di cui fu stretta collaboratrice in quanto responsabile della Comunicazione radiotelevisiva per l’ingresso nell’Euro, vanta un curriculum di alto spessore e profilo istituzionale: dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi per circa un decennio al coordinamento dell’attività dei Servizi del Cerimoniale Nazionale ed Internazionale.
Già assessore alla Cultura della città di Frascati, di cui oggi è consigliere comunale e presidente della Commissione Affari Istituzionali della città Tuscolana, la neopresidente Emanuela Bruni, laureata in lettere e con un Master in Comunicazione Istituzionale e Relazione con i Media per la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, è “giornalista di razza” passata attraverso le redazioni di testate importanti come “L’eco di Bergamo” ed il “Sole24Ore”.
Appassionata ed esperta di arte ed architettura è oggi nell’Ufficio Stampa dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia.

Tra le sue pubblicazioni spiccano il “Piccolo dizionario delle italiane”, “La frascatana e le altre” e l’ultima sua opera, “Verde e antico” dedicata ai giardini ed ai paesaggi dei Castelli Romani.
La Bruni, negli ultimi anni, ha dato vita ad uno dei salotti letterari più importanti di Frascati e della provincia romana “Libri in Osteria” che ha ospitato autori del calibro di Angelo Polimeno Bottai, Luigi Contu, Riccardo Cucchi, Antonella Prenner, Michele Bovi e tanti tanti altri.

Giunga alla neopresidente Emanuela Bruni da parte della redazione de L’osservatore d’Italia l’augurio per un buon lavoro

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Scontro tra Bianca Berlinguer e Maria Rosaria Boccia: accuse e polemiche dopo la mancata intervista

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La conduttrice accusa Boccia di voler conoscere in anticipo le domande, mentre l’ex ospite lamenta una discussione trasformata in gossip e politica. La verità resta al centro di un acceso botta e risposta

Bianca Berlinguer, nota conduttrice, ha espresso il suo disappunto dopo la mancata intervista a Maria Rosaria Boccia, accusandola di aver chiesto anticipatamente le domande in forma scritta, cosa che non è mai stata concessa a nessun ospite. Secondo Berlinguer, questo sarebbe stato il vero motivo del contrasto tra le due, sfociato nella decisione di Boccia di non partecipare alla trasmissione È sempre Cartabianca.

Boccia, dal canto suo, ha risposto via Instagram, sostenendo che la trasmissione fosse orientata più a creare un dibattito politico e gossip piuttosto che ad ascoltare la sua verità. Inoltre, ha lamentato di essere stata trattenuta in camerino contro la sua volontà per due ore, un’accusa che Berlinguer ha definito “ridicola” e fuori luogo, dichiarando di non aver mai vissuto una situazione simile nei suoi 35 anni di carriera.

Le tensioni tra le due figure pubbliche si sono ulteriormente infiammate quando Berlinguer ha chiesto a Boccia prove concrete per sostenere affermazioni delicate riguardanti un colloquio tra Gennaro Sangiuliano e Arianna Meloni, suscitando reazioni di fastidio da parte dell’ex ospite, che ha accusato la conduttrice di non essere sufficientemente preparata sulla sua storia.

In un contesto di forti polemiche, la questione rimane aperta, lasciando spazio a diverse interpretazioni sui motivi del fallimento dell’intervista e su quanto avvenuto dietro le quinte.

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Ambiente

Tragedia sul Monte Bianco: Ritrovati i corpi di quattro alpinisti

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Due italiani e due coreani vittime della montagna. L’ultimo sogno realizzato sul Cervino prima del fatale destino

Un silenzio carico di dolore avvolge le pendici del Monte Bianco, dove ieri sono stati ritrovati i corpi senza vita di quattro alpinisti: due italiani e due coreani. Sara Stefanelli e Andrea Galimberti, i due connazionali di cui si erano perse le tracce dal 7 settembre, hanno trovato il loro ultimo riposo tra i ghiacci eterni della montagna che amavano.

Il tragico epilogo è giunto dopo giorni di angosciosa attesa e speranza. Le condizioni meteorologiche avverse avevano impedito per tre interminabili giorni il decollo degli elicotteri di soccorso. Solo ieri, con una schiarita, un elicottero del soccorso alpino francese è riuscito a levarsi in volo, portando alla luce la drammatica verità.

Etienne Rolland, comandante del Pghm di Chamonix, ha confermato che le due cordate sono state “rapidamente localizzate”, grazie alle informazioni sul loro probabile percorso e altitudine. Una conferma che rende ancora più straziante l’idea che i soccorritori sapessero dove cercare, ma fossero stati ostacolati dalle forze della natura.

La notizia ha scosso profondamente la comunità alpinistica e non solo. Sulla pagina Facebook di Andrea Galimberti, una cascata di messaggi di cordoglio ha sostituito le precedenti speranze di un lieto fine. Amici e conoscenti piangono ora la perdita di un appassionato alpinista e della sua compagna d’avventure, Sara.

Le ultime immagini condivise sui social dai due mostrano momenti di pura gioia sul Cervino, appena pochi giorni prima della tragedia. Scatti che ora assumono un significato quasi profetico, immortalando l’ultimo grande sogno realizzato insieme. Andrea descriveva con entusiasmo l’ascesa al Cervino compiuta il 3 settembre: “Dopo il classico corso di alpinismo tre mesi fa Sara inizia ad arrampicare con me. Davvero tanta roba da subito, in alta quota sul facile non ha problemi anzi va da Dio”.

Queste parole, cariche di orgoglio e affetto, risuonano ora come un addio involontario, un testamento della passione che li univa e che li ha portati a sfidare le vette più impervie.

La tragedia sul Monte Bianco non ha risparmiato nemmeno i due alpinisti coreani, il cui destino si è intrecciato fatalmente con quello degli italiani. Quattro vite spezzate, quattro storie di passione per la montagna interrotte bruscamente.

Mentre la comunità alpinistica si stringe nel dolore, questa tragedia riaccende il dibattito sulla sicurezza in montagna e sui rischi che anche i più esperti corrono nell’affrontare le sfide delle alte quote. Il Monte Bianco, maestoso e implacabile, si conferma ancora una volta una bellezza tanto affascinante quanto pericolosa, capace di regalare emozioni uniche ma anche di reclamare un tributo altissimo.

Le indagini sulle cause precise dell’incidente sono ancora in corso, ma già si leva un coro unanime: quello della prevenzione e della prudenza, anche per i più esperti. Perché la montagna, nella sua immensa bellezza, resta sempre un ambiente che richiede il massimo rispetto e un’infinita cautela.

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