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Economia e Finanza

Presentato da Confindustria il rapporto Filiera della salute 2018: ‘white economy’ decisiva per lo sviluppo del paese, vale quasi l’11% del PIL e dà lavoro a 2,4 milioni di persone

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L’industria della sanità cura l’economia e la società del Paese. Così il Rapporto di Confindustria, appena presentato, sulla filiera della salute riassume il grande valore economico e sociale che il comparto costituito da sanità pubblica, impresa privata e indotto mette al servizio dell’Italia. Ha introdotto il Rapporto Rosario Bifulco, presidente del Gruppo Tecnico Scienza della Vita, cui han fatto seguito Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria; Massimiliano Boggetti, presidente di Assobiomedica; Gabriele Pellissero, presidente di Aiop; Filippo Lintas, presidente di Assogastecnici-Federchimica; Costanzo Jannotti Pecci, presidente di Federterme., con conclusione dei lavori del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.

Secondo lo studio, realizzato insieme alle Associazioni confederali di categoria che rappresentano la filiera stessa (Aiop, Assobiomedica, Farmindustria, Federchimica e Federterme), la c.d. “white economy” è ormai un potente volano dell’economia italiana:

Contribuisce al Pil nazionale per il 10,7%, dando lavoro ad oltre 2,4 milioni di persone circa il 10% dell’occupazione complessiva).
Il perno decisivo della “white economy” è costituito dall’industria privata della salute: un settore i cui principali indicatori di performance– nonostante la crisi – registrano miglioramenti significativi sia in termini percentuali, rispetto al totale nazionale, sia in termini assoluti. La filiera della salute “privata” (manifattura, commercio e servizi sanitari privati) rappresenta da sola,rispetto all’economia del Paese, il 4,9% del fatturato (144 mld di euro), il 6,9% del valore aggiunto (49 mld di euro), il 5,8% dell’occupazione (circa 910.000 persone) e il 7,1% delle esportazioni (oltre 28 mld di euro), con valori tutti in crescita rispetto al 2008.

Un gigante economico, ma anche un comparto industriale anticiclico:

Di fronte ad un valore aggiunto complessivo dell’economia italiana rimasto pressoché invariato tra il 2008 e il 2015, il Rapporto rileva che quello della filiera della salute è cresciuto del 14,3%. Ancora migliore è il dato sull’occupazione (in gran parte altamente qualificata),in aumento del+3,35% tra il 2008 e il 2015, contro un dato nazionale negativo (-9,2%). Una filiera nella quale è più forte il posizionamento competitivo dell’Italia. Molto significativi sono infatti anche i dati sulla spesa in ricerca e innovazione (circa 2,8 miliardi di euro in valore assoluto nel 2016, il 13% del totale degli investimenti in ricerca e innovazione in Italia, con un’incidenza sul valore aggiunto generato dalle imprese superiore al 15%).Un modello vincente e innovativo, tipico di quell’approccio multidisciplinare basato sulla condivisione della conoscenza che caratterizza i sistemi economici più avanzati. La crescente partecipazione delle imprese della filiera ai bandi europei per la ricerca ne costituisce una delle più recenti testimonianze. Grazie a questi numeri, la filiera della salute contribuisce in modo determinante all’efficacia delle cure per i cittadini, e con essa, al miglioramento costante della qualità e della lunghezza della loro vita, portando il nostro Paese ai primi posti nelle classifiche internazionali. La “white economy” è, insomma, una delle principali aree di sviluppo dell’economia in cui il nostro Paese – alla luce delle classifiche internazionali – ha un considerevole vantaggio competitivo. Ciò anche grazie al modello di sanità pubblica adottato, all’integrazione virtuosa fra componente pubblica e privata e all’eccellenza nelle competenze espressa dalla componente medica e professionale. Un mix unico che, per svolgere appieno il suo ruolo di leva per lo sviluppo, va inserito nel suo complesso come ambito di politica industriale, valorizzandone le eccellenze e promuovendole anche al di fuori del contesto italiano come elemento costitutivo del Made in Italy. Un ambito decisivo per la crescita economica degli anni futuri, che ha bisogno di risorse coerenti con questi obiettivi ambiziosi e con una domanda di salute in netto aumento: una migliore integrazione di risorse pubbliche e private, con lo sviluppo della sanità complementare, rappresenta in questo senso una scelta non più rinviabile.
Gianfranco Nitti

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Economia e Finanza

Belpaese, paupertas tua vita mea. Codacons avverte: “Se aumenta Iva e accise sarà l’ecatombe”

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Il bollettino Istat puntualissimo torna a pubblicare i dati poco confortanti del primo trimestre 2018. L’accumulo di scorte nei magazzini è stato provvidenziale a sostenere la spesa delle famiglie, facendo argine contro la contrazione degli investimenti e dell’esportazione. I redditi rimangono invariati e il mondo del lavoro non segna alcun stimolo. Le ore lavorate registrano un netto calo. All’orizzonte non si annuncia alcuna schiarita. La crescita dello 0,8% diventa sempre più una speranza. “Se scatterà l’aumento dell’Iva e delle accise – dicono dal Codacons – la crescita della spesa registrata nel primo trimestre del 2018 non solo verrà annientata, ma si verificherà una ecatombe”. Il 10 maggio 2018 nel corso di un’audizione sul Def, davanti alle commissioni speciali di Camera e Senato, riunite a Montecitorio, l’Istat ha rivelato che un milione di famiglie senza lavoro sono raddoppiate negli ultimi dieci anni. Aumenta la povertà assoluta e interessa 5 milioni di italiani. Peggiora la capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà. Quattro famiglie su 100 non percepiscono alcun reddito da lavoro. Un milione di famiglie sono senza lavoro.

Il quadro apparirebbe più devastante se si dovessero analizzare questi fenomeni per territori, nord e sud

Intanto quanto esposto è già esemplificativo dell’emergenza che incombe. Molti parlano di povertà. Se ne parla a Montecitorio, si organizzano convegni, simposi e conferenze si fanno dibattiti sul web e nei talk show e tanto altro. Ma cos’è veramente la povertà? Treccani viene in aiuto e propone questa definizione: “La povertà è la condizione di singole persone o della collettività umana nel loro complesso che hanno un limitato accesso a beni essenziali e primari, ovvero a beni e servizi sociali d’importanza vitale”. Ebbene, fino a qui è chiaro, la povertà non è una malattia bensì inefficienza amministrativa, malgoverno della cosa pubblica. Non sembra proprio il caso di approfondire ulteriormente l’argomento. La materia è immensa ed addentrarsi nei meandri dell’ indigenza si cade nei solchi profondi del pauperismo, in molti casi frutto della disuguaglianza economica. Molti e svariati sono i costi, sconosciuti i benefici. Basta soffermarsi un attimo a riflettere.

Quanto costa organizzare convegni, conferenze e simposi per dibattere il tema “povertà”?

Quanto viene a costare all’Istat in mezzi e personale per raccogliere i dati, redigere i rapporti, fare stime, proiezioni,distinguere la povertà tra quella assoluta e quella relativa, tra quella reale e quella percepita? Talk show a non finire, palinsesti costruiti ad hoc intorno alla “povertà”con tanto di pubblicità, cronisti in giro per le periferie degradate, opinion leader che di povertà non sanno distinguere l’olezzo , ospiti eleganti e ingioiellati, tutti a cantare le lodi della “sorella povertà”. Quanta filantropia a buon mercato che narcotizza le coscienze! Che tristezza! Oltre ai dati ufficiali, elaborati a grande dispendio dall’Istat, girano intorno alla “voce povertà” decine di agenzie informatiche che anche loro raccolgono dati, redigono rapporti, hanno uffici da mantenere e personale da stipendiare. Nessuno li biasima, tutti hanno famiglia e nessuno fa niente per niente.

Dopo quanto detto, della povertà si sa quasi tutto

Molti sono soddisfatti dopo avere raccolto i dati, per avere organizzato conferenze e convegni e grazie ai quali ora stanno meglio. Rimane un fatto triste e incontestabile, e cioè, la povertà assoluta continua ad interessare 5 milioni di italiani, oggi come ieri, prima dei convegni e delle conferenze. Per l’indigente, per il senza reddito, lo sforzo di questi filantropi non è giunto.

Infiltrazione dei parassiti tra i filantropi

Parassita , secondo il dizionario Treccani può essere chiunque , individui o categorie o anche organismi, enti e similari che, pur essendo improduttivi si impongono come necessari vivendo a spese delle categorie veramente attive. Tutto il contrario è il filantropo. E’ colui che si adopera altruisticamente per aiutare i bisognosi. Da un’indagine fatta risulta che in Italia gli enti no profit iscritti a Filantropia Istituzionale ,che si occupano di persone a rischio povertà sono decine di decine. Da una prima esamina del listone degli iscritti ne emerge un quadro tutt’altro diverso da quello che ci si aspettava di leggere. Fra tutte le associazioni ce ne sono alcune che veramente si occupano attivamente per sollevare il disagio degli indigenti, dei “veri poveri”, mentre la maggior parte delle associazioni iscritte veri e propri benefici alle persone in povertà non ne portano alcuna.Diverse di queste associazioni aiutano le persone in difficoltà nella crescita professionale. Altre associazioni iscritte offrono le loro attività per la crescita morale e culturale dei cittadini. Qualcuna di queste associazioni si avvicina verso lo scopo e offre trasporti in ambulanza per anziani e disabili. La lista è lunga ma la storia è sempre la stessa. Quanto costano questi enti per mantenere le strutture, uffici, personale, pubblicità ed eventuali? Quanti poveri, grazie a queste, riescono ad uscire dal tunnel dell’indigenza? Un aforisma dell’astrologo serbo Zoran S.Stanojevic suggerisce una risposta: “I poveri pagano per tutti. Non sappiamo proprio dove abbiano preso tutto questo denaro”. Ci sarà un giorno chi lo spiegherà!

Emanuel Galea

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Economia e Finanza

Forex trading, quale è il miglior approccio analitico?

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Ti sei mai chiesto quale tipo di analisi per il trading Forex sia la migliore, tra quella tecnica e quella fondamentale? Forse si e… forse non sei mai arrivato a una risposta puntuale. D’altronde, farsi ingannare dagli “estremisti” unilaterali è errato: un approccio non è certamente migliore dell’altro, sono solo modi diversi di guardare al mercato!

Per riassumere, l’analisi tecnica è lo studio del movimento dei prezzi delle valute o di altri strumenti sul grafico, mentre l’analisi fondamentale fornisce una puntuale occhiata a come sta andando l’economia del paese o come stanno andando le prestazioni di una società. L’analisi del sentiment del mercato, invece,  determina se il mercato è rialzista o ribassista sulle prospettive fondamentali attuali o future. I fattori fondamentali danno forma al sentiment, mentre l’analisi tecnica ci aiuta a visualizzare quel sentimento e ad applicare un quadro concreto per creare i nostri piani di trading.

Considerati questi tipi di approcci, che potrai cercare di integrare con gli strumenti di qualsiasi broker – puoi leggere ad esempio IQ Option come funziona per saperne di più – è forse proprio la sinergia tra i tre metodi a darti una migliore mano per trovare buone idee di trading.

Immagina quanto sopra come a uno sgabello a tre gambe: se smonti una o due gambe dello sgabello, probabilmente il supporto sarà tremolante, no? Ebbene, per diventare un vero forex trader, avrai bisogno di sapere come utilizzare in modo efficace questi tre tipi di analisi del mercato.

Se non ci credi, lasciaci fare un piccolo esempio. Immaginiamo che stai osservando i tuoi grafici e improvvisamente ritieni di aver trovato una buona opportunità di trading. Procedi dunque con l’acquisto di EUR / USD con particolare convinzione, ma tutto ad un tratto il valore del cambio fa un movimento nella direzione opposta, solo perché hai sottovalutato l’esito della riunione della Banca Centrale Europea, sorprendente rispetto alle attese. All’improvviso, il sentimento di tutti verso il mercato europeo diventa negativo, e tutti si muovono nella direzione opposta!

La conseguenza è che hai appena perso un sacco di soldi, e tutto perché hai ignorato completamente l’analisi fondamentale e l’analisi del sentiment. Insomma, non commettere l’errore di fare affidamento su un solo approccio, ma cerca di integrarli, bilanciandone la fruizione: solo allora che puoi davvero ottenere il massimo dal tuo trading.

Peraltro, come abbiamo avuto modo di ricordarti brevemente nelle righe passate, i broker ti daranno certamente una mano offrendoti un ottimo spunto, il conto demo che ti permetterà di effettuare qualsiasi tipo di operazione in maniera chiara e trasparente, e senza rischiare nemmeno un euro di capitale reale, considerato che userai il plafond virtuale messo a disposizione dal broker.

Usando questa vera e propria palestra di allenamento riuscirai dunque a sperimentare quali forme di integrazione dei diversi approcci può essere la migliore per la tua personale finalità di investimento, e modificare volta per volta la tua personale strategia in condizioni di totale serenità e protezione. Prova a farlo, e non rimarrai deluso dal valore aggiunto che riuscirai a trarre!

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Economia e Finanza

Federlazio: il settore dell’edilizia è ancora in crisi

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Nessun dato positivo nel settore dell’edilizia. A confermare il trend negativo sono i dati di Federlazio, presentati giovedì scorso nel rapporto relativo all’Osservatorio sullo stato di salute dell’edilizia nel Lazio. Il report è stato illustrato dal Direttore Generale della Federlazio Luciano Mocci e dal Presidente di Federlazio Edilizia Alessandro Sbordoni.

All’incontro è intervenuto, tra gli altri, anche l’Assessore all’Urbanistica e Infrastrutture di Roma Capitale Luca Montuori. Dal rapporto anche quest’anno emerge chiaramente come la situazione complessiva del settore sia ancora in fortissima difficoltà. In Italia, tra il 2012 e il 2017, le imprese attive si sono ridotte di 69.000 unità (-8,5%) e i posti di lavoro persi sono stati circa 284 mila. Nello stesso periodo, nel Lazio la situazione di crisi si evidenzia attraverso la chiusura di 1.145 imprese (-1,6%) e di 34 mila occupati in meno. A livello di “peso”, le imprese edili rappresentano oggi il 14% in Italia rispetto a tutti gli altri comparti economici (16% nel Lazio). La percentuale di occupati dell’Edilizia rappresenta invece solo il 6% in Italia rispetto a tutti gli altri settori (5% nel Lazio). Per quanto riguarda il nostro territorio, l’indagine è rivolta direttamente ad un campione rappresentativo di 170 imprenditori edili del Lazio.

Nel 2017 il saldo delle valutazioni sull’andamento dell’attività aziendale evidenzia un indice negativo di 19,5 punti che conferma lo stato di difficoltà del settore. Il saldo, lo ricordiamo, è il risultato della differenza aritmetica tra il 22% delle aziende che hanno registrato un qualche sviluppo del proprio business e dal 41,5% che, invece, ha visto ancora una volta arretrare i livelli di attività aziendale. Questo valore, seppur ancora negativo, è in miglioramento rispetto al -30 registrato lo scorso anno nella precedente indagine. Anche i livelli occupazionali, nonostante un valore ancora negativo, mostrano un certo miglioramento. Si è passati da un -28% del 2016 ad un -8% nel 2017. Lo studio sugli andamenti dei singoli segmenti di mercato ha evidenziato che il settore maggiormente in difficoltà è quello della Nuova Edilizia privata (saldo -34,3%), segue l’edilizia ricettivo/alberghiera (-29,2%) e gli interventi di recupero urbano (-27,6%). Tra i fattori che incidono negativamente sull’andamento del business aziendale, al primo posto (voto da 1 a 5) gli imprenditori indicano “l’aumento dei vincoli burocratici” (3,94), il “rallentamento e le complicazioni nelle procedure di aggiudicazione dei bandi pubblici” (3,43), seguito da “incertezza delle politiche urbanistiche” (3,19) e “riduzione dei bandi di gara pubblici” (3,17). Dalle risposte ai questionari, inoltre, è emerso che i giudizi maggiormente negativi degli imprenditori edili riguardano anche quest’anno il rapporto con la Pubblica Amministrazione locale. Il 19,4% dichiara una situazione “molto negativa” riguardo alla capacità della PA di rispondere alle loro esigenze, stessa percentuale per chi giudica molto negativo il rapporto con la burocrazia delle Amministrazioni locali. Sul fronte del Credito, il 56% dichiara di aver richiesto una qualche forma di credito bancario nel 2017, in aumento rispetto al 46% dell’anno precedente. Il 64% degli intervistati è riuscito ad ottenere completamente quanto richiesto alla banca (nel 2016 era solo il 40%), il 18% solo parzialmente e il restante 18% sono le richieste “non accolte”. Rispetto al quadro riferito al 2017 le aspettative per quest’anno sono di miglioramento con un saldo che diventa positivo assestandosi al valore di +3. Tuttavia, risulta notevolmente diversificato tra le aziende di minore dimensione, che prospettano ancora il persistere di notevoli difficoltà, rispetto a quelle di maggiore dimensione: saldo -25 per aziende fino a 5 dipendenti, saldo +33,3 oltre 15 addetti. Infine, è stato chiesto agli imprenditori edili del Lazio di esprimere le loro opinioni in prospettiva futura riguardo le strategie da suggerire alle Pubbliche Amministrazioni del territorio regionale per poter sostenere il rilancio del settore nel prossimo futuro. Coerentemente con tutti gli altri dati fin qui emersi, gli imprenditori auspicano l’impegno delle Pubbliche Amministrazioni nella direzione della riqualificazione e della messa in sicurezza degli edifici pubblici (69%) e si attendono una consistente ripresa delle attività nell’ambito della rigenerazione urbana (65,5%), combinando risorse pubbliche e private.

Marco Staffiero

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