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Editoriali

Quel terreno fertile che diede luogo alla nascita delle BR

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Del resto, col senno di poi, si intuisce che il PCI di quegli anni non ha saputo capire, gestire e interpretare quel fervore rivoluzionario giovanile su cui invece avrebbe dovuto dare una chiave

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PUBBLICATO ANCHE SU L'OSSERVATORE D'ITALIA VIRTUAL PAPER DEL 12 SETTEMBRE 2016  ALLE PAG. 1 E PAG. 2]

 

di Paolino Canzoneri

 

"Quando bruciai la mia carta d'identità mi sentii un uomo libero. Potevo diventare quello che volevo: ingegnere, avvocato, operaio. Un senso di libertà concreto, la perdita di ogni legame con il passato, l'assenza di una condizione sociale predeterminata, l'illusione di essere veramente padrone del proprio destino, un prendere in mano la propria vita dalle radici, a cominciare da ciò che ci è stato imposto per primo, il nome e il cognome." – Queste lapidarie parole di Alberto Franceschini ex dirigente locale della Federazione giovanile comunista, fondatore delle Brigate Rosse e arrestato nel 1974 successivamente dissociatosi nel  1983, mostrano in modo esemplare e chiarissimo quanto fosse forte e pulsante quella volontà di dissociazione da qualsiasi appartenenza civile e sociale di cittadino della Repubblica Italiana per diventare un latitante rivoluzionario all'interno di un movimento extraparlamentare con precisi presupposti ideologici di lotta sovversiva contro uno stato visto come imperialista, capitalista e usurpatore. La scelta della lotta armata nonostante appaia incosciente ed estrema prese vita e concretezza in un periodo storico convulso di una Italia irrigidita da una politica democristiana pressante e borghese e da un forte disagio giovanile subordinato da una gestione universitaria piuttosto padronale e classista che lasciava presagire forti incomprensioni e complesse difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e che aveva già causato in Europa e oltre oceano la nascita di movimenti studenteschi, occupazioni di università e manifestazioni con scontri di piazza piuttosto violenti.

 

La strada che le istituzioni e la politica scelse sembrò incline a sottovalutare e non considerare le motivazioni giovanili aprendo la strada a numerose assemblee, riunioni e creazione di comitati di base dove il tema del dibattito si spinse oltre la riorganizzazione di nuove e precise metodologie di studio ma si espanse fino a tematiche di politica internazionale contestando l'intervento armato americano nel Vietnam e molto altro. Questo mostrò la matura capacità giovanile di saper individuare e inquadrare precisi interessi economici e politici che rivelavano quanto la presunzione di onnipotenza americana cercava di fare breccia in modo violento e sconsiderato facendo pure uso maldestro di bombe al napalm con la conseguente morìa di un gran numero di vittime civili in tutto il Vietnam. Una tensione e una sensazione destabilizzante che portò a numerosissime manifestazioni pacifiche e violente in tutta Italia.

 

Gli Stati Uniti con l'appoggio degli altri stati membri della Nato progettarono di rinnovare in Italia le basi strategiche a settentrione e sud Italia. Molte manifestazioni di dissenso per questo riassestamento delle basi Nato causarono una sorta di imbarazzo nel Partito Comunista che si trovò incapace di gestire e considerare il fervore rivoluzionario giovanile, e peggio ancora prese la decisione più errata di espellere il dirigente Alberto Franceschini e altri iscritti.

 

Questa radiazione pose Franceschini e altri in una condizione di totale dissociazione e isolamento da qualsiasi associazione politica legale riconosciuta e fece crescere una rabbia interiore e una sensazione di emarginazione forzata convincendoli che il Partito Comunista fosse in un certo senso colluso e falsamente collocato in una reale opposizione politica alla Democrazia Cristiana filoamericana e consenziente al rinnovo strutturale delle basi Nato.

 

Del resto, col senno di poi, si intuisce che il PCI di quegli anni non ha saputo capire, gestire e interpretare quel fervore rivoluzionario giovanile su cui invece avrebbe dovuto dare una chiave di lettura, una migliore contestualizzazione del periodo turbolento e coadiuvare per creare nei giovani stessi una fiducia possibile per un futuro di integrazione con la società. Purtroppo invece l'isolamento e dissociazione politica fomentarono sempre di più una morale rivoluzionaria basata appunto sulla lotta di classe. Inizialmente e ingenuamente Franceschini, Renato Curcio e Mara Cagol, primo nucleo costituente delle Brigate Rosse, credettero davvero che il ricorso alla violenza politica fosse un elemento che sarebbe durato solamente per il periodo di lotta per la conquista del potere contro lo Stato mentre invece col passare del tempo e con l'aumento delle azioni eversive la violenza non potè che inasprirsi sempre di più. E' difficile comprendere quegli anni, forse impossibile giudicare a distanza di molto tempo stati d'animo, follia e incoscenza ma è palese che scegliere la lotta armata, e porsi nella condizione di maneggiare armi colloca l'individuo in una condizione reale di imprevedibilità, alle prese con l'istinto, forme caratteriali equilibrate o malsane che siano, posto nella possibilità di commettere atti criminosi a cui, una volta compiuti, non vi è rimedio, tracciano una strada sicuramente impervia in cui l'Italia ha dovuto pagare un conto salatissimo in termine di vite e di forte instabilità sociale.

 

L'Italia era riuscita da meno di un ventennio a ricucire le tremende ferite di una guerra inutile e sanguinaria causata da una ottusa e scellerata presunzione di potenza, una vanità fuori da ogni raziocinio che convinse Mussolini di avere forza e capacità bellica per unirsi al peggiore dittatore tedesco in una guerra altrettanto folle come solo l'uomo sa essere. La lotta partigiana che vide le conclusive fasi del conflitto ci mostrano quanto importante sia nella coscenza italiana il senso di patriottismo e in effetti ad oggi risulta incompresibile come gli scritti del partigiano Beppe Fenoglio non facciano parte dei programmi scolastici di base. Ci si può chiedere se il senso di unione e di appartenenza non debba essere insegnato quale valore aggiunto in una nazione che ha subito nella storia dei tempi batoste pesantissime. Molti anziani ex combattenti partigiani hanno avuto l'opportunità di tramandare l'importanza e il senso dei loro gesti, della loro lotta e cosi è stato anche per Franceschini il cui nonno regalò la sua arma da battaglia; fucili o pistole tramandati come preziosi oggetti pregni di significato storico da custodire quali cimeli pregni di significato storico. Non è facile comprendere quanto il racconto della lotta partigiana sia stato compreso fino in fondo, è sorta senza dubbio una passione, si è acceso un fuoco nel loro animo, si è concretizzata l'esigenza di lottare anch'essi questa volta non per scacciare il tedesco invasore ma per lottare contro lo stato imperialista e capitalista. Una scelta, perdente sin dalla nascita, di sacrificare la loro gioventù, la loro vita intera nella lotta armata ispirandosi, in questo preciso caso, ai Tupamaros uruguaiani, una organizzazione guerrigliera urbana di ispirazione marxista-leninista attiva tra gli anni sessanta e settanta, in una folle presunzione di riuscita nell'intento. 

 

Potrebbe sembrare paradossale e poco credibile giudicare questo passaggio come una sorta di fraintedimento della storia della lotta partigiana e lo stesso Renato Curcio ebbe a dire: – Quanti morti hanno fatto gli errori, ben più gravi, delle generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni?. Il pregio delle rivoluzioni mancate è quello di non avere il difetto delle rivoluzioni riuscite: in qualche modo tutte le rivoluzioni riuscite hanno tradito le loro promesse, mentre quelle mancate possono tradire solo le analisi che le hanno mosse. Una colpa che, tutto sommato, mi sembra meno grave. D'altra parte, la generosità con cui una fetta della mia generazione si è gettata nella rischiosa avventura politico-idelogica rappresenta un valore positivo che, ad un certo punto, dovrà esserci riconosciuto. Oggi ho una grande pietas nei confronti di me stesso e della mia generazione sconfitta." Un enorme sacrificio generazionale e un enorme conto da pagare per l'Italia di cui sono responsabili le fazioni ideologiche sinistra e destra, un governo democristiano borghese e ottuso e una politica cieca e sorda incapace di comprendere le ragioni dei giovani in quegli anni turbolenti.

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Editoriali

Le 12 fatiche di Draghi

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A sfidare Ercole nelle sue sovrumane imprese, come riporta il Pseudo-Apollodoro, ci sono stati il leone di Nemea, la Cerva di Cerinea, il cinghiale di Erimanto, gli uccelli del lago Stinfalo, le cavalle di Diomede, i buoi di Gerione ed infine il cane a tre teste guardiano degli inferi. A tutti noi, comuni mortali, le imprese di Ercole stupiscono per la loro fantasiosa prodezza a meno che non gli si voglia attribuire diversi significati mistici.

Le fatiche del Super Draghi sono invece fatiche più che comprensibili, prevedibili, condivise ma, con profondo scetticismo si dubita che possano essere mai superate, giudicandole delle imprese titaniche.

Quella che per Ercole era stata la quinta fatica, per il presidente Draghi si presenta senza indugio come la prima in assoluto. Ercole fu costretto a pulire le stalle di Augia che dopo più di 30 anni di completo abbandono erano stracolme di letame. Draghi dovrebbe affrontare la fatica del “letame burocratico” che anch’esso, da trent’anni è rimasto abbandonato a se stesso mentre marciva, contagiando le istituzioni con la sua putrefazione penetrando nei gangli della politica e della pubblica amministrazione diventava sempre più ingovernabile, caotico e ingombrante. Non è letame qualsiasi bensì un inciampo a qualsiasi riforma. La burocrazia, binario su cui viaggia il treno delle riforme, ahinoi, necessita una profonda manutenzione da cima a fondo.

Non meno ardua è la seconda fatica di Draghi

L’ultima delle imprese sovrumane di Ercole vedeva il leggendario eroe lottare per portare a Micene i pomi dorati custoditi da un drago immortale con tre teste. Il presidente Draghi dovrebbe lottare contro un sistema mostro della malagiustizia. Questa sua sarà una improba impresa perché da notizie che filtrano dai secreti del palazzo giudiziario e dai vari porti della nebbia, ultima l’intervista Palamara e non solo, il drago di piazzale Clodio ne ha più di tre teste sparse nelle procure dell’isola.

Questi due cancri, da soli bastano e avanzano per scoraggiare qualsiasi investitore estero, deprimendo l’economia e ostacolando ogni e qualsiasi vera riforma. La situazione si presenta ancora più grave e le fatiche del neo presidente richiederebbero uno sforzo immane per superarle.

Ad attendere dietro l’angolo il presidente Draghi, anziché l’immortale Idra, oppure la Cerva di Cerinea oppure il cinghiale di Erimanto e le altre belve che ha dovuto affrontare Ercole, troverà l’ostruzionismo nascente dalle diversità della sua maggioranza raccogliticcia, i nascenti dissidi nell’ ex movimento pentastellato ora in disfacimento. Stanno sempre in agguato i guai della scuola mai risolti, la fibrillazione e lo scontento tra i 39 sottosegretari, vera brace dei partiti che cova sotto le ceneri di una finta calma. Ad aspettare al varco il governo Draghi c’è la spartizione “secondo il manuale Cencelli” dell’ipotizzabile Recovery Fund. Poi non andrebbero sottovalutati i rumori fuori scena delle Regioni e dell’associativismo.

Scogli da superare saranno le varianti del Covid-19 che strisciano minacciose lungo un’Italia a colori ed a vari lockdown. Ricade sul paese il fallimento del piano vaccinazione di Bruxelles che non decolla.
Le fatiche che dovrà affrontare il presidente Draghi sono sovrumane. La strada è accidentata e lastricata di imprevisti, rendendo più impervio il sentiero perché il presidente lungo il suo tragitto tortuoso dovrà portare su di se il macigno del debito pubblico.

Ciò nonostante la maggioranza del popolo italiano nutre piena fiducia nelle grandi capacità del neo presidente e nella sua piena disponibilità ad adoperarsi per fare uscire il Paese dalla crisi che lo sta attanagliando.

Al contrario, la gente avendo assistito allo spettacolo dato da tutti i partiti quando sbavando urlavano: “noi ci stiamo”, ora che la gente è ormai convinta che deputati e senatori tengono più al potere e alla poltrona che al bene comune, guardano, ascoltano ed aspettano rassegnati il giorno per poter esprimersi democraticamente.

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Editoriali

Insulti alla Meloni da parte di un professore universitario di Siena: chi semina odio e ne accusa gli altri

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Hanno finito con Berlusconi, stanno continuando con Salvini, hanno incominciato con la Meloni: sarebbe il momento di smetterla

Siamo al solito commento, quando si tratta di ‘una certa’ sinistra: il bue dice cornuto all’asino.

E siamo ai fatti. Sera del 20 febbraio di quest’anno, intervista del prof. Giovanni Gozzini, ordinario di storia contemporanea e storia del giornalismo presso l’Università di Siena. Rispondendo, evidentemente, ad una domanda del giornalista a proposito dell’intervento di Giorgia Meloni, in occasione della ‘fiducia’ al governo Draghi, il professore si è lasciato andare ad una serie di insulti immotivati e senza scusanti, nonostante in appresso abbia tentato di porvi rimedio.

Le espressioni adoperate del professore non hanno, e non possono essere perdonate, essendo state pronunziate in perfetta consapevolezza e lucidità; non si tratta quindi di insulti ‘colposi’, ma profondamente ‘dolosi’ e premeditati, visto che il suo giudizio è stato formulato in pectore durante l’intervento della Meloni alla Camera dei Deputati.

Che il professore debba tacciare Giorgia Meloni di ignoranza, e definirla ‘una che non ha mai letto un libro’, quando non tutti i membri dei partiti al governo sono laureati, (come la Meloni), e abbiamo come presidente della Camera un Fico che ha difficoltà, come dimostrato durante un’intervista con Lucia Annunziata, a mettere insieme un concetto che sia tale (è famosa la frase a proposito dell’ONU, che fu definita ‘egidia’ e non egida’) travalica il confine non solo dell’insulto sessista, come qualcuno l’ha voluto definire (ma non è esatto), ma offende per partito preso, per odio politico, l’atavico ‘sinistra contro destra’. Senza voler capire che siamo in un regime di democrazia, almeno a parole, e l’appartenenza ad una corrente e ad una idea che non sia la sua sono perfettamente legittime. Oltretutto l’intervento della Meloni era l’unico che non si perdesse dietro a sdolcinature e sviolinate nei confronti di un presidente del Consiglio che conosciamo soltanto attraverso l’enunciazione delle sue intenzioni, dopo aver praticamente riconfermato il governo uscente, senza quella discontinuità che sarebbe stata, a sentire Renzi, la causa prima della crisi.

Purtroppo siamo alle solite, ed è sotto gli occhi di tutti

Abbiamo un segretario del PD che in ogni intervento sottolinea la sua intenzione di ‘battere le destre’, quello che, al di là di tutti i problemi del paese, sembra essere la sua unica e sola ragione della permanenza in vita, se non in politica. Di conseguenza, abbiamo una magistratura, secondo Palamara, ‘guidata’ da una manina politica, che manda a processo Salvini come una volta faceva con Berlusconi, e di questo sono pieni i titoli dei giornali.

Abbiamo una sinistra (o presunta tale) che taccia il leader della Lega di seminare odio quando parla di respingere le ondate di clandestini che invadono la nostra nazione, e assorbono risorse economiche importanti sia per l’accoglienza e sia per il rimpatrio, oltre ad essere (ed è dimostrato) portatori di patologie che in Italia non conoscevamo più da decenni – oltre, in qualche caso, essere positivi al covid, altro che assembramenti.

E tralasciamo altri discorsi, come crimini vari, spaccio, furti, omicidi, sfruttamento della prostituzione, aggressioni alle nostre divise: non tutti, per carità. Ma ne faremmo volentieri a meno, abbiamo già i nostri delinquenti, e una buona parte di quelli dell’est europeo. Abbiamo un ministro degli Esteri che non parla, legge, e che, per la sua mansione, dovrebbe almeno conoscere un paio di lingue straniere – oltre ad una opzione per un italiano corretto. Forse ha preso dal Papa, ma si può tranquillamente dire che non ci sembra il caso. Abbiamo un ministro della salute che ha ampiamente dimostrato di non essere adeguato al compito, e i fatti lo dimostrano. Abbiamo un Commissario per il Covid che è indagato per sapere che fine abbiano fatto i miliardi spesi per le mascherine: sappiamo benissimo dove sono andati a finire i soldi delle provvigioni degli intermediari (infatti sono stati sequestrati beni per, se la memoria non mi inganna, undici milioni e rotti di euro) ma di mascherine neanche l’ombra.

Ci siamo tolti, Deo Gratias, l’Azzolina, quella che ci ha fatto sperperare più di quattro milioni di euro di banchi a rotelle, quelli che provocano il mal di schiena (oltre ad essere arrivati in ritardo) e che oggi sono accatastati da qualche parte.

Ci siamo tolti anche la spesa per circa 220 ‘Primule’, strutture in cui vaccinare tutti gli Italiani, e non solo loro, sparse il tutta Italia, che sarebbero sati un altro sperpero di denaro pubblico, considerato ‘res nullius’, cioè cosa di nessuno, mentre è il NOSTRO denaro, quelli di tutti noi.

Da quando al governo c’è la sinistra si parla sempre di ‘salvare l’Italia’ (così diceva Monti prima di precipitare il mercato immobiliare e distruggere il mercato interno), di ‘ripartenza’, di ‘luce in fondo al tunnel’, di ‘risollevare l’economia’, di ‘creare posti di lavoro’: vogliamo dire che i posti di lavoro, checchè ne pensino i vecchi democristiani che credono che mettendo insieme un’altra ILVA, ex Italsider e oggi Arcelor Mittal, si risolva il problema.

Il lavoro lo crea il mercato, e se il mercato non c’è, a causa di queste capotiche chiusure che a qualcuno piace chiamare ‘lockdown’, per renderle più importanti, anche il lavoro muore. Nessuno ha mai avanzato il sospetto che i metodi adottati non siano quelli giusti? Infatti, se ciascuno di noi adotta la mascherina (sarà efficiente?), tiene la distanza di almeno un metro da chi gli sta vicino (anche se pare che anche alla distanza di meno di un metro nessun virus sia efficace), non frequenta assembramenti, causati dal bisogno della gente di uscire dagli arresti domiciliari (mentre gli addetti ai lavori fanno tranquillamente la loro vita: quis custodiet ipsos custodes?); insomma, se andiamo al supermercato a fare la spesa, perché negare il diritto di farci una pizza la sera, quando i ristoranti adottano tutte le precauzioni, giuste o sbagliate, di legge?

L’impressione è che questa gente giallo-rossa sia altamente incapace

Il segnale d’allarme (ormai è un anno) è stato dato in ritardo, e le misure adottate sono state soltanto di chiusura, senza cercar di capire come funziona il virus realmente – e di propaganda delle vaccinazioni, senza cercar di capire come funzionano realmente questi vaccini, e se funzionano, e per quanto tempo saremmo immuni, una volta assunta la seconda dose. Oltretutto per motivi politici non si vuole adottare lo Sputnik, che, pare, sia uno dei più efficaci: i Russi saranno poco ‘democratici’, ma per ciò che riguarda la scienza, sono seri.

E non sono poi quei ‘comunisti’ tanto graditi ai nostri al potere? Ha avuto ben ragione Giorgia Meloni, nel suo intervento, a mettere i puntini sulle ‘i’ con il presidente Draghi, e ci aspettiamo ancora oggi una risposta. Arriva invece una raffica di insulti dettati solo da quell’odio politico (e non) che certi personaggi ideologizzati riescono ad esprimere quando non arrivano all’uva, tacciando gli altri di ‘presunzione’, mentre sono loro che presumono di essere superiori: e questi ci porta al mai risolto discorso della ‘questione morale’: anche se l’Unione Europea ha sancito la perfetta analogia tra comunismo e fascismo, entrambi regimi totalitari e quindi, come tali, da rifiutare. Smettiamola perciò con questa presunta superiorità (anche culturale) della sinistra.

Personalmente, se io fossi la Meloni, anche a nome di tutti coloro che nelle sue parole si sono riconosciuti come persone che nutrono ancora un sentimento di amore nei confronti della madre patria, e che non vogliono che l’Italia diventi una colonia della Germania o di altre nazioni, eleverei querela nei confronti del ‘professore’ (se insegna queste cose, il primo ad essere ‘ignorante’ e ‘bocca larga’ è lui), e arriverei fino in fondo. Da quando Fratelli d’Italia, e con lui la Meloni, hanno incominciato a salire nei sondaggi, Giorgia Meloni è stata sottoposta ad un linciaggio mediatico diffuso, e questo è il segno che qualcosa sta cambiando. Hanno finito con Berlusconi, stanno continuando con Salvini, hanno incominciato con la Meloni: sarebbe il momento di smetterla.

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Editoriali

Il Prefetto Tagliente: “E’ possibile ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani?”

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Che sta succedendo sui social network sempre più utilizzati dai minori? E’ possibile ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani? Cosa pensano gli studiosi della psicologia della comunicazione delle piattaforme digitali incontrollate e del “linguaggio della violenza” utilizzato in libertà anche nel corso di molti talk show pure in prime time?

Sono queste le domande che si pone, con un post sulla pagina FB, il Prefetto Francesco Tagliente con alle spalle 47 anni di servizio, scalando i gradini più elevati della gerarchia professionale e con una specializzazione in criminologia.

Il Prefetto Tagliente parte dalla constatazione che “sui social network utilizzati da alcuni minori privi di strumenti per decodificare gli stimoli che arrivano dai social, si stanno manifestando, con sempre maggiore frequenza, fenomeni inquietanti”.

“Ciò che inizia come un gioco si trasforma in una sfida esasperata e, attraverso un processo emulativo propagato con forza dalla rete, i casi isolati finiscono per amplificarsi provocando finanche drammi e tragedie familiari”.

“A determinate fasce di età, infatti, lo spirito di emulazione è tanto più forte quanto è più debole la capacità di selezionare, analizzare e distinguere. Basterebbe pensare al recentissimo, folle e tragico gioco hanging challenge, agli ormai non episodici casi di cutting che coinvolgono addirittura ragazzi meno che adolescenti, alle nuove forme di devianza minorile diffuse su internet attraverso forum, social, siti dedicati o altre forme di diffusione digitale come il bullismo elettronico. Ma penso anche alla diffusione di fotografie e di video in rete, alle chat con sconosciuti e ai tristi casi di pornografia e pedopornografia”.

Va premesso che il Prefetto Tagliente, anche grazie agli insegnamenti della sociologia giuridica e della criminologia applicata al controllo sociale, è riuscito, soprattutto come Autorità di Pubblica sicurezza sul territorio a Pisa, Firenze e Roma, a coniugare la necessità di adempiere ai doveri dello Stato con le esigenze di rispetto dell’individuo come persona umana, della sua individualità e delle sue legittime aspettative, non trascurando l’impegno per la promozione e la divulgazione dei principi e dei valori incarnati nei simboli della Repubblica su cui si fonda lo Stato democratico e pluralista delineato dalla Costituzione repubblicana, negli ultimi anni nella veste di Delegato alle relazioni istituzionali dell’ANCRI, L’Associazione Nazionale Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Con questa esperienza professionale e vocazione sociale Tagliente afferma che “Un’adeguata promozione e divulgazione dei principi e dei valori della nostra Costituzione, specialmente di quelli incarnati nei simboli nazionali, potrebbe contribuire a ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani spesso vittime di persone adulte che li inducono a tenere comportamenti antisociali e delinquenziali.

“In attesa che il legislatore valuti, per i grandi gestori delle piattaforme digitali e per alcuni mezzi di comunicazione di massa, forme idonee a disciplinare la comunicazione diretta ai giovani, – prosegue l’ex Questore di Roma – intendo lanciare una proposta alternativa che presuppone l’utilizzo di un altro linguaggio, antico e attuale allo stesso tempo”.

Al linguaggio della violenza – dice Tagliente – io propongo il linguaggio del rispetto dei diritti tutelati dal nostro ordinamento attraverso la percezione e l’accoglimento dei valori e dei princìpi fondamentali della Costituzione repubblicana e dall’insieme dei suoi indirizzi e precetti come il valore del Tricolore. E lo faccio, questa volta, confidando e non temendo la forza dell’emulazione.

E pensando alla forza della emulazione e degli esempi positivi necessari a costruire la personalità dei ragazzi richiama i doveri costituzionali dei pubblici funzionari, dicendo: “Chi è chiamato ad esercitare una pubblica funzione deve mettere una particolare cura nell’adempimento della funzione loro affidata, ed essere di esempio per gli altri cittadini.”

“Il nostro agire da cittadini – prosegue – non poggia solo sui diritti ineludibili, ma prevede altrettanti doveri fondamentali. E fra i doveri – oltre a quelli di solidarietà politica, economica e sociale (difesa della Patria, concorso alle spese pubbliche, fedeltà alla Repubblica, osservanza delle leggi) e all’obbligo di esecuzione degli ordini legittimi delle pubbliche autorità – vi è una serie di prestazioni e comportamenti di notevole rilevanza sociale compreso il dovere, soprattutto per le istituzioni e i pubblici funzionari soggetti a una serie di regole che nel loro complesso costituiscono esplicazione della previsione fondamentale dell’art. 54 della Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore”.

Tagliente ha poi voluto rimarcare il disvalore educativo e civico, per i giovani, dal mancato rispetto della Bandiera che purtroppo spesso si nota esposta anche su edifici pubblici, in pessime condizioni d’uso, strappata, lacerata, scolorita o sporca e non fanno eccezione neppure i Palazzi sede di istituzioni locali o nazionali.

“Penso al dovere di rispettare e promuovere il Tricolore, simbolo della Patria, delle libertà conquistate, dei sentimenti più nobili del popolo italiano di cui rappresenta l’unità nella Nazione e per la Nazione. Peraltro – ha proseguito – la collocazione della bandiera fra i principi fondamentali della Costituzione (art 12), non solo ne sanziona il primato gerarchico rispetto a ogni altro vessillo, ma attribuisce al Tricolore una funzione vincolante sia per le istituzioni che per incaricati di pubbliche funzioni, ai quali spetta di promuoverne il valore e verificarne il rispetto del decoro. Perché la bandiera è cucita sulla nostra pelle sin dalla nascita e si manifesta in circostanze particolari per darci forza, passione e coraggio. E lo fa nei momenti di gioia e in quelli di tristezza, proprio quando nella collettività nazionale i legami si riscoprono più saldi.

Conclude la riflessione con un invito al mondo accademico: “Mi piacerebbe veramente sentire cosa ne pensano gli studiosi delle scienze comportamentali e della comunicazione, perché sono sempre più convinto che ad alimentare tali fattori di rischio, che potrebbero tradursi in comportamenti antisociali e delinquenziali, contribuiscano alcune piattaforme digitali e il linguaggio utilizzato da alcuni ospiti di talk show”. E il mondo accademico che segue il Prefetto non si è fatto attendere.

Il Generale della Guardia di Finanza Alessandro Butticé afferma che “I giovani vanno protetti e tutelati soprattutto attraverso educazione e, se necessario, anche strumenti normativi. I social ed il web non sono buoni o cattivi. O meglio, possono essere buoni E cattivi. Come il coltello. Che é buono quando serve a tagliare il pane. Ma cattivo quando serve ad uccidere. Come le automobili. Che mai penseremmo di eliminare o vietare, anche se causano più morti del Covid. Bisogna però fare la scuola guida prima di ottenere la patente e fare campagne di informazione sulla sicurezza stradale. E, mutatis mutandis, si dovrebbe/dovrá fare la stessa cosa con social e web. Soprattutto per i giovani. E nella nostra Costituzione, ma anche nei trattati dell’Unione Europea, ci sono tutti quei valori, che dovremmo aiutare i nostri giovani a conoscere. E che il tricolore 🇮🇹 e la bandiera UE 🇪🇺 simbolicamente rappresentano.
La regolamentazione, che deve essere complementare e non alternativa all’educazione, dovrà colmare un evidente nuovo normativo. E, vista la portata globale dei social e del web, la portata di questa regolamentazione dovrebbe essere quanto meno a livello Ue. E non solo nazionale. Se si tende ad una concreta efficacia. Senza neppure dimenticare che solo l’Ue ha dimostrato essere capace ed avere gli strumenti necessari per negoziare in modo convincente con i giganti del web. Grazie quindi per questo tuo stimolo e sapiente contributo di pensiero”.

Lo psicologo Andrea Smorti professore onorario dell’Università di Firenze ha posto l’accento sull’età degli utilizzatori delle piattaforme e sul controllo da parte degli adulti. “Fino adesso – scrive il prof Smorti – non sono stati trasmessi dei modus operandi con cui utilizzare gli strumenti digitali: si è insegnato ad usare il casco in bicicletta o che con i coltelli taglienti ci si può far male ma pochissimo è stato insegnato su come usare e se usare questi strumenti. È necessario che vengano, a tutti i livelli, trasmesse delle regole di condotta in merito, ivi compresa l’età a partire dalla quale utilizzarli. È inoltre indispensabile che questi strumenti siamo costruiti in modo che gli adulti possano intervenire per vincolarne l’uso in modo che non sia possibile navigare liberamente”.

Lo psicologo Stefano Taddei, dell’Università di Firenze, sperando che il tema possa essere sviluppato ulteriormente, auspica un investimento in educazione e cultura. “Come non essere d’accordo! – scrive- Non solo: apprezzo tantissimo il richiamo alla costituzione e alla pratica educativa che inevitabilmente richiama. La sfida sta nel riuscire a collegare la capacità di costruire abilità di vita, di ascolto e di espressione delle emozioni e dei sentimenti con il senso personale che impernia i valori “costituzionali”. La sfida sarà rendere i social luoghi di pratica del rispetto e della libertà ma per far ciò occorre avere la forza di investire in educazione e cultura, e non sempre vedo convinzione in tal senso”

La psicologa clinico e forense e criminologo già giudice onorario minorile Silvia Calzolari ricordando il suo contributo fornito, come psicologo clinico e forense e criminologo, al Corso di Perfezionamento in “Psicologia della comunicazione e della testimonianza”, riservato a 44 poliziotti laureati, organizzato da Tagliente insieme con l’Università ricorda con orgoglio la partecipazione a quel Corso, che all’epoca rappresentò un’iniziativa originale e di speciale interesse. “Anche oggi l’importanza cruciale della comunicazione – scrive – non è mutata, anzi più che mai rappresenta uno strumento educativo e di contrasto alla povertà morale dilagante. Aggiungo alla necessità di un linguaggio dei diritti e delle regole anche quello della relazione, che esiste sempre meno perché la vera piaga è il NARCISISMO. Questo concetto apparentemente innocuo in realtà è ciò che muove la mercificazione dell’immagine, lo sprezzo di ciò che non appare ma è valoriale, la rabbia che si traduce in aggressività quando non si è al centro dell’attenzione. Più che mai urge una riflessione corale per diffondere una cultura antinarcisistica, di recupero di ciò che si sta perdendo attraverso un uso distorto della tecnologia”.

La psicoterapeuta e criminologa Virginia Ciaravolo docente di psicologia clinica a Roma concorda pienamente con il prefetto Tagliente aggiungendo che “L’agito di Tik Tok nel mettere limiti di età all’accesso ci dice che i social sono diventati terra di nessuno. Chiunque senza il minimo rispetto per l’altro posta improperi, foto forti o imbarazzanti. I minori inconsapevoli di avere tra le mani una bomba ad orologeria scimmiottano gli adulti. Occorre un’educazione digitale, un uso responsabile del web, formazione ed informazione su rischi e pericoli. Come? Da quello che hai appena scritto, cominciando dai valori”.

La psicologa Francesca Arpino afferma che “La sfida sarebbe poter comunicare garantendo sicurezza e protezione anche attraverso uno strumento elettronico. Le varie tecniche purtroppo usate dai manipolatori costituiscono le armi più diffuse utilizzate contro la nostra psiche, e a esser prese di mira sono spesso le nuove generazioni con le loro debolezze, emotività e fragilità. Delimitare attraverso regole e nuovi interventi un terreno tanto spinoso è un primo passo per lavorare sul nostro linguaggio, la nostra percezione e i nostri obiettivi. Perché il conflitto nasce dove ogni comunicazione crea un terreno di mistificazioni e disequilibri”.

Il Sociologo e Criminologo Claudio Loiodice Presidente del Dipartimento Piemonte dell’Associazione nazionale sociologi scrive che “ La società si evolve in maniera vertiginosa, molto di più della capacità della società stessa di adottare degli Istituti capaci di regolamentare i fenomeni sociali che stiamo vivendo. Non dimentichiamo però che veniamo da un’epoca che ha visto una trasformazione radicale delle abitudini e delle relazioni. Internet è un mezzo imprescindibile, ha abbattuto ogni barriera anche se nasconde delle insidie pericolose. Almeno, a differenza delle droghe, ci consente di facilitare i contatti sociali e quindi di progredire. In sintesi, credo che sia necessario ampliare lo spettro dei controlli non per il suo utilizzo, ma sui contenuti, ma ritengo che inevitabilmente questo ci costerà qualcosa in termini di rischio”

La giornalista Dania Mondini ricorda che “tutto è iniziato molto tempo prima che i nostri ragazzi avessero in mano un cellulare. Il mondo della comunicazione a cominciare da talk show in prima e seconda serata, hanno da anni permesso, quando non addirittura promosso, aggressività volgarità e disattenzione all’altro. Resto sempre dell’idea che l’esempio è fondamentale a cominciare dalla famiglia. Emulare personaggi televisivi è consuetudine. Cosa vogliamo imputare ai ragazzi? Sono vittime…che dovremo recuperare, se non vogliamo ulteriori degenerazioni. La scuola deve e può salvare il futuro…intanto forse dovrebbero esserci maggiori rigidità da parte dei grandi network e social…che sembrano ormai una terra di nessuno in nome di una libertà che spesso è confusa con violenza e prevaricazione”.

Guglielmo Puccia ex Funzionario dell’ENEA scrive: “Credo che un modo, per cercare di fermare la “catastrofe educativa” che coinvolge molti strati delle nuove generazioni, possa essere quello di dare piena attuazione alla recente legge 92/2019, che introduce l’obbligatorietà dell’insegnamento dell’Educazione Civica, come materia trasversale in tutti gli ordini scolastici. Tra gli otto moduli formativi previsti, molto spazio è dato all’insegnamento e alla conoscenza della Costituzione, del Tricolore e dell’inno Nazionale. L’insegnamento è finalizzato all’identificazione dei diritti e a promuovere il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Un forte richiamo è rivolto alle Istituzioni scolastiche, affinché rafforzino la collaborazione con le famiglie al fine di promuovere comportamenti dei giovani non solo per quanto riguarda i diritti ma dei doveri e del rispetto delle regole di convivenza civile. Abbiamo bisogno di una nuova scuola per costruire una nuova società! L’Attuale scuola è una scuola vecchia, forma i cittadini del passato.”

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