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Editoriali

Quel terreno fertile che diede luogo alla nascita delle BR

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Del resto, col senno di poi, si intuisce che il PCI di quegli anni non ha saputo capire, gestire e interpretare quel fervore rivoluzionario giovanile su cui invece avrebbe dovuto dare una chiave

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PUBBLICATO ANCHE SU L'OSSERVATORE D'ITALIA VIRTUAL PAPER DEL 12 SETTEMBRE 2016  ALLE PAG. 1 E PAG. 2]

 

di Paolino Canzoneri

 

"Quando bruciai la mia carta d'identità mi sentii un uomo libero. Potevo diventare quello che volevo: ingegnere, avvocato, operaio. Un senso di libertà concreto, la perdita di ogni legame con il passato, l'assenza di una condizione sociale predeterminata, l'illusione di essere veramente padrone del proprio destino, un prendere in mano la propria vita dalle radici, a cominciare da ciò che ci è stato imposto per primo, il nome e il cognome." – Queste lapidarie parole di Alberto Franceschini ex dirigente locale della Federazione giovanile comunista, fondatore delle Brigate Rosse e arrestato nel 1974 successivamente dissociatosi nel  1983, mostrano in modo esemplare e chiarissimo quanto fosse forte e pulsante quella volontà di dissociazione da qualsiasi appartenenza civile e sociale di cittadino della Repubblica Italiana per diventare un latitante rivoluzionario all'interno di un movimento extraparlamentare con precisi presupposti ideologici di lotta sovversiva contro uno stato visto come imperialista, capitalista e usurpatore. La scelta della lotta armata nonostante appaia incosciente ed estrema prese vita e concretezza in un periodo storico convulso di una Italia irrigidita da una politica democristiana pressante e borghese e da un forte disagio giovanile subordinato da una gestione universitaria piuttosto padronale e classista che lasciava presagire forti incomprensioni e complesse difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e che aveva già causato in Europa e oltre oceano la nascita di movimenti studenteschi, occupazioni di università e manifestazioni con scontri di piazza piuttosto violenti.

 

La strada che le istituzioni e la politica scelse sembrò incline a sottovalutare e non considerare le motivazioni giovanili aprendo la strada a numerose assemblee, riunioni e creazione di comitati di base dove il tema del dibattito si spinse oltre la riorganizzazione di nuove e precise metodologie di studio ma si espanse fino a tematiche di politica internazionale contestando l'intervento armato americano nel Vietnam e molto altro. Questo mostrò la matura capacità giovanile di saper individuare e inquadrare precisi interessi economici e politici che rivelavano quanto la presunzione di onnipotenza americana cercava di fare breccia in modo violento e sconsiderato facendo pure uso maldestro di bombe al napalm con la conseguente morìa di un gran numero di vittime civili in tutto il Vietnam. Una tensione e una sensazione destabilizzante che portò a numerosissime manifestazioni pacifiche e violente in tutta Italia.

 

Gli Stati Uniti con l'appoggio degli altri stati membri della Nato progettarono di rinnovare in Italia le basi strategiche a settentrione e sud Italia. Molte manifestazioni di dissenso per questo riassestamento delle basi Nato causarono una sorta di imbarazzo nel Partito Comunista che si trovò incapace di gestire e considerare il fervore rivoluzionario giovanile, e peggio ancora prese la decisione più errata di espellere il dirigente Alberto Franceschini e altri iscritti.

 

Questa radiazione pose Franceschini e altri in una condizione di totale dissociazione e isolamento da qualsiasi associazione politica legale riconosciuta e fece crescere una rabbia interiore e una sensazione di emarginazione forzata convincendoli che il Partito Comunista fosse in un certo senso colluso e falsamente collocato in una reale opposizione politica alla Democrazia Cristiana filoamericana e consenziente al rinnovo strutturale delle basi Nato.

 

Del resto, col senno di poi, si intuisce che il PCI di quegli anni non ha saputo capire, gestire e interpretare quel fervore rivoluzionario giovanile su cui invece avrebbe dovuto dare una chiave di lettura, una migliore contestualizzazione del periodo turbolento e coadiuvare per creare nei giovani stessi una fiducia possibile per un futuro di integrazione con la società. Purtroppo invece l'isolamento e dissociazione politica fomentarono sempre di più una morale rivoluzionaria basata appunto sulla lotta di classe. Inizialmente e ingenuamente Franceschini, Renato Curcio e Mara Cagol, primo nucleo costituente delle Brigate Rosse, credettero davvero che il ricorso alla violenza politica fosse un elemento che sarebbe durato solamente per il periodo di lotta per la conquista del potere contro lo Stato mentre invece col passare del tempo e con l'aumento delle azioni eversive la violenza non potè che inasprirsi sempre di più. E' difficile comprendere quegli anni, forse impossibile giudicare a distanza di molto tempo stati d'animo, follia e incoscenza ma è palese che scegliere la lotta armata, e porsi nella condizione di maneggiare armi colloca l'individuo in una condizione reale di imprevedibilità, alle prese con l'istinto, forme caratteriali equilibrate o malsane che siano, posto nella possibilità di commettere atti criminosi a cui, una volta compiuti, non vi è rimedio, tracciano una strada sicuramente impervia in cui l'Italia ha dovuto pagare un conto salatissimo in termine di vite e di forte instabilità sociale.

 

L'Italia era riuscita da meno di un ventennio a ricucire le tremende ferite di una guerra inutile e sanguinaria causata da una ottusa e scellerata presunzione di potenza, una vanità fuori da ogni raziocinio che convinse Mussolini di avere forza e capacità bellica per unirsi al peggiore dittatore tedesco in una guerra altrettanto folle come solo l'uomo sa essere. La lotta partigiana che vide le conclusive fasi del conflitto ci mostrano quanto importante sia nella coscenza italiana il senso di patriottismo e in effetti ad oggi risulta incompresibile come gli scritti del partigiano Beppe Fenoglio non facciano parte dei programmi scolastici di base. Ci si può chiedere se il senso di unione e di appartenenza non debba essere insegnato quale valore aggiunto in una nazione che ha subito nella storia dei tempi batoste pesantissime. Molti anziani ex combattenti partigiani hanno avuto l'opportunità di tramandare l'importanza e il senso dei loro gesti, della loro lotta e cosi è stato anche per Franceschini il cui nonno regalò la sua arma da battaglia; fucili o pistole tramandati come preziosi oggetti pregni di significato storico da custodire quali cimeli pregni di significato storico. Non è facile comprendere quanto il racconto della lotta partigiana sia stato compreso fino in fondo, è sorta senza dubbio una passione, si è acceso un fuoco nel loro animo, si è concretizzata l'esigenza di lottare anch'essi questa volta non per scacciare il tedesco invasore ma per lottare contro lo stato imperialista e capitalista. Una scelta, perdente sin dalla nascita, di sacrificare la loro gioventù, la loro vita intera nella lotta armata ispirandosi, in questo preciso caso, ai Tupamaros uruguaiani, una organizzazione guerrigliera urbana di ispirazione marxista-leninista attiva tra gli anni sessanta e settanta, in una folle presunzione di riuscita nell'intento. 

 

Potrebbe sembrare paradossale e poco credibile giudicare questo passaggio come una sorta di fraintedimento della storia della lotta partigiana e lo stesso Renato Curcio ebbe a dire: – Quanti morti hanno fatto gli errori, ben più gravi, delle generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni?. Il pregio delle rivoluzioni mancate è quello di non avere il difetto delle rivoluzioni riuscite: in qualche modo tutte le rivoluzioni riuscite hanno tradito le loro promesse, mentre quelle mancate possono tradire solo le analisi che le hanno mosse. Una colpa che, tutto sommato, mi sembra meno grave. D'altra parte, la generosità con cui una fetta della mia generazione si è gettata nella rischiosa avventura politico-idelogica rappresenta un valore positivo che, ad un certo punto, dovrà esserci riconosciuto. Oggi ho una grande pietas nei confronti di me stesso e della mia generazione sconfitta." Un enorme sacrificio generazionale e un enorme conto da pagare per l'Italia di cui sono responsabili le fazioni ideologiche sinistra e destra, un governo democristiano borghese e ottuso e una politica cieca e sorda incapace di comprendere le ragioni dei giovani in quegli anni turbolenti.

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Editoriali

C’era una volta Carosello, spettacolo pubblicitario amato da grandi e piccini

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La pubblicità odierna, amorfa, grigia ed afona, per la sua invasività rende la visione dei programmi sgradevoli. Ottiene effetto negativo sul prodotto reclamizzato e fa sì che il cittadino, il più delle volte, si tiene lontano dall’apparecchio tv. Tutt’altra cosa la pubblicità semplice ed  intelligente dei tempi di Carosello.

Chi non si ricorda Calimero che non era piccolo e non era nero; Ernesto Calindri, all’incrocio stradale che brindava “Contro il logorio della vita moderna?”. Ancora ci ritorna in mente il ritornello “Fino dai tempi dei Garibaldini” e l’espressione: “Non dura, dura minga, non può durare.”

Personaggi simpatici che rendevano appetibile il prodotto. Minuti di pubblicità, rilassante, rispettosa verso gli ascoltatori. Una pubblicità che convinceva, trasmetteva affidabilità del prodotto reclamizzato, si accoglieva con fiducia.

Triste il dover assistere oggi a tutta un’altra pubblicità. E’aggressiva, invasiva e non convincente. Un messaggio colorato ma privo di sostanza. All’insipienza dei messaggi, che sembrano fatti appositamente per annoiare il telespettatore, ci si mette con impegno, la trasmissione, interrompendo continuamente il programma per trasmettere il messaggio. Il risultato chiunque lo può capire, rende la visione della trasmissione sgradevole con quello che ne consegue come spiegheremo di seguito.

Gli audaci del “clic” ed i temerari del “like”

La nostra è una società piena d’interessi generici, ma nessuno in particolare. Una strana società che sente ma non ascolta, guarda ma non vede. Grazie allo smartphone, sempre aggiornato secondo le ultime innovazioni, è onnipresente ma disinteressata di quello che le capita intorno. Si occupa degli indigeni dell’altro mondo ma snobba i barboni che dormono nei cartoni sotto casa. 

Sa brontolare, trova gusto a lamentarsi e protesta solamente in piazza, non si identifica ma si confonde tra altre mille facce. In privato piace ritirarsi davanti alla tastiera del PC, fa parte degli audaci del “clic”, dei partecipanti attivi dei “like” e spesso e volentieri, davanti allo schermo tv 36”, anche questo ultimo modello sul mercato, indottrinandosi del non detto, del vuoto a perdere, del banale e dello scontato, non accorgendosi che la stanno bidonando, ipnotizzando e condizionando.

Metamorfosi della sponsorizzazione

La nostra società, tanto presa a correre dietro al “non conosciuto”, al “non avuto”, sempre più ansiosa di riempire il vuoto incolmabile, ignora l’eccessiva ingerenza degli sponsor sul contenuto delle trasmissioni. La pubblicità è stata ed è tutt’ora oggetto di contestazioni tra carta stampata, radio, cinema e le stesse reti tv, pubbliche e private. Il mercato pubblicitario fa gola a tanti e coinvolge una pluralità di merci e servizi il cui costo, direttamente o indirettamente ricade sul prodotto e cioè sul consumatore. E’ un giro di milioni di euro e per questo la pubblicità in tv è stata dall’inizio regolamentata e si è cercato di disciplinarla. Tante sono le forme di pubblicità alla quale lo spettatore viene assiduamente assoggettato, quale spot, televendite, trailer, videoclip e anche, perché no, pubblicità occulta. La pubblicità nasce alla Rai nel 1957, circoscritta alle trasmissioni serali della durata di 10 minuti. Per rispetto del telespettatore fu, intelligentemente collocata tra il telegiornale e il programma di prima serata.

La comunicazione pubblicitaria televisiva fu regolamentata in maniera tale da non danneggiare la stampa, che anche questa da essa trae le sue risorse.

La legge di riforma della Rai del 1975, all’art.21 stabiliva che gli spazi pubblicitari non potevano superare il tetto del 5% del tempo di trasmissione totale. Il mercato pubblicitario si è organizzato sotto le testate Sipra e Upa. Quest’ultima gestiva circa 400 aziende, vale a dire l’80% della pubblicità circolante in Italia.

Questo dato e non solo, spiega l’invasività, l’aggressività e la prepotenza che si scatena dai monitor durante i programmi di maggiore ascolto, siano essi di intrattenimento, di approfondimento o altro.

Invasività pubblicitaria rende la visione dei programmi sgradevole

Oggi la televisione non ti allunga la vita, oggi ti logora, ti annoia e palesemente dimostra mancanza di rispetto verso il telespettatore. Come?

Alcuni casi esemplificativi:

  • Mentre si sta seguendo un dibattito, nel momento più critico della discussione, ecco la conduttrice che interrompe dicendo, un attimo di pubblicità. Lo schermo cambia colore e si riempie di pannolini, mutande e donne incontinenti.

Cambi canale, ti dicono, se non vuoi vedere. Bene. Si cambio canale, con quale risultato?

  • Altra interruzione dello spettacolo per la pubblicità. Questa volta protesi, creme per la cellulite, intime di push up varie, antidiarroici, crema anti emorroidaria e tante altre belle cose. 

Ciak si cambia nuovamente. Un caso particolare. Un interessante dibattito sui fatti del giorno.

  • E’ il giorno che Trump sganciando i suoi missili ha ucciso Soleimani. Il mondo è ad un passo dalla guerra. La Libia brucia sotto i nostri piedi. Il Medio Oriente è una polveriera. In Puglia 20 mila operai dell’ex Ilva rischiano di perdere il lavoro. Dipendenti dell’Alitalia a rischio licenziamento. La Banca di Bari con 4 miliardi di euro e oltre mancanti. I risparmiatori defraudati in piazza. Il governo sull’orlo di una crisi di sopravvivenza.
  • Orbene, di cosa si discute in studio? Non ci si crede. E’ proprio così. Si discute di Tola Tola, sì, di Tola Tola! Ma cosa avrà fatto mai di male questo paese per essere così ridotto? 

Una amara constatazione:

Vicino a Sipra e UPA nascono nuove società pubblicitarie come Publitalia, la concessionaria Publiepi e altre. L’affare pubblicità ha sempre richiamato gli interessi di forti investitori. Per rendere chiaro il concetto basti dire che nel 2018 Publitalia ha raggiunto un fatturato di 3,401 miliardi di euro. Il fatturato della Sipra nel 2000  si è fermato a euro 1.446 milioni, esiguità  della cifra spiegata con altre forme di entrate..

Assistere oggi giorno ad uno spettacolo televisivo sia esso di intrattenimento, sia un dibattito culturale, politico  o documentario, oppure durante i vari Tg e altro,  è diventato sgradevole e pochi sopportano la continua interruzione per dare spazio alla pubblicità.

Per questo disservizio si deve ringraziare anche il ben noto Parlamento Europeo che nel 2006 espresse voto favorevole al testo della nuova direttiva, recepita dall’Italia nel 2010 con una modifica al Testo unico della radiotelevisione, e così permettendo un’interruzione pubblicitaria ogni 30 minuti e consentendo la pubblicità indiretta.

Conclusione:  Si è doppiamente “cornuti e mazziati”. Prima perché non è più gradevole guardare la televisione, poi perché il costo di tutta quella pubblicità si riversa sul costo dei prodotti e cioè sui consumatori.

Addio all’intrattenimento! Largo alla pubblicità! Così è se vi pare.

(Ha collaborato Miranda Parca)

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Cronaca

Arce, omicidio Serena Mollicone e morte del Brigadiere Santino Tuzi: due facce della stessa medaglia?

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La famiglia del brigadiere dei carabinieri Santino Tuzi è stata ammessa, insieme all’Arma dei carabinieri, come parte civile nel procedimento penale che, se il Gup del Tribunale di Cassino riterrà sufficienti le prove addotte dalla pubblica accusa, si svolgerà a carico del Maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, di sua moglie e di suo figlio Marco, indagati con altri due militari dell’Arma per la morte di Serena Mollicone e per il reato di istigazione al suicidio riguardante appunto la morte del brigadiere Santino Tuzi.

Addentrarsi nel caso del suicidio del brigadiere Santino Tuzi è come avventurarsi nelle sabbie mobili di una palude in cui alla fine si perde il senso d’orientamento. Una donna che dichiara di essere stata l’amante del brigadiere, riferisce il fatto che Santino si sarebbe tolto la vita con un colpo di pistola al petto di cui lei ha sentito la deflagrazione attraverso il cellulare durante una conversazione con Santino, dopodichè il telefonino è stato chiuso.

Il cadavere del brigadiere è stato trovato riverso sul sedile di guida della sua Fiat Marea, con la pistola d’ordinanza posta sul sedile accanto, quello del passeggero. E questi sono gli unici fatti certi, di cui esistono immagini, tranne quelle, che sarebbero state preziosissime, del corpo del brigadiere.

La famiglia, ed in particolare la figlia Maria, nega ogni possibilità che il brigadiere Santino Tuzi avesse una relazione extraconiugale, e che addirittura la ragione del suicidio sia da trovare nell’intenzione della sua amante di lasciarlo per un’altra persona.

L’intervista all’avvocato Rosangela Coluzzi e Maria Tuzi figlia del Brigadiere dei Carabinieri Santino Tuzi

Viene anche posto in dubbio il fatto che il brigadiere, descritto come marito affettuoso, in procinto di andare in pensione per dedicarsi al nipotino, avesse una relazione adulterina.

Viene adombrato il dubbio che qualcuno sia intervenuto nella sua morte, che cioè sia stato ‘suicidato’, dato che a breve sarebbe stato ascoltato in merito alla morte di Serena Mollicone, quale unico testimone che avesse visto Serena, in quella fatidica mattina del primo giugno, entrare nella caserma per non uscirne più, fino a quando il Tuzi era di piantone. Né vogliamo addentrarci qui in considerazioni che sarebbe troppo lungo esperire. L’unico fatto oggettivo è la morte del brigadiere.

È chiaro però un fatto: nessuna indagine scientificamente esatta è stata fatta dai carabinieri o da chi per loro sul luogo della morte di Tuzi, né sono state poste in essere tutte quelle cautele che riguardano una che oggi possiamo definire una scienza esatta, cioè l’esame della scena del crimine.

Non si sa se esistessero due fondine d’ordinanza, né perché sia stato dichiarato che una era stata reperita nell’armadietto del brigadiere, e l’altra sul sedile posteriore dell’auto. Non sono stati fatti esami comparativi con la pistola d’ordinanza, ritrovata sul luogo della morte di Tuzi, dell’ogiva che lo ha ucciso, per stabilire se effettivamente era l’arma del delitto. Non è stato fatto alcun esame per rilevare tracce di polvere da sparo (stub) sulle mani del brigadiere, per vedere se fosse stato lui a sparare.

Non sono stati fatti rilevamenti per stabilire se lo sparo fosse avvenuto nell’abitacolo dell’auto. Ha generato sospetti il fatto che la pistola fosse sul sedile del passeggero, ma nessuno ha chiesto ai carabinieri intervenuti (della caserma di Isola Liri, dove Tuzi era stato da poco trasferito) se per caso avessero toccato l’arma, ne avessero ripulito le impronte e l’avessero spostata; anche se il medico legale prof. Costantino Ciallella ha dichiarato che sparandosi un colpo al petto probabilmente il Tuzi avrebbe potuto impugnare l’arma con ambedue le mani, e quindi il fatto che la stessa sia stata trovata su quel sedile ci sta tutto.

Non si sa perché – e non si sa se – dal caricatore della Beretta mancassero non uno ma almeno due cartucce, né si sa se nell’abitacolo siano stati repertati uno o due bossoli; né gli stessi sono stati esaminati per l’evidenziazione di tracce papillari (impronte digitali) di chi l’avrebbe dovuta materialmente caricare, cioè Santino Tuzi. Questo per cominciare.

La leggenda metropolitana, visto anche che la figlia Maria nega recisamente che il padre avesse un carattere tale da portarlo al suicidio e men che meno per una presunta amante che volesse lasciarlo, fa intendere che il Tuzi sarebbe stato ‘suicidato’ perché teste chiave nel procedimento contro la famiglia Mottola, quale unico testimone di un fatto che non è mai stato accertato senza ombra di dubbio, e cioè che Serena Mollicone quella mattina del primo giugno 2001 sia effettivamente andata in caserma dal maresciallo Mottola. E quindi il ‘suicidio’ porterebbe a ben altri scenari, cioè un crimine commesso per coprirne un altro commesso precedentemente. E questo accuserebbe il maresciallo Mottola e la sua famiglia. La morte di Tuzi è stata comunque archiviata come suicidio, e il capo d’accusa che la riguarda, nei confronti dei cinque imputati, è quello di ‘istigazione al suicidio’.

In tanto marasma, un altro fatto è certo: che nei confronti della morte di Santino Tuzi nessuna indagine è stata fatta, o ciò che è stato fatto è stato fatto ‘con i piedi’, per usare un’espressione corrente. Tanti fatti non sono più verificabili, e non sapremo mai la verità.

Vogliamo, in chiusura, riportare una dichiarazione del professor Carmelo Lavorino, consulente della difesa della famiglia Mottola, già artefice dell’assoluzione del carrozziere Carmine Belli dopo diciassette mesi di isolamento, accusato dello stesso omicidio.  

Carmelo Lavorino: “Poiché risulta che il brig. TUZI era UOMO E CARABINIERE onesto, fermo, coerente, coraggioso, con alto senso della LEGALITÀ e tutore dell’ordine, MAI E POI MAI se avesse realmente assistito a un reato (entrata di Serena Mollicone nella caserma e percezione dell’aggressione ai suoi danni così come dicono gli Inquirenti “rumore della colluttazione al piano superiore tanto che Serena veniva sbattuta con forza contro la porta”) avrebbe permesso tale reato e lo avrebbe taciuto: AVREBBE FATTO SICURAMENTE IL SUO DOVERE. MAI avrebbe omesso di avvertire i superiori provinciali e la Procura sorpassando il m.llo Mottola, MAI si sarebbe reso complice di tale misfatto. QUINDI, il brig. Tuzi, proprio per le sue qualità personali, NON HA VISTO NULLA E A NULLA HA ASSISTITO altrimenti non avrebbe omesso per sette anni la verità ed avrebbe sicuramente salvato Serena Mollicone (la reticenza ripetuta è inganno: un carabiniere ha l’obbligo giuridico di dire la verità e di impedire reati). QUINDI, il brig. Tuzi per complicati e delicati fenomeni e processi psichici ha riferito un qualcosa che MAI ha visto (altrimenti non sarebbe stato reticente) e, per motivi da investigare, ha riferito un qualcosa che MAI ha visto. Per la morte di Tuzi, che gli inquirenti hanno archiviato come suicidio dopo due consulenze medico legali, stiamo attendendo il fascicolo per capire noi, in modo indipendente, come siano andate le cose.”

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Ambiente

Impianto e discarica Roncigliano, tuona Andreassi: “Cara Raggi, caro Zingaretti, Albano non pagherà la vostra incapacità”

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di Luca Andreassi, Professore Università Roma Tor Vergata e consigliere delegato ai Rifiuti del Comune di Albano Laziale

C’è un impianto di gestione dei rifiuti. Uno di quei vecchi TMB in cui entra il rifiuto dei cassonetti stradali ed esce rifiuto che finisce in discarica o incenerito.

L’impianto è quello di Roncigliano ad Albano.

Ed era il 2016 quando andò a fuoco. (Mica solo quello di Roncigliano. Perché gli impianti TMB oltre che inutili – se si fa una buona differenziata – sono anche dannosi).

Ad inizio estate, ci comunicano che i vecchi proprietari del sito industriale di Roncigliano hanno ceduto in locazione ad una terza società un ramo d’azienda.

Guarda caso proprio quello che comprende l’impianto TMB andato a fuoco.

Contestualmente, i nuovi proprietari ci comunicano che è loro intenzione riattivare l’impianto.

Ma come?! – diciamo noi – Non serve un impianto TMB! Un impianto che tratti l’indifferenziato dei cassonetti stradali in una città che è all’82% di differenziata e, comunque in un’area vasta, i Castelli Romani, estremamente virtuosa in termini di differenziazione dei rifiuti!

E poi l’autorizzazione scade ad agosto.

Anche la Regione Lazio la pensa come noi. L’autorizzazione è scaduta. Se proprio i nuovi proprietari vogliono realizzare un impianto TMB che presentino il progetto e attivino tutta la procedura di richiesta autorizzativa.

Fin qui la logica.

Da qui in poi, un susseguirsi di colpi di scena.

A settembre la Regione Lazio, per mano della stessa dirigente che aveva affermato che l’autorizzazione era scaduta (come se fosse una cosa su cui ci possa essere discussione) afferma che “contrariamente a quanto ritenuto e precedentemente affermato”, a seguito della cessione del ramo d’azienda, l’autorizzazione doveva intendersi prorogata. Fino al 2023.
Autorizzando di fatto la rimessa in funzione dell’impianto.

E’ evidentemente una cosa folle.

La Città di Albano pertanto propone ricorso al TAR, con il supporto dell’ Associazione Culturale Contro Tutte Le Nocività, richiedendo la sospensiva. Convinti che la procedura di proroga di un’autorizzazione scaduta effettuata in questo modo abbia dei dubbi di liceità. E richiedendo un intervento immediato perché, come certificato da ARPA Lazio, ufficio tecnico della Regione Lazio (dalla cui penna è uscita la proroga dell’autorizzazione), esistono anche problemi di superamento di sostanze inquinanti nei pozzi spia.

Due giorni fa ci viene notificato la decisione del TAR, ovvero che la nostra richiesta è respinta perché il TAR ritiene che si tratti di una mera volturazione.

Caspita. Mera volturazione. Ma è quello l’oggetto del nostro ricorso! Ovviamente nessun interesse nei confronti dell’impatto ambientale.

Aspettiamo il merito del TAR. Ricorreremo al Consiglio di Stato. Intraprenderemo ogni tipo di protesta che riterremo adeguata ad impedire l’ipotesi di una riapertura.

La situazione di Roncigliano è figlia di una totale assenza di programmazione in materia di gestione dei rifiuti.

Caro Presidente Zingaretti, cara Sindaca Raggi continuate a discutere litigando, o facendo finta di farlo, sull’ubicazione della nuova discarica che dovrebbe risolvere il problema di Roma.

Consapevoli, escludo l’ipotesi alternativa, ovvero che non sappiate di cosa state parlando, che una discarica non risolve assolutamente nulla e che, probabilmente, non serve neanche a gestire l’emergenza romana.

E mentre questo accade, città come Albano che vincono premi su premi e sono all’82% di differenziata diventano vittime di questa totale assenza di programmazione. Non ve lo consentiremo. Albano non pagherà la vostra incapacità.

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