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Economia e Finanza

RAPPORTO SVIMEZ: L’ITALIA, UN PAESE DIVISO E DISEGUALE, DOVE IL SUD SCIVOLA SEMPRE PIÙ NELL’ARRETRAMENTO E POVERTA’

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RAPPORTO SVIMEZ: ANALISI SPIETATA, L’ITALIA, UN PAESE DIVISO E DISEGUALE, DOVE IL SUD SCIVOLA SEMPRE PIÙ NELL’ARRETRAMENTO E POVERTA’

In tredici anni, dal 2000 al 2013, l’Italia è stato il Paese che, in termini di Pil in PPA, è cresciuto meno di tutti i paesi considerati, +20,6% rispetto al +37,3% dell’area Euro a 18, addirittura meno della Grecia, che ha segnato +24% quale effetto della forte crescita negli anni pre crisi, che è riuscita ad attenuare in parte il crollo successivo

di Cinzia Marchegiani

Video Renzi: Italiani sempre più ricchi https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&cad=rja&uact=8&ved=0CCgQtwIwAWoVChMI8o232f2CxwIViJpyCh2QHgg3&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DR-mANPQPzeE&ei=dim6VfL6I4i1ygOQvaC4Aw&usg=AFQjCNGezHjKewIoZ0tiVOMYZ8Hk55oLVw

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La fotografia scattata dal Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2015 presentato il 30 luglio 2015 a Roma, è spietata. Nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%); il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di 15 anni fa; negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%; nel 2014 quasi il 62% dei meridionali guadagna meno di 12mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord.

In base a valutazioni SVIMEZ nel 2014 il Pil è calato nel Mezzogiorno dell’1,3%, rallentando la caduta dell’anno precedente (-2,7%), con un calo superiore di oltre un punto percentuale rispetto al Centro-Nord (-0,2%). Da rilevare che per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno registra segno negativo, a testimonianza della permanente criticità dell’area. Il peggior andamento del Pil meridionale nel 2014 è dovuto soprattutto ad una più sfavorevole dinamica della domanda interna, sia per i consumi che per gli investimenti. Anche gli andamenti di lungo periodo confermano un Paese spaccato e diseguale: negli anni di crisi 2008-2014 il Sud ha perso -13%, circa il doppio del pur importante -7,4% del Centro-Nord. Il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, tornando, con il 53,7%, ai livelli del 2000.

La crisi nel 2014 si attenua nella maggior parte delle regioni del Centro-Nord, molto meno in tutte quelle del Sud. La regione più povera è la Calabria, con 15.807 euro. Il divario tra la regione più ricca, il Trentino Alto Adige, e la più povera, la Calabria, è stato nel 2014 pari a quasi 22mila euro.
I consumi continuano a calare al Sud, mentre riprendono a crescere nel resto del Paese Guardando invece agli anni di crisi 2008-2014, la caduta cumulata dei consumi delle famiglie ha superato nel Mezzogiorno i 13 punti percentuali (-13,2%), risultando di oltre due volte maggiore di quella registrata nel resto del Paese (-5,5%). In particolare, negli anni 2008-2014 il calo cumulato della spesa è stato al Sud del -15,3% per i consumi alimentari, a fronte del -10,2% del Centro-Nord; e di ben il -16% per il vestiario e calzature, il doppio del resto del Paese (-8%).
Significativo e preoccupante anche il crollo della spesa delle famiglie relativo agli altri “beni e servizi”, che racchiudono, come indicato, i servizi per la cura della persona e le spese per l’istruzione: -18,4% al Sud, oltre tre volte in più rispetto al Centro-Nord (-5,5%). Continua la caduta degli investimenti, specie al Sud. A livello settoriale, crollo epocale al Sud degli investimenti dell’industria in senso stretto, ridottisi dal 2008 al 2014 addirittura del 59,3%, oltre tre volte in più rispetto al già pesante calo del Centro-Nord (- 17,1%).
Giù anche gli investimenti nelle costruzioni, con un calo cumulato del -47,4% al Sud e del – 55,4% al Centro-Nord; in agricoltura, (-38% al Sud, quasi quattro volte più del Centro-Nord, -10,8%).
Giù inoltre soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52%, pari a oltre 6,2 miliardi di euro. A trainare al ribasso i trasferimenti, il crollo degli incentivi alle imprese private.
Nella crisi, giù tutti i settori. Al Sud il calo continua nel 2014. In calo anche le costruzioni, il cui valore aggiunto è diminuito cumulativamente al Sud del -38,7% a fronte del – 29,8% del Centro-Nord. Scendono nel periodo in questione anche i servizi, -6,6% al Sud e -2,6% al Centro-Nord.
Segno negativo anche se si guarda al solo 2014, ma soprattutto al Sud: l’agricoltura perde infatti nel Mezzogiorno addirittura -6,2%, mentre il Centro-Nord guadagna +0,4%; l’industria flette nel Sud del 3,3%, una perdita di due punti percentuali superiore a quella del Centro-Nord (-1,3%); i servizi segnano -0,5% al Sud contro +0,3% dell’altra ripartizione.

Da segnalare che in tredici anni, dal 2000 al 2013, l’Italia è stato il Paese che, in termini di Pil in PPA, è cresciuto meno di tutti i paesi considerati, +20,6% rispetto al +37,3% dell’area Euro a 18, addirittura meno della Grecia, che ha segnato +24% quale effetto della forte crescita negli anni pre crisi, che è riuscita ad attenuare in parte il crollo successivo. Situazione decisamente più critica al Sud, che nel 2001-2013 cresce nel periodo n questione la metà della Grecia, +13%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%).
Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente. Nel 2014 occupati al Sud come nel 1977. Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2014 registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani si concentra il 70% delle perdite determinate dalla crisi. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133mila). Il Sud, invece, ne ha persi 45mila. Il numero degli occupati nel Mezzogiorno torna così a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni; il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche dell’Istat. Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro.
Allarme povertà: una persona su tre a rischio al Sud, una su dieci al Nord. In Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. Quanto al rischio povertà, nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%). La percentuale di famiglie in povertà assoluta sul totale delle famiglie è aumentata al Sud nel 2014 rispetto al 2011 del 2,2% (passando dal 6,4% all’8,6%) contro il +1,1% del Centro-Nord (dal 3,3% al 4,4%). Nel periodo 2011-2014 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511mila a 704mila al Sud e da 570mila a 766mila al Centro-Nord. A livello di reddito, guadagna meno di 12mila euro annui quasi il 62% dei meridionali, contro il 28,5% del Centro-Nord. Particolarmente pesante la situazione in Campania (quasi il 66% dei nuclei guadagna meno di 12mila euro annui), Molise (70%) e Sicilia (72%).

Dati agghiaccianti, che rappresentano famiglie, aziende, pensionati, gioventà nel baratro più profondo alla soglia del 2015. Si parla di arretratezza, povertà, desertificazione, mentre lo Stato italiano sembra voler fortemente accentuare tagli, tasse che stanno portando in una sprilare senza via d'uscita la morte al rallentatore di una nazione che ha visto tempi d'oro economicamente e politicamente, la propserità e l'ingegno italiano. Un crollo che le famiglie sentono sulla propria pelle, mentre Renzi andava a Bruxelles a racconatere la favola con testuali parole: "In un tempo di crisi le famiglie italiane hanno visto crescere i propri risparmi, passati da 3,5 a 3,9 triliardi di euro dal 2012 al 2014. In questi mesi l'Italia ha visto aumentare i propri risparmi, paradossalmente le famiglie si stanno arricchendo perché hanno preoccupazione e paura".

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Governare significa prendere consapevolezza dei problemi e affrontarli, il nostro premier evidenteme ha un cattivo rapporto con i numeri e questa purtroppo è una seria e grave constazione.

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Economia e Finanza

Manovra 2026 da 22 miliardi verso il via libera: fisco, imprese e sicurezza al centro, limature su fondi e partecipate

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La legge di Bilancio 2026, dal valore complessivo di circa 22 miliardi di euro, è pronta ad approdare nell’Aula del Senato dopo il via libera della Commissione Bilancio. I lavori nell’emiciclo di Palazzo Madama inizieranno lunedì mattina alle 9.30, con l’obiettivo di chiudere l’iter a Palazzo Madama già nella giornata di martedì.

Sul piano politico il Governo esclude tensioni interne. In particolare, sul capitolo previdenza, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha chiarito che non sono previste modifiche restrittive: «Nessun rischio di crisi di governo. Alcuni tecnici avevano ipotizzato di allungare l’età pensionabile nei prossimi anni, caricando ulteriori mesi sulle spalle degli italiani. Ho detto di no».

Fisco e imprese: Irpef e iperammortamento fino al 2028

Tra le misure di maggiore impatto macroeconomico spicca la riduzione della seconda aliquota Irpef, che scende dal 35% al 33% per i redditi fino a 50 mila euro, insieme agli interventi su rottamazione, affitti brevi, settore bancario e assicurativo, bonus edilizi e sostegni alle famiglie.

Sul versante degli investimenti produttivi, il testo approvato in Commissione conferma il prolungamento dell’iperammortamento fino al 30 settembre 2028 per gli investimenti in beni strumentali. L’agevolazione sarà modulata per scaglioni:

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  • 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro;
  • 100% per investimenti tra 2,5 e 10 milioni;
  • 50% per investimenti tra 10 e 20 milioni.

La misura si applicherà agli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028, a condizione che i beni siano prodotti in uno Stato membro dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo, rafforzando così la dimensione industriale e comunitaria dell’incentivo.

Spending review: tagli a Rai e Fondo Sviluppo e Coesione

Sul fronte della copertura finanziaria, la manovra prevede una riduzione di 10 milioni di euro per la Rai e un intervento più consistente sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (Fsc). Le risorse del fondo vengono ridotte di 300 milioni nel 2026 e di 100 milioni annui nel 2027 e 2028.

Una scelta che ha già suscitato critiche. Secondo la senatrice Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva a Palazzo Madama, «tagliare il Fsc significa con una mano compensare il caro materiali e con l’altra togliere risorse alle opere».

Trasporti e territori: stop all’addizionale negli scali minori

Una novità riguarda gli aeroporti minori dell’Emilia-Romagna. A partire dal 2026 non si applicherà l’addizionale comunale sui diritti d’imbarco negli scali di Rimini, Forlì e Parma, purché con traffico inferiore ai 700 mila passeggeri annui. In contropartita, la Regione verserà allo Stato 1,9 milioni di euro l’anno.

Sempre in ambito infrastrutturale, la manovra prevede un contributo straordinario di 1,2 milioni di euro alla Provincia di Potenza per il ripristino della viabilità sulla ex SS 93 e della linea ferroviaria Foggia–Potenza.

Sicurezza e politica estera: risorse su Russia e sedi diplomatiche

In un contesto geopolitico segnato dalle tensioni con la Russia, la legge di Bilancio introduce un capitolo dedicato alla sicurezza strategica. È previsto un finanziamento di 200 mila euro per ciascuno degli anni 2026 e 2027 alla Fondazione Med-Or, destinato a ricerche e studi sull’attività di influenza russa in Europa e Nord Africa, con focus su rischi militari, sabotaggi di infrastrutture critiche, interferenze elettorali e infiltrazioni nel sistema politico-mediatico.

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Sempre in ottica di tutela degli interessi nazionali, dal 2026 vengono stanziati 4,7 milioni di euro aggiuntivi all’anno per rafforzare e stabilizzare il contingente dell’Arma dei Carabinieri impegnato nella sorveglianza e nella scorta delle sedi estere.

Il calendario: corsa contro il tempo per evitare l’esercizio provvisorio

Secondo la tabella di marcia, l’approvazione al Senato è attesa entro martedì. Subito dopo, il testo passerà alla Camera dei Deputati. A Montecitorio la discussione generale inizierà il 28 dicembre, mentre il 29 dicembre il Governo porrà la questione di fiducia. Il voto finale è previsto per martedì 30 dicembre.

L’obiettivo resta quello di ottenere il via libera definitivo entro il 31 dicembre, scongiurando il ricorso all’esercizio provvisorio, scenario che l’Esecutivo intende evitare sia per ragioni di stabilità finanziaria sia di credibilità istituzionale.

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Cronaca

Nasce SocInsieme: la nuova associazione dei soci della Banca Popolare del Lazio avvia il diritto d’ispezione

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È ufficialmente operativa SocInsieme (SI BPL), la neonata associazione dei soci della Banca Popolare del Lazio, che punta a rafforzare la partecipazione della base sociale nei processi decisionali dell’istituto. Guidata dall’Avv. Roberto Ficcardi, l’associazione ha già avviato un’azione concreta: l’esercizio del Diritto d’Ispezione sui libri sociali, strumento previsto dal Codice Civile, in vista del prossimo rinnovo del Consiglio di Amministrazione (CdA).

La richiesta inviata via PEC alla Direzione Generale si fonda su due articoli chiave del diritto societario:

  • Articolo 2422 c.c.: garantisce a ogni socio il diritto “inderogabile” di esaminare i libri sociali e ottenerne estratti a proprie spese, fondamentale per controllare la gestione e comunicare con gli altri azionisti.
  • Articolo 2421 c.c.: disciplina i libri sociali obbligatori, in particolare il Libro dei Soci, che deve indicare numero e categoria delle azioni, generalità dei titolari, trasferimenti, vincoli e versamenti.

SocInsieme ha richiesto i dati in formato digitale (Excel e PDF), per facilitare la mappatura della base sociale, che comprende migliaia di soci. L’obiettivo è collegato all’Articolo 30 dello Statuto della BPL, che definisce composizione e nomina del CdA: nove membri, con quote riservate agli indipendenti, criteri di equilibrio di genere e rappresentanza delle attività economiche del territorio. L’accesso al Libro dei Soci è dunque il passaggio tecnico necessario per promuovere liste alternative o raccogliere deleghe assembleari.

La Banca Popolare del Lazio, Società Cooperativa per Azioni, mantiene il principio del voto capitario, dove ogni socio ha un voto, rendendo decisiva la partecipazione della base sociale. La banca si trova in una situazione di solidità finanziaria: utile netto 2024 a 20,1 milioni di euro (+10,5%), capitale CET1 al 20,4% a giugno 2025, e un’espansione territoriale significativa attraverso la controllata Blu Banca. La presidenza attuale, guidata da Sabrina Morelli, ha consolidato la presenza in diverse regioni del Centro Italia.

A coordinare l’iniziativa è l’Avv. Roberto Ficcardi, professionista esperto in diritto societario e civile, il cui ruolo tecnico conferisce peso alla richiesta avanzata all’istituto.

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L’azione di SocInsieme rappresenta un passo verso una maggiore democrazia azionaria: mentre la banca prosegue la sua crescita, la base sociale punta a diventare protagonista. La consegna del Libro dei Soci da parte della Direzione Generale sarà il primo test di trasparenza in vista della prossima stagione assembleare.

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Economia e Finanza

Manovra 2026, muscoli d’acciaio del governo Meloni: la maggioranza discute e trova l’equilibrio

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Le tensioni su banche, affitti brevi e sicurezza sono la prova di una coalizione vitale che media per l’interesse nazionale, blindando coperture cruciali e ascoltando tutte le anime

A soli quattro giorni dal via libera in Consiglio dei ministri, la bozza della Manovra Economica 2026 è già al centro di un dibattito acceso e costruttivo. Le discussioni, descritte come “aspre” da alcuni, sono in realtà il segno inequivocabile di una maggioranza solida e plurale, guidata con polso fermo da Giorgia Meloni, che non teme il confronto interno pur di raggiungere il massimo equilibrio a favore del Paese.

Il Governo dimostra una straordinaria capacità di ascolto e mediazione, gestendo con pragmatismo i nodi cruciali ereditati da anni di immobilismo.

Banche e coperture: la scelta coraggiosa e responsabile

Il fronte più caldo, quello del contributo al sistema creditizio, è stato affrontato con coraggio e lungimiranza. Non si tratta di una “tassa”, ma di un contributo di solidarietà essenziale: 4,4 miliardi nel 2026 e ben 11 miliardi nel triennio. Queste cifre non sono negoziabili, ma sono la base per garantire la tenuta dei conti e finanziare riforme chiave.

L’iniziativa della Lega, che per bocca del suo Consiglio Federale rilancia sull’ipotesi di un ulteriore innalzamento per sostenere sanità, famiglie e imprese, è un segnale forte di responsabilità. Dimostra come la coalizione sia compatta sull’obiettivo primario: garantire il bene pubblico prima di ogni lobby finanziaria. L’ossatura della manovra è, dunque, blindata.

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Affitti brevi: mediazione e tutela della proprietà

La questione dell’incremento della cedolare secca per gli affitti brevi è l’esempio lampante di come il Governo non proceda per diktat, ma per confronto. Il “niet” di Forza Italia, espresso con chiarezza da Antonio Tajani, ha aperto immediatamente la strada a una soluzione concordata: mantenere l’aliquota del 21% per chi affitta in proprio e ritoccarla al 26% solo per coloro che utilizzano piattaforme online.

Questa soluzione non solo tiene fede al principio di tutela della proprietà privata, caro a Fratelli d’Italia (come ribadito da Gianluca Caramanna), ma mira anche a regolamentare un settore che rischiava di sfuggire al controllo. Il compromesso è la vittoria della politica che media.

Sicurezza e difesa: il riconoscimento dovuto alle Forze dell’Ordine

Le richieste di maggiori fondi per il comparto Sicurezza e Difesa sono sacrosante e trovano voce autorevole nei ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio. Le rassicurazioni del Ministro Crosetto sull’impegno finanziario dimostrano che il Governo è in linea con le aspettative delle Forze dell’Ordine. L’esecutivo sta lavorando per destinare risorse aggiuntive – come il “miliardo aggiuntivo” proposto dal Senatore Borghi – per colmare ritardi storici.

Riguardo alle preoccupazioni sollevate dai sindacati di Polizia sull’innalzamento dell’età pensionabile, la cautela del Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha parlato solo di “bozze”, è d’obbligo. La manovra è un cantiere aperto e in evoluzione.

Il Confronto con le parti sociali: il governo ascolta

Anche nel dialogo con le parti sociali, il Governo Meloni si distingue per la sua attenzione selettiva e costruttiva. Se da un lato il “no secco” di Cgil e Uil è fisiologico per la storia di quelle sigle, dall’altro la posizione più morbida e collaborativa della CISL (per voce della segretaria Daniela Fumarola) offre una sponda preziosa. Il Governo ha il dovere e l’intenzione di valutare le proposte che mirano a migliorare la defiscalizzazione degli aumenti contrattuali, dimostrando di voler correggere il tiro dove le misure rischiano di escludere categorie chiave (come commercio e metalmeccanici).

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In conclusione, le attuali tensioni sulla Manovra 2026 non sono un segnale di debolezza o spaccatura, ma la prova di un Governo vitale e trasparente. Le “bozze circolanti”, come spiega Giorgetti, servono proprio a questo: a testare il terreno, smussare gli angoli e arrivare in Parlamento con un testo rafforzato. L’Esecutivo Meloni dimostra di saper tenere unita la coalizione, blindando le coperture essenziali e mediando per il bene dei cittadini e dell’interesse nazionale.

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