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Editoriali

Referendum Atac. Mussolini e Catalano a Officina Stampa. Nicodemi: “Ecco cosa avrei voluto dire a riguardo”

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Di David Nicodemi (*)

Problemi di natura logistica mi hanno impedito di partecipare alla puntata de «Officina Stampa» di giovedì 8 novembre, incentrata, nella seconda parte, sul Referendum consuntivo di domenica prossima (11 novembre) sulla liberalizzazione del servizio di trasporto pubblico di Roma Capitale, promosso dai Radicali, in testa l’ex-consigliere Riccardo Magi, e caldeggiato da buona parte del PD – mah! – e da Forza Italia. Per questa mia débâcle chiedo principalmente scusa alla conduttrice e giornalista Chiara Rai, che ha avuto la sensibilità di invitarmi, alla redazione e ai agli altri ospiti, la consigliera comunale Rachele Mussolini e all’esponente della direzione romana dei Radicali Claudio Catalano. Al quale avrei voluto spiegare come stanno realmente le cose, dato che, a mio avviso, la campagna referendaria portata avanti dai promotori si basa quasi esclusivamente sull’emotività dell’utenza. Ma andiamo per ordine.

PUNTATA OFFICINA STAMPA 8/11/2018 RACHELE MUSSOLINI E CLAUDIO CATALANO SU REFERENDUM ATAC

 Un Referendum demagogico

Occorre subito chiarire che il 95% degli italiani si sono espressi contro la liberalizzazione della gestione dei servizi pubblici essenziali (acqua, trasporti etc.), abrogando, con il Referendum dell’11 giugno 2011, l’articolo 23bis del Decreto Legge 112/2008 convertito con la Legge 113 del 6 agosto 2008. Ma di cosa parliamo allora? A fronte di questa pragmatica analisi e considerata la gestione partitocratica di Atac – che vedremo a breve -, chiedere la liberalizzazione dei trasporto romano, enfatizzando il malfunzionamento aziendale, oltre ad apparire come un puro e semplice attacco all’attuale amministrazione, con la quale spesso sono entrato in conflitto, sia chiaro, «sembra», riprendendo le dichiarazioni del vicesegretario nazionale del SLM-Fast Confsal Antonio Prontestì, «possa nascondere qualche interesse diverso da quello che è contenuto nei dettami costituzionali». Pertanto, chiedo agli elettori di votare secondo coscienza, lasciando a casa l’ideologia e le simpatie partitiche: c’è in ballo il futuro di Atac, patrimonio dei romani.

Ce lo chiede l’Europa 

È Una delle tante favole raccontate dai promotori del referendum, e sostenitori del SI. Sfatiamo il mito, nessuna grande città europea ha messo a gara il trasporto pubblico, ci ha provato soltanto Londra, sulla scia delle esternalizzazioni/privatizzazioni delle ferrovie di thatcheriana memoria, ma entrambi i casi sono risultati un fallimento, al punto da costringere le istituzioni inglesi a tornare sui propri passi. Questo perché il complesso reticolato normativo attualmente in vigore, che disciplinano il settore, consente alle autorità competenti l’affidamento – senza alcun limite – dei servizi di TPL in house alle società a rilevanza pubblica, aggiudicando tramite contestuale procedura ad evidenza pubblica almeno il 10% del servizio a soggetti diversi da quelli che operano, come si evince dall’articolo 5 paragrafo 2 del Regolamento (CE) 1370/2007. Nel DL 50/2017, che recepisce la menzionata direttiva europea, stabilisce una decurtazione fino al 15% dei corrispettivi del Fondo Nazionale dei Trasporti ai «contratti di servizio non affidati con procedure ad evidenza pubblica (in house).

Roma liberalizzata

Nel corso della trasmissione il signor Catalano afferma, correggendo la Mussolini dicendo, che RomaTpl scarl opera dal 2010. Niente di più inesatto e forviante: amnesia o mera dimenticanza? In realtà, la normativa di riforma del TPL, avviata nel 1997 con il Decreto Legislativo 422 e la Legge Regionale 30/98 di attuazione imponeva, tra le altre cose, la fine del monopolio con l’introduzione di regole di concorrenzialità, utile ad ottenere servizi qualitativamente migliori a costi più bassi per i cittadini. In quest’ambito, sul finire del 1999, in occasione del grande Giubileo del 2000, il Comune di Roma decise di affidare le “linee J” a una società temporanea d’imprese di Sita, Cipar, APM, Transdev, denominata inizialmente Tevere TPL, antesignana di RomaTPL Scarl. Che successivamente si aggiudica il 20% delle linee di superficie, messo a gara dal Campidoglio, nel rispetto del citato Regolamento europeo 1370/2007. Con la gara del 2010 e ulteriori estensioni del contratto di servizio, prorogato sino al 2020, al consorzio RomaTPL Scarl sono stati affidati attualmente 30milioni di chilometri l’anno, pari al 30% delle linee. Percentuale superiore a quanto indicato dalla Direttiva europea.

Le liberalizzazioni funzionano?

È il quesito cardine che avrei voluto sottoporre all’esponente radicale, che, quasi certamente, avrebbe tirato fuori varie scartoffie con l’intento di rispondermi. Lavoro inutile, credetemi. All’estero si stanno affrettando a rinazionalizzare il servizio pubblico dei trasporti e in Italia le cose non sono andate meglio. Eclatante l’esempio della città di Genova, dove il TPL era stato affidato, con gara a doppio oggetto, a una società privata. Che nell’arco di poco tempo, non avendo ricevuto le necessarie copertura dal Comune, ha mollato la presa e lasciato tutti a piedi. E vogliamo parlare della stessa RomaTPL, la quale pur gestendo linee periferiche, con una velocità commerciale superiore a quelle in mano all’Atac, offre all’utenza un servizio qualitativamente e quantitativamente insoddisfacente. Poco edificante è, inoltre, il trattamento che il consorzio riserva al personale, e qui servirebbero altri due o tre capitoli aggiuntivi: mi limito soltanto a dire che quelle madri e quei padri di famiglia aspettano giorni, mesi prima di vedere lo stipendio, una condizione disumana.

PD bipolare

A eccezione della “cordata” legata al consigliere regionale Eugenio Patanè, comunque ragguardevole, l’intero Partito Democratico è salito sul carro del SI, facendo da spalla ai Radicali. O viceversa. Una contraddizione nella contraddizione: da un lato disconosce il Referendum del 2011 che aveva ampiamente sostenuto, dall’altra ammette, implicitamente, il proprio fallimento nell’Amministrazione di Roma Capitale. Il centrosinistra ha governato la città per circa 18 anni, al netto della parentesi di Alemanno, non ce lo dimentichiamo: un periodo lunghissimo, nel quale il trasporto pubblico ha subito cambiamenti sostanziali in meglio e in peggio. E che qualcosa sia andato storto, soprattutto dopo la creazione della nuova Atac, nata nel 2010 dalle ceneri di Trambus e MetRo, lo dice il buco di 1miliardo e 300 milioni di euro, che di certo non può essere ascrivibile all’attuale compagine amministrativa. Ma da qui a rinnegare il proprio passato, ce ne vuole. La schizofrenia aumenta se si pensa che alla Regione Lazio il PD, azionista di maggioranza del Presidente Zingaretti, è stato uno degli autori del risanamento della Cotral, ovvero dell’azienda di trasporto interamente pubblica – Operazione che ha fatto già risparmiare 35milioni di euro alla Regione sui costi di gestione della Compagnia -. Certo, piccolo inciso, occorre ammettere che il risanamento è stato un bagno di sangue, data la gestione privatistica, binomio inquietante, sono, infatti, numerosi i contenziosi aperti a tal proposito dai lavoratori. Fermo restando tale aspetto, estremamente delicato, insieme all’ATM di Milano, Cotral è un altro esempio fulgido di azienda pubblica applicata ai trasporti. E allora, sulla base di queste considerazione, perché dopo aver votato contro il Referendum sulle liberalizzazioni del 2011, gestito i trasporti pubblici di Roma e risanato Cotral, ora il PD è schierato in favore delle esternalizzazioni/demolizione della stessa Atac? Per opportunismo politico? Perché Cotral sarà ceduta soggetti privati? Cosa nasconde questa viscerale voglia di esternalizzare?

Caos Atac

Lo spezzatino promosso dai Radicali ci riporta indietro di oltre cento anni, al caos tariffario e gestionale antecedente alla riforma del sindaco Nathan, dove le imprese private, che gestivano i servizi tramviari, avevano assunto una posizione monopolistica, date risorse in loro possesso, riuscendo a dettare legge sulle politiche del trasporto e piegando, altresì, ai propri voleri il Comune. A parte questo c’è da dire che il debito di Atac, come detto, è figlio di una politica di gestione e pianificazione distorta, deriva da un uso scriteriato della politica e di quei dirigenti cooptati dalla politica che hanno trasformato l’azienda in un bancomat, in una sorta di machettificio, fatta salva l’esperienza di Rettighieri. Lo dicono le carte giudiziarie. E ora, quella stessa politica, che ha gravi responsabilità, chiede lo smembramento di Atac e, di conseguenza, la precarizzazione degli autoferrotranvieri romani – che sono gli unici a guidare oltre sei ore di fila -, facendo leva sull’emotività degli utenti. Ma più di tutte pesa l’inadeguatezza dei finanziamenti: il fatto che, ancora oggi, la Regione Lazio percepisce, in seguito alla Conferenza Stato/Regione del 1996, solo 176 milioni di euro, pari a circa 11% dal Fondo Nazionale TPL, a fronte del 17% concesso alla Lombardia. Una cifra nettamente insufficiente per garantire il trasporto ai cittadini del Lazio e di Roma che con Atac, l’azienda più grande d’Italia, serve un territorio vastissimo rispetto alle altre società pubbliche italiane ed ha un costo gestionale che supera abbondantemente i 300 milioni di euro; pesa la tariffazione clandestina, nessuno ne parla, che si è mangiata, lo dicono le carte in Procura, circa 700milioni di euro; pesa la destituzione del fiorente polo turistico di Atac, rappresentato da Trambus Open, un’eccellenza nel settore e, pesa, infine, l’esternalizzazione dei chilometri con maggiore velocità commerciale, mantenendo a sé le linee più lente. Al riguardo, dagli studi scientifici ed economici, emerge che con una velocità commerciale media sotto i 17 Km/h la società di trasporto, di qualunque natura sia, non riesce a coprire i costi di gestione. Questi sono soltanto alcuni esempi che hanno contribuito al dissesto finanziario di Atac che, messa alla strette, è stata costretta a economizzare sulle manutenzioni. È importante che il governo faccia la sua parte nel piano di risanamento messo in cantiere dall’Amministrazione Comunale con il concordato preventivo, e configgere, all’occorrenza, la sacca di potere che da anni tira le fila da via Prenestina.

(*) blogger, cronista e
responsabile Ufficio Stampa Fast-Confsal

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Editoriali

C’era una volta Carosello, spettacolo pubblicitario amato da grandi e piccini

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La pubblicità odierna, amorfa, grigia ed afona, per la sua invasività rende la visione dei programmi sgradevoli. Ottiene effetto negativo sul prodotto reclamizzato e fa sì che il cittadino, il più delle volte, si tiene lontano dall’apparecchio tv. Tutt’altra cosa la pubblicità semplice ed  intelligente dei tempi di Carosello.

Chi non si ricorda Calimero che non era piccolo e non era nero; Ernesto Calindri, all’incrocio stradale che brindava “Contro il logorio della vita moderna?”. Ancora ci ritorna in mente il ritornello “Fino dai tempi dei Garibaldini” e l’espressione: “Non dura, dura minga, non può durare.”

Personaggi simpatici che rendevano appetibile il prodotto. Minuti di pubblicità, rilassante, rispettosa verso gli ascoltatori. Una pubblicità che convinceva, trasmetteva affidabilità del prodotto reclamizzato, si accoglieva con fiducia.

Triste il dover assistere oggi a tutta un’altra pubblicità. E’aggressiva, invasiva e non convincente. Un messaggio colorato ma privo di sostanza. All’insipienza dei messaggi, che sembrano fatti appositamente per annoiare il telespettatore, ci si mette con impegno, la trasmissione, interrompendo continuamente il programma per trasmettere il messaggio. Il risultato chiunque lo può capire, rende la visione della trasmissione sgradevole con quello che ne consegue come spiegheremo di seguito.

Gli audaci del “clic” ed i temerari del “like”

La nostra è una società piena d’interessi generici, ma nessuno in particolare. Una strana società che sente ma non ascolta, guarda ma non vede. Grazie allo smartphone, sempre aggiornato secondo le ultime innovazioni, è onnipresente ma disinteressata di quello che le capita intorno. Si occupa degli indigeni dell’altro mondo ma snobba i barboni che dormono nei cartoni sotto casa. 

Sa brontolare, trova gusto a lamentarsi e protesta solamente in piazza, non si identifica ma si confonde tra altre mille facce. In privato piace ritirarsi davanti alla tastiera del PC, fa parte degli audaci del “clic”, dei partecipanti attivi dei “like” e spesso e volentieri, davanti allo schermo tv 36”, anche questo ultimo modello sul mercato, indottrinandosi del non detto, del vuoto a perdere, del banale e dello scontato, non accorgendosi che la stanno bidonando, ipnotizzando e condizionando.

Metamorfosi della sponsorizzazione

La nostra società, tanto presa a correre dietro al “non conosciuto”, al “non avuto”, sempre più ansiosa di riempire il vuoto incolmabile, ignora l’eccessiva ingerenza degli sponsor sul contenuto delle trasmissioni. La pubblicità è stata ed è tutt’ora oggetto di contestazioni tra carta stampata, radio, cinema e le stesse reti tv, pubbliche e private. Il mercato pubblicitario fa gola a tanti e coinvolge una pluralità di merci e servizi il cui costo, direttamente o indirettamente ricade sul prodotto e cioè sul consumatore. E’ un giro di milioni di euro e per questo la pubblicità in tv è stata dall’inizio regolamentata e si è cercato di disciplinarla. Tante sono le forme di pubblicità alla quale lo spettatore viene assiduamente assoggettato, quale spot, televendite, trailer, videoclip e anche, perché no, pubblicità occulta. La pubblicità nasce alla Rai nel 1957, circoscritta alle trasmissioni serali della durata di 10 minuti. Per rispetto del telespettatore fu, intelligentemente collocata tra il telegiornale e il programma di prima serata.

La comunicazione pubblicitaria televisiva fu regolamentata in maniera tale da non danneggiare la stampa, che anche questa da essa trae le sue risorse.

La legge di riforma della Rai del 1975, all’art.21 stabiliva che gli spazi pubblicitari non potevano superare il tetto del 5% del tempo di trasmissione totale. Il mercato pubblicitario si è organizzato sotto le testate Sipra e Upa. Quest’ultima gestiva circa 400 aziende, vale a dire l’80% della pubblicità circolante in Italia.

Questo dato e non solo, spiega l’invasività, l’aggressività e la prepotenza che si scatena dai monitor durante i programmi di maggiore ascolto, siano essi di intrattenimento, di approfondimento o altro.

Invasività pubblicitaria rende la visione dei programmi sgradevole

Oggi la televisione non ti allunga la vita, oggi ti logora, ti annoia e palesemente dimostra mancanza di rispetto verso il telespettatore. Come?

Alcuni casi esemplificativi:

  • Mentre si sta seguendo un dibattito, nel momento più critico della discussione, ecco la conduttrice che interrompe dicendo, un attimo di pubblicità. Lo schermo cambia colore e si riempie di pannolini, mutande e donne incontinenti.

Cambi canale, ti dicono, se non vuoi vedere. Bene. Si cambio canale, con quale risultato?

  • Altra interruzione dello spettacolo per la pubblicità. Questa volta protesi, creme per la cellulite, intime di push up varie, antidiarroici, crema anti emorroidaria e tante altre belle cose. 

Ciak si cambia nuovamente. Un caso particolare. Un interessante dibattito sui fatti del giorno.

  • E’ il giorno che Trump sganciando i suoi missili ha ucciso Soleimani. Il mondo è ad un passo dalla guerra. La Libia brucia sotto i nostri piedi. Il Medio Oriente è una polveriera. In Puglia 20 mila operai dell’ex Ilva rischiano di perdere il lavoro. Dipendenti dell’Alitalia a rischio licenziamento. La Banca di Bari con 4 miliardi di euro e oltre mancanti. I risparmiatori defraudati in piazza. Il governo sull’orlo di una crisi di sopravvivenza.
  • Orbene, di cosa si discute in studio? Non ci si crede. E’ proprio così. Si discute di Tola Tola, sì, di Tola Tola! Ma cosa avrà fatto mai di male questo paese per essere così ridotto? 

Una amara constatazione:

Vicino a Sipra e UPA nascono nuove società pubblicitarie come Publitalia, la concessionaria Publiepi e altre. L’affare pubblicità ha sempre richiamato gli interessi di forti investitori. Per rendere chiaro il concetto basti dire che nel 2018 Publitalia ha raggiunto un fatturato di 3,401 miliardi di euro. Il fatturato della Sipra nel 2000  si è fermato a euro 1.446 milioni, esiguità  della cifra spiegata con altre forme di entrate..

Assistere oggi giorno ad uno spettacolo televisivo sia esso di intrattenimento, sia un dibattito culturale, politico  o documentario, oppure durante i vari Tg e altro,  è diventato sgradevole e pochi sopportano la continua interruzione per dare spazio alla pubblicità.

Per questo disservizio si deve ringraziare anche il ben noto Parlamento Europeo che nel 2006 espresse voto favorevole al testo della nuova direttiva, recepita dall’Italia nel 2010 con una modifica al Testo unico della radiotelevisione, e così permettendo un’interruzione pubblicitaria ogni 30 minuti e consentendo la pubblicità indiretta.

Conclusione:  Si è doppiamente “cornuti e mazziati”. Prima perché non è più gradevole guardare la televisione, poi perché il costo di tutta quella pubblicità si riversa sul costo dei prodotti e cioè sui consumatori.

Addio all’intrattenimento! Largo alla pubblicità! Così è se vi pare.

(Ha collaborato Miranda Parca)

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Cronaca

Arce, omicidio Serena Mollicone e morte del Brigadiere Santino Tuzi: due facce della stessa medaglia?

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La famiglia del brigadiere dei carabinieri Santino Tuzi è stata ammessa, insieme all’Arma dei carabinieri, come parte civile nel procedimento penale che, se il Gup del Tribunale di Cassino riterrà sufficienti le prove addotte dalla pubblica accusa, si svolgerà a carico del Maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, di sua moglie e di suo figlio Marco, indagati con altri due militari dell’Arma per la morte di Serena Mollicone e per il reato di istigazione al suicidio riguardante appunto la morte del brigadiere Santino Tuzi.

Addentrarsi nel caso del suicidio del brigadiere Santino Tuzi è come avventurarsi nelle sabbie mobili di una palude in cui alla fine si perde il senso d’orientamento. Una donna che dichiara di essere stata l’amante del brigadiere, riferisce il fatto che Santino si sarebbe tolto la vita con un colpo di pistola al petto di cui lei ha sentito la deflagrazione attraverso il cellulare durante una conversazione con Santino, dopodichè il telefonino è stato chiuso.

Il cadavere del brigadiere è stato trovato riverso sul sedile di guida della sua Fiat Marea, con la pistola d’ordinanza posta sul sedile accanto, quello del passeggero. E questi sono gli unici fatti certi, di cui esistono immagini, tranne quelle, che sarebbero state preziosissime, del corpo del brigadiere.

La famiglia, ed in particolare la figlia Maria, nega ogni possibilità che il brigadiere Santino Tuzi avesse una relazione extraconiugale, e che addirittura la ragione del suicidio sia da trovare nell’intenzione della sua amante di lasciarlo per un’altra persona.

L’intervista all’avvocato Rosangela Coluzzi e Maria Tuzi figlia del Brigadiere dei Carabinieri Santino Tuzi

Viene anche posto in dubbio il fatto che il brigadiere, descritto come marito affettuoso, in procinto di andare in pensione per dedicarsi al nipotino, avesse una relazione adulterina.

Viene adombrato il dubbio che qualcuno sia intervenuto nella sua morte, che cioè sia stato ‘suicidato’, dato che a breve sarebbe stato ascoltato in merito alla morte di Serena Mollicone, quale unico testimone che avesse visto Serena, in quella fatidica mattina del primo giugno, entrare nella caserma per non uscirne più, fino a quando il Tuzi era di piantone. Né vogliamo addentrarci qui in considerazioni che sarebbe troppo lungo esperire. L’unico fatto oggettivo è la morte del brigadiere.

È chiaro però un fatto: nessuna indagine scientificamente esatta è stata fatta dai carabinieri o da chi per loro sul luogo della morte di Tuzi, né sono state poste in essere tutte quelle cautele che riguardano una che oggi possiamo definire una scienza esatta, cioè l’esame della scena del crimine.

Non si sa se esistessero due fondine d’ordinanza, né perché sia stato dichiarato che una era stata reperita nell’armadietto del brigadiere, e l’altra sul sedile posteriore dell’auto. Non sono stati fatti esami comparativi con la pistola d’ordinanza, ritrovata sul luogo della morte di Tuzi, dell’ogiva che lo ha ucciso, per stabilire se effettivamente era l’arma del delitto. Non è stato fatto alcun esame per rilevare tracce di polvere da sparo (stub) sulle mani del brigadiere, per vedere se fosse stato lui a sparare.

Non sono stati fatti rilevamenti per stabilire se lo sparo fosse avvenuto nell’abitacolo dell’auto. Ha generato sospetti il fatto che la pistola fosse sul sedile del passeggero, ma nessuno ha chiesto ai carabinieri intervenuti (della caserma di Isola Liri, dove Tuzi era stato da poco trasferito) se per caso avessero toccato l’arma, ne avessero ripulito le impronte e l’avessero spostata; anche se il medico legale prof. Costantino Ciallella ha dichiarato che sparandosi un colpo al petto probabilmente il Tuzi avrebbe potuto impugnare l’arma con ambedue le mani, e quindi il fatto che la stessa sia stata trovata su quel sedile ci sta tutto.

Non si sa perché – e non si sa se – dal caricatore della Beretta mancassero non uno ma almeno due cartucce, né si sa se nell’abitacolo siano stati repertati uno o due bossoli; né gli stessi sono stati esaminati per l’evidenziazione di tracce papillari (impronte digitali) di chi l’avrebbe dovuta materialmente caricare, cioè Santino Tuzi. Questo per cominciare.

La leggenda metropolitana, visto anche che la figlia Maria nega recisamente che il padre avesse un carattere tale da portarlo al suicidio e men che meno per una presunta amante che volesse lasciarlo, fa intendere che il Tuzi sarebbe stato ‘suicidato’ perché teste chiave nel procedimento contro la famiglia Mottola, quale unico testimone di un fatto che non è mai stato accertato senza ombra di dubbio, e cioè che Serena Mollicone quella mattina del primo giugno 2001 sia effettivamente andata in caserma dal maresciallo Mottola. E quindi il ‘suicidio’ porterebbe a ben altri scenari, cioè un crimine commesso per coprirne un altro commesso precedentemente. E questo accuserebbe il maresciallo Mottola e la sua famiglia. La morte di Tuzi è stata comunque archiviata come suicidio, e il capo d’accusa che la riguarda, nei confronti dei cinque imputati, è quello di ‘istigazione al suicidio’.

In tanto marasma, un altro fatto è certo: che nei confronti della morte di Santino Tuzi nessuna indagine è stata fatta, o ciò che è stato fatto è stato fatto ‘con i piedi’, per usare un’espressione corrente. Tanti fatti non sono più verificabili, e non sapremo mai la verità.

Vogliamo, in chiusura, riportare una dichiarazione del professor Carmelo Lavorino, consulente della difesa della famiglia Mottola, già artefice dell’assoluzione del carrozziere Carmine Belli dopo diciassette mesi di isolamento, accusato dello stesso omicidio.  

Carmelo Lavorino: “Poiché risulta che il brig. TUZI era UOMO E CARABINIERE onesto, fermo, coerente, coraggioso, con alto senso della LEGALITÀ e tutore dell’ordine, MAI E POI MAI se avesse realmente assistito a un reato (entrata di Serena Mollicone nella caserma e percezione dell’aggressione ai suoi danni così come dicono gli Inquirenti “rumore della colluttazione al piano superiore tanto che Serena veniva sbattuta con forza contro la porta”) avrebbe permesso tale reato e lo avrebbe taciuto: AVREBBE FATTO SICURAMENTE IL SUO DOVERE. MAI avrebbe omesso di avvertire i superiori provinciali e la Procura sorpassando il m.llo Mottola, MAI si sarebbe reso complice di tale misfatto. QUINDI, il brig. Tuzi, proprio per le sue qualità personali, NON HA VISTO NULLA E A NULLA HA ASSISTITO altrimenti non avrebbe omesso per sette anni la verità ed avrebbe sicuramente salvato Serena Mollicone (la reticenza ripetuta è inganno: un carabiniere ha l’obbligo giuridico di dire la verità e di impedire reati). QUINDI, il brig. Tuzi per complicati e delicati fenomeni e processi psichici ha riferito un qualcosa che MAI ha visto (altrimenti non sarebbe stato reticente) e, per motivi da investigare, ha riferito un qualcosa che MAI ha visto. Per la morte di Tuzi, che gli inquirenti hanno archiviato come suicidio dopo due consulenze medico legali, stiamo attendendo il fascicolo per capire noi, in modo indipendente, come siano andate le cose.”

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Ambiente

Impianto e discarica Roncigliano, tuona Andreassi: “Cara Raggi, caro Zingaretti, Albano non pagherà la vostra incapacità”

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di Luca Andreassi, Professore Università Roma Tor Vergata e consigliere delegato ai Rifiuti del Comune di Albano Laziale

C’è un impianto di gestione dei rifiuti. Uno di quei vecchi TMB in cui entra il rifiuto dei cassonetti stradali ed esce rifiuto che finisce in discarica o incenerito.

L’impianto è quello di Roncigliano ad Albano.

Ed era il 2016 quando andò a fuoco. (Mica solo quello di Roncigliano. Perché gli impianti TMB oltre che inutili – se si fa una buona differenziata – sono anche dannosi).

Ad inizio estate, ci comunicano che i vecchi proprietari del sito industriale di Roncigliano hanno ceduto in locazione ad una terza società un ramo d’azienda.

Guarda caso proprio quello che comprende l’impianto TMB andato a fuoco.

Contestualmente, i nuovi proprietari ci comunicano che è loro intenzione riattivare l’impianto.

Ma come?! – diciamo noi – Non serve un impianto TMB! Un impianto che tratti l’indifferenziato dei cassonetti stradali in una città che è all’82% di differenziata e, comunque in un’area vasta, i Castelli Romani, estremamente virtuosa in termini di differenziazione dei rifiuti!

E poi l’autorizzazione scade ad agosto.

Anche la Regione Lazio la pensa come noi. L’autorizzazione è scaduta. Se proprio i nuovi proprietari vogliono realizzare un impianto TMB che presentino il progetto e attivino tutta la procedura di richiesta autorizzativa.

Fin qui la logica.

Da qui in poi, un susseguirsi di colpi di scena.

A settembre la Regione Lazio, per mano della stessa dirigente che aveva affermato che l’autorizzazione era scaduta (come se fosse una cosa su cui ci possa essere discussione) afferma che “contrariamente a quanto ritenuto e precedentemente affermato”, a seguito della cessione del ramo d’azienda, l’autorizzazione doveva intendersi prorogata. Fino al 2023.
Autorizzando di fatto la rimessa in funzione dell’impianto.

E’ evidentemente una cosa folle.

La Città di Albano pertanto propone ricorso al TAR, con il supporto dell’ Associazione Culturale Contro Tutte Le Nocività, richiedendo la sospensiva. Convinti che la procedura di proroga di un’autorizzazione scaduta effettuata in questo modo abbia dei dubbi di liceità. E richiedendo un intervento immediato perché, come certificato da ARPA Lazio, ufficio tecnico della Regione Lazio (dalla cui penna è uscita la proroga dell’autorizzazione), esistono anche problemi di superamento di sostanze inquinanti nei pozzi spia.

Due giorni fa ci viene notificato la decisione del TAR, ovvero che la nostra richiesta è respinta perché il TAR ritiene che si tratti di una mera volturazione.

Caspita. Mera volturazione. Ma è quello l’oggetto del nostro ricorso! Ovviamente nessun interesse nei confronti dell’impatto ambientale.

Aspettiamo il merito del TAR. Ricorreremo al Consiglio di Stato. Intraprenderemo ogni tipo di protesta che riterremo adeguata ad impedire l’ipotesi di una riapertura.

La situazione di Roncigliano è figlia di una totale assenza di programmazione in materia di gestione dei rifiuti.

Caro Presidente Zingaretti, cara Sindaca Raggi continuate a discutere litigando, o facendo finta di farlo, sull’ubicazione della nuova discarica che dovrebbe risolvere il problema di Roma.

Consapevoli, escludo l’ipotesi alternativa, ovvero che non sappiate di cosa state parlando, che una discarica non risolve assolutamente nulla e che, probabilmente, non serve neanche a gestire l’emergenza romana.

E mentre questo accade, città come Albano che vincono premi su premi e sono all’82% di differenziata diventano vittime di questa totale assenza di programmazione. Non ve lo consentiremo. Albano non pagherà la vostra incapacità.

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