Editoriali
REGGIO CALABRIA E NEW YORK CITY, NDRANGHETA E MAFIA: SCATTATA L'OPERAZIONE ITALO AMERICANA "NEW BRIDGE"
Tempo di lettura 6 minutiVerranno eseguiti i provvedimenti di cattura di alcuni personaggi della organizzazione di New York City, emessi della Magistratura Americana
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Le video immagini dell'operazione
Redazione
Reggio Calabria – Ieri, la Polizia di Stato (Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine e Squadra Mobile di Reggio Calabria), a seguito di complesse indagini, ha dato esecuzione al decreto di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria.
L’indagine, che ha disvelato un’organizzazione criminosa dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti del tipo eroina e cocaina, è stata caratterizzata dalla sinergia tra Autorità Giudiziarie e Investigative Italiane e Statunitensi, nella specie del U.S. Department of Justicee e Federal Boureau of Investigation, e si è sviluppata, sin dall’inizio, in un costante scambio informativo e di proficua collaborazione mediante attività rogatoriali tempestivamente poste in esecuzione grazie al prezioso apporto dell’Ufficio del Magistrato di Collegamento presso l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma.
In particolare, è stata data esecuzione al provvedimento di fermo di indiziati di delitto, emesso in data 5 febbraio u.s. dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti dei sottoindicati soggetti accusati, a vario titolo, di aver preso parte ad un’organizzazione transazionale finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti del tipo eroina e cocaina tra la Calabria e l’America, avente come riferimento la famiglia di ‘ndrangheta degli URSINO di Gioiosa Jonica (RC) e quella mafiosa siciliana dei GAMBINO di New York City, collegata ad un altro gruppo mafioso armato insediatosi nel territorio di Montefalcone di Val Fortore (BN) e zone limitrofe avente lo scopo di commettere una serie di delitti in materia di armi, contro il patrimonio, la vita e l’incolumità individuale, nonché il commercio di sostanze stupefacenti:
1. BRILLANTE Carlo, nato a Montefalcone di Valfortore (BN) il 7 ottobre 1965;
2. CARROZZA Nicola, nato a Marina di Gioiosa Ionica il 24 aprile;
3. CAVOTO Daniele, nato a Benevento il 21 maggio 1986;
4. GERANIO Domenico, nato a Locri (RC) il 1° luglio 1982;
5. IENCO Cosimo, nato a Monroe (U.S.A.) il 29 novembre 1991;
6. IGNELZI Eugenio, nato in Montreal (Canada) il 31 gennaio 1976;
7. LACATUS Daniel, nato in Romania il 7 novembre 1974;
8. MARANDO Cosimo, nato a Gioiosa Ionica (RC) il 3 ottobre 1932;
9. MEMMOLO Andrea, nato a Benevento l’11 settembre 1986;
10. MORABITO Giovanni, detto “u’Scassaporti”, nato a Melito di Porto Salvo (RC) il 26 ottobre 1952;
11. PARRELLI Vincenzo, nato a Locri (RC) il 22 ottobre 1971;
12. PISCIONERI Carlo, nato a Marina di Gioiosa Ionica (RC) il 9 agosto 1969;
13. SIMONETTA Nicola Antonio, nato a Gioiosa Ionica (RC) il 6 luglio 1949;
14. TAMBURELLO Antonino Francesco, detto “Nick”, nato a Partanna (TP) il 7 febbraio 1969;
15. URSINI Mario, nato a Gioiosa Ionica (RC) il 20 aprile;
16. URSINO Francesco, nato a Gioiosa Jonica (RC) il 26 dicembre 1982;
17. VONELLA Francesco, nato a Catanzaro il 23 gennaio 1987;
Le fasi genetiche delle indagini, avviate dal mese di aprile del 2012 congiuntamente da codesto Servizio e da questa Squadra Mobile, si dipanano da un incontro avvenuto a Brooklyn (U.S.A.) tra LUPOI Franco ed il suocero SIMONETTA Nicola Antonio, indicato quale organico di un potente gruppo criminale della Calabria avente come base logistica Marina di Gioiosa Jonica, nel corso del quale si programmava la gestione un vasto traffico internazionale di sostanze stupefacenti tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, attraverso il porto di Gioia Tauro.
Dopo l’incontro di Brooklyn, grazie alle numerose intercettazioni telefoniche avviate sulle utenze riferibili all’entourage familiare di LUPOI Franco e SIMONETTA Nicola Antonio, emergeva il piano criminale del SIMONETTA, atteso che, dopo il suo rientro in Italia, egli aveva immediatamente avviato una serie di “singolari” contatti con alcuni parenti di suo genero, nonché con URSINO Francesco – figlio del noto URSINO Antonio, ‘alias “Toto”, nato a Gioiosa Jonica l’8 novembre 1949, capo ‘ndrangheta attualmente detenuto – al fine di predisporre la rete necessaria per l’approvvigionamento di droga da inviare in America.
Fin dalle fasi iniziali delle indagini è emersa le figura di PARRELLI Vincenzo, cugino di LUPOI Franco, il quale era in contatto col predetto SIMONETTA per accordarsi circa il traffico di stupefacenti.
Il contesto di riferimento ruota principalmente attorno all’area di Gioiosa Jonica e buona parte dei personaggi indicati sono legati direttamente o indirettamente ad una organizzazione di tipo ‘ndranghetistico che fa capo alla cosca URSINO; difatti, l’indagine ha consentito di individuare un legame, a doppio filo, tra famiglie di ‘ndrangheta, con particolare riguardo alla citata famiglia di Gioiosa Jonica e alcuni personaggi italo-americani, insediati a New York City, di chiara estrazione mafiosa.
In questo senso, è stato fondamentale per l’avvio delle indagini il contributo di un Agente Statunitense sotto copertura, il cui pseudonimo era quello di “Jimmy”, che grazie a un suo fiduciario, è riuscito a infiltrarsi nelle cosche newyorkesi ed a intrecciare rapporti con LUPOI Franco. Ciò ha consentito di svelare un’attività diretta ad assicurare un’esportazione di sostanza stupefacente del tipo eroina dalla Calabria a New York.
In questo senso, i personaggi calabresi hanno posto in essere operazioni funzionali al reperimento di eroina da mettere a disposizione dei partners statunitensi, acquistando stupefacente del tipo eroina sia nel versante Jonico-Reggino, dalla nota famiglia di ‘ndrangheta dei MORABITO di Africo (RC) facente capo a MORABITO Giovanni detto “U Scassaporti”, che nel Nord Italia.
E’ stato di fondamentale importanza il sequestro di un chilo e mezzo di eroina, avvenuto a Reggio Calabria il 27 agosto 2012, che URSINO, LUPOI e GERANIO Domenico consegnavano all’agente Jimmy, nella veste di interposta persona o comunque di ausiliario di Ufficiali di P.G. nominati agenti sotto copertura ai sensi dell’art. 9 Legge 146/06 dalla Direzione Centrale Servizi Antidroga (D.C.S.A.), a seguito dell’avvenuto pagamento di un corrispettivo pari a 30.000.
Una seconda tipologia di attività ha permesso, in maniera inequivocabile, di individuare le modalità fattuali con le quali importare lo stupefacente del tipo cocaina attraverso il calabrese CARROZZA Nicola; questi, infatti, aveva preso parte ai dialoghi dai quali si evince che URSINO avrebbe elargito un prestito di poche migliaia di euro a PISCIONERI Carlo, un imprenditore nel settore ittico, al fine di aderire al loro progetto. In buona sostanza l’intendimento dei sodali era quello per cui sarebbe stata allestita una attività commerciale (lecita) che doveva fungere da schermo per la importazione e ciò mediante una impresa dedita al commercio di prodotti ittici.
Va evidenziato che la creazione di un canale per l’importazione in Italia di cocaina vedeva sempre come protagonisti, sul fronte americano, LUPOI Franco e, sul fronte italiano, tra gli altri URSINO e GERANIO. In quel contesto, LUPOI, nei periodi in cui si trovava negli Stati Uniti, si serviva di tale PARRELLI Rocco per fungere da “ambasciatore” dei messaggi afferenti il programmato traffico.
Secondo il programma criminoso, le famiglie calabresi avrebbero acquistato circa 1 milione di euro di cocaina. La droga sarebbe dovuta partire da un mercantile della Guyana per arrivare a Gioia Tauro, stivandola in partite di pesce surgelato.
Un importante riscontro circa il reale oggetto delle trattative è stato offerto da un’operazione di polizia (avvenuta tra il 12 e il 19 novembre 2012), posta in essere in Malesia che ha inciso sull’iter dell’organizzazione della fornitura di droga ostacolando i “programmi” dell'organizzazione italiana e di quella americana in quanto sono stati sequestrati di circa 76 kg lordi di cocaina in Malesia nei confronti di esponenti dell'organizzazione fornitrice di cocaina della Guyana.
A seguito dell’arenarsi delle attività dirette all'importazione di cocaina attraverso il canale della Guyana, le indagini permettevano di individuare ulteriori proiezioni del traffico internazionale di stupefacenti.
E invero gli esponenti della famiglia di New York, in particolare LUPOI e VALENTE Raffaele, facevano giungere in Italia, nel mese di aprile del 2013, un loro conoscente di nome TAMBURELLO Francesco Antonio, detto Nik, che, in quel periodo, era stato espulso dagli Stati Uniti d’America. Il coacervo indiziario permetterà di dimostrare come LUPOI e VALENTE abbiano “affidato” il TAMBURELLO ad un’organizzazione criminosa di stanza nel territorio beneventano finalizzata non solo a commettere reati in materia di stupefacenti. In questo contesto, poi, è emerso un collegamento tra il gruppo criminoso di Gioiosa Jonica (RC) e quello beneventano che è stato rafforzato al punto che i singoli associati sono stati sottoposti a un vincolo più profondo, contrassegnato da affiliazioni e riti tipici di quelli di stampo mafioso.
L’indagine ha permesso di dimostrare chiaramente il ruolo di TAMBURELLO di fungere da collante con i più svariati gruppi criminosi e di sfruttare le proprie pregresse frequentazioni in altrettanto criminosi ambienti americani dove aveva potuto condividere gli stessi interessi. E d’altronde non è un caso se il predetto riusciva a interloquire con personaggi in contatto con narcotrafficanti sudamericani. In questo contesto deve essere messo in risalto il viaggio del TAMBURELLO alle Bahamas (settembre 2013), utilizzando la copertura economica che avrebbero assicurato LACATUS Daniel e un tale “Angelo” (poi identificato in HALILI Bledar) per acquistare il biglietto aereo, al fine di poter stringere accordi con fornitori di stupefacenti.
A seguito del viaggio alle Bahamas, TAMBURELLO manteneva i contatti sia con i beneventani che con i calabresi ed, a partire dal 21 settembre 2013, egli tramite LUPOI, cominciava a intrattenere rapporti anche con PARRELLI Vincenzo, fino a recarsi in Calabria, a Gioiosa Jonica, insieme ad IGNELZI Eugenio, il successivo 26 settembre, per mettere in atto i propri progetti criminosi.
Le attività di indagine hanno fatto emergere altresì i connotati mafiosi dell’associazione facente capo a BRILLANTE Carlo. In alcuni dialoghi intercettati, uno degli appartenenti al gruppo “beneventano”, VONELLA Francesco faceva riferimento a un giuramento di sangue esistenti all’interno del gruppo ed indicava i personaggi di spicco del clan in BRILLANTE Carlo, VALENTE Raffaele e AMABILE Michele. Il VONELLA, poi, addirittura parlava di simboli per il riconoscimento degli adepti al gruppo, quali un anello, un “collanone” e un bracciale.
Occorre sottolineare che nel provvedimento di Fermo sono confluiti gli esiti della Commissione Rogatoria richiesta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria al U.S. Department of Justice di New York City, volta a potere disporre del materiale acquisito dall’agente sotto copertura Jimmy.
In parallelo, negli Stati Uniti, sono stati eseguiti provvedimenti di cattura per il reato di riciclaggio nei confronti di 7 persone residenti in New York e precisamente:
Charles Centaro (riciclatore legato alla famiglia Gambino)
Franco Lupoi (trafficante di stupefacenti legato alla famiglia Gambino e in collegamento diretto con la famiglia Ursino)
Charles Fasarakis (funzionario della Alma Bank di New York)
Dominique Ali (riciclatore collegato a Lupoi e alla famiglia Gambino)
Alexander Chan (mediatore per gli acquisti di cocaina per conto di Lupoi e del cartello sudamericano)
Valente Raffaele (sodale di Lupoi legato ai Gambino, responsabile della costituzione del sodalizio mafioso in provincia di Benevento)
Freddy (fornitore delle partite di eroina e mediatore per gli acquisti di cocaina con il cartello sudamericano)
verranno eseguiti i provvedimenti di cattura di alcuni personaggi della organizzazione di New York City, emessi della Magistratura Americana.
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Editoriali
Federica Torzullo e Federica Mangiapelo: la legge sul femminicidio cambia tutto, ergastolo per Carlomagno e stop alle scappatoie
Published
2 giorni faon
21 Gennaio 2026
La vicenda di Federica Torzullo, uccisa brutalmente ad Anguillara Sabazia, rappresenta un punto di svolta nella giustizia italiana. Non si tratta più di un semplice omicidio, ma di un femminicidio, reato introdotto di recente nel codice penale che cambia radicalmente il destino del presunto colpevole, Claudio Carlomagno. Grazie alla nuova legge voluta dal governo Meloni, chi commette un femminicidio rischia l’ergastolo senza attenuanti, eliminando ogni spazio di interpretazione che in passato poteva alleggerire la pena.
Il caso di Federica Mangiapelo: la legge vecchia in azione
Questa normativa assume ancora più peso se la confrontiamo con il caso di Federica Mangiapelo, la 16enne di Anguillara Sabazia trovata morta sulla riva del lago di Bracciano la notte di Halloween del 2012. L’assassino Marco Di Muro, che aveva tolto la vita a Federica con modalità efferate, venne condannato a soli 14 anni di carcere grazie alla concessione delle attenuanti generiche. Di Muro uscirà di prigione il prossimo anno.
Al 2026, Marco Di Muro ha scontato circa 8 anni di carcere effettivo a seguito della condanna definitiva.
Ecco la cronologia della sua detenzione:
- Sentenza definitiva: Nel dicembre 2017, la Corte di Cassazione ha confermato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Federica Mangiapelo.
- Inizio detenzione: Dopo la sentenza definitiva del 2017, è stato condotto in carcere per espiare la pena residua. Precedentemente, nel 2014, era stato sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
- Stato attuale (2026): Risulta ancora in fase di espiazione della pena. Nonostante la condanna a 14 anni, il periodo trascorso in carcere può essere influenzato da benefici di legge, come la liberazione anticipata (sconto di 45 giorni ogni sei mesi per buona condotta).
La differenza con il caso di Torzullo è netta: fino a pochi anni fa, la legge italiana non prevedeva il femminicidio come reato autonomo e richiedeva di dimostrare premeditazione e crudeltà per infliggere le pene più severe. Ciò consentiva, purtroppo, di ridurre significativamente la condanna, aprendo vie di fuga giuridiche che oggi non esistono più.
Il caso Mangiapelo mostra quanto fosse insufficiente la legge precedente nel garantire giustizia e protezione alle vittime di violenza domestica o di genere. La pena, di soli 14 anni, non rifletteva la gravità del crimine e lasciava spazio a un senso di ingiustizia sociale e legale.
Il dramma di Federica Torzullo
Federica Torzullo è stata trovata morta in circostanze agghiaccianti. Colpita ripetutamente e poi occultata in una buca scavata con un mezzo meccanico nella proprietà di famiglia, il suo corpo mostrava segni evidenti di violenza estrema. Oggi, con la nuova legge sul femminicidio, il reato contestato a Claudio Carlomagno è chiaro: uccidere una donna nell’ambito di un contesto di controllo, possesso o prevaricazione costituisce femminicidio aggravato, con pena automatica dell’ergastolo.
Prima dell’introduzione di questa legge, situazioni simili a quella di Federica Torzullo potevano dare spazio a spiegazioni e attenuanti. Era necessario provare premeditazione o crudeltà estrema. Difensori e imputati spesso riuscivano a ridurre le pene sostenendo raptus, stati emotivi, gelosia incontrollata o altri fattori psicologici. Oggi, invece, nessuna giustificazione è più accettata: chi commette femminicidio paga con la pena massima prevista dalla legge.
Cosa cambia con la legge sul femminicidio
L’introduzione dell’articolo 577‑bis nel codice penale ha ridefinito completamente il quadro. Il femminicidio è oggi reato autonomo, e per la condanna non è necessario provare premeditazione o crudeltà: basta il fatto di aver ucciso una donna per motivi legati alla sua autonomia, al rifiuto di una relazione o a dinamiche di possesso e controllo.
In pratica:
- Non esiste più la possibilità di attenuanti ordinarie.
- Non serve discutere stati emotivi, raptus o psicologia dell’imputato.
- La pena prevista è l’ergastolo.
Nel caso di Claudio Carlomagno, la legge si applica con rigore. Il reato, è indubbiamente quello di Femminicidio – oltre ad altri reati commessi da Carlomagno come l’occultamento di cadavere – quindi possono esserci scappatoie o interpretazioni di sorta: la condanna sarà quella prevista dalla nuova legge e la giustizia non potrà più concedere riduzioni significative della pena, come avvenuto nel caso Mangiapelo.
Impatto sulla giurisprudenza e sulla sicurezza delle donne
La vicenda Torzullo segna un punto di svolta nella giustizia italiana. La legge sul femminicidio garantisce certezza della pena, elimina interpretazioni soggettive e invia un messaggio chiaro: la violenza contro le donne non sarà più tollerata, e chi la commette pagherà con la massima severità.
Questo cambiamento legislativo ha implicazioni importanti per la sicurezza e la tutela delle donne. Ogni caso di violenza domestica o di genere che sfocia in omicidio sarà giudicato secondo criteri rigorosi, senza la possibilità di attenuanti legate a raptus, gelosia o problemi psicologici del colpevole.
La differenza tra ieri e oggi
Confrontare i casi Torzullo e Mangiapelo rende evidente quanto la legge sul femminicidio rappresenti un cambio di paradigma:
- Nel caso Mangiapelo, la legge vecchia ha permesso all’assassino di uscire dal carcere dopo soli 12 anni.
- Nel caso Torzullo, la nuova legge garantisce che l’autore del crimine affronti l’ergastolo immediato, senza giustificazioni.
È un cambiamento radicale che sottolinea la volontà dello Stato italiano di non lasciare spazio a scuse o attenuanti. La giustizia diventa severa, chiara e immediata.
Il messaggio della legge: zero tolleranza
La legge sul femminicidio è un segnale forte: la violenza di genere non è più trattata come un fenomeno marginale o con possibilità di attenuanti. Lo Stato stabilisce che ogni femminicidio deve essere perseguito con la massima severità, e chi lo commette deve essere condannato a pena massima.
Federica Torzullo diventa così simbolo di un cambio culturale e giuridico nella società italiana: non ci saranno scuse per chi uccide una donna, e la certezza della pena diventa reale e tangibile.
I casi di Federica Torzullo e Federica Mangiapelo mostrano chiaramente la differenza tra la vecchia e la nuova legge. Nel primo caso, la giustizia non lascia margini di manovra: chi uccide una donna paga con l’ergastolo. Nel secondo, le falle della legge vecchia hanno permesso all’assassino di uscire dal carcere troppo presto.
La legge sul femminicidio cambia tutto: certezza della pena, protezione delle donne e giustizia senza compromessi. Ogni donna uccisa oggi rappresenta la necessità di applicare questa legge con rigore, e ogni condanna serve a ricordare che la violenza di genere non sarà più tollerata.
Editoriali
Legge anti-maranza: basta sconti, le città non possono più essere ostaggio dei delinquenti
Published
1 settimana faon
14 Gennaio 2026
Il governo Meloni propone norme dure contro chi gira armato e semina violenza: serve una legge che impedisca ai giudici di giustificare o alleggerire le pene a chi ha già invaso le nostre strade e terrorizza i cittadini
C’è un momento in cui uno Stato deve smettere di giustificare, comprendere, spiegare. Deve semplicemente proteggere. La proposta di legge cosiddetta “anti-maranza”, voluta dal governo Meloni e ora al vaglio del Parlamento, nasce esattamente da questa esigenza: restituire sicurezza ai cittadini onesti e togliere le città dalle mani di bande di bulli armati che da troppo tempo agiscono nell’impunità quasi totale.
Perché di questo si tratta. Non di disagio giovanile, non di folklore urbano, non di “ragazzi che sbagliano”. Ma di delinquenza organizzata di strada, fatta di coltelli, spranghe, machete, rapine, pestaggi, aggressioni gratuite e spesso mortali. Una violenza che ha già mietuto troppe vittime e che continua a farlo mentre una parte della politica e della magistratura discute di attenuanti, contesti sociali e percorsi rieducativi.
Le nostre città sono diventate ostaggio. Stazioni, metropolitane, piazze, centri storici, periferie: ovunque gruppi di cosiddetti “maranza” girano armati, intimidiscono, colpiscono. Non hanno paura della legge perché la legge non fa più paura. Arrestati la sera, rilasciati la mattina dopo. Denunciati decine di volte, ma sempre in strada. Una giustizia che entra in scena solo per spiegare perché non può intervenire davvero.
La proposta del governo va nella direzione giusta: disarmare chi gira armato, colpire duramente il porto di armi improprie, rafforzare le misure di prevenzione e repressione. Ma non basta. E qui il Parlamento ha una responsabilità enorme. Questa legge deve diventare una svolta vera, non l’ennesimo testo annacquato da emendamenti, cavilli, ghirigori giuridici e scappatoie interpretative che permettono ai giudici di rimettere in libertà questi soggetti dopo poche ore.
Serve il coraggio di dire una cosa semplice e impopolare nei salotti buoni: chi gira armato deve finire in galera. Punto. Senza sconti di pena, senza sospensioni, senza affidamenti ai servizi sociali, senza giustificazioni sociologiche. Chi viene trovato con un coltello o un’arma impropria in tasca non è un povero ragazzo in difficoltà, è una minaccia pubblica.
E non si venga a dire che “il carcere non rieduca”. Intanto protegge. Protegge le vittime potenziali, protegge i cittadini, protegge i ragazzi normali che vogliono vivere le città senza paura. La rieducazione, se possibile, venga dopo. Ma prima viene la sicurezza. Prima viene il diritto a tornare a casa vivi.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga lista di aggressioni, accoltellamenti, rapine finite nel sangue. Giovani e giovanissimi colpiti per un telefono, per uno sguardo, per una parola di troppo. Famiglie distrutte mentre i responsabili, spesso, sono tornati liberi in tempi record. Questo non è garantismo: è resa dello Stato.
La legge “anti-maranza” deve quindi essere senza ambiguità. Deve prevedere pene severe, certe, immediate. Deve limitare drasticamente la discrezionalità che oggi consente di svuotare le carceri mentre le strade si riempiono di violenza. Deve impedire che cavilli procedurali, interpretazioni creative o automatismi buonisti trasformino ogni arresto in una barzelletta.
Perché c’è un’altra verità che nessuno osa dire: l’impunità genera emulazione. Se i delinquenti sanno che non succede nulla, continueranno. Se sanno che finisce con una denuncia e una pacca sulla spalla, alzeranno il livello dello scontro. Se invece sanno che li aspetta il carcere vero, subito e senza scorciatoie, qualcosa cambierà.
Non è una questione ideologica. È una questione di ordine pubblico. E di civiltà. Uno Stato che non difende i suoi cittadini perde legittimità. Una giustizia che tutela più chi delinque che chi subisce diventa incomprensibile, distante, ostile.
Ora il Parlamento ha davanti a sé una scelta chiara: o stare dalla parte delle vittime, delle famiglie, dei cittadini stanchi di vivere nella paura, oppure continuare a proteggere un sistema che ha già dimostrato di non funzionare. Ogni indebolimento della legge, ogni “ma”, ogni “però”, ogni deroga sarà una responsabilità politica precisa.
La legge “anti-maranza” può essere l’inizio di una inversione di rotta. Ma solo se sarà dura, netta, inequivocabile. Senza sconti. Senza scorciatoie. Senza alibi. Perché le città non possono più aspettare. E i cittadini nemmeno.
Cronaca
Roma, Bologna, Milano: l’Italia sotto assedio. È ora di usare il pugno duro!
Published
2 settimane faon
12 Gennaio 2026
Non si può più girare la testa dall’altra parte. La notte di violenza nella zona della stazione Termini a Roma, con due aggressioni brutali a distanza di un’ora, è l’ennesima testimonianza di un fenomeno che da tempo sta diventando sistemico nelle principali città italiane. Prima, in via Giolitti, un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato aggredito da un gruppo di sette‑otto persone, pestato con tale ferocia da finire ricoverato in terapia intensiva, intubato e con gravi fratture al volto. Solo un’ora dopo, nella vicina via Manin, un giovane rider di 23 anni è stato picchiato in circostanze simili. Decine di persone controllate, fermi e verifiche all’ufficio immigrazione non bastano più a dare un’idea di quale sia il prezzo reale pagato dai cittadini per un problema di sicurezza che si espande come un’ombra inquietante.
È vero, le forze dell’ordine sono intervenute con prontezza, ma la domanda che si pone con forza è un’altra: quanto deve ancora durare questa situazione prima che il governo decida di agire con il pugno duro? Non sono singoli episodi isolati, ma una catena di violenze che si ripete, a Roma come altrove.
Negli ultimi giorni si sono moltiplicati anche i casi in altre grandi città. A Bologna, un uomo è stato aggredito in pieno centro mentre rincasava, colpito ripetutamente senza un apparente motivo se non la cieca volontà di fare del male. La scena si è consumata tra lo sconcerto dei passanti, testimoni di una violenza gratuita che tutti fingono di non vedere ma che è lì, palese, sotto gli occhi di chiunque transiti in una piazza, un corso o una stazione.
Milano, città spesso celebrata come modello di ordine e sviluppo, non è da meno. Solo qualche giorno fa, in una delle zone più frequentate della movida milanese, un gruppo di giovani senza alcuna causa apparente ha aggredito un passante, lasciandolo con ferite e lividi, e poi si è disperso tra i vicoli come se nulla fosse. Altrove, cittadini impegnati in attività quotidiane – tornare a casa, prendere un taxi, aspettare un autobus – si trovano a fare i conti con la paura, con il timore che una serata tranquilla possa trasformarsi in un incubo.
La somma di questi episodi porta a una sola conclusione: l’inerzia non è più tollerabile. Parlare di interventi strutturali non è più un esercizio retorico, ma un’urgenza concreta. Il governo, di qualunque colore politico, deve finalmente prendere atto che parole come “sicurezza”, “ordine pubblico” e “tolleranza zero” non possono essere slogan elettorali, ma mantra di un’azione politica coerente e ferma.
Pattuglie stabili nelle aree più critiche, sistemi di videosorveglianza potenziati, controlli mirati e costanti e, soprattutto, pene certe e immediate per chi aggredisce, ferisce o intimidisce chi vive, lavora o transita nelle città italiane. Non si può continuare ad assistere impotenti a scene che sembrano appartenere a città in conflitto piuttosto che a comunità civili e democratiche.
Il governo deve capire che la sicurezza non è un optional, non è una variabile da rimandare. È un diritto fondamentale dei cittadini, uno dei pilastri su cui si fonda la vita quotidiana di milioni di persone. Chiunque scelga di delinquere deve sapere che le conseguenze saranno immediate e severe, non un rinvio, non una multa simbolica e non un commento di circostanza.
Italia, sveglia. Bologna, Milano, Roma e tutte le altre città meritano di essere luoghi in cui si può camminare senza timore, lavorare con serenità e guardare al futuro senza il peso costante della paura. È arrivato il momento che chi governa dimostri con i fatti, non con le parole, che la sicurezza è una priorità nazionale. Il pugno duro non è una minaccia, è una necessità per la sopravvivenza civile di questo paese.
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