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Resident Evil 2, il remake di Capcom è un capolavoro

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Il remake di Resident Evil 2 è finalmente realtà. Capcom l’ha fatto davvero e ha superato di gran lunga le aspettative dei fan lanciando, su pc, Xbox One e Ps4, un titolo completamente rivisitato, ma che mantiene il pieno rispetto di tutto ciò che c’era di buono nel gioco originale. Quindi non un prodotto con solo una veste grafica del tutto nuova, ma un remake con una visuale di gioco più moderna, enigmi migliorati, senza nessun tempo di caricamento ogni volta che si apre una porta e con una trama più approfondita. Se a questo si aggiungono nuovi filmati, nuove aree di gioco e un gameplay assolutamente sensazionale, viene da sé che Resident Evil 2 in versione 2019 rende onore al prodotto originale, regalando le stesse emozioni che si provavano 21 anni fa. Il più grande merito dell’opera di Capcom risiede nel fatto che con la sua uscita, non solo chi ha avuto la fortuna di giocare all’originale potrà rivivere le stesse emozioni di un tempo, ma la nuova generazione di gamers potrà apprezzare quello che è stato il trampolino di lancio a livello di trama per i capitoli successivi della serie. E lo potrà fare giocando a un titolo moderno, fluido ed estremamente al passo con i tempi. Dopo questa breve, ma doverosa introduzione passiamo all’analisi di Resident Evil 2. Sono passati appena due mesi dall’incidente di Villa Spencer, dal primissimo scontro col l’orrore biologico scatenato dalla follia dell’Umbrella Corporation. Una volta avviato il gioco bastano appena 10 minuti, il tempo di assistere al primo incontro tra Leon S. Kennedy e Claire Redfield, per cogliere i tratti della dichiarazione d’intenti di Capcom per questo capitolo. Nella tetra penombra di una stazione di servizio appena fuori i confini di Raccoon City, lo sviluppatore comincia sin da subito a calcare i tratti della sua promessa: quella di dare una nuova vita a incubi vecchi di vent’anni. Prima che un’autocisterna fuori controllo arrivi a separare Leon e Claire, segnando l’inizio della loro discesa verso le profondità della città in rovina, una sequenza introduttiva giocabile mette subito in chiaro quale sia l’obiettivo di Capcom per il suo remake e, cosa apprezzabile solo da chi ha giocato l’originale, mette in mostra le prime fantastiche differenze rispetto al passato. Se gran parte degli eventi raccontati in Resident Evil 2 seguono la sceneggiatura originale del gioco, le nuove esigenze narrative dell’utenza hanno offerto alla software house una preziosa opportunità per reinterpretare, con grande rispetto e cura, alcuni dei momenti chiave della trama. Una revisione che si traduce in una messa in scena d’effetto, composta di cutscene che strizzano l’occhio alla cinematografia di genere e traggono forza da una fotografia a dir poco sensazionale volutamente cruda e avvolgente. La regia virtuale ammalia i sensi del giocatore alternando momenti di grande dinamismo e rimandi alle inquadrature fisse tipiche della serie, assecondando le necessità di un copione che punta chiaramente a ridefinire i tratti dei suoi protagonisti, con una caratterizzazione più approfondita e meno macchiettistica. L’obiettivo, a nostro avviso centrato in pieno, è quello di costruire un racconto più intenso e credibile. Muovere i primi passi dopo aver varcato le soglie della stazione di polizia fa correre un brivido gelido lungo la schiena, un brivido fatto di ricordi e sensazioni già conosciute, emozioni che hanno fatto da sottofondo a un’avventura che ha segnato le vite dei giocatori più attempati. La scelta di non riproporre pedissequamente i tragitti già percorsi, senza però abbandonare i ritmi e le caratteristiche del DNA ludico della serie, è a nostro avviso un espediente davvero ben realizzato. Chiunque vorrà arrivare alla fine vivo e scoprire gli orrori che hanno portato all’apocalisse di Raccoon City, proprio come accadeva 21 anni fa.

Resident Evil 2 è ancora un survival horror in terza persona “puro” che non sfocia mai nell’action frenetico a discapito del ragionamento e della risoluzione degli enigmi. Enigmi che trovano in questo remake una contestualizzazione ben più verosimile di quella di un tempo, dimenticando statue da ricollocare e lampadine da accendere secondo un ordine preciso. Tale approccio, nell’economia generale di gioco, dà vita a due grandi vantaggi: da una parte impedisce che gli esperti del capitolo originale subiscano il logoramento di un costante “déjà vu”, e dall’altra rende più intuitiva la risoluzione dei rompicapo, senza per questo banalizzarli. Quest’ultimo aspetto, tra l’altro, influisce positivamente sul ritmo dell’avanzamento, limitando al minimo i tempi morti generati dalla sensazione di smarrimento che si ha quando non si sa come proseguire. Un’accelerazione a cui contribuisce anche, come già detto all’inizio, la totale assenza di sequenze di caricamento tra una stanza e l’altra con porte scricchiolanti che si aprono a interrompere il flusso dell’azione. Nel complesso insomma, tutte le operazioni di “restauro” del gameplay volute da Capcom sono state pensate per supportare al meglio la “qualità della vita” dei giocatori e svecchiare le meccaniche che avrebbero appesantito la giocabilità e annoiato i gamers odierni. Ottimo ad esempio l’idea di inserire le zone della mappa che cambiano colore una volta raccolti tutti gli oggetti nell’area (dinamica presente già nel Rebirth del primo capitolo), o la spunta rossa che appare quando una chiave ha esaurito la sua utilità e può essere tranquillamente scartata dall’inventario. Queste sono modifiche che, all’atto pratico, non danneggiano in alcun modo le sfumature hardcore dell’esperienza, ma si limitano a migliorarne la fruibilità generale affiancandola agli standard dell’industria contemporanea. Così facendo l’anima di Resident Evil 2 che mette gli utenti in bilico tra la necessità di risparmiare risorse preziose e la snervante ostilità del mondo di gioco è completamente intatta e la tensione resta viva proprio come 21 anni fa. In questo nuovo remake del classico del 1998 grande attenzione è stata data al comparto sonoro, la quasi totale assenza di accompagnamento musicale, eccezion fatta per specifici momenti e sequenze, massimizza gli effetti ansiogeni di una sinfonia di sinistri scricchiolii e versi gutturali, interrotta di tanto in tanto per fare spazio al forsennato calpestio di un abominio in avvicinamento. Non solo in Resident Evil 2 il suono è un’inesauribile fonte di sgomento, ma gli sviluppatori sono riusciti a integrarlo con astuzia in ogni aspetto del gameplay. Esempio culminante sono i Licker, i quali non attaccano il protagonista se questo si muove tanto lentamente da non emettere alcun rumore percepibile, aprendo la strada ad approcci più stealth. Ma la brillante crudeltà del sound design fa sì che i loro versi disarticolati si facciano improvvisamente più intensi quando il personaggio si trova nelle loro immediate vicinanze, con l’intenzione di spingere il giocatore a calcare bruscamente il pollice dando il via a uno scatto rivelatore. Tremendo è anche l’incedere del possente Tyrant T-103, i cui passi si fanno ben presto una compagnia costante, che anticipa l’arrivo di un pericolo dall’immonda crudeltà. In questo senso, l’audio binaurale si conferma una delle armi più efficaci in mano agli uomini di Capcom, che sono riusciti a modellare un vero e proprio inferno fatto di atmosfere che, per la gran parte dell’avventura, lasciano con il fiato sospeso, la bocca aperta e gli occhi sgranati. Squisito poi il doppiaggio tutto in lingua italiana che rende l’avventura ancora più immersiva e di facile comprensione anche per chi non conosce l’inglese.

A livello di gameplay, poi, l’ottimo sistema di shooting messo in piedi per questo remake di Resident Evil 2 non ammette errori. La precisione delle armi, modificabili scovando kit nascosti, è fortemente influenzata sia dal tempo speso per inquadrare il bersaglio, sia dalla lentezza dei movimenti della levetta, e capita spesso che una pressione istintiva si traduca in un colpo a vuoto. Essendoci una quantità limitata di munizioni, ed essendo necessario un buon numero di proiettili per abbattere i non morti e gli altri abomini, lo spreco di colpi risulta essere un “danno” grave. Inutile sottolineare che, in linea con quanto accadeva nel lontano 1998, quasi tutti i nemici hanno poi la spiacevole tendenza a rialzarsi nel caso in cui i colpi sparati non siano precisi in testa. Tale comportamento porta quindi a dover approfittare dei movimenti lenti degli zombi per poter fuggire senza dover utilizzare un numero maggiore di munizioni. Inutile dire che trovarsi dinanzi a un boss sguarnito di colpi si traduce in morte certa. Sempre parlando di boss fight possiamo dire che queste si attestano generalmente su buoni livelli e rappresentano un netto passo avanti rispetto alle controparti viste nel 1998. Un complimento che si può estendere senza fatica anche a un level design ispirato e leggibile, che rispecchia pienamente le ambizioni di Capcom per la produzione. Questo nuovo Resident Evil 2 infatti non solo porta su schermo una rivisitazione interessante della capitale dell’impero Umbrella, ma lo fa assemblando un complesso di ambientazioni di grande impatto scenico, senza mostrare mai tentennamenti sui fronti della navigabilità e della caratterizzazione. La nuova avventura di Capcom garantisce poi al pubblico un corposo quantitativo di dettagli inediti, allargando l’abbraccio della narrazione per dare maggiore consistenza ad eventi e personaggi, come il capo della polizia Irons e la straziante vicenda del proprietario del negozio di armi. Apprezzabile anche il modo in cui il team di sviluppo ha sintetizzato e ridefinito le sequenze di Ada e Sherry, ora dotate di un’identità più riconoscibile. Ognuna delle due sezioni, infatti, si apre a interessanti variazioni sul tema della sopravvivenza horror, focalizzandosi ora sulla risoluzione degli enigmi, ora sullo stealth puro. Quella di Sherry porta poi nell’unica location totalmente nuova del titolo: un inquietante orfanotrofio sulla cui storia non vogliamo rivelare nulla. Questo spettrale ricettacolo di sogni infranti ci offre un eccellente palcoscenico per svelare che, sì, esistono effettivamente due scenari per ciascun protagonista. E’ bene sottolineare che a differenza dell’originale, il remake di Resident Evil 2 non contempla nessuna interazione dinamica tra le campagne di Leon e Claire (Claire 1 e Leon 1, Claire 2 e Leon 2). Optando per un prima run in compagnia dell’audace studentessa, ad esempio, ci si troverà a seguire un percorso che, in particolar modo all’inizio e sulle battute conclusive, mette in scena qualche piccola ma significativa differenza rispetto alla medesima campagna giocata in seconda battuta. Va sottolineato che, a prescindere da quale avventura si decida di giocare e dall’ordine scelto, le sfide proposte dal gameplay nelle diverse location saranno sempre fondamentalmente le stesse. Questo nodo chiave, unito alla necessità di affrontare almeno uno “scenario 2”, sbloccato dopo il primo completamento, per accedere al vero finale, fa sì che il secondo playthrough perda una fetta notevole della sua potenza. Come di consueto, l’arrivo dei titoli di coda coincide con l’attribuzione di un rango, che va da E a S, alle imprese degli utenti, che determina lo sblocco di ricompense speciali. E se questo non bastasse a convincervi del fatto che il Resident Evil 2 ha tutto il potenziale per essere un gioco che garantisce una longevità di alto livello, sappiate che l’offerta ludica comprende anche diverse modalità extra, tra cui l’iconica “The 4th Survivor”.

Si tratta, come intuibile, di una modalità sopravvivenza che spinge i giocatori a ripercorrere tutte le principali tappe della campagna nei panni di Hunk, un agente speciale dell’Umbrella, con risorse limitatissime da centellinare con letale efficienza contro una quantità semplicemente fenomenale di nemici. Ecco, se già il livello di difficoltà standard della campagna riesce a offrire un buon grado di sfida, e quello estremo lo raddoppia senza sforzo, sappiate che si tratta di solo di un piccolo assaggio rispetto alle prove che si celano nel menù degli extra. E’ bene sottolineare poi che al contenuto preesistente del titolo si aggiungono sfide extra e collezionabili da individuare e distruggere, che sbloccheranno dei contenuti bonus nella galleria di bozzetti e modelli 3D, oltre ad alcuni costumi per i protagonisti. Menzione d’onore, poi, va fatta per la stabilità del software, che in tutta la durata del nostro testing non ha mai subito un crash o manifestato glitch, il tutto senza ingombranti patch day-one e con meno di 25 GB di spazio occupato su disco. Prima di descrivere l’aspetto estetico del titolo è bene sottolineare la particolare importanza che hanno assunto le armi secondarie. Bombe a mano, coltelli da battaglia o flashbang non solo potranno essere utilizzate in qualsiasi momento, ma in caso d’incontro troppo ravvicinato con un nemico, si potrà utilizzare l’arma in possesso per creare un’immediata via di fuga, seguendo semplicemente l’indicazione a schermo. La gestione del menù del giocatore, altro marchio di fabbrica della saga, è stato poi leggermente rivisto e velocizzato. Gli oggetti curativi, per esempio, non potranno essere raccolti e consumati quasi in contemporanea, ma dovranno prima passare dal menu dove saranno prima depositati, quindi selezionati e usati. Un buon compromesso tra passato e presente insomma. Sono cambiati, invece, i puzzle ambientali, snelliti nella formula, ma non nella sostanza, tra specifiche chiavi da trovare, scaffali da spostare e combinazioni da dedurre. Il tutto nel rispetto di un rinnovato approccio che tende a voler dare maggiore dinamicità all’azione di gioco. A livello grafico gli ambienti di gioco proposti nel nuovo Resident Evil 2, sono stati ovviamente ripresi da quanto già visto nell’episodio originale, anche se le tecniche moderne riescono a dare al tutto l’aspetto di un inedito deja vu. In generale tutti gli ambienti sono stati arricchiti in termini di dettagli e dovranno essere esplorati a fondo per riuscire a scovare tutti quegli elementi disseminati, utili non solo per la soluzione dei puzzle, ma anche per riuscire a rimanere vivi. Esteticamente il gioco ha conosciuto anche un impressionante update poligonale, che lo rende estremamente realistico in tutte le sue componenti, anche se non mancano alcune texture non esattamente in linea con la generale pulizia dell’immagine, ma in generale la grafica di questo remake rappresenta un sicuro step evolutivo per l’intera saga. Ottimo anche il bilanciamento dei colori e l’utilizzo dei contrasti di luci e ombre. Il frame rate poi, almeno su Xbox One X Ps4 Pro e Pc, resta sempre inchiodato sui 60 fps, anche nei momenti più concitati, quindi anche da questo punto di vista il titolo di Capcom rappresenta una vera gioia. Tirando le somme, possiamo senza dubbio asserire che quello che la versione 2019 di Resident Evil 2 davvero non riesce a fare è deludere. Anche i tradizionalisti più incrollabili non potranno che sostenere che il progetto si fonda su un’impressionante cura e competenza da parte di Capcom. Il rispetto verso l’opera originale si sposa degnamente con le novità inserite dando al prodotto vitale una spinta incredibile. A nostro avviso il titolo rappresenta al momento la migliore incarnazione di quello che un remake dovrebbe essere. Lasciarsi scappare un titolo di questa portata sarebbe veramente un grosso errore. Credeteci, sia che lo abbiate giocato nel lontano 1998, sia che non abbiate idea di cosa sia, Resident Evil 2 merita a tutti gli effetti di essere giocato.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9,5

Sonoro: 9,5

Gameplay: 9,5

Longevità: 9

VOTO FINALE: 9,5

Francesco Pellegrino Lise

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Kingdom Hearts 3, la saga giunge al termine

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Square Enix e Disney hanno finalmente lanciato Kingdom Hearts 3. Dopo ben 13 anni d’attesa dall’ultimo titolo della serie, finalmente i fan di tutto il mondo potranno accompagnare Sora, il giovane protagonista armato di keyblade , in una nuova splendida avventura. L’eroe, con l’aiuto dei suoi fedeli compagni Paperino e Pippo, ovvero degli emissari inviati da Re Topolino, si unirà ai personaggi più famosi della Disney e della Pixar per cercare di sconfiggere l’oscurità e salvare l’universo dagli spietati heartless in un lungo e meraviglioso viaggio capace di tenere letteralmente inchiodati al joypad. Con oltre un decennio trascorso dal secondo capitolo e con una narrativa frammentata in un numero indefinito di spin-off e piattaforme, l’arrivo di Kingdom Hearts III su Ps4 e Xbox One era tutto meno che scontato. Annunciato per la prima volta all’E3 del 2013, il terzo episodio numerato della saga di Tetsuya Nomura è stato difatti accolto fin dall’inizio con delirante entusiasmo, scaturito dall’immensa passione verso una serie straordinaria, abile nel coniugare linguaggi e culture diverse in unico e maestoso immaginario. Ma veniamo alla trama di quest’appassionante quanto incredibile storia: come fatto intendere nell’epilogo di “A Fragmentary Passage”, Kingdom Hearts 3 ha inizio con un Sora indebolito a seguito del tentativo di possessione da parte di Xehanort, che l’ha portato a perdere il potere del Risveglio ottenuto con Riku in precedenza. In vista della battaglia finale contro la nuova Organizzazione XIII e del prossimo raggruppamento dei sette Guardiani della Luce, di cui fanno parte Lea, Kairi, Topolino ed altri personaggi storici della saga, recuperare tale capacità risulta un imperativo, forzando Sora ad intraprendere un nuovo viaggio per chiarire la sua natura ed intraprendere legami con nuovi cuori. Il problema, se così si può definire, più grosso di Kingdom Hearts III è proprio il comparto narrativo che potrebbe effettivamente rappresentare un ostacolo per tutti quegli utenti che desiderano giocare per la prima volta assieme a Sora e amici. Kingdom Hearts III è infatti il terzo episodio di una trilogia debuttata nel 2002 su PlayStation 2 che nel corso degli anni si è ampliata con episodi “secondari”, usciti su diverse piattaforme, tra cui dispositivi mobile e console portatili. I vari giochi hanno quindi sviluppato a dismisura l’intreccio narrativo e, allo stato attuale, sono di fatto dei capitoli necessari per capire tutti i riferimenti presenti in Kingdom Hearts III. L’avventura di Sora e amici riparte dal Monte Olimpo dove Pippo e Paperino tentano di aiutare il protagonista a recuperare i poteri. Si inizierà quindi un lungo viaggio che porterà l’iconico Trio a visitare una serie di mondi Disney e Pixar, a combattere contro innumerevoli nemici, tra cui Heartless e Nameless, per prepararsi al meglio allo scontro finale mentre Riku e Topolino, in completa autonomia, raduneranno gli alleati in vista dell’ultima battaglia. A livello di gameplay, il titolo di Square Enix e Disney è davvero uno spettacolo, i combattimenti in tempo reale di Kingdom Hearts 3 sono visivamente spettacolari, un tripudio di effetti ed animazioni capaci di lasciare chiunque a bocca aperta. Questi si basano su una componente tendenzialmente “button mashing” che ha da sempre caratterizzato la serie, quindi, il sistema di controllo è assolutamente semplice ed intuitivo. I tasti utili all’azione sono pochi e per eseguire i vari “attacchi speciali” sarà sufficiente premere il pulsante predisposto per tale fine. Sui campi di battaglia, oltre a pozioni curative, elisir ed accessori, Sora potrà equipaggiare sino ad un massimo di tre Keyblade, ognuna dotata di attacchi, caratteristiche e Fusioni differenti, che potranno essere cambiate nel corso dello scontro. Tra attacchi speciali, magie, legami, evocazioni, Fusioni, attrazioni e mosse combinate con i personaggi presenti nel gruppo, ogni battaglia è quindi un tripudio di colori ed effetti semplicemente fanvolosi. L’intero sistema di combattimento poggia quindi sulle collaudate meccaniche del franchise. In basso a sinistra saranno sempre ben visibili le quattro “azioni” basilari: Attacco (Keyblade), Magia (incantesimi sia offensivi che curativi), Oggetti (utilizzare un item a patto di averlo equipaggiato) e Legami (evocazione). Accanto a questi quattro “pilastri” si innescano una serie di meccaniche più stratificate che permetteranno a Sora e compagni di innescare attacchi devastanti ed estremamente spettacolari.

Utilizzando il Keyblade e infliggendo a lungo danni ai nemici, ad esempio, si potranno attivare le Fusioni che potenzieranno e modificheranno l’attacco dell’arma dando vita anche a un micidiale colpo di grazia. Discorso simile vale anche per le magie con la possibilità di utilizzare incantesimi potenziati, a patto di aver riempito l’apposita barra colpendo ripetutamente gli avversari. Nella mischia sono presenti inoltre così dette “attrzioni” che si potranno attivare dopo aver colpito i nemici contornati da un cerchio verde. Queste mosse, oltre essere estremamente spettacolari, varieranno in base al luogo in cui si combatte, avranno un raggio d’azione ampio, conferiranno ingenti danni ai nemici e si potranno concludere con una sorta di colpo finale davvero spettacolare. Per quanto riguarda il sistema di combattimento non mancano poi gli attacchi combinati con i compagni di gruppo ed il “Fluimoto”, che permette di coprire grandi distanze in poco tempo e che tornerà molto utile anche in battaglia. Presente anche il colpo “Tiro” che, collegato alla barra Focus e al Keyblade utilizzato, consentirà di agganciare e colpire più nemici in simultanea e che sarà indispensabile anche per raggiungere luoghi altrimenti inaccessibili. Ovviamente si potranno inoltre evocare alleati durante le sessioni di combattimento a patto però di consumare l’intera barra dei PM che si ricaricherà con il passare del tempo o utilizzando apposite pozioni. Da buon gdr che si rispetti, anche in Kingdom Hearts 3 sconfiggendo nemici e boss, Sora, Pippo e Paperino, saliranno di livello e aumenteranno le loro statistiche. Inoltre sbloccheranno innumerevoli abilità con cui personalizzare il set di mosse disponibili, le fasi offensive, difensive e curative. Ogni abilità ha però un costo in punti che viene detratto da un massimale che incrementerà salendo di livello. Nel complesso l’intera struttura che governa le fasi di combattimento funziona e diverte rendendo gli scontri vari e visivamente spettacolari, tuttavia il livello di sfida è davvero piuttosto semplice, quindi il nostro consiglio è quello di giocare alla massima difficoltà. Durante le nostre circa 50 ore di gioco, non ci è mai capitato di trovarci in combattimenti troppo complessi o frustranti, neppure quando il protagonista era di livello inferiore rispetto a quello richiesto dal mondo che in quel momento stavamo esplorando.

Sempre a livello di gameplay, le meccaniche RPG di Kingdom Hearts 3 ci sono sembrate piuttosto semplici e con un sistema eccessivamente basilare. Le statistiche di Sora e compagni aumentano in modo autonomo e si potrà interagire solo con le abilità decidendo, in base ai punti a disposizione, quali attivare o disabilitare. Detto ciò, segnaliamo comunque la possibilità di abilitare alcuni malus, pensati appositamente per mettere in difficoltà il giocatore e garantire un livello di sfida superiore. Nel titolo fortunatamente è presente anche un sistema di crafting che, oltre a permettere la creazione di pozioni curative, elisir e oggetti di vario genere, consente anche di potenziare le Keyblade a patto di essere in possesso dei materiali richiesti. All’officina si accederà interagendo con il Moguri, unico personaggio di Final Fantasy presente, con cui si potrà anche commerciare. A Crepuscopoli inoltre, si avrà la possibilità di entrare al bistrot di Zio Paperone e creare, completando dei minigiochi di cucina, dei menù gourmet che conferiranno al trio bonus temporanei. Proprio come già visto in passato, Kingdom Hearts 3 non è solo combattimenti, la struttura di gioco viene infatti ampliata con una serie di attività secondarie che spaziano dalla ricerca di collezionabili, scattare foto, a boss opzionali sino ad arrivare ai 20 mini-giochi ispirati al mondo Disney degli anni 80 e ai “viaggi” nello spazio a bordo della ormai nota Gummiship. I minigiochi, rigorosamente in bianco e nero, non saranno disponibili sin da subito ma andranno sbloccati progredendo nell’avventura e trovando gli appositi scrigni sparsi nei mondi di gioco. Per accedervi, sarà necessario utilizzare il Gummifono, una sorta di smartphone inventato da Cip e Ciop che sostituisce il “diario” cartaceo del Grillo Parlante presente negli episodi precedenti. Tramite il Gummifono si potrà quindi accedere ad una sezione dove non mancheranno le schede dettagliate di alleati e nemici, il glossario e il riassunto della storia. Essendo una sorta di smartphone, con il dispositivo si potranno inoltre scattare foto e gli immancabili selfie. Per quanto riguarda le sessioni di gioco a bordo della Gummiship, l’iconico mezzo di trasporto con cui si viaggerà nello spazio per spostarsi da un mondo all’altro, il gampelay canonico è stato arricchito da qualche gustoso elemento in più. Si tratta di un gioco nel gioco considerando che l’universo stellato di Kingdom Hearts 3 è ricco di tesori ma anche di pericolosi nemici. Si affronteranno quindi battaglie spaziali, non mancheranno mini-boss e le insidie saranno dietro ad ogni angolo. Saranno presenti preziosi tesori e si potranno recuperare materiali rari, progetti esclusivi e componenti unici per la Gummiship. Oltre a poter personalizzare o modificare le “navi” esistenti, è presente anche un editor che consentirà di creare da zero la propria Gummiship, equipaggiandola con una serie di accessori, armi, bonus e facendo attenzione a equilibrare le varie statistiche: manovrabilità, punti vita, potenza, rollio, attacco.

 

Kingdom Hearts III grazie alle prestazioni offerte dalle attuali console si libera una volta per tutte dei limiti tecnologici imposti da una tecnologia datata prima, dalle console portatili poi, mostrando tutto il potenziale artistico di un concept eclettico e stravagante. La progressione nei livelli appare più tridimensionale, sviluppandosi non solo su un piano orizzontale, ma anche e soprattutto su quello verticale. Il level design va infatti in questo terzo capitolo arricchendosi notevolmente, garantendo sezioni ampie e continue e abbandonando le continue schermate di caricamento delle iterazioni passate. La progressione nei livelli appare inoltre più tridimensionale, sviluppandosi non solo su un piano orizzontale, ma anche e soprattutto su quello verticale, specie grazie alla nuova capacità di Sora di sfidare la gravità e muoversi su pareti ben evidenziate. Passando invece a considerazioni di carattere prettamente tecnico, il lavoro fatto per questo terzo capitolo di Kingdom Hearts ha dell’incredibile, sebbene non manchi di mostrare il fianco ad alcuni annosi problemi. L’Unreal Engine 4 del gioco vanta un sistema di illuminazione sorprendente, supportato da ottimi shader e particellari. A fronte di quanto detto sopra, la riproduzione grafica delle proprietà intellettuali Disney rasenta in alcuni punti la perfezione, rispettando sempre lo stile artistico iniziale e riproponendolo con cura all’interno del mondo di gioco. Le meraviglie a schermo vengono inoltre accompagnate da un sonoro come al solito d’eccellenza, con un ottimo doppiaggio inglese degno di annoverare, oltre alle voci storiche della saga, persino alcune delle voci originali delle pellicole trasposte. Peccato invece per la colonna sonora, caratterizzata quasi unicamente da bellissimi remix e riarrangiamenti delle celebri tracce dei capitoli precedenti, lasciando dunque spazio ad un numero minimo di inediti, tali da poter essere contati sulle dita di una singola mano. Alla luce di quanto detto, tirando le somme, nonostante ci siano voluti ben 13 anni d’attesa, Kingdom Hearts 3 è riuscito a mantenere le solide basi della serie permettendo ai fan di “rivivere” quelle sensazioni ed emozioni provate un decennio fa. Il titolo però non è un gioco per tutti e in alcuni ambiti si poteva fare meglio. Il comparto narrativo, per i neofiti, ma anche per chi ha saltato qualche gioco della saga, potrebbe essere un vero ostacolo. Per capire sino in fondo tutte le dinamiche, i riferimenti, gli intrecci e le relazioni tra i vari personaggi tirati in ballo nel corso dell’avventura, l’Archivio della Memoria presente al menù d’inizio non è sufficiente ed è quindi necessaria una conoscenza approfondita non solo dei due capitoli principali ma anche degli altri episodi. Nonostante questo il videogame è sicuramente un titolo che vale a pena di giocare in quanto rappresenta un vero e proprio tripudio di divertimento. Siamo certi che le tante ore di gioco passate assieme a Sora, Pippo e Paperino saranno spese davvero bene e una volta portata a termine l’avventura avrete solo tanta voglia di continuare a esplorare i mondi di gioco per trovare fino all’ultimo collezionabile.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8

Gameplay: 8,5

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Il poker, dal presente digitale alle sue origini incerte

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Il poker rappresenta senza alcun dubbio uno dei giochi più amati dagli appassionati di gambling: non esiste nessun altro gioco di carte in grado di riscaldare gli animi al pari di questo e non è un caso che ancora oggi venga considerato come il numero uno tra i giochi d’azzardo. Lo dicono i dati del settore, soprattutto se si pensa al comparto del gioco online e al giro d’affari milionario mosso da questo passatempo. Eppure, prima di arrivare al digitale, il poker ne ha fatta di strada: le origini di questo gioco sono molto incerte, e questo non fa altro che aggiungere ulteriore fascino ad un passatempo che può diventare quasi magico. Ecco perché oggi ripercorreremo la storia del poker e le informazioni note, partendo però dalle ultime novità del digitale.

Il presente del poker è su Internet

Oggi il poker si gioca soprattutto online, per merito dei casinò telematici: siti web che hanno conquistato il cuore e le attenzioni degli appassionati del gioco d’azzardo, per via dei loro innegabili vantaggi. Su casinò online come Leovegas (https://www.leovegas.it/it-it/), infatti, è possibile iscriversi direttamente da casa, fare un deposito e iniziare a puntare al poker e a tanti altri giochi d’azzardo digitali comodamente seduti sul divano. Un processo, questo, che include certamente tanti altri must del settore come ad esempio il blackjack, le slot o la roulette. Di fatto, il presente del poker così come il suo futuro pare essere a tinte digitali: lo sostengono anche i dati raccolti dall’AGIMEG, secondo cui questo gioco nella sua versione online ha prodotto un giro d’affari di oltre 70 milioni di euro lo scorso anno – ma stiamo pur sempre parlando di un mercato che a livello mondiale ha raggiunto nel 2018 ricavi per circa 44 miliardi. Di conseguenza, le poker rooms digitali sanno come affascinare i propri avventori quasi quanto, se non forse più, di quelle classiche.

Il passato, la storia e le origini del poker

Ad oggi gli esperti concordano nel definire il poker un gioco di origine persiana: pare infatti che questo passatempo sia stato introdotto a New Orleans (che ai tempi era ancora colonia francese) dai marinai persiani. I francesi avrebbero dunque appreso questo gioco, per poi portarlo in patria e modellarlo a proprio piacimento: la parola “poker” deriverebbe infatti proprio da “poque”, che in francese significa “inganno”. C’è anche chi sostiene tuttavia che l’antenato del poker sia un gioco di matrice tedesca e che quindi il termine derivi dal tedesco “pochen”.

Il poker è nato in Italia?

Anche l’Italia si inserisce in questo gioco delle paternità, perché esistono dei documenti comprovanti l’esistenza molto antica di un gioco simile al poker: lo zarro milanese. Si tratta di un gioco che venne proibito da Francesco Sforza con un editto del 1531, ma che non gli impedì tuttavia di diffondersi ugualmente a macchia d’olio. Questo passatempo pare condividesse molti elementi con il poker, pur essendo diverso da quest’ultimo: un discorso che in realtà può essere applicato a tutti i presunti antenati del famoso gioco di carte.

Pur essendo impossibile risalire alla vera origine del poker, è comunque indubbio che il gioco probabilmente racchiuda in sé molti elementi ereditati dalle varie culture che lo hanno reso diverso da qualsiasi “antenato”. Se quindi da un lato le origini rimarranno sempre un mistero, dall’altro oggi abbiamo una solida certezza: il futuro sarà digitale.

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Nuova grana in casa Apple, FaceTime ascolta prima di rispondere

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FaceTime ci spia, nuova grana in casa Apple. Il colosso di Cupertino ha disabilitato momentaneamente le chat di gruppo su FaceTime, a seguito di un problema di sicurezza emerso negli scorsi giorni.

È quanto ha confermato la stessa società americana nella pagina ufficiale dedicata allo status dei suoi servizi. Al momento, non è dato sapere quando la funzionalità verrà ripristinata su iOS e macOS. Così come riferisce anche The Verge, pochi giorni fa è stato scoperto un bug nelle chiamate di gruppo di FaceTime.

Il malfunzionamento sfrutta una falla nell’inserimento di nuove persone all’interno della conversazione: se qualcuno viene aggiunto prima che uno dei mittenti abbia risposto alla chiamata, in alcuni casi il sistema potrebbe comunque cominciare a trasmettere l’audio. Un problema soprattutto in termini di privacy, con la possibilità che conversazioni private vengano ascoltate da malintenzionati, senza che l’utente ne sia consapevole. Per provvedere alla risoluzione della problematica, ed evitare conseguenze spiacevoli, dalle 4 di questa mattina (29 gennaio ndr.) il gruppo di Cupertino ha disabilitato le chiamate di gruppo su FaceTime. il bug è emerso poco dopo il tweet dell’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, in cui veniva messo l’accento sulla necessità di agire e portare avanti riforme per tutelare la privacy. Il bug consente ad alcuni utilizzatori di iPhone di effettuare chiamate di gruppo con FaceTime e ascoltare la persona chiamata prima che questa risponda al telefono e a sua insaputa.

F.P.L.

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