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Resident Evil 3, Nemesis torna nel nuovo remake di Capcom

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Resident Evil 3, uno fra i titoli più amati dai fan della serie videoludica targata Capcom, torna su Pc, Ps4 e Xbox One in una veste totalmente rinnovata e incredibilmente spettacolare. A differenza del bellissimo remake di Resident Evil 2 (qui la nostra recensione), questo sequel è una sostanziale reinterpretazione del titolo classico, con tutto ciò che ne consegue. Quando si imbocca un sentiero del genere, infatti, c’è sempre il rischio che le scelte produttive finiscano col deludere le aspettative degli appassionati, mancando di valorizzare appieno il materiale di riferimento. Un campo minato che purtroppo il team di Capcom non ha affrontato nel migliore dei modi, tanto da rendere la fuga disperata di Jill Valentine meno brillante del previsto, ma comunque sempre adrenalinica e interessante da giocare.

A livello di trama Resident Evil 3 non delude: l’implacabile avanzata del Virus-T sta trasformando la cittadina di Raccoon City in un inferno brulicante di non-morti, mostrando il vero volto del terrore a quei pochi sopravvissuti che in preda al panico e al terrore si trascinano per raggiungere una salvezza impossibile. Tutt’altro che preparati a una simile evenienza, gli agenti dell’R.P.D. e dell’Umbrella Countermeasure Service tentano di ritardare la fine di una battaglia già persa, mentre forze oscure sfruttano la situazione per testare le prestazioni degli abomini creati dalla casa farmaceutica. Nell’occhio di questo ciclone di morte, una Jill Valentine segnata dagli eventi di Villa Spencer prepara la sua fuga in fretta e furia, facendo appello a quel po’ di forza che le è rimasta per ragionare con lucidità. L’avvincente prologo di Resident Evil 3 è decisamente più a fuoco dell’originale, grazie a una messa in scena di grande impatto che tratteggia con efficacia il dramma che si sta consumando a Raccoon City. Dopo aver incontrato Carlos, la protagonista accetta di tornare in strada per riattivare la metro, nella speranza di salvare se stessa e i propri concittadini. Un obiettivo che rappresenta il primo passo di un’impresa dal ritmo incalzante, che in parte abbandona la connotazione survival horror del secondo capitolo per votarsi a una formula decisamente più votata verso l’azione pura. In Resident Evil 3, la città di Raccoon City si mostra viva come non mai. Complice la presenza di file e documenti di vario genere, ciascuna ambientazione aggiunge tasselli a un mosaico narrativo ben più ricco rispetto a quello originale, al netto di qualche importante omissione. Nel remake manca ad esempio una delle location più iconiche del gioco, sostituita da una sezione “di passaggio” che non mancherà di lasciare un po’ d’amaro in bocca ai fan della serie. C’è da dire però che alcune aree di gioco riescono davvero a sorprendere sia in termini di level design che di narrazione ambientale, quest’ultima modellata per rafforzare un nodo chiave nella lore di Resident Evil: l’intera Raccon City non è altro che un’immensa copertura per nascondere le attività dell’Umbrella. Pur mancando del pathos che rendeva memorabili alcune delle sequenze di Resident Evil 2, la trama del terzo capitolo è stata riadattata per risultare un po’ più credibile rispetto a quella del ‘99, alternando ad esempio le motivazioni che, durante la campagna, spingono alcuni personaggi ad agire in un determinato modo. Insomma, nonostante qualche mancanza, anche pesante, il risultato a livello narrativo e di location è comunque molto positivo.

A nostro avviso il più grande problema di Resident Evil 3 Remake consiste nella sua longevità: per concludere una run a difficoltà Standard bastano poco più di cinque ore. Prima di terminare la nostra prova abbiamo finito Resident Evil 3 anche a difficoltà Estrema e Incubo, con l’obiettivo di verificare la rigiocabilità di un titolo che si dimostra capace di offrire ben più di uno stimolo ai completisti incalliti. In ogni caso, complice l’assenza del New Game Plus e della doppia avventura, la mole contenutistica di Resident Evil 3 si conferma nettamente inferiore rispetto a quella del predecessore, nonostante l’aggiunta di Resident Evil: Resistance tenti di pareggiare i conti. Il titolo di Capcom e M2 differisce non poco dall’indagine di Leon e Claire, e non solo sul fronte del combat system. Il ritmo del gioco è decisamente più incalzante ma, di contro, l’ampiezza media degli scenari risulta considerevolmente ridotta. Oltretutto, la gamma degli enigmi e ridotta all’osso e le opportunità di backtracking sono veramente scarsine. A questo proposito, non abbiamo gradito la scelta di impedire ai giocatori di tornare nelle zone precedentemente visitate per completare l’esplorazione, specialmente considerando quanto sia difficile dedicarsi a questa attività durante gli assalti del Nemesis. Una volta ottenuti gli strumenti necessari è comunque possibile attardarsi per setacciare al meglio ogni anfratto dell’area cittadina, un compito facilitato da una mappa di gioco che segna con chiarezza lo “stato” delle zone saccheggiate. Nel corso del suo viaggio nell’orrore, Jill prende parte a una miriade di scontri a fuoco dai ritmi serrati, sostenuti da un sistema di puntamento solido, che permette di modificare a piacimento la sensibilità del mirino. Grazie a un gore system di grande effetto, leggere i punti di impatto dei proiettili sui corpi degli avversari risulta molto facile: un feedback visivo che concede di ridurre al minimo lo sperpero di munizioni. Le pistole, i fucili e il resto dell’arsenale, possono essere potenziati con appositi “kit di modifica”, reperibili sia all’interno degli scenari, sia raccogliendo le casse che cadono a Nemesis quando viene stordito. Estendere i caricatori, aggiungere mirini e quant’altro, potrebbe portare alcune armi a occupare più spazio all’interno dell’inventario, che comunque è possibile ampliare recuperando i borselli sparsi per le ambientazioni. Detto questo, gli zombie che popolano il centro cittadino non sono che la prima specie in un roster da incubo con mostruosità di ben altra caratura. A tal proposito, se a livello Standard il numero di cure e munizioni si conferma a dir poco sovrabbondante, la difficoltà Estrema impone una gestione intelligente dell’inventario, in modo da riuscire a fronteggiare le BOW più coriacee con gli armamenti adatti. Parlando dell’antagonista per antonomasia di questo Resident Evil 3, ossia Nemesis, possiamo dire che sul fronte del design, almeno per quanto concerne la sua forma classica, sarebbe stato difficile chiedere di meglio. La gigantesca vena pulsante coperta dal rivestimento pettorale, i denti allungati, e i lembi di carne strappata – segno che la simbiosi tra la bioarma e il parassita Ne-Alpha non sia avvenuta placidamente – sono solo alcune delle idee più riuscite alla base del suo nuovo aspetto, capace di incutere timore e affascinare al tempo stesso. A rendere ancor più snervante questo inarrestabile abominio, c’è una sonorizzazione semplicemente perfetta, che si spinge ben oltre le sue urla rabbiose o l’iconica “S.T.A.R.S.”. Il rumore prodotto dal suo processo di rigenerazione è in grado di far gelare il sangue nelle vene, per non parlare del suo respiro affannoso e dei tonfi sordi prodotti dai suoi scatti furiosi. Insomma Nemesis fa ancora paura come un tempo e forse grazie alle potenzialità attuali riesce anche a far meglio del suo vecchio predecessore.

Merita un capitolo a parte la modalità multiplayer “Resistance” presente insieme a Resident Evil 3 come gioco a parte e che funge da “contenuto” aggiuntivo e sostituisce a tutti gli effetti Mercenari. La stessa è in realtà interessante e diverte il giusto, ma si tratta della classica reinterpretazione survival di prodotti già esistenti come Dead By Daylight e venerdì 13, dove un giocatore ha il compito di eliminare gli altri quattro impegnati a fuggire. In questo caso, il “cattivo” della situazione è il Mastermind, un personaggio interpretato da una delle menti Umbrella. Esso può sfruttare le telecamere di una mappa per posizionare trappole, mostri di vario tipo come zombie o cani. Per “evocare” questi svariati strumenti di morte è necessario utilizzare le carte, tutte con un costo predefinito di energia. Quest’ultima si ricarica col tempo ed è importante stare attenti affinché si sfruttino tutte le possibilità, visto che ogni danno a un sopravvissuto riduce anche il tempo di fuggire per la squadra. Il Mastermind può anche controllare in terza persona un mostro per attaccare i giocatori, così da aver una maggior varietà dell’azione. Ogni Mastermind si differenzia poi per tipo di mostri evocabili e per la ultimate che in questo caso corrisponde a una BOW unica come Birkin contagiato con il Virus-G o l’instancabile Mr X. I sopravvissuti si dividono in offensivo, tank e supporto; ognuno con determinati abilità, assegnabili prima dell’inizio di una partita. Abbiamo un personaggio che cura, un altro che può disattivare le telecamere e altro ancora. Tutti partono nello stesso modo, intorno al singolo livello è possibile raccogliere piante, munizioni e soprattutto crediti Umbrella che permettono di acquistare armi o potenziamenti durante la partita stessa dagli appositi contenitori. Il loro obbiettivo è ovviamente quello di fuggire e raggiungere il nucleo finale, ma per farlo è necessario completare una serie di enigmi che consistono nella ricerca di uno o più oggetti. Sia i Mastermind che i sopravvissuti possono essere personalizzati, dall’estetica alle abilità. La moneta in gioco (RP) è tutta per acquistare casse che contengono skin e altro ancora e si ottiene semplicemente salendo di livello. Insomma, Resistence è una piacevole nonché inedita variante che serve a colmare la breve, seppur intensa, esperienza offerta da Resident Evil 3. Tirando le somme, nonostante questo remake non sia il gioco che ci si aspettava, il risultato nel complesso è più che buono e non giocarlo sarebbe veramente un peccato. L’aggiunta di Resistance poi è una gradita sorpresa, anche se da solo il titolo multiplayer non ha l’impatto necessario per soddisfare completamente i fan della saga.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9

Sonoro: 9,5

Gameplay: 9

Longevità: 7

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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The Dark Pictures Antholgy: The devil in me, l’ultima fatica di Supermassive

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The Devil in Me è il quarto capitolo della saga “The Dark Pictures Anthology”, la serie di Supermassive Games che, proprio con questo episodio, chiuderà la sua prima stagione. Chi conosce il team britannico per capolavori del calibro di Until Dawn e per i tre atti precedenti della serie, Man of Medan, Little Hope e House of Ashes, saprà già bene o male cosa aspettarsi da questo nuovo episodio della serie, ennesimo tassello di un modo di intendere l’avventura grafica a sfondo horror fatto soprattutto di scelte multiple, bivi narrativi e un taglio fortemente cinematografico che lo rende estremamente appassionante e apprezzato fra gli amanti del genere. A differenza di quanto visto nei precedenti episodi, questo The Devil in Me (disponibile su Pc,Xbox e PlayStation) propone un approccio horror un po’ differente dal solito, rifacendosi a un immaginario che mescola in modo piuttosto originale Shining e la serie Saw proponendo un approccio tipicamente slasher alla narrazione. Nei panni di alcuni membri di una troupe televisiva specializzata in un format TV di storie dell’orrore, ci si troverà a passare una notte all’interno di un hotel costruito sul modello di quello del tristemente celebre H.H. Holmes, colui che è considerato uno dei primi serial killer della storia e che, alla fine del 1800, uccise decine di persone, si parla di circa 200 vittime non accertate e 27 accertate. Un misterioso magnate con il pallino del macabro ha voluto ricostruire questo immenso albergo con lo scopo di renderlo un’attrazione turistica, con tanto di animatroni ispirati a Holmes e alle sue vittime. Il compito di chi gioca è girare un episodio del format TV raccontando la storia del celebre assassino: ovviamente, sin da subito si capisce che non tutto andrà come previsto e che tra i corridoi e le stanze dell’edificio si aggira un killer malvagio e infallibile pronto a scatenare tutta la sua sadica passione per trappole e omicidi efferati. Insomma, tale trama potrebbe tranquillamente essere quella di un titolo hollywoodiano in stile primi anni del 2000.

Rispetto a quanto visto negli episodi precedenti della saga, in questo nuovo titolo si nota una maggior libertà di movimento grazie ai personaggi che possono saltare, aggrapparsi a sporgenze, nascondersi e accovacciarsi, sebbene il tutto non sfoci mai nel genere action-horror o in un survival in stile Resident Evil. The Devil in Me rimane infatti un’avventura narrativa in tutto e per tutto, e ciò significa molte cut-scene, interattività limitata, esplorazione ridotta ai minimi termini al di là del percorso principale e, soprattutto, la centralità del rapporto tra i cinque protagonisti. In tal senso Supermassive Games continua però a non convincere del tutto, proponendo elementi caratteriali, interazioni umane, scontri, dissidi o complicità senza che nessun personaggio riesca a mai a creare una grande empatia con chi si trova dinanzi lo schermo. Complice anche un comparto grafico molto valido nell’ambientazione e nel contorno ma ancora troppo legnoso nelle animazioni e soprattutto nelle espressioni facciali, la famosa “empatia” con i personaggi di questo macabro gioco al massacro non è mai scattata del tutto. Colpa anche di certe scelte narrative discutibili, come le solite battutine leggere dopo un avvenimento particolarmente drammatico o spaventoso, o comportamenti poco credibili di fronte alla situazione da incubo che i cinque protagonisti vivono in quel frangente. In ogni caso, il gameplay è molto classico, con oggetti interattivi e “manipolabili” ben evidenziati da un bagliore, dialoghi e atteggiamenti a scelta multipla, Quick Time Event basilari, qualche puzzle e oggetti da raccogliere e usare. L’inventario, che rappresenta una piccola novità per la serie, è comunque molto ristretto mentre gli oggetti da utilizzare si controllano con la croce direzionale del pad.

Dove The Devil in Me funziona alla grande è nel contorno e nell’atmosfera. Chiunque lo giocherà verrà infatti assalito da un’irrefrenabile curiosità e vorrà arrivare fino alla fine per scoprire chi è il pazzo che si aggira tra i lugubri corridoi dell’albergo. Tale ricerca avviene in modo intelligente leggendo documenti, guardando fotografie che fanno scattare dei flashback o ascoltando registrazioni audio, tutti elementi che invogliano a intraprendere quel minimo di esplorazione in più che renda il gioco un livello sopra i suoi predecessori. L’atmosfera, seppur fin troppo costantemente buia rappresenta un altro fiore all’occhiello del gioco. Rumori, passi, voci, musichette inquietanti sparate da vecchi grammofoni, trappole, botole, pareti mobili, un vecchio faro in disuso all’esterno dell’albergo, manichini e animatroni, stanze che cambiano e via di questo passo. Il luogo messo in piedi da Supermassive Games è il vero protagonista del gioco e, da questo punto di vista, The Devil in Me funziona alla perfezione fin dall’intro che funge da flashback all’intera vicenda. Soprattutto, spaventa di più dei tre precedenti episodi della serie, anche se l’inizio piuttosto lento e altri cali di ritmo a metà gioco tendono a vanificare a tratti una tensione comunque palpabile e credibile. La stessa longevità, 8 ore circa, rappresenta un bel passo avanti rispetto alla durata più limitata dei capitoli precedenti. Ne esce, insomma, un’avventura narrativa che sa intrigare nello sviluppo della trama e che offre un pizzico di libertà-interazione in più rispetto all’approccio molto più guidato e da visual novel degli altri capitoli. Tirando le somme, possiamo dire che The Devil in Me propone alcuni piccoli miglioramenti rispetto ai tre precedenti capitoli di The Dark Pictures Anthology, ben visibili nella maggior interazione con l’ambiente e in una libertà di movimento più varia. Se però il lavoro fatto da Supermassive Games a livello di ambientazione e atmosfera è impeccabile, tutta l’impalcatura tipica della serie improntata alle relazioni tra i personaggi e alle scelte multiple funziona molto meno e coinvolge in ben pochi momenti. Anche il ritmo non è sempre perfetto e le espressioni facciali dei personaggi sono ancora lontane dai migliori titoli tripla-A, ma se cercate un’esperienza horror con la giusta dose di tensione, amate il genere “slasher” e le avventure narrative non vi “spaventano”, sono 40 euro ben spesi. Il titolo insomma nel complesso è un’esperienza gratificante ed estremamente divertente, lasciarlo perdere sarebbe un vero peccato.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco Pellegrino Lise

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WhatsApp apre le porte all’invio di messaggi a se stessi

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WhatsApp ora consente l’invio di messaggi a se stessi. I vertici della piattaforma d’instant messaging più amata dalle persone hanno confermato infatti l’arrivo della funzionalità “Message Yourself”. Tale funzionalità è indicata a quegli utenti che non usano app specifiche per prendere appunti o fare promemoria e possono appunto sfruttare WhatsApp per questo. Disponibile su iOS e Android, la funzione è stata testata in beta, cioè in prova nelle ultime settimane e adesso è pronta per un pubblico di massa. “Message Yourself” ricorda la possibilità già vista su altre app di messaggistica, come Telegram, e consente di mandare messaggi all’interno di una chat visibile solo all’utente stesso, utilizzando la stessa per scrivere note, salvare link, caricare documenti o inviare anche note vocali. Insomma come un’app di appunti e promemoria. Una volta abilitata la funzione, l’utente potrà anche “fissare” la chat in alto, proprio come avviene con qualsiasi altra conversazione su Whatsapp. In questo modo avrà la possibilità di accedere alle proprie note private trovandole sempre a portata di mano. Insomma, sia che siate persone abituate ad utilizzare lo smartphone per prendere appunti, sia che siate persone distratte a cui servono promemoria, tale funzione per quanto semplice sia, siamo sicuri rappresenterà un ottima aggiunta a quelle già esistenti su WhatsApp.

F.P.L.

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Goat Simulator 3, il ritorno del videogame più folle di sempre

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Goat Simulator 3 è il sequel, disponibile su Pc Xbox e PlayStation, di quel primo capitolo nato quasi per caso e firmato Coffee Stain che è stato in grado di appassionare diversi milioni di persone per via della sua estrema follia e della sua incredibile vena comica. Stavolta i ragazzi del team svedese hanno deciso di superarsi, proponendo una formula sandbox all’insegna del puro divertimento, forte di una mappa più strutturata, dalle dimensioni un po’ più generose e piena di modi per far penare gli sfortunati abitanti del luogo. In questo nuovo capitolo della serie è ovviamente possibile sovvertire l’ordine pubblico in compagnia di un amico grazie a una modalità multigiocatore che ben si sposa con la leggerezza della produzione. Il gameplay di Goat Simulator 3 si concentra sull’interazione con gli oggetti, alla pari del suo predecessore. Tramite la fidata capretta i giocatori potranni creare situazioni caotiche e divertenti, ai danni dello scenario e degli abitanti quasi inconsapevoli. Ed è qui che entra in gioco in maniera singolare l’aspetto tecnico del titolo di Coffee Stain North. Diciamo singolare perché la “barriera” tra ciò che è propriamente parte integrante del gameplay e ciò che invece può sembrare un bug è davvero molto sottile. Anche il sistema di controllo è volutamente goffo e imprevedibile. Ci saranno momenti in cui l’arrampicata non funzionerà come dovrebbe. Situazioni in cui quando si “leccherà” un oggetto per afferrarlo, esso inizierà a colpire tutto ciò che circonda l’allegro quadrupede. Momenti in cui la guida di uno dei veicoli presenti proietterà il barbuto protagonista in aria, perchè avrà cercato di salire su un semplice marciapiede… L’umorismo da strapazzo che ha caratterizzato ikl primo capitolo toccherà in questo sequel una nuova vetta.

Scendendo più nello specifico, il gioco non presenta una vera e propria trama o uno scopo e neanche una missione principale (sebbene ce ne sia giusto un “abbozzo”). Semplicemente, dopo un inizio chiaramente ispirato da un certo gdr campione d’incassi, ci si troverà liberi di esplorare l’area, interagendo in vari modi con cose e persone. Per “interagire” intendiamo che o li si lecca per portarli a se o si possono prendere a cornate: niente cose complesse insomma. Più nel dettaglio, leccare un oggetto (o un essere vivente) permette di trascinarlo via grazie all’innaturalmente lunga lingua di Pilgor, mentre colpirlo con le corna scatena semplicemente morte e distruzione, ma spesso anche effetti di altro tipo da scoprire sperimentando a più non posso lungo il corso dell’avventura. Il rapido tutorial iniziale fa notare altre interessanti azioni effettuabili da Pilgor, come acrobazie a mezz’aria, scivolate su ringhiere e cavi, nonché belati di varia natura: un ovino, insomma, pieno di risorse e sorprendentemente divertente da impersonare, una volta fatto un minimo di pratica col sistema di controllo. Un volta compreso che si può dunque andare qui e lì a leccare e colpire cose, in che modo si possono sfruttare queste abilità in Goat Simulator 3? Innanzitutto, basta visitare le diverse aree della mappa per attivare numerose missioni, i cui obiettivi sono talvolta presentati in modo palese, in altri casi da decifrare spesso in modo umoristico. C’è da fare davvero di tutto, dal partecipare a un concorso di cucina al cercare il modo di fornire un po’ più di “verve” a uno spettacolo di danza un po’ moscetto, solo per citare cose che accadono nella primissima area che si visita. Alle missioni si affianca poi la costante caccia al tesoro che, a nostro avviso, rappresenta anche il “cuore” di Goat Simulator 3. Sparsi per la mappa, ci sono infatti dozzine e dozzine di oggetti da scovare e raccogliere, sostanzialmente suddivisi in due categorie, ovvero le statuette d’oro già presenti nel primo episodio e i capi di vestiario. Questi ultimi comprendono diverse categorie come cappelli, abiti, calzature e cose da mettere sulla groppa: oltre trecentocinquanta “pezzi” differenti che vanno a formare un guardaroba decisamente corposo. Come se non bastasse, molti degli oggetti in questione presentano anche abilità e azioni speciali da scoprire, abbinando così alla varietà visiva anche qualche sorpresa extra.

Con oltre cinque milioni di copie vendute, il primo Goat Simulator è stato sicuramente un successo e c’è da ammettere che il budget maggiore investito nello sviluppo di questo ultimo capitolo si nota eccome, a partire da un motore grafico ora più ottimizzato e con meno difetti visivi. Certo, è presente ancora qualche problema di telecamera e molti oggetti compaiono a distanze medio-brevi dalla propria capra, ma in generale Goat Simulator 3 è un bel vedere, impreziosito anche da qualche effetto aggiuntivo come la resa della pelliccia delle capre stesse. Provato su Xbox Series X, il gioco è risultato sempre abbastanza fluido e alcuni passaggi con una notevole quantità di riflessi in tempo reale ci hanno addirittura sorpreso, sebbene in tal senso la qualità generale dei luoghi che si andranno ad esplorare sia un po’ altalenante. Davvero notevole il lavoro svolto sull’audio, tra musichette, doppiaggio di numerosi personaggi (in inglese) e soprattutto tantissimi effetti sonori davvero azzeccati. Insomma, il gioco è confezionato bene anche sul fronte multimediale. Un aspetto davvero sorprendente di Goat Simulator 3 è la sua propensione al multiplayer; fino a quattro giocatori possono infatti prendere parte alle mirabolanti avventure di queste capre, sia online , sia in locale tramite uno split-screen che crea un favoloso effetto nostalgia. Giocando con gli amici, ci si può sia dedicare a missioni e “cacce al tesoro”, sia competere in sette specifici mini-giochi dedicati da attivare visitando specifici luoghi nelle mappe. Dal calcio al golf, passando per “Il pavimento è lava!” c’è una discreta varietà e soprattutto una buona qualità di fondo, che dona a Goat Simulator 3 un’ulteriore e inaspettata identità da party-game. Certo, di fondo c’è un gameplay che risulta sempre un tantino rozzo e, come già detto, il sistema di controllo non è sempre precisissimo, cosa che in determinati frangenti può fare infuriare, ma le complesso il titolo risult estremamente divertente e appagante, quindi il nostro consiglio è quello di dargli assolutamente una chanche.

GIUDIZIO GLOBALE

Grafica: 8

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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