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Resident Evil Village, l’ottavo capitolo della saga horror di Capcom è finalmente arrivato

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Resident Evil Village è l’ottavo capitolo della serie survival horror per eccellenza. Il titolo è disponibile su Pc ma anche sulle console di casa Microsoft e Sony. Dopo lo straordinario successo del suo predecessore (qui la nostra recensione di Resident Evil VII) Capcom rilancia con il seguito della saga che migliora ulteriormente la formula proposta nel precedente capitolo. Questo nuovo capitolo cerca di rivoluzionare ulteriormente il gioco per creare un ibrido perfetto tra quel capolavoro di Resident Evil 4 ed il nuovo corso della serie. Chiunque abbia giocato a Resident Evil 7 sa bene che la famiglia Winters ne ha viste di cotte e di crude: mani mozzate, torture inverosimili e una miriade di letali abomini. Ethan Winters però riesce nell’intento di salvare sua moglie Mia, e con l’aiuto di Chris Redfield vengono mandati in Europa dell’Est per ricominciare una nuova vita. Ethan è provato da ciò che ha vissuto nella casa dei Baker, e spesso vorrebbe parlarne con sua moglie Mia, che invece tenta di smorzare il discorso per evitare che brutti ricordi possano rovinare la serenità ritrovata. Nonostante il loro rapporto sia spesso messo alla prova da ciò che è accaduto, i due si amano davvero e mettono al mondo la piccola Rose, una figlia tanto desiderata capace di rendere la loro vita molto più bella. La famiglia Winters, quindi, vive completamente fuori dal mondo, allontanata da qualsiasi forma di civiltà e tenuta sotto stretto controllo dalla BSAA (Bioterrorism Security Assessment Alliance), dove si trova anche Chris Redfield. La società segreta sta lavorando per le Nazioni Unite con lo scopo di nascondere le prove della muffa batteriologica e della composizione delle bio-armi, oltre che sorvegliare le mosse di un’altra società intenta a recuperare e sfruttare il potere della muffa. Nel mondo, quindi, nessuno sa dei Baker o di ciò che è successo in quella casa, ma soltanto che c’è stata una fuga di gas tossico prodotto da alcune piante nella foresta vicina, causando la morte della famiglia Baker e di altri che si trovavano nei paraggi. Sembrava andare tutto bene in casa Winters, ma una sera qualcuno irrompe in casa e porta distruzione e dolore: Ethan è sconvolto da ciò che è successo, ma l’entrata in uno strano villaggio gli darà risposte ad innumerevoli domande. La trama di Resident Evil Village s’infittisce all’interno di questo agglomerato di case che non colpisce di certo per originalità: basta aver visto pellicole come The Village o anche aver giocato Resident Evil 4 per capire che l’idea alla base è quella di creare un’atmosfera surreale.

Il villaggio è un perfetto secondo protagonista di Resident Evil Village, esattamente come lo era la casa dei Baker, ed ospita un enorme castello gotico dalle torri altissime, ma non mancano anche una foresta fitta di alberi e altri luoghi misteriosi: tutti posti che bisognerà esplorare e conoscere per proseguire nella storia, scoprendo un po’ alla volta il velo di mistero che copre la storia. La prima cosa che salta all’occhio è il fantastico world design del titolo, che risulta perfettamente bilanciato, lavorato con una notevole cura per i dettagli e impreziosito di piccoli riferimenti che rendono ogni singola zona ben identificabile: raramente infatti ci si perderà tra le varie stradine o vicoletti, sia perché è presente una mappa che indica l’esatta posizione in cui ci si trova, sia perché il design delle ambientazioni è pensato per far sì che ogni luogo diventi familiare in poco tempo. Ancora meglio quando si entra nel castello Dimitrescu, dove si fa la conoscenza della seducente quanto pericolosa Lady Dimitrescu e delle sue tre figlie. Il castello è arredato in maniera impeccabile e gioca molto con le luci e i riflessi: qui il ray-tracing, sulle console di nuova generazione, dona una marcia in più all’intera produzione rendendo gli ambienti di gioco estremamente belli da vedere. Di grande pregio anche il doppiaggio in lingua italiana, unica pecca alcune frasi del protagonista durante i momenti più concitati che a volte appaiono fuori contesto e fanno sorridere. Con Resident Evil Village, dal punto di vista estetico Capcom ha lavorato benissimo e ha cercato di prendere il meglio di Resident Evil 7 per inserirlo in un’idea più vicina a Resident Evil 4. L’ibrido tra i due è decisamente voluto e bastano davvero pochi minuti per rendersi conto di trovarsi in una formula che riprende idee del passato per ammodernarle al meglio. Altro parallelo con RE4 è rappresentato dalla presenza costante del Duca, un venditore misterioso che ricorda il mercante mascherato conosciuto da Leon. S Kennedy nel quarto capitolo della saga. Lungo le strade che bisognerà percorrere per completare l’avventura si trovano spesso delle casse da distruggere che contengono munizioni o altri elementi per la fabbricazione di nuovi strumenti, esattamente come accadeva in passato, ma non mancano anche oggetti utili alla risoluzione di enigmi ambientali o per ottenere ricche ricompense. Insomma, senza dilungarsi troppo, Resident Evil Village omaggia Resident Evil 4 con innumerevoli richiami, sia in termini di atmosfera che in termini di gameplay, e riuscirà a sorprendervi diverse volte, costituendo al contempo una grossa rivoluzione rispetto al precedente titolo della serie nonostante ne recuperi molti elementi. Per quanto riguarda il combattimento, Resident Evil Village mantiene intatte le meccaniche introdotte con il suo predecessore senza apportare sostanziali modifiche. Il sistema di mira è volutamente instabile e traballante per rendere le operazioni di puntamento difficili da eseguire e incrementare il senso di tensione derivante dagli scontri anche coi nemici più comuni. C’è un tasto dedicato alla guardia che può essere utilizzata per assorbire una parte dei danni in arrivo, uno rapido per utilizzare gli oggetti di cura e i quattro direzionali a cui è possibile assegnare le armi per passare da una all’altra con estrema facilità. Come se non bastasse, gli sviluppatori hanno deciso di automatizzare alcuni movimenti come il superamento degli ostacoli o la rottura di vasi e casse. Si tratta, in buona sostanza, di una formula ideata con l’obiettivo di mantenere fluida l’azione di senza essere costretti a spezzarne il ritmo per accedere continuamente all’inventario. Quest’ultimo viene gestito in modo analogo a quello di Resident Evil 4: una valigetta da riorganizzare manualmente per assicurarsi di avere sempre spazio per portare con sé armi, strumenti e accessori utili alla sopravvivenza. Gli scontri coi boss, dal canto loro, sono tra i più cinematografici di sempre e, per quanto siano sempre abbastanza semplici e di facile lettura, riescono a regalare momenti alquanto ispirati, sia dal punto di vista artistico che da quello del puro gameplay. Davvero niente male.

Detto questo però veniamo ai lati negativi. Resident Evil Village, infatti, non è assolutamente esente da difetti. Tali mancanze fanno storcere il naso ai fan più incalliti del brand mentre chi si è avvicinato alla serie dal settimo capitolo potrebbe non notarle. Iniziamo col dire che in quest’ultimo capitolo i rompicapo sono a dir poco elementari, infatti la soluzione sarà nel 90 per cento delle volte nella stessa stanza in cui ci si trova. Davvero un duro colpo per chi era abituato ad avere a che fare con i capitoli che hanno reso celebre la serie. Altro punto a sfavore è l’incredibile quantita di oggetti e di armi che si possono trovare. Nel corso della nostra prova infatti non abbiamo mai avuto la sgradevole sensazione di sentirci in pericolo a causa della mancanza di munizioni o di oggetti curativi, e questo a nostro avviso per un gioco del genere è un male. Ultimo aspetto che ci ha fatto storcere il naso è la lunghezza dell’avventura. Al livello normale ed esplorando qualsiasi angolo di gioco noi abbiamo impiegato circa nove ore e mezza, un po pochino rispetto al passato. Insomma, la sensazione che abbiamo avuto è quella che Capcom abbia deciso di recidere quasi totalmente il cordone con il passato per abbracciare una tipologia di gioco più action che survival horror. Peccato perché le ambientazioni offerte, il level design e la trama avrebbero offerto una validissima base per un’avventura in “vecchio stile”. Tirando le somme, vale la pena acquistare e giocare a Resident Evil Village? La risposta, nonostante i lati negativi da noi evidenziati, è comunque si. Diciamo questo in quanto se l’avventura viene vissuta come un gioco del tutto nuovo e non si pensa ai legami con i capitoli più datati, allora la produzione risulta essere di altissimo livello. Diciamocelo chiaramente, esplorare le location di gioco è una vera gioia per gli occhi e i nuovi nemici sono veramente interessanti da affrontare. Detto questo però se si è appassionati della serie, il rischio che si corre è quello di rimanere delusi facendo paragoni con il passato. Il nostro consiglio? Resident Evil Village va vissuto come un’esperienza nuova e interpretandolo in questa maniera si potrà godere pienamente di tutto ciò che il gioco ha di buono ha da offrire.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Phoenix Point, lo strategico dal creatore di X-COM è su console

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Phoenix Point è uscito nel 2019 su Pc e il suo lancio ha segnato il ritorno di Julian Gollop, creatore dell’originale X-COM. Il titolo, ovviamente di natura strategica, partiva dalla stessa formula vista con il suo predecessore spirituale e la sviluppava in maniera coerente, inserendo alcune interessanti novità e un indubbio spessore, ma al tempo stesso restando arroccato su posizioni di eccessiva rigidità, ben distanti dalle aperture e dall’accessibilità delle produzioni targate Firaxis. A due anni dal debutto su computer, il gioco è finalmente approdato anche sulle console di precedente generazione, PS4 e Xbox One e su quelle next Gen: PlayStation 5 e Xbox Series X/S, con un’interfaccia adattata per quanto possibile ai controller e l’inclusione di quattro DLC (Fastering Skies, Legacy of the Ancients, Blood and Titanium e il recentissimo Corrupted Horizons) che aumentano ancor di più il corpo dell’esperienza. Per chi non avesse mai provato la versione PC, sappiate che la storia di Phoenix Point inizia da una catastrofe. A causa dello scioglimento dei ghiacciai in Antartide, un virus rimasto dormiente per migliaia di anni si espande per l’intero globo terrestre uccidendo i primi ospiti colpiti dal contagio. Entrando in contatto con l’acqua, il virus muta inaspettatamente trasformando le persone in orrendi mostri marini. Dopo aver appreso lo scenario, aver superato l’introduzione e appreso le nozioni del tutorial, il mondo di gioco si apre in una una mappa globale piena di punti d’interesse da esplorare e basi da gestire. E proprio da questo mappamondo virtuale i giocvatori potranno e dovranno entrare in contatto con diverse comunità sempre in conflitto tra di loro, che è meglio non inimicarsi. Alcune fazioni vedono il “Pandoravirus” come un’opportunità da cogliere per un nuovo stadio umano, mentre altre sono convinte di doverlo debellare a ogni costo prima che si diffonda totalmente. Insomma, anche in questo mondo apocalittico l’umanità che è riuscita a sopravvivere si fa guerra piuttosto che far fronte comune. Ma procediamo con ordine: in questo mondo completamente in rovina, i giocatori vestono i panni di una squadriglia di soldati d’élite fondata subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: i Phoenix. Nel gioco bisognerà decidere come muoversi, quali attività seguire e in quale modo combattere. Insomma, si potrà scegliere se essere dei razziatori o i nuovi salvatori dell’umanità. Questo RPG tattico è riuscito a proporre una trama stimolante e coinvolgente, in grado non soltanto di catturare gli appassionati, ma anche di accompagnarli in un vasto mondo post-apocalittico strutturato fin nei minimi dettagli. Anche se la linearità della storia si avverte dopo le prima 10/12 ore di gioco, la presenza dei quattro DLC approfondiscono le varie vicende donando un senso di varietà alla produzione. Come dicevamo qualche riga più in alto, muoversi per il globo è fondamentale per raccogliere risorse, stringere alleanze ed esplorare le mappe procedurali generate automaticamente, purtroppo molto simili tra loro e poco ispirate. Facendo la conoscenza dei vari capi delle fazioni, si possono avviare scambi commerciali, reclutare nuovi soldati per la squadra e utilizzare le risorse per costruire alloggi, generatori d’energia elettrica e tante altre piccole chicche in grado di rafforzare il quartier generale dei Phoenix.

Proprio come accadeva in passato, Phoenix Point dà la possibilità di fabbricare armi più potenti, corazze resistentissime, ma anche mezzi di trasporto che potranno portare le truppe da una parte all’altra del globo. Quando poi il livello d’influenza sarà a un livello più alto, sarà possibile controllare ben più di tre basi sparse per il nostro pianeta. Strutture che bisognerà necessariamente difendere dalle incursioni dei pandoriani e dalla presenza del Behemoth, un abominio che minaccia ogni insediamento umano. Il combattimento, ispirato alla serie X-COM, è la parte nevralgica della produzione. A differenza della versione originale, è stata aggiunta una novità interessante: ora si possono colpire gli arti nemici indebolendoli o distruggendoli, dissanguandoli e prendendo così del tempo per organizzare una strategia diversa. Phoenix Point offre tipologie di missioni di vario genere: si va da quelle di salvataggio a quelle di rifornimento e di difesa, oltre a quelle di attacco, davvero impegnative se le si affrontano a un livello di sfida elevato. Al netto di queste novità, il sistema di combattimento rimane invariato. La reale criticità risiede però nell’intelligenza artificiale dei nemici: oltre a essere poco realistica, non offre un reale grado di sfida che possa realmente mettere in difficoltà, almeno nella difficoltà standard. Per capirci, i nemici sul campo di battaglia non solo trovano riparo in maniera raffazzonata, ma sono sempre a portata di tiro. Un cecchino potrebbe non sbagliare un colpo ma un soldato semplice armato di un fucile d’assalto sarebbe in grado di centrare il bersaglio lo stesso nonostante la differenza di arma, la gittata e la precisione.

La struttura ludica risulta comunque divertente, se si tralasciano alcune evidenti criticità strutturali. E come non citare le battaglie a bordo del Manticora? Interessanti, certo, ma si scontrano con la natura tattica del prodotto, non intrattenendo come speravamo. Nel complesso però la direzione artistica risulta godibile. Si esplorano mappe simili tra loro, vistando agglomerati e basi, nonché luoghi ameni controllati dai pandoriani. E nonostante il loro fascino, la morte sarà sempre dietro l’angolo. Il porting su console, nonostante una semplificazione delle finestre dei vari menù, è purtroppo minato da alcuni bug che fortunatamente non rovinano l’esperienza e non impossibilitano i giocatori ad avanzare nell’avventura. Tuttavia speriamo che con il rilascio di qualche patch tali problemi possano essere risolti e Phoenix Point possa risultare perfetto anche per le piattaforme di gioco.

Prima di proseguire ci teniamo a soffermarci un momento sulle fazioni che i giocatori incontreranno durante la loro esperienza di gioco. I seguaci di New Gerico propongono l’approccio più spavaldo e militarista: il loro capo Tobias West, che si fa chiamare il re filosofo, propugna una lotta senza quartiere contro gli invasori Pandora, in cui qualsiasi sacrificio è ammesso per il bene dell’umanità. West e New Gerico rappresentano dunque la classicità, riverberano i tempi in cui l’unica reazione era quella violenta, dove l’umanità, il sacrificio e l’onore erano esaltati. Ma West, e il cognome lo lascia intendere con chiarezza, rappresenta anche l’occidente: New Gerico è infatti una gerarchia alla cui testa c’è un “self-made man” che un tempo era un miliardario proprietario d’impresa. Tobias West è ossessionato dalla purezza, è spaventato dal diverso, per cui l’unica soluzione possibile per lui e per chi lo segue è la guerra. Proprio per questo New Gerico dispone di alcune delle tecnologie più potenti: armi, elicotteri e mezzi corazzati, ma anche di tecnici che schierano sul campo di battaglia delle temibili torrette automatiche. Dalla parte opposta di New Gerico ci sono i Discepoli di Anu, una religione sincretica che raccoglie alcuni dei culti che si sono sviluppati sul pianeta dopo l’apparizione delle creature Pandora. Appaiono come un culto mistico e misterioso e credono nella perfezione dell’animo umano, in contrasto con l’imperfezione della carne. Vedono nella mutazione del virus un modo per trascendere, per migliorare come individui: per loro Pandora non è una malattia o una maledizione, ma un modo per compiere un passo in avanti nel processo evolutivo. Sebbene combattano le creature per pura sopravvivenza, hanno intenzione di diventare un tutt’uno con il nuovo ambiente naturale e quindi non cercano di evitare la diffusione della bruma infetta. Se New Gerico rappresentava il rifiuto, l’opposizione, i Discepoli di Anu raffigurano l’accettazione, la fusione: qualora il progetto Phoenix decidesse di collaborare con loro usufruirebbe di modifiche genetiche molto interessanti e sarebbe capace di reclutare con più facilita dei sacerdoti con poteri psichici. Sul piano delle meccaniche, l’alleanza con i Discepoli è forse quella più interessante. La fazione più originale delle tre presenti in Phoenix Point è però Synedrion, un gruppo esteticamente conforme ai canoni dell'”high sci-fi”(possiede armamenti laser e infiltratori equipaggiati con gadget hi-tech) che si definisce anarco-sindacalista. Dopo che il terzo conflitto mondiale ha lasciato il pianeta quasi devastato, Synedrion è nata per portare avanti il sogno di un mondo senza più gerarchie. Al suo interno convivono correnti di pensiero che sono tra loro in contrasto, ma che vengono discusse in modo democratico e mai imposte da un’autorità centrale. Gli ecologisti, alcuni di essi ispirati dal filosofo americano Murray Bookchin, credono che una convivenza con Pandora sia possibile.

Dall’altra parte ci sono però i terraformatori, i quali sostengono che la tecnologia debba essere impiegata per curare la terra dal virus e creare un ambiente migliore per gli uomini. La frangia degli ecologisti che ha l’obiettivo di scardinare l’antropocentrismo è, nel suo piccolo, rivoluzionaria in un gioco come Phoenix Point, poiché spinge a mettere in dubbio tanti elementi relativi ad alcune narrazioni mainstream che oramai si sono normalizzati. Purtroppo, però, questo germe iconoclasta non sboccia. La parte finale chiarisce infatti alcuni aspetti che sarebbe stato meglio fossero rimasti misteriosi, svilendo così il significato di alcuni messaggi. In ogni caso la presenza delle tre fazioni rende l’esperienza di gioco assolutamente intrigante e più profonda.

Esteticamente parlando l’opera si presenta bene grazie al motore grafico Unity. Purtroppo, però, sono presenti sostanziali problematiche relative alle prestazioni e alla scarsa stabilità, soprattutto dal momento in cui il numero di elementi a schermo inizia ad essere importante. A livello di ambientazioni, Snapshot si è sforzata di differenziare coraggiosamente le varie location, riuscendo a fornire quella dose di novità per ogni mappa, che non guasta mai. Ogni momento di gioco, dalla gestione delle basi a quella delle missioni vere e proprie, è condito da soundtrack non troppo memorabili che, tuttavia, riescono nel loro intento di conferire un clima inquietante, sposando alla perfezione il tema dell’apocalisse aliena. Il doppiaggio in lingua inglese è ottimo e sono presenti otto lingue tra cui scegliere. Tirando le somme possiamo dire che il titolo, da molti considerato un successore spirituale del franchise di X-COM, sebbene per certi versi non riesca a raggiungerne il fascino della saga, a tratti è in grado di essere allo stesso livello del capolavoro targato Firaxis Games. In termini di gameplay, infatti, Phoenix Point riesce a distinguersi per la sua complessità e la profondità delle meccaniche, di cui X-COM ne gratta la superficie. Purtroppo, a limitare il gioco sussistono diversi elementi: una trama non proprio originale ed un comparto tecnico e di prestazioni piuttosto discutibile. Sicuramente, il prodotto di Snapshot Games e Julian Gollop risulta essere un must have per coloro che fremono dalla voglia di mettere le mani su un titolo gestionale e strategico a turni e, pertanto, ci sentiamo di consigliarlo senz’ombra di dubbio.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica:8

Longevità: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Apple Watch Series 7 arriva nei negozi italiani

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Apple Watch Series 7 è finalmente arrivato in Italia. Dopo una settimana di prevendita, infatti, il dispositivo arriva nei negozi del Belpaese. Disponibile con cassa da 41 mm e 45 mm, lo smartwatch ha uno schermo quasi del 20% più grande del precedente, nonostante l’ingombro resti praticamente lo stesso, grazie alla riduzione delle cornici intorno al quadrante. Series 7 è più robusto, con un cristallo anteriore resistente agli urti ed è il primo della famiglia di smartwatch di Apple con resistenza alla polvere di grado IP6X e all’acqua fino a 50 metri. Apple Watch Series 7 introduce cinque nuove finiture per la cassa in alluminio: mezzanotte, galassia, verde, un nuovo blu e (PRODUCT) RED. Inoltre, è disponibile anche una nuova gamma di colori e stili per i cinturini. I modelli in acciaio inossidabile sono disponibili in argento, grafite e oro, in aggiunta ad Apple Watch Edition in titanio naturale e nero siderale. Il design è stato perfezionato con angoli più smussati e arrotondati, con lo stesso schermo touch che adesso è dotato di un bordo rifrangente, in modo che i quadranti e le app a tutto schermo sembrino un tutt’uno con la curvatura della cassa. La batteria offre sempre un’autonomia di 18 ore, a cui si aggiunge una velocità di ricarica del 33% superiore. Resta il focus sul benessere: battito cardiaco, monitoraggio del sonno, dei livelli di ossigeno nel sangue e dell’ECG, oltre che le novità introdotte da Fitness+, un servizio creato proprio intorno ad Apple Watch, con tre mesi di accesso gratuito dalla prima attivazione. I prezzi del nuovo orologio partono dai 439 euro per il modello da 41 mm e 469 euro per il 45 mm, a salire poi per le versioni con connessione dati indipendente via e-sim, oltre al Wi-Fi.

F.P.L.

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Insurgency Sandstorm arriva anche su Xbox e PlayStation

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Insurgency Sandstorm arriva su console dopo essere uscito originariamente nel 2018 su PC via Steam. A distanza di tre anni il titolo compie il suo debutto su PlayStation 4 e Xbox One con la possibilità di essere giocato su PS5 e Xbox Series X/S con tanto di supporto al 4K ed ai 60fps. Si tratta di un’ottima occasione per i giocatori console di riscoprire un apprezzato shooter tattico che punta a un realismo assoluto degli scontri a fuoco all’interno di ambientazioni urbane devastate dalla guerra. Oltre alla possibilità di giocare in multiplayer PvP, c’è spazio anche alle partite cooperative online che permettono di vivere un’esperienza ancora più coinvolgente rispetto all’approccio in solitaria. In merito alla distribuzione su console, l’edizione standard di Insurgency Sandstorm è disponibile sia in formato fisico che digitale, mentre le Gold e Deluxe Edition del titolo pubblicato da Focus Home Interactive sono reperibili soltanto tramite download online. Oltre al gioco completo, l’edizione Deluxe include il Pass Anno 1, la Gold invece mette a disposizione anche il Pass Anno 2 previsto nel corso del 2022. Infine, sempre per l’anno prossimo sono attese ulteriori migliorie per le versioni next-gen, volte a garantire il pieno supporto a tutte le caratteristiche peculiari di PS5 e Xbox Series X/S. Detto ciò, parliamo adesso del gioco: la prima cosa che bisogna dire su Insurgency Sandstorm è che questo è il primo capitolo della serie che non ha la modalità campagna. La produzione è infatti basata sul gioco di squadra, puntando tutto sul realismo e l’amore per le armi da fuoco. Sandstorm ha quindi una modalità in cooperativa, una PvP e alcune modalità in locale, senza voler contare la modalità pratica, dove potrete imparare i fondamenti del gioco senza ansia da prestazione. Infatti, nonostante il titolo dà subito “il permesso” di buttarsi nella mischia, è sempre meglio passare per il via e imparare tutto dall’inizio; questo anche se si hanno alle spalle ore e ore di sparatutto. Il feeling, pad alla mano, lo si può descrivere come “pesante”; in che senso? Beh, il nostro protagonista si muoverà con chili di attrezzatura addosso, a prescindere dal loadout, quindi la sensazione che si avrà è esattamente quella di “avere peso addosso”, un elemento che avrà un forte impatto sulle prestazioni sul campo di battaglia, specialmente se siete abituati a FPS frenetici come Call of Duty. Insurgency Sandstorm, lo ricordiamo, è infatti un videogame che vuole avvicinarsi alla simulazione bellica piuttosto che a un semplice shooter tutto nervi e riflessi. Detto ciò, viene da se che avere un approccio aggressivo non è consigliato. Insurgency Sandstorm è un titolo che richiede strategia poiché estremamente realistico: ogni colpo può essere mortale, l’auto aim non esiste e quando il caricatore finisce bisogna ricordarsi di cambiarlo. E ovviamente, se si decide di cambiarlo, è necessario tenere a mente che se ne hanno un numero limitato e nel caso in cui lo si fa in anticipo, si perderanno tutti i colpi rimanenti in quello che si scarta. Potrebbe essere uno scoglio di frustrazione, anche nel caso in cui si giochi contro l’intelligenza artificiale. Ovviamente, per via della sua natura ibrida a metà fra azione e strategia, il titolo ha bisogno di alcune ore per essere compreso a pieno e possiamo assicurarvi che si prenderà il suo tempo, il che non è necessariamente un malus, ma colpisce un po’ l’accessibilità, specialmente in chi vuole mettere su un gioco, premere il pulsante start e iniziare a massacrare nemici su nemici.

Insurgency prevede la bellezza di otto classi, ciascuna minuziosamente caratterizzata da abilità specifiche, quasi si trattasse di un gioco di ruolo. Sono tutte a numero limitato, a parte il fuciliere che è il classico tuttofare: oltre a questo troviamo lo specialista (fucili a corto raggio), il mitragliere, il demolitore (lanciarazzi), il supervisore (presunte armi particolari, in verità il loadout è molto simile a quello del fuciliere) e il tiratore (cecchino). Merita una menzione particolare il comandante, l’unico che può lanciare delle offensive (sotto forma di bombardamenti, attacchi aerei, droni), ma per poterlo fare ha bisogno di un osservatore che gli stia a fianco. Si tratta di vere e proprie mosse finali in grado di spazzare via la squadra che le subisce e, in base alle nostre esperienze, sono forse sin troppo efficaci (sicuramente si possono utilizzare tropo di frequente). Le armi sono quelle tipicamente utilizzate nelle battaglie in Siria e Iran dalle truppe locali, quindi sono presenti l’immancabile SKS, il Kalashnikov, l’AKS, l’M16A2, e numerose altre, ciascuna con propri ratei di fuoco, capacità di penetrazione, tempi di ricarica e via discorrendo; si possono personalizzare con l’aggiunta di accessori come mirini, compensatori, impugnature, lanciagranate. Il sistema di combattimento è molto gratificante, così come la balistica dei fucili: davvero un ottimo lavoro che richiede riflessi fulminei e conoscenza approfondita della mappa. In Insurgency il fuoco di soppressione è più che mai un ottimo viatico per sgomberare le stanze dai nemici; le granate fumogene sono fondamentali e possono fare la differenza nella conquista di un avamposto; i lanciarazzi sono micidiali perché con le loro schegge impazzite possono eliminare chiunque nell’arco di metri dal punto di impatto del missile. A fornire un’ulteriore sfumatura tattica ci pensano i veicoli, la cui presenza, onestamente, ci è parsa un po’ troppo pretenziosa, a parte per un paio di punti dove si sono rilevati effettivamente utili. Padroneggiare il proprio arsenale richiede tantissima pratica, ma l’esperienza di chi ha ore di gioco alle spalle è visibile e può veramente spostare gli equilibri di una battaglia. Al termine di ogni match (sia esso PVP che PVE) si viene ricompensati sia con dei punti ranking che con della moneta virtuale con cui acquistare abbellimenti esclusivamente estetici per il proprio soldato. A livello di location, Insurgency Sandstorm ha delle ambientazioni classiche per un simulatore bellico e visto che ci si muove all’interno del Medio Oriente, sono presenti case di mattoni distrutte, strutture in metallo fatiscenti e tantissima sabbia. I nemici saranno ben mimetizzati grazie alle loro divise e l’avere una palette cromatica che non cambia mai dal color sabbia, marrone e verde, stanca un po’ l’occhio. Per il resto si può dire che la componente tecnica appare di buon livello, seppur gli sviluppatori non abbiano voluto spingere più di tanto in tal senso, il che non è il massimo per l’immersività e per la vista, dato che avere dei modelli poco definiti rende difficile individuare i nemici oppure capire dov’è possibile interagire con l’ambiente. Per quanto riguarda le animazioni, queste sono ben realizzate e piuttosto scorrevoli, riuscendo a rendere bene l’idea dei movimenti di un soldato: dalla corsa con l’arma in mano al gettarsi a terra per mimetizzarsi con l’ambiente. Peccato che i corpi a terra non abbiano nessun tipo di fisica ed è possibile attraversarli come se non fossero lì. Per quanto concerne il comparto audio, la musica è presente solamente nel menù di gioco e nel caricamento ed è piuttosto “anonima”, intendiamoci, significativa quanto basta per mettere i giocatori nel mood giusto e caricare prima di andare sul campo di battaglia mediorientale, ma nulla a che vedere con le opere presenti in alcuni massimi esponenti del genere. Gli effetti sonori sono vitali per Insurgency Sandstorm ed è grazie al loro essere posizionali che spesso si intuisce dove si trova un nemico, cosa che però possono utilizzare anche loro per individuare il giocatore e farlo fuori. Tirando le somme, Insurgency Sandstorm è senza ombra di dubbio un titolo che vale la pena di essere provato, un’ottima via di mezzo tra super-realismo e arcade. Il software si lascia giocare e, come già detto, si prende il suo tempo per essere compreso. Giocarlo insieme a un gruppo di amici, ovviamente, è la scelta migliore, vista la forte componente strategica. La comunicazione potrebbe fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta. Detto ciò quindi, se avete voglia di provare un approccio Fps sottilmente diverso, meno frenetico e più ragionato, questo è il videogame che fa per voi.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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