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Economia e Finanza

RIFORMA DEL CATASTO: COSA DOVRANNO TEMERE I PROPRIETARI?

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L'intervista in esclusiva de L'Osservatore d'Italia all’architetto prof. Raul Masini docente universitario presso la Sapienza di Roma

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LEGGI ANCHE: RIFORMA DEL CATASTO: UNA SVOLTA EPOCALE CHE CAMBIERA’ LA FISCALITA’ IMMOBILIARE

 

di Cinzia Marchegiani

La riforma del catasto è alle porte e mette già paura per i mille risvolti che andranno irreversibilmente a cambiare la fiscalità immobiliare dei proprietari di tutta Italia, e non solo. Il 12 marzo 2014 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge 23 con la quale il Parlamento ha delegato il Governo ad emanare norme in materia di riforma fiscale, e che contiene, al suo interno, le linee guida per realizzare la tanto attesa riforma del catasto urbano. Tale delega prevede l’emanazione di decreti legislativi attuativi entro un anno dall’entrata in vigore della stessa legge. Allo stato attuale è stato emanato il primo dei D.Lgs, che riguarda la composizione e attribuzione delle Commissioni Censuarie. L’Osservatore d’Italia era presente al convegno a carattere scientifico che lo scorso 16 aprile 2015 è stato organizzato presso alla Sala del Chiostro presso il Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Ambientale della Sapienza di Roma che ha affrontato la svolta epocale che attenderà la riforma del Catasto italiano. Intervistiamo l’architetto Raul Masini, docente universitario nonché uno dei membri organizzatori del suddetto evento che indiscutibilmente ha prodotto un confronto fra eccellenze in ogni campo nonché sollevato anche criticità nella stima e nelle norme all’interno di questa riforma, indicando una riflessione tecniche affinché le distorsioni non producano effetti secondari e inappropriati di iniquità tra diversi proprietari immobiliari che abitano in posti diversi e con potenzialità diverse ambientali.

Prof. Masini, siamo in attesa dell’emanazione del provvedimento attuativo che riguarderà la individuazione dei criteri da utilizzare per procedere alla revisione del sistema estimativo attraverso l’utilizzo di funzioni statistiche e appositi algoritmi. In buona sostanza è prevista la definizione preventiva di complesse funzioni statistiche e una successiva fase di rilevazione puntuale delle informazioni sul territorio, in collaborazione con i Comuni e con gli Ordini professionali, per l’elaborazione e l’attribuzione dei nuovi parametri estimativi costituiti dai valori patrimoniali e dalle nuove rendite. Quali sono gli obiettivi di questa riforma che è stata definita per la suo impatto, epocale?
Di revisione del catasto dei fabbricati si parla da molti anni. Anche perché alla rendita catastale è legato il prelievo sul patrimonio immobiliare e una base imponibile datata produce le iniquità più volte denunciate. Mentre un sistema fiscale equo dovrebbe prevedere un prelievo contributivo proporzionale all’effettivo valore del bene. Ed è proprio in questa direzione che si muove la riforma del catasto che interesserà tutti i proprietari immobiliari e quindi la stragrande maggioranza degli italiani, visto che circa l’80% dei cittadini è proprietario dell’immobile in cui vive. Dunque la revisione degli estimi è finalizzata a recuperare situazioni di incongruità delle attuali rendite catastali e quindi a perseguire una perequazione fiscale nel settore impositivo immobiliare Le novità introdotte riguardano molti aspetti tra cui la necessità di attribuire a ciascuna unità immobiliare tanto il valore patrimoniale quanto la rendita catastale. Cambia inoltre il modo in cui dovrà essere misurata la consistenza di un immobile ovvero non più in vani catastali, ma in metri quadri di superficie, un parametro tecnico quindi decisamente più equo. C’è comunque nei proprietari immobiliari un timore diffuso, ossia che possa trattarsi dell’ennesima manovra per un inasprimento del prelievo fiscale. Hanno ragione?
Ciò è in parte giustificato dagli accadimenti degli ultimi anni che hanno visto l’accanimento della politica fiscale sulla tassazione immobiliare. Il risultato di tale politica è stato solo l’uccisione di un settore economico trainante per il nostro Paese quale l’edilizia, peraltro ancora più dirompente se si considera il momento di crisi generale globale che stiamo vivendo, in cui è in fortissima regressione anche il settore produttivo industriale.A fugare i dubbi e le diffidenze è intervenuto lo stesso legislatore che nella legge delega ha imposto che l’operazione avvenga ad invarianza del gettito per ogni singola imposta immobiliare. Quindi, in sostanza si tratterebbe di aumentare la base imponibile, attraverso l’equiparazione dei valori catastali a quelli di mercato, ridimensionando in proporzione le aliquote impositive.

C’è un però?
Nella pratica l’operazione sarà ben più complessa in rapporto alla natura delle singole imposte e alla commistione esistente tra agevolazioni ed imposizione, nonché per la molteplicità dei soggetti impositori, per cui sarà difficile un assestamento iniziale corretto, ma forse sarà da realizzare un modello dinamico da correggere gradualmente nel tempo. Certamente la riforma del catasto potrà essere una opportunità di ripresa per il Paese da non perdere, non solo dando corso alla delega, ma anche applicandola intelligentemente, guardando al futuro, allo sviluppo e non soltanto alle necessità economiche contingenti del momento.

Prof.. Masini, sarà possibile attuare la riforma in 5 anni come è stato previsto, oppure i tempi effettivamente necessari saranno più lunghi?
Se consideriamo che sul territorio italiano ci sono circa 62 milioni di unità immobiliari, che dovranno essere rilevate e sottoposte a classamento, sinceramente la previsione dei 5 anni per la piena attuazione della revisione mi sembra una previsione al quanto ottimistica. È indiscutibile che si tratti di un’impresa gigantesca, quasi pari per attività richieste alla formazione dell’attuale catasto, che durò circa 25 anni, anche se questa volta, bisogna tenere presente che, diversamente dal passato, la struttura informatizzata, dove raccogliere i dati, è già disponibile e gli strumenti e le informazioni ad oggi esistenti possono drasticamente comprimere i tempi.
Non è da escludere che si potrebbe procedere ad una attuazione graduale nel tempo, per successive fasi, che consentiranno di migliorare ed implementare il livello di precisione iniziale conseguito nella fase di impianto. Tale concetto è peraltro intrinseco nella disposizione del legislatore che mira ad un sistema dinamico, quindi automaticamente aggiornabile e perfettibile nel tempo, con l’emanazione di successivi decreti legislativi correttivi ed integrativi. Infine si potrebbe pensare anche ad una attuazione della riforma per ambiti territoriali omogenei, anche in linea con il concetto di federalismo fiscale e di decentramento dei servizi catastali, (delegando i comuni, esperienze già avviate in via sperimentale, affinché possano costituire modelli gestionali flessibili e adattabili alle specificità dei diversi territori, nonché semplificare le procedure di esercizio delle funzioni catastali decentrate),consentendo lo sviluppo del processo ad un team di personale ridotto, dedicabile da parte dell’Agenzia delle Entrate, senza intralcio per le attività ordinarie, come ad esempio è avvenuto in Spagna, la quale ha realizzato la riforma in un decennio, suddividendo il territorio nazionale in dieci ambiti, attivati uno per anno.

Può spiegare come verranno attribuiti i nuovi valori catastali alle unità immobiliari?
In buona sostanza, la novità principale della legge di revisione, sarà costituita dalla attribuzione ad ogni unità immobiliare sia del reddito annuo (rendita o valore d’uso) che del valore patrimoniale (valore di mercato o valore di scambio) e che tali valori non saranno più convenzionali come le attuali rendite, ma essendo rapportati ad un periodo economico vicino, rappresenteranno dati economici prossimi a quelli rilevabili dal mercato ordinario.
Al tal proposito occorre sottolineare che sotto un profilo sostanziale la rendita catastale è inferiore e differisce dal canone di locazione lordo in quanto è al netto delle spese di parte padronale costituite dalle spese di manutenzione, reintegra, assicurazione, gestione, sfitti ed inesigibilità, ecc., le quali ordinariamente incidono in media dal 25% al 40%, a seconda della tipologia immobiliare e della ubicazione.
La Riforma prevede il cambio anche delle denominazioni delle categorie catastali.
Certo, le unità immobiliari assumeranno una nuova categoria denominata anche “destinazione d’uso funzionale”. Ad esempio , nel gruppo delle abitazioni anziché le categorie A/1, A/2, A/3, A/4, A/5, A/6 verrà introdotta un’unica categoria catastale denominata R/1 “Abitazioni in fabbricati residenziali e promiscui” (unità in un condominio) e per le categorie A/7 e A/8 l’unica categoria R/2- “Abitazioni in villino e in villa”, mentre la categoria A/11- “Abitazioni tipiche dei luoghi”, cambierà solo codifica in R/3, conservando la originaria denominazione. Ma la ridefinizione e l’aggiornamento delle tipologie immobiliari riguarderà anche gli altri gruppo di categoria vigenti.

Con la riforma che fine faranno le tariffe d’estimo unitarie?
E’ bene precisare che il nuovo sistema estimativo dei fabbricati non farà riferimento a tariffe d’estimo predeterminate, come in passato, ma procederà all’attribuzione di rendita e valore, distintamente per ogni unità immobiliare sulla base di specifici algoritmi di calcolo (funzioni statistiche e coefficienti correttivi riguardanti le caratteristiche che definiscono, a livello commerciale, il pregio di un’abitazione: dall’affaccio al piano, dallo stato di conservazione alla presenza o meno di un ascensore, fino al riscaldamento, autonomo o centralizzato. Insomma tutti quei requisiti che di solito vengono presi in considerazione quando si decide di affittare o acquistare un appartamento.) e relative tabelle parametriche che le andranno a sostituire e che saranno oggetto di approvazione da parte delle Commissioni Censuarie e di pubblicazione in G.U.
 

Quindi oltre al cambio di denominazione della categoria catastale e all’introduzione degli algoritmi di stima appena accennati, il nuovo classamento sarà basato sull’utilizzo del metro quadrato di superficie come parametro di misura della consistenza immobiliare delle unità a destinazione ordinaria, nonché sulla determinazione sia della rendita che del valore patrimoniale.
Pertanto il nuovo sistema estimativo basato su modelli matematico-statistici consentirà una più accurata e puntuale valutazione dei valori catastali da attribuire alle u.i., suscettibili di implementazione e aggiornamento automatico sia con riferimento agli algoritmi che con riferimento alle variabili di stima e relativi coefficienti correttivi.

Quali saranno le funzioni ed attribuzioni delle Commissioni Censuarie? Cosa scatterà?
Le Commissioni censuarie, introdotte in Italia nel lontano 1886, in seguito alla definizione del primo assetto fiscale del Paese, sono tuttora esistenti, anche se di fatto in disarmo. In molti casi, infatti, non si riuniscono più magari anche da 15 anni. Una volta entrata in vigore la riforma, il compito delle commissioni sarà quello di definire i nuovi valori da utilizzare per gli estimi catastali.
In particolare, le Commissioni Censuarie Locali (C.C.L.) provvederanno, entro 60 giorni dalla ricezione, alla validazione delle funzioni statistiche previste dall’art. 2 della legge 23/2014. Mentre la Commissione Centrale deciderà entro 90 giorni sui ricorsi dell’Agenzia delle Entrate, dei Comuni interessati e delle associazioni di categoria operanti nel settore immobiliare, contro le decisioni delle Commissioni censuarie locali, in merito al quadro delle categorie e classi delle u.i. urbane ed ai relativi prospetti tariffari dei singoli Comuni. Nei casi in cui la Commissione censuaria locale non abbia validato le funzioni statistiche e l’Agenzia delle Entrate non si sia conformata alle sue osservazioni, provvederà, entro 90 giorni, alla definitiva validazione delle funzioni statistiche e dei relativi ambiti di validazione.

Prof. Masini, lei solleva una crepa seria sul metodo del censimento che si attuerà e degli eventuali ricorsi che si potrebbero innescare. Si potrebbe configurare addirittura un conflitto d’interesse, lo spiega meglio ai nostri lettori?
Appare evidente la necessità, che tutta l’attività di raccolta dati e predisposizione delle funzioni statistiche, demandata all’Agenzia delle Entrate, sia svolta con la massima attenzione e che tale attività sia suscettibile di essere verificata con cura da parte delle Commissioni Censuarie, e laddove non sussista condivisione con l’operato dell’Agenzia, le stesse Commissioni abbiano la possibilità di far modificare all’Agenzia il proprio operato.
In relazione a ciò il contenuto del decreto non sembra rassicurare in tal senso. Infatti lasciano assai perplessi i termini ristretti concessi alle C.C.L. per espletare i propri compiti, nonché la previsione che a decidere sui ricorsi dell’Agenzia contro le decisioni delle C.C.L. sia una Commissione Centrale la cui composizione e fortemente squilibrata a favore degli Enti impositori ed in particolare dell’Agenzia delle Entrate stessa (infatti degli 11membri della commissione ben 5 sono dell’Agenzia e 2 dei Comuni). Quanto osservato, purtroppo, configura palesemente un evidente conflitto di interessi dell’Amministrazione finanziaria, che non rassicura sul corretto e veloce prosieguo della revisione del catasto, e che richiede quindi, già in partenza, la necessità di apportare i necessari correttivi.

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Costume e Società

È più conveniente il noleggio auto a lungo termine o l’acquisto?

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Conviene il noleggio a lungo termine? Diverse persone si pongono questa domanda, facendo un confronto su quella che potrebbe essere considerata un’altra opzione, ovvero l’acquisto di un’automobile. Quindi possiamo dire che la domanda a cui dobbiamo cercare di rispondere consiste nel considerare se è più conveniente noleggiare un’auto a lungo termine oppure se potrebbe essere più vantaggioso acquistare una macchina. Proviamo a fare chiarezza da questo punto di vista, mettendo l’accento sul fatto che sicuramente il noleggio a lungo termine offre dei vantaggi importanti che non potremmo avere, se ricorriamo all’acquisto di un’automobile.

Cos’è e come funziona il noleggio a lungo termine

Se ricorriamo a degli specifici servizi di noleggio a lungo termine, possiamo fare riferimento, per esempio, ad alcuni molto vantaggiosi. Ad esempio Noleggiosemplice.it offre noleggio auto a lungo termine che mette a disposizione indubbi aspetti convenienti.

Ma per comprendere in generale come funziona questa formula di utilizzo dell’auto possiamo spiegare subito che il noleggio a lungo termine prevede la possibilità di usare un’auto per un periodo di tempo stabilito secondo contratto, non diventando comunque proprietari dell’auto. In genere il periodo di utilizzo può essere rapportato a 36 o 48 mesi.

Il contratto prevede il pagamento di un canone mensile, che tiene conto anche del modello dell’auto e del chilometraggio annuale. Inoltre nel noleggio a lungo termine abbiamo comprese anche altre spese, come tutte quelle che riguardano l’assicurazione, la manutenzione e l’assistenza.

La spesa che non rientra nel canone pagato con il noleggio a lungo termine è quella che riguarda il carburante, che rimane a carico dell’intestatario del veicolo.

È conveniente il noleggio a lungo termine?

Abbiamo fatto questa premessa, per spiegare che cos’è il noleggio a lungo termine, anche perché è possibile in questo modo riuscire a capire più specificamente quali sono i vantaggi legati a questa formula di utilizzo dell’automobile.

Il noleggio a lungo termine può essere considerato piuttosto conveniente rispetto all’acquisto vero e proprio di un’auto per tanti motivi. Proprio in funzione di queste ragioni questa formula sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni nel nostro Paese.

A servirsi del noleggio di questo tipo non sono soltanto i professionisti o i titolari delle aziende, ma il noleggio a lungo termine sta avendo successo anche tra i privati. Naturalmente non dobbiamo dimenticare il fatto che comprare un’automobile nuova è molto più pesante dal punto di vista economico rispetto a noleggiarne una.

Infatti dal punto di vista economico bisogna considerare anche le spese per l’assicurazione e quelle relative alla manutenzione dell’auto. Ma non si tratta di una questione soltanto economica, perché avere a che fare con un’auto acquistata complica di molto la situazione, dovendo espletare dei doveri burocratici, per svolgere i quali ci vuole anche una certa quantità di tempo a disposizione.

È logico che bisogna considerare anche la disponibilità economica dei soggetti che decidono per l’una o per l’altra opzione, però sicuramente il fatto di poter pagare un canone mensile che include una serie di spese nella forma all inclusive può risultare molto conveniente.

Inoltre bisogna considerare anche il numero di anni per cui si ha effettivo bisogno dell’utilizzo della macchina. Se per esempio l’auto occorre soltanto per un determinato periodo, anche nel caso in cui si è soliti cambiarla spesso, il noleggio a lungo termine si rivela molto utile, perché, una volta terminato il contratto, si può decidere liberamente cosa fare.

Il fatto poi di non avere a proprio carico spese come bollo auto, tassa di proprietà, assistenza stradale e oneri amministrativi incoraggia sempre di più questa formula del noleggio a lungo termine che molti preferiscono rispetto al possedere un’auto di proprietà. Quindi possiamo dire che il noleggio a lungo termine è sicuramente più conveniente rispetto all’acquisto di un’automobile.

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Economia e Finanza

Intervento italiano alla conferenza IFAD e annuncio stanziamento 84 milioni di euro per la 12a ricapitalizzazione del fondo

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“È fondamentale sostenere il lavoro dell’IFAD. Occorrono risorse adeguate e sufficienti per intervenire sul terreno, investire nell’economia rurale, nella sicurezza alimentare, nell’accesso al cibo e in cicli produttivi sostenibili”. Con queste parole il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale della Repubblica Italiana, Luigi Di Maio, ha iniziato il suo discorso durante la cerimonia di apertura della 44esima sessione del Consiglio dei Governatori del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD).

E ha proseguito: “Dinanzi a sfide di tale ampiezza l’IFAD potrà sempre contare sul nostro Paese. Il nuovo governo italiano ha appena stanziato una somma di 84 milioni di euro, destinata alla dodicesima ricapitalizzazione del fondo. Si tratta di un aumento significativo del nostro contributo”.

Secondo il ministro degli Affari Esteri italiano infatti, “sostenere e promuovere la trasformazione dei sistemi agro-alimentari è importante anche nella prospettiva di “ricostruire meglio e in maniera sostenibile” dopo la pandemia”. Di Maio ha quindi ricordato come l’IFAD sia partner chiave del Vertice ONU sui Sistemi Alimentari previsto per settembre prossimo, auspicando che già al pre-Vertice di Roma, in programma dal 19 al 21 luglio, “si possa definire una serie di impegni volontari” e sottolineando “l’approccio “verde” che l’Italia, in qualità di Paese ospite della Pre-COP26, adotterà nell’esercizio della Presidenza G20”.

Durante la prima giornata della 44esima sessione del Consiglio dei Governatori IFAD, quest’anno dedicata al tema “Sviluppo rurale – requisito essenziale per la resilienza globale”, capi di Stato, ministri e leader dello sviluppo hanno ribadito come il destino delle nazioni più povere e di quelle più ricche siano interconnessi: sradicare povertà e fame sarà quindi impossibile senza mettere in campo subito azioni di cooperazione internazionale volte ad uno sviluppo a lungo termine.

“La pandemia di COVID-19 e le crisi climatiche dovrebbero far arrivare il messaggio forte e chiaro a tutti, sia ricchi che poveri, sia deboli che forti: i loro destini sono intrecciati. Moriremo o sopravvivremo insieme”, ha detto il primo ministro del Pakistan, Imran Khan, ai rappresentanti dei 177 Stati Membri dell’IFAD. “Abbiamo bisogno di un piano e di una strategia comuni per la ripresa globale, la sopravvivenza e la prosperità di tutta l’umanità”.

Sottolineando il danno economico profondo e a lungo termine causato dalla pandemia nei Paesi a basso reddito in cui povertà e fame sono in aumento, il Presidente dell’Angola João Manuel Gonçalves Lourenço, ha paragonato le sfide future che il suo Paese dovrà affrontare con il periodo post guerra civile. “La cooperazione internazionale, sia bilaterale che con le organizzazioni per lo sviluppo, è stata cruciale nella ricostruzione postbellica e continua ad essere necessaria affinché insieme possiamo ridurre l’impatto negativo delle crisi che stiamo affrontando”, ha affermato.

Secondo entrambi gli esponenti, per contrastare l’allargamento delle fasce di fame e povertà globale bisogna passare attraverso partenariati globali e nuovi investimenti a lungo termine nelle popolazioni rurali; popolazioni che nonostante coltivino cibo in grandi quantità, spesso sono le più povere e più affamate del mondo.

Sui sistemi alimentari e sulla necessità che essi siano ripensati, si è soffermato Gilbert F. Houngbo, riconfermato oggi Presidente dell’IFAD per un secondo mandato. Nel suo discorso di apertura dei lavori Houngbo ha ricordato infatti come organizzazioni internazionali e i partner governativi debbano riesaminare la natura dei sistemi alimentari che spesso oggi peggiorano le situazioni di disuguaglianza, povertà e fame.

“La mia convinzione rimane intatta. Possiamo realizzare un mondo più giusto ed equo, un mondo senza povertà assoluta, un mondo senza fame”, ha detto il Presidente dell’IFAD.  E ha aggiunto: “Ma la pandemia e le conseguenze dei cambiamenti climatici ci stanno costringendo a ripensare radicalmente il modo in cui produciamo e mangiamo”.

Per un Paese dipendente dal petrolio come l’Angola, ridurre le importazioni alimentari e garantire un approvvigionamento alimentare sostenibile attraverso una produzione locale è fondamentale, ha quindi ribadito Lourenço. Ha inoltre aggiunto che tale obiettivo può essere raggiunto solo attraverso la rivitalizzazione e lo sviluppo della produzione agricola locale, la riqualificazione della viabilità e la garanzia dell’approvvigionamento idrico nelle zone rurali. 

Il primo ministro del Pakistan ha quindi sottolineato l’importanza di investire in processi e infrastrutture agricole ecosostenibili che garantiscano l’uso efficiente dell’acqua e della terra e di “produrre cibo rispettando maggiormente la natura”.

Un concetto ribadito anche dal ministro italiano Luigi Di Maio per cui la priorità accordata alla sostenibilità ambientale deve “accomunare le principali economie del mondo e tutti i piani di ripresa post-pandemica, armonizzando ricostruzione e ambiziosa azione climatica”.

Una persona su dieci oggi nel mondo soffre la fame. Ulteriori 132 milioni di persone potrebbero esserne vittime domani a causa delle conseguenze socioeconomiche della pandemia di COVID-19. Anche la povertà estrema sembra destinata ad aumentare per la prima volta da decenni.

La crescita economica dovuta al settore agricolo è da due a tre volte più efficace nella riduzione della povertà rispetto alla crescita generata da altri settori. Con investimenti a lungo termine in uno sviluppo rurale sostenibile anche dal punto di vista ambientale, i piccoli agricoltori possono aumentare la loro produzione alimentare e generare occupazione, il che a sua volta stimola le economie locali e nazionali e crea società più stabili e prospere.

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Economia e Finanza

I dati della crisi delle Agenzie di Viaggio emerse in una indagine di Fiavet Lazio e EBTL

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I dati relativi alla filiera del turismo in quest’ultimo anno, sono davvero impietosi. A soffrirne in maniera più evidente le agenzie di viaggio a causa della chiusura delle frontiere, il lockdown e i divieti imposti dai vari DPCM. Per comprendere in maniera compiuta il fenomeno, nei mesi scorsi, Fiavet Lazio e l’Ente Bilaterale del Turismo Lazio avevano lanciato on line un’indagine conoscitiva il cui risultato ha dimostrato, qualora ce ne fosse stato bisogno, il grave stato di cisi nel quale versa il settore della distribuzione. Un dato fondamentale, per tradurre in numeri lo stato della crisi attuale, emerge dalla domanda relativa alla stima di perdita di fatturato per l’anno 2020. Il 92,3% delle aziende intervistate ha stimato una perdita di fatturato di oltre il 60% rispetto all’anno precedente; il 4,3% una perdita compresa tra il 51% ed il 60% rispetto al 2019; l’1,8% tra il 21% e il 40%,mentre solol’1,7 ha stimato una perdita al di sotto del 20%.    

Nel questionario si chiedeva, tra l’altro, anche la reale consistenza dell’azienda dal punto di vista occupazionale che ha evidenziato come il settore sia composto prevalentemente da micro, piccole e medie imprese: il 71,8% è infatti, composto tra i 0 e 5 addetti; il 13,7% tra i 5 e 10 addetti, mentre solo il 9,4% delle aziende intervistate ha dichiarato una situazione occupazionale pre-covid compresa tra i 15 e oltre i 25 addetti. Per quanto concerne la situazione degli addetti in CIG e FIS, tutte le aziende intervistate hanno risposto di avere lavoratori in FIS o CIG, con numeri variabili: il 78,6% delle aziende da 1 a 5 addetti; il 12,8% dai 5 ai 15 addetti, mentre l’8,6% delle aziende ha dichiarato un numero di addetti protetti da ammortizzatori sociali, dai 15 ai 25 addetti. Relativamente alla consistenza del fatturato pre-crisi, le risposte indicano che nel territorio della Regione Lazio il 35,9% delle aziende intervistate ha una media di fatturato da 1 a 3 milioni di Euro, il 27,4% fino a 500 mila Euro, il 19,7% oltre 3 milioni di Euro, mentre il 17,1% dichiara di avere un fatturato da 500 mila Euro a 1 milione di Euro. Il questionario richiedeva anche la percentuale dell’incoming sul fatturato (per il 61,5% delle aziende oltre il 60%) e la percentuale della clientela italiana sul totale della clientela incoming: per il 66,7% tra lo 0 e il 20%; per il 21,4% oltre il 60%, mentre per il 12% tra il 21% e il 60%. La percentuale della clientela estera sul totale di quella incoming ha evidenziato invece che per il 57,3& delle aziende è pari al oltre il 60%. Molto interessanti sono state le risposte relative al prossimo futuro. L’indagine ha evidenziato che per il primo semestre del 2021, l’88,8% delle aziende intervistate ha stimato un fatturato molto basso, compreso tra lo 0% e il 20%; l’11,1% tra il 21% ed il 30%, e il 2,6% tra il 31% e il 40%. In ultimo lo 0,9% presume un fatturato dal 41% al 50%, mentre solo l’1,7% stima un fatturato oltre il 60%. Alla domanda su quale fosse stato l’impatto del primo lockdown ed il protrarsi della crisi Covid-19 sulle aziende del settore, il 72% delle aziende afferma di aver avuto una riduzione totale delle attività e di non essere in grado di presumere una data per una eventuale ripresa. Il 15% delle aziende sostiene poi che, a

seguito della riduzione totale delle attività lavorative, sta valutando la chiusura dell’azienda, mentre il 17%, presume una riorganizzazione aziendale verso innovazione e nuove strategie commerciali e di lavoro. Circa una eventuale propensione a fare investimenti per il 2021, infine, il 53,3% delle aziende ha risposto che “non farà investimenti per il 2021”, mentre il 42,7% afferma che “farà investimenti” e tra quest’ultime, il 33,3% investirebbe in “Sito Web e E-Commerce”; il 17,9% nell’ “Informatizzazione”; il 16,2% nell’Internazionalizzazione”; il 10,3% nella “formazione imprenditoriale” e sempre il 10,3% nella “formazione dei propri lavoratori”.

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