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Risorse idriche, i dati dell’osservatorio Anbi: “Riserve abbondanti ma senza investimenti in sicurezza idrogeologica una ricchezza diventa un pericolo”

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Gargano (Dir. Generale Anbi): “Proprio in queste ore il Governo sta rinunciando agli investimenti per la salvaguardia idrogeologica

Se a Gennaio 2020 già si evidenziavano i primi segnali di una stagione idricamente difficile nel Sud Italia, quest’anno la situazione è radicalmente diversa con confortanti disponibilità d’acqua in tutto il Paese, ad eccezione della Sardegna, i cui bacini trattengono complessivamente volumi inferiori a 12 mesi fa.

Esemplare è la situazione di Puglia e Basilicata, l’anno scorso sitibonde con rilevanti conseguenze per l’economia agricola locale: i loro bacini trattengono rispettivamente oltre 21 milioni e quasi 66 milioni di metri cubi d’acqua in più rispetto allo scorso Gennaio.

Si mantiene positiva la situazione dei bacini calabresi, così come dei fiumi (Volturno, Sele e Garigliano hanno portate largamente superiori alla media del più recente quadriennio) e dei bacini campani (Piano della Rocca sul fiume Alento ha raggiunto il colmo, mentre Conza della Campania sull’Ofanto registra 14 milioni di metri cubi d’acqua in più rispetto al 2020).

Con 4,27 milioni di metri cubi trattenuti, la diga di Penne, in Abruzzo, segna la migliore performance dal 2017, mentre la diga dell’Elvella, nel Lazio, si conferma sui valori dello scorso anno; nella stessa regione, però, sono in rilevante crescita i laghi di Bracciano e di Nemi, così come i fiumi Sacco, Liri-Garigliano e Tevere (dati Open Ambiente – Regione Lazio). A determinare queste condizioni è l’andamento pluviometrico, che ha segnato in Umbria, in Dicembre, il record di 201,57 millimetri, il massimo dal 2016; a beneficiarne è il bacino Marroggia, che racchiude 4,38 milioni di metri cubi d’acqua contro una capacità complessiva di Mmc. 5.80 .

Ad eccezione del Nera, i fiumi marchigiani (Potenza, Esino, Tronto, Sentino) hanno portate superiori agli anni recenti, così come i fiumi della Toscana: Arno, Serchio, Ombrone e Sieve sono tutti sopra la media.

Dicembre è stato un mese ultrapiovoso anche in Veneto (+223% rispetto alla media) con evidenti benefici per i flussi di Adige, Brenta, Bacchiglione, Piave e Brenta.

Le portate del fiume Po sono superiori sia alla media storica che allo scorso anno; non altrettanto fanno, invece, i fiumi dell’ Emilia Romagna (tutti sotto media) dove, però, le dighe piacentine, con quasi 13 milioni di metri cubi, sono al top dal 2017.

In Lombardia, buone le portate del fiume Adda, mentre quelle dei corsi d’acqua piemontesi (Maira, Pesio, Dora Baltea, Sesia, Tanaro, Stura di Lanzo) sono tutte superiori o in linea con lo scorso anno.

Infine, i grandi laghi del Nord sono tutti sopra la media con il Garda ad oltre il 90% del riempimento.

“Se questi dati sono confortanti per l’agricoltura soprattutto dell’Italia meridionale, non va dimenticata – ricorda Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – l’altra faccia della medaglia: il rischio idrogeologico, accentuato dalla crisi climatica; il forte innevamento, che si sta registrando sulle montagne, obbligherà a grandi attenzioni per la gestione idraulica nel momento del disgelo.”

“E pensare – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – che, nonostante i preoccupanti segnali che arrivano dal territorio, proprio in queste ore il Governo sta rinunciando agli investimenti per la salvaguardia idrogeologica, cui si erano impegnati i Consorzi di bonifica, redigendo il Piano per l’Efficientamento della Rete Idraulica, fatto di progetti definitivi ed esecutivi, capaci di rispettare i tempi dettati dall’Unione Europea; purtroppo, ancora una volta, si privilegia la logica dell’emergenza che, dal dopoguerra ad oggi, costa al Paese circa  tre miliardi e mezzo per risparare i danni e risarcire in minima parte le vittime, senza considerare l’incommensurabile valore delle perdite umane.” 

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Albano, discarica Roncigliano: “Scaduti i tempi per il riavvio della discarica”

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Audizione in Regione Lazio dopo l’arresto di Tosini

L’Associazione Salute Ambiente Albano – Cancelliera è stata audita in Commissione Rifiuti della Regione Lazio insieme ad altri rappresentanti che hanno sostenuto finora la battaglia contro il riavvio della discarica di Albano Laziale, Roncigliano.

Alla Commissione presenziata da Marco Cacciatore ha partecipato anche Vito Consoli, nuovo
responsabile dell’Ufficio Rifiuti
a seguito dell’arresto di Flaminia Tosini che ha illustrato la
riorganizzazione delle competenze all’interno dell’Ufficio e ha ascoltato con interesse e attenzione
tutto quello che è stato riferito sulla situazione della discarica, dall’iter amministrativo illegittimo
perseguito, l’interdittiva antimafia, la situazione di inquinamento e dissesto geologico e
idrogeologico dell’area, la presenza di centri abitati, di aggregazione, scolastici e di preghiera a
meno di 1000 m dal sito
, la situazione epidemiologica dell’area, l’interesse agricolo e paesaggistico che insiste sulla zona, ecc.

Il dott. Consoli ha quindi preso la parola per spiegare che dovrà approfondire la questione, dal momento che è in carica da troppo poco tempo per conoscerne i dettagli e la storia, ma che la società Colle Verde, che ha affittato tempo fa dal Gruppo Cerroni parte dell’ex discarica, avrebbe avuto, a partire dal 18 febbraio scorso, soli 30 giorni di tempo (un periodo inderogabile) per rispondere alle osservazioni promosse a gennaio e febbraio scorsi da associazioni, comitati, cittadini-residenti e dai due comuni di Albano e Ardea, ma ancora non l’ha fatto. Il termine perentorio fissato dalla legge è pertanto scaduto. Quindi l’intero iter burocratico di riavvio della discarica, a norma di legge, potrebbe essere archiviato.
In alternativa – è questa la seconda possibilità ventilata dal dottor Consoli, relativa in particolare
alla richiesta di revoca in autotutela dell’autorizzazione di riavvio della discarica richiesta dai
cittadini
– si è dimostrato ‘possibilista’ anche da questo punto di vista, chiedendo però che per
valutare a pieno tale possibilità sarà necessario però che l’associazione depositi in Regione una
istanza con richiesta formale di revoca dell’autorizzazione con tanto di documenti allegati, cosa
che l’associazione si è impegnata a fare a breve termine.

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Laghi di Albano, Nemi e Fiume Incastro. E’ svolta storica: firmato il Manifesto di Intenti per il Contratto di Falda Lago

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23 soggetti dopo le festività pasquali si riuniranno in Assemblea per attivare il programma di lavoro intorno a questi beni idrici paesaggistici e culturali da tutelare e per dare vita a tavoli di partecipazione

Con la firma del Manifesto di Intenti per un “Contratto di Falda Lago per Albano, Nemi e per il Fiume Incastro” prende avvio, ai sensi dell’Art 68 bis del Codice dell’Ambiente, uno dei più importati progetti integrati per un “rilancio territoriale” nuovo, nella prospettiva di coniugare cultura, storia, natura, innovazione, ripresa produttiva, sviluppo economico e sociale sostenibile nella più ampia prospettiva regionale, nazionale ed internazionale di tutela attiva del territorio.

Questo eccezionale risultato è stato possibile ed è stato conseguito in un periodo pandemico assai critico come quello passato ed in essere, grazie al ciclo di webinar SOS LAGHI, organizzato da Ettore Marrone di AIPIN Lazio, coadiuvato da Endro Martini di Alta Scuola e da altre associazioni.

Ad oggi hanno sottoscritto il Manifesto: Autorità Distretto Bacino Appennino Centrale; Autorità Distretto Bacino Appennino Meridionale; Centro per la Protezione Civile UNI FI; Consorzio di Bonifica Litorale Nord ,AIPIN Lazio; SIGEA Lazio; ASSONAUTICA Acque Interne Lazio e Tevere; RESEDA onlus; ALTA SCUOLA; ECOMUSEO Lazio Virginiano; Comune di Castel Gandolfo; Comune di Albano Laziale; Italia Nostra; Equincontro Natura; Archeoclub d’Italia Onlus; WWF Roma e Area Metropolitana; Comune di Marino; Comune di Rocca Priora; Roma Natura; Scienza e Tecnologia dei Materiali Uniroma1 e JEMMBUILD s.r.l;

È un grande successo partecipativo pubblico privato: ventitré soggetti, che dopo le festività pasquali si riuniranno in Assemblea per attivare il programma di lavoro intorno a questi beni idrici paesaggistici e culturali da tutelare e per dare vita a tavoli di partecipazione.

Questo Contratto, che si occuperà della gestione di acque lacuali e di acque sotterranee, oltre che fluviali, aggiunge un tema di grande interesse nella politica di gestione delle risorse idriche in Italia, che conta oltre 1.500 laghi, tra bacini alpini di origine glaciale, vulcanica come Albano e Nemi, tettonica come il Trasimeno, artificiali e di sbarramento da frana come l’invaso di Scanno; tali serbatoi sono spesso il cuore della grande bellezza dei nostri paesaggi e di parchi stupendi. Basta ricordare quanti invasi oggi sono parchi regionali come il Furlo nelle Marche o Corbara in Umbria o proprio Albano e Nemi.

Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI (Associazione Nazionale Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue), nel compiacersi per la partecipazione del Consorzio di bonifica Litorale Nord, ha dichiarato “Lo studio e la protezione delle falde e delle acque sotterranee necessita un livello di attenzione ed investimenti elevati in questa fase di transizione ecologica, perchè le acque sotterranee sono l’ultima risorsa e riserva, che la natura ci offre e che abbiamo per soddisfare il nostro fabbisogno idropotabile e con esso l’economia e l’occupazione dei territori circostanti.“

Sonia Ricci, Presidente di ANBI Lazio, con soddisfazione ha aggiunto “I Contratti di Fiume, nelle loro diverse declinazioni, sono un moderno strumento di gestione partecipata, che permette alle comunità di riprendersi il futuro del territorio. Le nuove opportunità per sviluppo locale e sostenibile, quali parchi agricoli e fluviali, devono vedere i nostri Consorzi di Bonifica del Lazio attenti e partecipi per poter governare anche questi processi.”

Endro Martini, Presidente del Comitato Promotore per il Forum Mondiale sull’ acqua nel 2024 ha affermato che “Anche il tema dei laghi e delle acque sotterrane di falda costituisce uno dei pilastri trattati nel progetto del Forum Mondiale dell’Acqua, che vogliamo fare in Italia nel 2024.”

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Roma, montagne di rifiuti nell’area dove c’era il campo nomadi ex Casilino 900

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Roma – Spuntano intere colline di rifiuti interrati. Aperta la buca da cittadini e imprenditori di Centocelle, ecco ora saltar fuori – come le immagini esclusive dell’agenzia Dire sono in grado di testimoniare – il vero marcio di quel che si nasconde nell’area dell’ex Casilino 900, il campo nomadi più grande di Roma, sgomberato e chiuso il 15 febbraio 2010. Montagne alte metri che nascondono nel ventre interi strati di sacchetti di scarti edili di ogni tipo. Rifiuti occultati e dimenticati, una bomba ambientale non troppo lontano dal centro di Roma. Sopra queste centinaia di sacchi ormai è cresciuta una folta vegetazione, che è andata a coprire amianto, plastica e tanto altro.

Dopo la buca scavata da cittadini e imprenditori nei giorni scorsi nell’Ex Casilino che ha mostrato lo strato di rifiuti che si trova a 2 metri sottoterra, ora la nuova scoperta dell’agenzia Dire fatta su segnalazione di alcuni demolitori regolari di viale Palmiro Togliatti: una collina, in un’area semi periferica del terreno che ospitava il campo nomadi, poggia su una montagna di sacchetti di raccolta di calcinacci. “E’ inquietante” conferma Carlo Stasolla, presente al momento della scoperta. Stasolla è un cittadino italiano che per anni ha vissuto nell’ex insediamento abusivo. Oggi presidente dell’Associazione 21 Luglio, conferma anche altro: una diversa conformazione del terreno rispetto a quando lì esisteva il campo nomadi: “Qui l’area era tutta spianata, salvo un’altura che divideva la parte alta da quella bassa del campo. Ora ci sono avvallamenti e colline che prima non c’erano e il sospetto è proprio quello che qui siano stati interrati rifiuti e resti del mega insediamento”.

Secondo l’ex abitante quasi tutte le colline presenti potrebbero essere fatte di rifiuti.

Solo alcuni giorni fa l’Agenzia Dire aveva mostrato i video, finora poco noti, delle ruspe che a metà marzo del 2010 accatastavano in una grande gola i resti degli abbattimenti insieme a pneumatici e rifiuti di ogni tipo. Il tutto, si vede dai video, venne coperto con diversi teli azzurri e quindi interrato. L’allora sindaco di Roma, Gianni Alemanno interpellato dalla Dire, ha dichiarato: “Quei rifiuti non sono più lì. Mi sono informato. All’epoca ci furono degli accertamenti e quel materiale è stato totalmente sgomberato sotto la mia Amministrazione”. Ora un testimone oculare dell’epoca, che preferisce rimanere anonimo, racconta: “Effettivamente nel mese di agosto di quell’anno venne qualcuno. Ricordo un ‘ragno cingolato’. Tolse i teloni e lavorarono per alcuni giorni. Ma evidentemente, visto quello che è stato ritrovato scavando, è stata fatta solo una leggera bonifica”, conclude.

Nei piani dell’allora amministrazione comunale, l’area sarebbe dovuta diventare un parco, ma questo non è mai accaduto. E difficilmente accadrà a breve visto che la portata del disastro ambientale sembra esser ben più ampia di quanto inizialmente ipotizzabile. La buca scavata alcuni giorni fa sulla parte pianeggiante della maxi area ha mostrato come ad appena 2 metri di profondità esista uno strato di rifiuti riconducibili ai 50 anni di esistenza del campo nomadi abusivo più grande d’Europa: vestiti, scarpe, mattoni, resti di tetti e docce, plastica, pannelli di legno bruciati. E ora dopo la scoperta di intere colline di rifiuti, a parlare non è solo il sottosuolo ma tutta l’area tra via Casilina e viale Palmiro Togliatti.

Anche senza scavare, Carlo Stasolla conferma: “Qui era tutto diverso, la conformazione del terreno era diversa. Nel 2010 tutti questi montarozzi e questi avvallamenti non c’erano. C’erano baracche di legno, di plastica e di eternit”. Materiale quest’ultimo molto utilizzato dagli abitanti del campo, come conferma l’ex abitante. Riguardo ai rifiuti interrati nel piano stradale e nelle colline, Stasolla sottolinea: “I nomadi non avrebbero mai scavato due metri per interrare i rifiuti. Quelle era un commercio per loro. I rifiuti all’epoca entravano nel campo e venivano scaricati a pagamento, ma nessuno li interrava. Soprattutto i calcinacci – sottolinea – che venivano utilizzati per ripianare le strade dell’insediamento. Se ora ci sono delle colline fatte con questi materiali, bisogna capire chi li ha messi qui e soprattutto chi li ha coperti con la terra”.

Intanto sul posto, dall’apertura della buca continua il via vai di giornalisti e soprattutto di associazioni e demolitori regolari di via Togliatti che ormai insieme si battono per la tutela la bonifica dell’area. Il Comitato Pac Libero, già impegnato nella tutela del cosiddetto ‘Canalone’, sull’altro versante del Parco Archeologico, conferma di aver inviato la segnalazione dei nuovi ritrovamenti al Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale, ad ARPA Lazio, al Servizio Gestione Rifiuti della Città Metropolitana di Roma Capitale e alla Direzione Regionale Ciclo dei Rifiuti. La battaglia per il ripristino della legalità, il rispetto dell’ambiente e il diritto alla saluta di migliaia di persone che vivono a ridosso dell’area, dopo anni di promesse da parte della politica, sembra essere appena cominciata.

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