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Roberto Giuliano racconta Bettino Craxi: l’uomo dietro lo statista in “Hammamet ricorda Bettino”

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Lo scrittore e saggista presenta a Officina Stampa un libro che restituisce la dimensione umana di Craxi attraverso testimonianze di familiari, amici italiani e cittadini tunisini

La puntata di Officina Stampa del 13 novembre 2025

Lo scorso 13 novembre 2025, Chiara Rai ha ospitato a Officina Stampa lo scrittore e saggista Roberto Giuliano per parlare del suo nuovo libro “Hammamet ricorda Bettino”, scritto insieme ad Antonio Armini e Ettore Minniti, con il coordinamento di Salvatore Di Bartolo e pubblicato da Solfanelli Editore. Il volume, come ha spiegato Giuliano, nasce dall’esigenza di raccontare gli ultimi anni della vita di Bettino Craxi, concentrandosi sull’uomo e non solo sul politico, con un’attenzione particolare alle esperienze vissute durante l’esilio in Tunisia.

Roberto – ha detto Chiara Rai – parlo di amore nel presentare il tuo ennesimo libro… “Hammamet ricorda Bettino”, questo è il titolo. È amore perché visto dagli occhi di chi ha vissuto gli ultimi anni di Bettino Craxi, e lo ha amato come un padre, quasi da proteggere e da ammirare, condividendo quel tempo prezioso, no?”

La frase di Chiara Rai mette subito in evidenza il tono del libro: non una semplice ricostruzione storica o politica, ma una testimonianza di affetto e vicinanza umana verso una figura controversa ma centrale nella storia recente italiana.

Roberto Giuliano ha raccontato come il libro sia nato da un’idea semplice ma significativa: “Questo progetto è nato da una chiacchierata con Di Bartolo in occasione dei venticinque anni dalla scomparsa di Bettino Craxi. Ormai di Craxi si è scritto di tutto, io stesso non sono l’unico a essermi occupato della sua figura. Anche sua figlia, Stefania Craxi, ha pubblicato un libro bellissimo, che io purtroppo non ho potuto vedere alla presentazione. Questo libro vuole dare un punto di vista diverso, più personale e umano. Io mi considero un socialista craxiano, non pentito.”

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Giuliano sottolinea in questo passaggio la propria appartenenza politica, ma soprattutto la volontà di restituire un’immagine di Craxi che vada oltre il pregiudizio mediatico e giudiziario. La sua testimonianza non cerca la polemica, ma vuole mostrare l’uomo dietro lo statista, con le sue emozioni, le sue fragilità e la sua capacità di attenzione verso gli altri.

L’autore ha spiegato anche il legame con il film Hammamet: “Quando ho visto il film, inizialmente sono rimasto un po’ deluso. Mi aspettavo una rivalsa dell’orgoglio socialista, perché per anni ci hanno fatto passare come tutti ladri. In realtà, il film mostra un’altra cosa: l’uomo Bettino Craxi. E chi lo guarda capisce che non può essere un capo mafioso, ma una persona attenta e generosa.”

Questa dichiarazione è importante perché chiarisce il nucleo centrale del libro: far emergere l’umanità di Craxi, le sue relazioni con le persone e il contesto tunisino in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita. La tensione tra percezione pubblica e realtà privata è il filo conduttore del volume, che propone al lettore una prospettiva nuova, lontana dai luoghi comuni e dai giudizi preconfezionati.

Durante l’incontro, Chiara Rai ha introdotto un video servizio dedicato al libro: “Fermiamoci e guardiamo il video.” Il servizio, realizzato appositamente per la presentazione, mostra immagini di Hammamet e dei luoghi che furono abitati da Craxi durante l’esilio, con riprese dei vicoli della medina, delle botteghe artigiane e degli scorci di mare dove lo statista amava passeggiare. Il video restituisce anche le voci di chi lo ha conosciuto da vicino, dai cittadini tunisini agli amici italiani presenti in città.

Il video ha un effetto immediato: permette di percepire la dimensione umana di Craxi attraverso le testimonianze di chi lo ha visto interagire con la gente comune. Le immagini della medina e dei mercati affollati, accompagnate dalle parole degli amici tunisini, mostrano un uomo curioso, attento e rispettoso della realtà che lo circondava. Non emerge solo il politico, ma l’individuo capace di ascoltare, interessarsi agli altri e stabilire legami sinceri.

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Anche Stefania Craxi ha ricordato il sostegno e l’affetto ricevuto da suo padre negli ultimi anni dell’esilio: “Mio padre ha ricevuto solidarietà da tante persone. Il popolo tunisino lo ricorda come il nostro ex primo ministro alla guida del governo più longevo della Prima Repubblica. Amava passeggiare per i vicoli della medina, fermarsi nelle botteghe, parlare con artigiani e commercianti. Era curioso dell’umanità e attento ai problemi di ciascuno.”

Roberto Giuliano ha poi riportato alcuni episodi concreti della vita privata e pubblica di Craxi, che dimostrano la sua attenzione verso le persone comuni. Ha raccontato di quando lo statista scrisse personalmente a Vincenzo Muccioli, noto per il suo lavoro con i giovani tossicodipendenti, per aiutare il figlio di un dipendente della presidenza del Consiglio. Questi dettagli restituiscono un’immagine di Craxi lontana dall’immagine stereotipata e negativa che molti italiani avevano, e mostrano come l’uomo fosse capace di gesti concreti di generosità e attenzione sociale.

Il libro si distingue anche per l’ampio uso di testimonianze tunisine, che raccontano Craxi non come politico controverso, ma come uomo capace di affetto, rispetto e cura verso chi lo circondava. Giuliano ha commentato: “La bellezza di questo libro è che i tunisini parlano di lui come uomo. Hanno visto ciò che ha fatto per loro, perché la beneficenza vera non si pubblicizza. In Italia, invece, la narrazione mediatica e giudiziaria ha spesso distorto la percezione della sua figura. Bettino pagò un prezzo alto per questo.”

Il saggista ha anche parlato del ruolo di Craxi in alcuni eventi storici delicati, come la vicenda di Sigonella: “Craxi salvò gli italiani a bordo della nave, rispettando gli accordi internazionali e senza compromettere la credibilità del nostro Paese. Questo dimostra la sua capacità di mediazione e la serietà con cui affrontava le responsabilità politiche, lontano da qualsiasi logica di spettacolo mediatico.”

Il libro sarà presentato ufficialmente il 10 dicembre 2025 alla sede della Provincia di Roma, insieme a Stefania Craxi, dando inizio a un ciclo di incontri che proseguirà anche ad Hammamet, dove autori e amici dello statista racconteranno l’uomo dietro il politico. Questa scelta rappresenta la volontà di connettere memoria storica e memoria affettiva, restituendo al pubblico un’immagine di Craxi più completa e sfumata.

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In conclusione, Hammamet ricorda Bettino si propone come un’opera che unisce storia, testimonianza e memoria personale. Le parole di Roberto Giuliano, così come quelle di Stefania Craxi, invitano a riflettere su come la percezione di una figura pubblica possa essere profondamente diversa quando osservata da chi l’ha conosciuta e stimata personalmente. Il video servizio realizzato per Officina Stampa completa questa esperienza, offrendo al pubblico la possibilità di vedere e ascoltare luoghi, persone e gesti che rendono viva e concreta la storia raccontata nel libro.

Il volume si rivela quindi non solo una lettura sulla figura di Bettino Craxi, ma anche un’occasione per comprendere la complessità della memoria storica, il valore delle testimonianze dirette e l’importanza di osservare la storia da più punti di vista. In un’epoca in cui la narrazione mediatica spesso semplifica e polarizza, opere come questa rappresentano un invito a guardare oltre gli stereotipi, a riscoprire la dimensione umana dei protagonisti della nostra storia recente e a riflettere sul significato della solidarietà, dell’amicizia e del rispetto reciproco.

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L’arte della fotografia urbana

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La fotografia urbana è un campo affascinante che cattura l’essenza della vita cittadina. Con l’avvento della tecnologia moderna, i fotografi hanno più strumenti che mai per immortalare il ritmo dinamico e vibrante delle città. Le strade affollate, l’architettura imponente e le luci al neon offrono infinite opportunità creative.

Un elemento chiave nella fotografia urbana è la capacità di raccontare una storia attraverso le immagini. Che si tratti di un singolo scatto di un passante assorto nei suoi pensieri o di una serie di foto che documentano un’intera giornata in una metropoli, ogni fotografia possiede un potenziale narrativo unico.

I fotografi urbani devono sviluppare un occhio attento ai dettagli e una sensibilità per i momenti fugaci. La luce naturale gioca un ruolo cruciale, con il suo costante cambiamento che offre sfide e opportunità diverse. Scattare all’alba o al tramonto può aggiungere un’atmosfera speciale e trasformare scene ordinarie in capolavori visivi.

La composizione è un altro aspetto fondamentale. Utilizzare linee guida naturali, come strade o edifici, può aiutare a condurre l’occhio dello spettatore attraverso l’immagine. Inoltre, sperimentare con angolazioni insolite o prospettive può dare nuova vita a soggetti comuni.

Infine, la post-produzione è una fase in cui i fotografi urbani possono esprimere ulteriormente la loro creatività. Regolare il contrasto, la saturazione o applicare filtri può enfatizzare l’atmosfera desiderata e migliorare l’impatto visivo delle immagini.

La fotografia urbana non è solo un modo per documentare la vita nelle città, ma anche un mezzo per esplorare e riflettere sulla società moderna. Con la giusta combinazione di tecnica e sensibilità artistica, ogni scatto può diventare una finestra aperta su mondi straordinari nascosti nel quotidiano cittadino.

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Il tramonto dei supereroi: Hollywood riscopre il thriller e il dramma adulto

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Il 2026 passerà alla storia come l’anno in cui la “bolla dei mantelli” è definitivamente scoppiata. Dopo oltre quindici anni di dominio incontrastato dei Marvel Studios e della DC, il botteghino globale sta inviando segnali inequivocabili: il pubblico è stanco. I dati del primo semestre mostrano un crollo del 40% degli incassi per i sequel dei cinecomic, mentre si registra un’impennata sorprendente per generi che Hollywood aveva quasi dimenticato: il thriller psicologico, il legal drama e il cinema di tensione a medio budget.

Questa inversione di rotta ha costretto le major a una ristrutturazione brutale dei propri listini. La Disney ha annunciato la cancellazione di tre progetti legati all’universo Marvel per concentrarsi su “storie originali e autonome”, un annuncio che fino a due anni fa sarebbe stato considerato un’eresia finanziaria. La crisi dei supereroi non è solo dovuta alla saturazione, ma anche a un cambiamento nel gusto dello spettatore post-pandemico, che sembra cercare nel cinema una maggiore connessione con la realtà, o quantomeno storie dove il rischio e la mortalità dei protagonisti siano percepiti come reali e non mediati da infiniti universi paralleli.

Il grande beneficiario di questo cambiamento è il cosiddetto “Cinema Adulto”. Titoli come il nuovo noir di Christopher Nolan e il thriller politico di Kathryn Bigelow hanno dominato le conversazioni sui social e, soprattutto, hanno generato profitti solidi grazie a costi di produzione più contenuti rispetto ai blockbuster da 300 milioni di dollari. Si sta tornando al modello degli anni Novanta, dove il potere dei nomi dei registi e degli attori (lo “star power”) conta più del brand della proprietà intellettuale. Attori come Timothée Chalamet e Zendaya stanno costruendo carriere su progetti originali, rifiutando contratti pluriennali con i franchise per mantenere il controllo creativo.

Ma c’è anche una ragione economica dietro questo ritorno al thriller: l’efficienza produttiva. In un’epoca di tassi di interesse elevati e costi del lavoro in crescita a causa dei nuovi accordi sindacali, produrre tre film da 70 milioni di dollari è diventato più sicuro che scommettere tutto su un unico “tentpole” da un quarto di miliardo. Questa diversificazione sta permettendo a Hollywood di ritrovare una salute creativa che sembrava smarrita. La sfida ora è convincere le nuove generazioni, cresciute a pane e TikTok, che una sceneggiatura ben scritta e una tensione palpabile possono essere altrettanto eccitanti di un’esplosione in CGI. Il 2026 segna dunque la fine di un’era e l’inizio di una nuova, dove l’uomo torna al centro della storia, scalzando il semidio.

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Napoli Capitale: il “Brand Parthenope” e l’egemonia globale di Paolo Sorrentino

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Non è più solo una questione di location, ma di una vera e propria egemonia culturale. Nel 2026, Napoli si è ufficialmente consacrata come la capitale cinematografica del Mediterraneo, superando per numero di produzioni attive e risonanza internazionale persino le storiche piazze di Parigi e Madrid. Al centro di questo fenomeno c’è l’ombra lunga e feconda di Paolo Sorrentino, il cui ultimo lavoro, La Grazia, è diventato il manifesto di un nuovo modo di intendere il cinema d’autore: un’estetica che fonde il sacro col profano, l’antico col post-moderno, e che esporta un’immagine dell’Italia lontana dai cliché turistici ma profondamente radicata in una bellezza malinconica e potente.

L’impatto di Sorrentino sulla città è stato trasformativo. Se negli anni Dieci il successo di Gomorra aveva imposto un’estetica “cruda” e criminale, il 2026 segna il definitivo trionfo della “Napoli sognante”. Questo cambio di paradigma ha attirato investimenti massicci: nel solo 2025, la Campania Film Commission ha registrato la presenza di oltre 40 produzioni internazionali, tra cui tre serie originali HBO e due kolossal americani che hanno scelto i vicoli di Chiaia e le coste di Posillipo come set prediletti. Il “Brand Napoli” oggi vale, secondo le stime degli analisti, circa 1,2 miliardi di euro tra indotto turistico legato al cineturismo e investimenti diretti nella produzione.

Tuttavia, questo successo solleva questioni delicate riguardo alla gentrificazione culturale. Molti intellettuali locali avvertono che la città sta diventando un “museo a cielo aperto” a uso e consumo delle cineprese, rischiando di perdere quella vitalità caotica che l’ha resa celebre. “Siamo passati dal racconto del degrado alla celebrazione della statua”, lamentano alcuni collettivi di artisti indipendenti. Eppure, il sistema industriale creato attorno ai film di Sorrentino ha generato una nuova classe di maestranze specializzate: direttori della fotografia, scenografi e costumisti napoletani sono oggi tra i più richiesti a livello internazionale, creando una filiera che non ha nulla da invidiare a quella di Los Angeles.

Il 2026 è anche l’anno della sfida distributiva: La Grazia non è solo un film, ma un evento multimediale supportato da una campagna marketing che ha coinvolto i grandi brand della moda italiana, dimostrando che il cinema di qualità può essere un veicolo formidabile per l’intero sistema Paese. La sfida per il prossimo futuro sarà mantenere questa centralità senza saturare il mercato, evitando che lo “stile Sorrentino” diventi una maniera ripetitiva invece che una costante fonte di innovazione. Napoli, nel frattempo, continua a girare, consapevole di essere, in questo momento, l’ombelico del mondo cinematografico.

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