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ROMA, PIGNETO: INVASIONE DI RIFIUTI… PEGGIO DI NAPOLI!

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Il video servizio con le immagini shock dell’immondizia a Roma

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La Capitale si presenta come una discarica a cielo aperto e a soffrirne di più è soprattutto la periferia: Tiburtina, Tuscolana, Ottavia, Val Melaina,San Lorenzo sono tra le zone coinvolte.

 

di Christian Montagna

Roma / Pigneto – Un tempo era Napoli, detentrice indiscussa del record di immondizia per strada, bistrattata e insultata da tutta Italia per l’emergenza durata diversi mesi che ha fatto balzare alla cronaca tristemente la città. Passano i mesi e le situazioni si invertono: Roma, quartiere Pigneto, letteralmente invaso dai rifiuti. Sono le ore due di notte circa del 6 luglio quando la videocamera dell’Osservatore d’Italia chiamata dai residenti della zona, si reca sul posto per documentare.

Un odore nauseabondo si respira tra le vie del quartiere; condizioni igieniche al collasso, ratti e altri animali padroni dei marciapiedi. Ovunque il caos: materassi,resti di strutture in ferro, indifferenziata e resti organici che occupano il manto stradale e i marciapiedi. L’unica soluzione che si presenta al pedone è quella di camminare per strada sperando di non imbattersi in qualche autovettura. L’emergenza rifiuti che sta investendo la capitale è a livelli record. Chiudono impianti di smaltimento, si rallentano le raccolte e la situazione in un attimo diventa insostenibile. Prima il traffico, le opere dispendiose di secondaria importanza, poi la criminalità in aumento e ora ci si mette anche l’emergenza rifiuti. Fatto sta che la Capitale diventa sempre più invivibile. E i cittadini pagano le tasse. Certo, perché quelle non le allentano mai, arrivano puntuali come un orologio svizzero. Tra queste anche quella per i rifiuti. Dunque i cittadini pagano per avere delle strade colme di immondizia? Ebbene si. La Capitale si presenta come una discarica a cielo aperto e a soffrirne di più è soprattutto la periferia: Tiburtina, Tuscolana, Ottavia, Val Melaina, San Lorenzo sono tra le zone coinvolte. I turisti che hanno deciso di visitare le zone periferiche della Capitale non hanno perso tempo a fotografare gli orrendi scenari e a diffondere le immagini sul web. Per giorni e giorni, sotto il caldo sole d’estate, i rifiuti organici e non, marciscono e imputridiscono rendendo asfissiante l’aria. Ma dal Comune nessuna risposta. Il problema sembra non interessare nessuno. Uno scarico di responsabilità tra Ama e Enti pubblici che comincia a stufare i romani che a gran voce esigono un intervento delle Autorità per una soluzione repentina.
 

Cronaca

Anni di piombo, terroristi arrestati in Francia: tutti in libertà vigilata

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Tra avvocati, eccezioni di ogni tipo, rinvii per malattia, esame delle condizioni in cui si svolse il processo che li condanna in Italia e molto altro l’iter per l’estradizione si preannuncia molto lungo

Tutti rilasciati in libertà vigilata i nove terroristi rossi italiani arrestati in Francia lo scorso 28 aprile e condannati in Italia per reati di sangue commessi durante gli anni di Piombo.

Si tratta dei brigatisti rossi Luigi Bergamin, Raffaele Ventura, Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, del fondatore di Lotta Continua, Giorgio Pietrostefani e del membro dei Nuclei armati contro il potere territoriale, Narciso manenti.

Il blitz e gli arresti erano necessari per interrompere il decorso della prescrizione, evitando così che per sei dei dieci rifugiati Oltralpe, i non ergastolani, di qui a poco tempo l’Italia non potesse nemmeno più chiedere la riconsegna.

Dei dieci condannati che l’Italia reclama, solo su tre la giustizia francese non si è mai pronunciata in precedenza; si tratta del brigatista Enzo Calvitti, di Narciso Manenti condannato all’ergastolo per un delitto firmato Guerriglia proletaria e dell’ex dirigente di Lotta continua Giorgio Pietrostefani, condannato per l’omicidio Calabresi.

Per loro è la prima volta che si apre una procedura di estradizione, mentre per gli altri sette si era sempre bloccata, per un motivo o per l’altro.

Proprio esaminando il fascicolo di Pietrostefani, il rappresentante della Procura che ha firmato il provvedimento d’arresto aveva già anticipato che in sede di convalida avrebbe chiesto la scarcerazione, a causa delle sue precarie condizioni di salute.

Ora l’iter per l’eventuale estradizione in Italia si annuncia lungo e sarà possibile “non prima di 2 o 3 anni”, hanno fatto sapere dall’Eliseo. Spetterà dunque alla magistratura francese decidere. Se riterrà che vi siano i presupposti per estradarli, come appare probabile, la parola passerà poi ai processi veri e propri, che si svolgeranno nei prossimi mesi, caso per caso, nella Chambre de l’Instruction, con il rito tradizionale: avvocato, eccezioni di ogni tipo, rinvii per malattia, esame delle condizioni in cui si svolse il processo che li condanna in Italia e molto altro.

Una volta che la Chambre avrà preso una decisione, l’imputato potrà fare ricorso in Cassazione quando la sentenza sarà divulgata. Questi giudici dovranno verificare se esistevano le condizioni corrette per concedere l’estradizione. Alla fine, toccherà al primo ministro firmare un decreto di estradizione, che però potrà essere a sua volta impugnato per un ricorso amministrativo davanti al Consiglio di stato. La strada, insomma, è ancora lunga.

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Primo piano

Anni di piombo, Tagliente: “Ecco il clima che vivevamo in Questura a Roma”

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Nella ricorrenza della Giornata della memoria per le vittime del terrorismo il Prefetto Francesco Tagliente ricorda quegli anni, che vanno dal 1975 al 1983, in cui ha prestato servizio alla Squadra Volante e alla sala Operativa della Questura di Roma assicurando il coordinamento operativo e il pronto intervento delle pattuglie impegnate sul territorio: dai sequestri di persona agli attentati terroristici.

Erano gli anni della cosiddetta strategia della tensione che misero a dura prova gli operatori di polizia.

Pochi anni prima del rapimento di Aldo Moro era stata avvertita l’esigenza di riorganizzare il dispositivi di prevenzione generale e di pronto intervento. Nel 1975 fu costituito il V Gruppo Volanti con un organico di circa 800 uomini che assicuravano la presenza di circa 35 volanti per ciascuno dei turni di servizio. Per ciascuno dei Nuclei c’erano anche le Volanti Zara con a bordo un sottufficiale coordinatore e le volanti Beta con a bordo i Tenenti e il Capitano Comandante del Nucleo. Complessivamente tra volanti ed autoradio dei commissariati e gli equipaggi della Squadra Mobile e della Digos in servizio operativo esterno, la citta poteva contare su oltre 150 unità operative per turno.

Fu riorganizzata anche la Sala Operativa della Questura pochi anni dopo nel 1996 informatizzata e resa all’avanguardia mondiale. “Ricordo – racconta il Prefetto Tagliente – che un anno registrammo 74 delegazioni estere in visita conoscitiva al nostro sistema di comando e controllo informatizzato. Molte Volanti venivano impegnate per il piantonamento dei detenuti in ospedale, per la scorta ai valori postali, per la vigilanza agli obiettivi politici (con le Volanti Delta) e diplomatici ( con le Volanti Zeta). Alcuni giorni venivano vigilate anche le banche che pagavano gli stipendi in contanti. Dopo il rapimento Moro per alcuni giorni abbiamo lavorato anche il giorno di riposo attuando il turno in quarta di 8 ore”.

Prefetto che ricordo ha di questo periodo storico?

Non era facile fare servizio in quegli anni cruciali. Erano gli anni dei sequestri di persona, delle rapine sanguinarie ai furgoni portavalori, alle banche, agli uffici postali e alle gioiellerie, erano gli anni dei furti nei caveau, delle cd spaccate delle vetrine, dei furti multipli in appartamento. Nelle manifestazioni di piazza molti manifestanti si presentavano mascherati e spesso armati di spranghe, mazze, chiavi inglesi talvolta di molotov e addirittura di pistole. Era il periodo del terrorismo e della criminalità agguerrita, vigliacca e sanguinaria. Dalle contestazioni con manifestazioni di piazza violente si passò all’eversione e agli attentati terroristici. Nel corso degli interventi la tensione era sempre altissima e l’adrenalina andava a mille. Le volanti erano frequentemente sollecitate e impegnate in spericolati inseguimenti. Ci lanciavano contro anche bottiglie incendiarie, bombe a mano e granate. In quegli anni aumentarono gli attentati con agguati, gambizzazioni e uccisioni. Nella società si generò un clima di pericolo, di insicurezza e di paura, anche perché venivano colpiti pure singoli cittadini, rappresentanti della società civile giornalisti, uomini politici, della magistratura, del mondo carcerario e delle forze dell’ordine e dirigenti degli altri apparati dello Stato.

Come era il clima che si viveva tra gli operatori delle Forze dell’Ordine?

Molti rappresentanti delle forze di polizia, uscendo da casa, non sapevano se sarebbero tornati. La tensione e la paura, erano entrati a fare parte della quotidianità anche delle famiglie dei poliziotti. Ci sentivamo bersagli mobili.

Avevate paura? Quali le precauzioni messe in atto tra gli operatori di Polizia?

La paura è un sentimento umano che riuscivamo a dominare. Quello che non si riusciva a gestire era il timore che potesse capitare qualcosa ai nostri familiari. Penso comunque che sia necessario fare una distinzione tra i funzionari, il personale degli Uffici investigativi e gli operatori delle Volanti costretti ad uscire e rientrare a casa da soli e, a causa dei turni, in fasce orarie prevedibili. Io posso parlare delle Volanti. Consapevoli che alcuni colleghi erano stati colpiti con azioni imprevedibili e in maniera vigliacca, in tanti si videro costretti a cambiare continuamente abitudini, itinerari e orari di uscita e rientro. Quasi tutti tolsero o cambiarono il nome dal citofono e dal portone di casa. Ci fu chi decise di allontanare la famiglia dalla sede di servizio. Al termine dei turni il personale che dormiva negli alloggi collettivi di servizio veniva accompagnato con un pullman scortato dalle volanti. E alcuni ammogliati per evitare di far conoscere l’indirizzo di casa preferivano dormire negli alloggi delle caserme. Prima di intraprendere i turni pomeridiano 19-24 e serale 19-24 si arrivava in caserma due ore prima per un Briefing collettivo nel corso del quale veniva fatto un punto di situazione su quello che era successo nelle ore precedenti, venivano illustrate eventuali nuove direttive e venivano messe a punto le strategie migliori da mettere in atto per fronteggiare una criminalità sanguinaria, per tutelare la collettività e intervenire in sicurezza. I briefing collettivi erano anche una grande occasione per fortificarci e non percepire la paura Nel corso di quelle riunioni, cercavamo di parlare e di esaltare gli aspetti positivi. L’orgoglio di servire la gente, l’orgoglio di servire il nostro Paese ci aiutava a superare quel sintomo di preoccupazione, di disagio e di paura. Pensare di servire il Paese rappresentava un momento di gratificazione che ci dava anche forza e coraggio. Gli interventi ritenuti sospetti venivano assicurati con due volanti una delle quali con funzioni di appoggio per copertura. Durante tutto il turno di servizio pattugliavamo il territorio in stato di massima allerta, con il microfono in mano pronti a chiedere ausilio e le armi corta e lunga pronte all’uso sotto la coscia. Centinaia di persone ritenute esposte a rischio di attentati erano scortate le residenze vigilate in forma fissa o ad orari convenuti al momento di uscita e rientro da casa. Decine e decine di obiettivi ritenuti sensibili erano vigilati in forma fissa da una volante. L’autista doveva conoscere perfettamente la zona assegnatagli assumendo una condotta di guida veloce e sicura. In quegli anni per scoraggiare gli inseguimenti venivano lanciate anche bombe a mano e granate contro le volanti. Gli autisti venivano selezionati e avviati ai corsi di specializzazione per la guida veloce a Monza, Anagni e Foggia. Per mantenersi costantemente allenati, nelle prime ore dell’alba quando diminuivano le richieste d’intervento, gli autisti continuavano ad esercitarsi sia per perfezionare le manovre sia per testare l’affidabilità e la tenuta delle auto a loro assegnate. Durante la giornata del riposo settimanale per elevare le capacità di reazione ed efficacia del tiro con tutte le armi in dotazione, venivano organizzate esercitazioni di tiro al Poligono coperto o ai Poligoni all’aperto Pian Di Spille di Tarquinia e a quello militare di Nettuno.

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In evidenza

Vittime del terrorismo: una lunga serie di omicidi e di ferimenti che ancora oggi gridano giustizia

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Fantasmi che emergono da un passato buio da molti dimenticato ad altri, i più giovani, del tutto sconosciuto eppure drammatico e terribile per tante famiglie di servitori dello Stato, uomini delle istituzioni, cittadini, sindacalisti e lavoratori rimasti feriti o uccisi.

Un momento lungo quasi un decennio tra gli anni 70 e la prima metà degli anni 80 in cui il rischio per le istituzioni repubblicane fu altissimo.

Questo rappresentano i nomi dei brigatisti rossi Roberta Cappelli, Marina Petrelli, Sergio Tonaghi e ancora Narciso Manenti esponente dei nuclei armati territoriali sottrattosi alla condanna all’ergastolo fuggendo in Francia come gli altri due brigatisti Giovanni Alimonti ed Enzo Calvitti e il militante di lotta continua Giorgio Pietrostefani che devono scontare invece condanne tra gli 11 e i 18 anni di carcere.

Le vittime del terrorismo: il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 06/05/2021

Le ombre rosse così sono state chiamate in un dossier dei servizi antiterrorismo e del Governo italiano che in realtà elenca anche altri nomi di terroristi con a fianco la scritta “da catturare” in Francia e non solo.

Compromesso storico, crisi di governo, strage di Acca Larenzia, rapimento Moro e la mitraglietta Skorpion: il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 06/05/2021

Scorrere gli atti dei processi a carico di ognuno di loro vuol dire imbattersi in una lunga serie di omicidi e di ferimenti: tanti poliziotti e carabinieri ma anche sequestri, in particolare di magistrati sottoposti ai cosiddetti processi proletari e poi rapine per autofinanziamento e assalti a sedi di partiti politici e carceri

La prova generale di quella che in particolare le brigate rosse avevano definito come “lotta armata” il tentativo di andare oltre gli agguati e le azioni da commando trascinando il Paese nella guerra civile un tentativo criminale che per fortuna non riuscì al prezzo di sacrifici e di tutti purtroppo dimenticati o spesso rimasti sulle lapidi che pure per quanto in ritardo impongono il rispetto delle sentenze e soprattutto che le condanne vengano scontate.

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