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Cronaca

SIMONETTA CESARONI: IL DELITTO DI VIA POMA E' ANCORA UN MISTERO 24 ANNI DI PROCESSI, TUTTO DA RIFARE

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Certo è che l'assassino è un territoriale ambientale dell'ufficio dove lavorava Simonetta, che l'assassino ha usato la mano sinistra per colpire la tempia di Simonetta per poi trafiggerla

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Il monito del criminologo romano, Carmelo Lavorino sembra ora pesare come un macigno: “la guida necessaria e determinante che conduce un criminologo a tracce dell'assassino ci dicono di guardare laddove io ho guardato, dove il lettore mi ha seguito, dove la logica, l'analisi criminale e la scienza contro il crimine ci dicono di guardare, dove chi doveva guardare… non ha guardato e continua a non guardare!”

di Cinzia Marchegiani


Roma 7 Agosto 1990 – Il delitto di Simonetta Cesaroni è il Cold Case italiano per eccellenza. Il 7 agosto 1990, esattamente 24 anni fa, in un pomeriggio romano di agosto nel palazzo in Via Poma 2 veniva consumato un delitto che ancora oggi, dopo tanti processi, chiusure e aperture di indagini, non ha più neanche un indagato. Il 26 febbraio 2014, la sentenza della Cassazione ha confermato la sentenza della corte d’assise d’appello dell’aprile 2012 che aveva assolto Raniero Fusco, l’ex fidanzato. Ventiquattro anni e un’unica certezza, 29 coltellate inferte sul corpo della giovanissima donna e la scena del crimine nasconde ancora oggi il vero volto dell’assassino. Simonetta Cesaroni è stata trovata stesa nuda negli uffici della A.I.A.G. supina con le gambe divaricate e le braccia aperte, in posizione scomposta, la testa inclinata verso destra. Sul petto portava vistosi segni delle coltellate intrise di sangue. Altri colpi sono su giugulare, cuore, aorta, fegato e occhi. Le coppe del reggiseno, di tipo a balconcino di pizzo leggero fanno il seno con i capezzoli.

Su uno dei capezzoli c’è una ferita, che sembra un morso, che sarà la prova regina contro Raniero Busco che in primo grado era stato condannato a 24 anni di reclusione soprattutto sulla base di questo (presunto) morso e di una traccia di Dna (saliva o sudore) trovata sul reggiseno della vittima. Ma la traccia è databile, infatti Busco potrebbe averla lasciata in qualsiasi momento.

Solo la perizia chiesta dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma, depositata dai superperiti Corrado Cipolla D’Abruzzo, Carlo Previderé e Paolo Fattorini chiarirà che il morso era un edema da pizzicotto. Nella porta d’ingresso della stanza del delitto viene ritrovato del sangue sulla maniglia. Il sangue analizzato dirà che appartiene ad un uomo. Nelle altre stanze non vi sono tracce di colluttazione, tutto è ordinato e non c’è alcun segno che possa far pensare che il corpo sia stato trascinato dove si trova. Gli inquirenti credono che nella stanza dove Simonetta viene trovata, si sia consumato il delitto. Viene comunque rilevata una minima traccia di sangue anche nella stanza di Simonetta, sulla tastiera del telefono. Sempre nella stanza di Simonetta, viene rinvenuto anche un appunto, su un pezzo di carta, dove si legge “CE” vicino ad un pupazzetto a forma di margherita e in basso a destra, “DEAD OK”. A lungo si speculerà su questo disegno e sul suo significato finché il programma televisivo "Chi l'ha visto?" rivelerà, nell'ottobre 2008, che a fare quel disegno e a scrivere la frase DEAD OK fu uno degli agenti di polizia che intervennero la notte del 7 agosto in via Poma, dopo aver disegnato e scritto sul foglio, l'agente dimenticò il pezzo di carta sulla scrivania dove c'era il computer da lavoro di Simonetta. I portieri degli stabili che dalle 16.00 alle 20.00 si riuniscono nel cortile a parlare e mangiare cocomero, riferiranno tutti concordi agli inquirenti che non hanno visto entrare nessuno dall’ingresso principale in quell’orario. Ma con Simonetta qualcuno c’era. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, con ogni probabilità un uomo è negli uffici A.I.A.G. ed è pericoloso, perché Simonetta gli sfugge, dalla stanza a destra dove lavora, fino a quella opposta a sinistra, dove verrà ritrovata. Qui viene immobilizzata a terra, qualcuno è in ginocchio sopra di lei e le preme i fianchi con le ginocchia con tanta forza che le lascerà degli ematomi. La colpisce con un oggetto, oppure le sbatte la testa violentemente a terra, ad ogni modo per via di questo trauma cranico Simonetta sviene. A questo punto l’assassino prende un tagliacarte e inizia a pugnalarla a ripetizione. Saranno quei 29 colpi inferti, di circa 11 centimetri ciascuno di profondità. Sei sono i colpi inferti al viso, all’altezza del sopracciglio destro, nell’occhio e poi nell’occhio sinistro. Otto lungo tutto il corpo, sul seno e sul ventre, quattordici dal basso ventre al pube, ai lati dei genitali, sopra e sotto, colpi che decreteranno una morte violenta e senza ancora la scoperta del movente. Alcuni abiti di Simonetta, fuseax sportivi blu, la giacca e gli slip vengono portati via assieme a molti effetti personali che non saranno mai ritrovati, tra cui gioielli d’oro, gli orecchini, un anello, un bracciale e un girocollo, mentre l’orologio le viene lasciato al polso. Lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con i seni scoperti, il top appoggiato sul ventre a coprire le ferite più gravi, quelle mortali. Porta addosso ancora i calzini bianchi corti, mentre le scarpe da ginnastica sono riposte ordinatamente vicino alla porta. Le chiavi dell’ufficio, che aveva nella borsa non vengono trovate. Una storia ricca di colpi di scena, di svariati presunti colpevoli, non mancherà neanche la pista dei servizi segreti oltre la trama con la “banda della magliana”. Un giallo irrisolto dove i molti volti hanno dato forma ad tante storie parallele, che innegabilmente hanno tenuto col fiato sospeso l’immaginario collettivo che ancora oggi, ricorda come un flash indelebile quelle foto di Simonetta pubblicate in prima pagina sui giornali nazionali che la ritraevano in spiaggia con i capelli lunghi e neri e quel semplice costume bianco che sottolineava la sua bellezza. Le indagini di questo delitto partirono il giorno successivo, era la mattina dell’8 agosto 1990 la polizia svegliava tutti gli occupanti dello stabile di via Poma 2. Sono interrogati i portieri che assieme ai loro famigliari sostengono di essere rimasti attorno alla vasca del cortile per tutto il pomeriggio del 7 agosto, dalle 16.00 alle 20.00. Stando a ciò che dicono, l'assassino non può essere entrato nella scala B senza essere stato visto. I poliziotti setacciano l’intero palazzo alla ricerca degli indumenti che mancano a Simonetta, ma non trovano niente. Gli investigatori ricostruiscono i fatti.

Dalle testimonianze si deduce che Simonetta è sola il 7 agosto 1990. La sorella l’ha lasciata alla metropolitana, lei è andata in ufficio come programmato, nessuno è stato visto entrare nella scala B e l’ultimo contatto risale alle 17.35 per la telefonata di lavoro. Da ciò che gli psicologi della polizia hanno constatato sulla scena del delitto, l’assassino presumibilmente avrebbe tentato di violentarla, ma all’atto non è riuscito ad avere un’erezione e in questo status di frustrazione ha sfogato con colpi violenti la sua ira. Resosi conto dell’accaduto, ha tentato di pulire tutto, riordinare l’ufficio e far sparire il corpo. Qualcosa o qualcuno lo hanno interrotto. Dalle voci raccolte dalla polizia, Pietrino Vanacore non era con tutti gli altri portieri giù nel cortile nell’orario che va dalle 17.30 alle 18.30, cioè l’orario in cui Simonetta è stata uccisa. C’è uno scontrino sospetto, Vanacore ha comprato dal ferramenta, alle 17.25 un frullino. È testimoniato che alle 22.30 Vanacore si è diretto a casa dell’anziano architetto Cesare Valle, che si trova più su dell’ufficio incriminato, per fornirgli assistenza. Cesare Valle però dichiara che il portiere è arrivato a casa sua alle 23.00. Questa mezz’ora di intervallo tra le due testimonianze porta gli investigatori a sospettare del portiere cinquantottenne. In un paio di suoi calzoni vengono trovate macchie di sangue. Nella scala B il pomeriggio del 7 agosto 1990 ci sono solo due persone, Cesare Valle e Simonetta Cesaroni. Nessun estraneo è stato visto entrare. Vanacore, il portiere dello stabile B, si assenta dalle 17.30 alle 18.30, orario dell'omicidio. Questa per gli inquirenti è la soluzione del caso. Pietrino Vanacore passa 26 giorni in carcere, poi il suo avvocato convincerà i giudici a farlo uscire. Ad un esame approfondito, le tracce di sangue sui pantaloni risultano essere dello stesso Vanacore, che soffre di emorroidi. Inoltre viene sostenuta la tesi che chiunque abbia pulito il sangue di Simonetta si sia sporcato gli abiti dello stesso.

E poiché Vanacore ha indossato gli stessi abiti per tre giorni di fila – dal 6 agosto all'8 agosto 1990 – ed essi sono esenti del sangue di Simonetta, allora non può essere stato lui. Le circostanze assai sospette lo fanno rimanere comunque l’obiettivo numero uno della polizia, ma accertamenti sul DNA del sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato rinvenuto il corpo, scagioneranno ulteriormente Pietrino Vanacore. Il 26 maggio 2009 viene archiviata una indagine della Procura di Roma a carico di Pietrino Vanacore: i pm della Capitale avevano infatti supposto che qualcuno poteva essersi introdotto nell'appartamento del delitto Cesaroni (ad omicidio già avvenuto e dopo la fuga dell'assassino), inquinando inconsapevolmente la scena del crimine. I magistrati avevano aperto quindi un fascicolo su Vanacore, e il 20 ottobre 2008 avevano disposto una perquisizione domiciliare nella sua casa pugliese di Monacizzo (Taranto), alla ricerca di una sua agenda telefonica del 1990. Ma la perquisizione non aveva portato a nessun risultato. 20 anni di distanza dal delitto Cesaroni, il 9 marzo 2010 in tanti ricordano l’annuncio sui tg nazionali del ritrovamento del cadavere in mare di Pietrino Vanacore, si è legato ad un albero per una caviglia e si è gettato in acqua in località Torre Ovo, vicino Torricella, dove viveva da anni.

Vanacore lasciò una scritta su un cartello: "20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio" e solo tre giorni dopo, il 12 marzo 2010 avrebbe dovuto deporre all'udienza del processo per l'omicidio di Elisabetta in cui compariva come unico indagato l'ex fidanzato Raniero Busco. Secondo il legale di Raniero Busco: "La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. E sicuramente lui non se l'è sentita di testimoniare. Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché lui fosse l'autore dell'omicidio, ma perché sapeva chi fosse il vero colpevole. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni. Non se l'è sentita, insomma, di affrontare i giudici, gli avvocati e la testimonianza in aula". L'8 marzo 2011, dopo un anno di indagini, il sostituto Procuratore di Taranto Maurizio Carbone ha deciso di archiviare il fascicolo d'inchiesta (a carico di ignoti) sull'ipotesi di reato di aiuto e istigazione al suicidio in riferimento alla morte di Pietrino Vanacore, che si tolse la vita il 9 marzo 2010. L'inchiesta ha stabilito che Vanacore si uccise di sua spontanea volontà e che lo fece perché non sopportava più l'invadenza del caso di via Poma nella sua vita privata.
In quest’estate che sta per finire, a distanza di 24 anni, lo scorso  7 agosto 2014 è stato un anniversario ancora più amaro del solito, si piange la morte di una giovane donna, si ricorda un ferrato omicidio e i volti dei tanti personaggi che hanno contribuito alla costruzione del Cold Case italiano più imbarazzante, inquietante che lascia impunito il colpevole. Raniero Busco viene finalmente assolto perché non ci sono prove, restituendogli solo cicatrici profonde che rappresentano il fallimento reale delle indagini ma anche dei troppi errori dei processi ora sotto una grande lente d’ingrandimento. Criminologi e scrittori hanno contribuito con i propri studi e analisi alla ricostruzione di quella giornata dove uno o più persone che vivevano o frequentavano quei posti, ha consumato il barbaro omicidio e provando a nascondere le prove del delitto. Igor Patruno, nel libro “Via Poma La ragazza con l’ombrello rosa” ripercorre le varie fasi dell’inchiesta e i maniera analitica e scevra dalla necessità di trovare forzatamente il colpevole, analizza aspetti poco chiari e sottovalutati. Patruno ricorda il lavoro importante di Carmelo Lavorino, criminologo che ha seguito questo caso: “Conosco Carmelo Lavorino per averlo incontrato sia in alcuni programmi televisivi dedicati alla vicenda dell'omicidio di via Poma, sia nell'aula bunker di Rebibbia, dove si è tenuto il processo a Raniero Busco.

Come me, lui alla colpevolezza dell'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni non ci ha mai creduto e in questi anni ha continuato a ragionare e ad indagare sul delitto con gli strumenti della sua professione, ovvero con gli strumenti del criminologo. Lavorino ha da poco pubblicato la seconda edizione di un libro “ Il delitto di via Poma, sulle tracce dell'assassino”, una seconda edizione che è in realtà molto diversa dalla prima. Il libro del criminologo romano va letto perché le domande che pone aprono un vero e proprio squarcio su uno scenario inedito che varrebbe la pena approfondire. Nell'ultimo capitolo del libro nel quale Lavorino sintetizza il senso del suo approccio e rilancia le sue domande, rimanda responsabilità ora da chiarire sulle indagini: “….e in più c'è la presenza silenziosa, incombente e passiva del ‘convitato di pietra’ Pietrino Vanacore, che sempre e comunque sovrasta e pervade ogni cosa. L'impianto accusatorio contro Raniero Busco non regge, è basa¬to su elementi incerti, improbabili, se non addirittura impossibili. Nemmeno regge che Busco sia l'assassino e sia fuggito lasciando la porta aperta, né regge che Vanacore sia passato per caso (ma come si fa a passare per caso al terzo piano di un palazzo quando è molto più semplice e logico usare l'ascensore?), abbia scoperto il corpo e avvisato i ‘compagni di merende’ che suoi compagni non erano, o la "cricca" che con lui aveva ben poco da spartire. Il processo a Raniero Busco non è che un piccolo segmento dell'enorme, ingarbugliata e complicata matassa di questo smi¬surato intrigo. Tuttavia, potrà servire a far luce sul mistero di Via Poma se si inquadrerà in modo deciso e risoluto, senza com¬promessi e false saccenterie, il buco nero dei silenzi e dei vuoti dell'AIAG, così come viene suggerito in questo libro e come vuole il ‘comune senso delle cose e della logica’. Il depistaggio, la messinscena, le alterazioni e le omissioni ci sono state: occorre decriptarle e sistemizzarle razionalmente, comprendere il cui prodest, chi aveva le caratteristiche di conoscenza, opportunità e capacità per attuarle. Certo è che l'assassino è un territoriale ambientale dell'ufficio dove lavorava Simonetta, che l'assassino ha usato la mano sinistra per colpire la tempia di Simonetta per poi trafiggerla, che l'omicidio è avvenuto prima delle 16.30, che più persone hanno depistato le indagini e distrutto le prove, che la filiera delle quattro telefonate ne presenta almeno due che sono abili frutti del grande bluff, che vi sono stati almeno trenta grossi errori investigativi, che le considerazioni e le osservazioni sulla scena del crimine, sulla cronologia degli eventi e sul profilo criminale enunciate in questo libro devono essere valutate con scienza e coscienza, definite e sistemizzate anche con la logica giudiziaria. Il caso di Via Poma può essere ancora risolto perché esistono tracce situazionali e di comportamenti tali da poter incastrare il soggetto ignoto e la sua ‘cricca’ di abili depistatori… anche se sono stati commessi numerosi errori investigativi, metodologici, ideologici e procedurali.”

Il monito di Carmelo Lavorino sembra ora pesare come un macigno: “la guida necessaria e determinante che conduce un criminologo a tracce dell'assassino ci dicono di guardare laddove io ho guardato, dove il lettore mi ha seguito, dove la logica, l'analisi criminale e la scienza contro il crimine ci dicono di guardare, dove chi doveva guardare… non ha guardato e continua a non guardare!”

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Cronaca

Carabinieri, ammissione al corso triennale Allievi Marescialli: c’è tempo fino al 15 marzo

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La strada che porta ad indossare la divisa dei Carabinieri passa dai concorsi pubblici.
Per uno di essi, quello per l’ammissione all’11° corso triennale Allievi Marescialli, i termini di presentazione delle domande sono ancora aperti fino al 15 marzo. I dati relativi alle domande finora pervenute dimostrano un trend in forte incremento (+45%) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con 13.506 domande presentate online sul portale www.carabinieri.it.
Possono partecipare al concorso tutti i cittadini italiani tra i 17 e i 25 anni compiuti in possesso di un diploma di istruzione secondaria di II grado (o che siano in grado di conseguirlo al termine dell’anno scolastico 2020-2021), nel pieno godimento dei diritti civili e politici, non condannati o imputati per delitti non colposi.

Lo svolgimento del concorso prevede l’effettuazione di una prova preliminare, prove di efficienza fisica, una prova scritta di conoscenza della lingua italiana, accertamenti psico-fisici e attitudinali e di una prova orale.
I vincitori del concorso sono chiamati a frequentare un iter formativo su impostazione universitaria della durata di 3 anni, al termine del quale, oltre al grado di Maresciallo, conseguiranno la laurea in “Scienze Giuridiche della Sicurezza”.
La formazione rappresenta certamente la più importante forma di investimento per il futuro dell’Arma: nella recente cerimonia di avvicendamento nell’incarico di Comandante delle Scuole dell’Arma presso la Legione Allievi Carabinieri di Roma, il Comandante Generale Teo Luzi ha evidenziato appunto la massima importanza dell’Organizzazione Addestrativa, che ha la delicata funzione di fornire la necessaria professionalità al personale reclutato, ma soprattutto di trasmettere ai giovani Carabinieri i valori dell’Arma.
Alla fine del triennio di formazione presso la Scuola Marescialli e Brigadieri, con sede in Firenze, coloro che vestiranno i panni di Marescialli del ruolo Ispettori dell’Arma dei Carabinieri, oltre ad espletare i propri compiti di carattere militare svolgeranno funzioni di sicurezza pubblica e di polizia giudiziaria. Potranno sostituire i diretti superiori gerarchici in caso di assenza o di impedimento e, dopo aver maturato alcuni anni di esperienza, potranno essere preposti al Comando di Stazioni Carabinieri, di unità operative o addestrative, nonché assumere la direzione di uffici o funzioni di coordinamento di più unità operative, con piena responsabilità per l’attività svolta.
Anche gli altri due concorsi indetti nell’ultimo periodo (termini scaduti), quello per l’ammissione al 203° Corso dell’Accademia per la formazione di base degli Ufficiali e quello per il 140° corso Allievi Carabinieri, hanno fatto registrare dati incoraggianti: 7.485 domande ricevute nel primo caso e 42.694 nel secondo, con un incremento rispettivamente del 22,5% e del 14,8% rispetto al precedente anno, a testimonianza di un rinnovato interesse dei giovani nelle prospettive umane e professionali che una carriera nell’Arma può offrire.
Per raggiungere la platea più ampia di potenziali interessati e in particolare le fasce giovani che sono il target di riferimento, la campagna di informazione relativa al concorso viene condotta attraverso una vasta gamma di strumenti divulgativi. Agli spot televisivi e radiofonici e alla pubblicazione su internet si aggiunge in particolare la pubblicazione di post su tutti i principali social network (Facebook, Twitter, Instagram, Youtube) attraverso i canali dell’Arma con post e video appositamente realizzati per la pubblicizzazione dei concorsi.

Link concorsi
https://www.carabinieri.it/concorsi/area-concorsi/concorsi-pubblici
https://www.carabinieri.it/concorsi/area-concorsi/concorsi-pubblici/concorso-pubblico-per-titoli-ed-esami-per-ammissione-11-corso-triennale-di-626-allievi-marescialli-ruolo-ispettori-arma-dei-carabinieri

video spot
https://we.tl/t-M3jv7fx57J

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Marsala, doppio intervento di pulizia per il Parco di Salinella

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MARSALA (TP) – Uno spettacolo indecoroso quello che si presentava ieri all’interno del Parco di Salinella di Marsala, un sito che viene periodicamente ripulito dall’Energetikambiente.

Personale e mezzi della Società di gestione del servizio raccolta differenziata sono intervenuti su indicazione dell’Amministrazione comunale, a seguito di segnalazioni da parte di alcuni cittadini.

Sul fronte della pulizia della città, è lodevole la crescente collaborazione dei marsalesi con le Istituzioni, afferma l’assessore Michele Milazzo. Tuttavia, riscontriamo ancora tanta inciviltà, ingiustificata e incomprensibile, su cui il cerchio va sempre più restringendosi”.

Gli operatori ecologici hanno effettuato un doppio intervento di pulizia. In mattinata, hanno provveduto a pulire dai rifiuti – che avevano formato una vera e propria microdiscarica – alcuni sentieri tra le siepi del Parco; nel pomeriggio, poi, l’Energetikambiente ha rimosso il notevole materiale ingombrante accatastato lungo gli stessi siti.

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Covid, 80 mila postini chiedono il vaccino: “Noi in prima linea dall’inizio della pandemia”

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Poste Italiane chiede alle istituzioni priorità nella vaccinazione a beneficio di 80.000 dipendenti fra portalettere e addetti negli uffici postali, che sono sempre stati in prima linea sin dall’inizio della pandemia da Covid-19 per fornire i servizi essenziali su tutto il territorio nazionale. Lo ha annunciato il Condirettore Generale di Poste Italiane Giuseppe Lasco al TG Poste (visibile sul sito www.postenews.it).

“Per i nostri uffici postali e per i nostri portalettere – ha sottolineato – non c’è mai stata zona rossa: 80.000 colleghi hanno continuato a lavorare senza sosta e continuano a farlo tutt’ora. Questa attività, questa nostra disponibilità – ha spiegato – deve essere riconosciuta. Non vogliamo una corsia preferenziale, ma vogliamo che venga fatto uno sforzo: le persone per continuare a svolgere il proprio lavoro in prima linea devono essere vaccinate. Noi sappiamo che i nostri uffici postali – ha continuato il Condirettore Generale di Poste Italiane – in alcune zone del Paese costituiscono l’ultimo baluardo dello Stato. Stiamo producendo il massimo sforzo per lasciare aperti tutti gli uffici postali, come ci viene richiesto dalle istituzioni locali, e per garantire i servizi di consegna della corrispondenza grazie alla grande disponibilità della nostra gente”.

Per la vaccinazione dei dipendenti, Poste ha presentato a tutte le istituzioni competenti “un piano vaccinale analitico, certificato – ha continuato Lasco – redatto con la Fondazione del Policlinico Gemelli di Roma, che pianifica i criteri di vaccinazione; l’operazione riguarda solamente i nostri operatori di sportello e i nostri portalettere”.

L’Adesione della Lombardia alla piattaforma

Con l’adesione della Lombardia salgono a 6 le Regioni che utilizzano la piattaforma gratuita di Poste Italiane per la prenotazione dei vaccini anti Covi-19. “Ieri – ha detto Lasco – abbiamo chiuso l’accordo con la Regione Lombardia. E’ un servizio che Poste Italiane ha messo a disposizione del Paese, in questo momento di grande criticità, a titolo gratuito. Un investimento non da poco, che abbiamo deciso di fare ad esclusivo interesse del nostro Paese”.

Il Condirettore Generale di Poste Italiane ha proseguito: “Sono quattro le modalità con cui è possibile effettuare l’adesione e la prenotazione dei vaccini: online sul portale, chiamando il call center, ai Postamat inserendo la tessera sanitaria, e attraverso il palmare in dotazione ai portalettere. Nelle regioni in cui siamo già partiti il sistema di prenotazione sta funzionando a pieno regime”.

Poste Italiane, ha sottolineato Lasco, è stata sin dall’inizio della pandemia in prima linea al fianco delle istituzioni: “Sta funzionando la consegna dei vaccini – ha concluso – insieme all’esercito, così come sta funzionando la consegna di tutti gli altri dispositivi di sicurezza, distribuiti su mandato della Presidenza del Consiglio”.

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