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Cronaca

SIMONETTA CESARONI: IL DELITTO DI VIA POMA E' ANCORA UN MISTERO 24 ANNI DI PROCESSI, TUTTO DA RIFARE

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Certo è che l'assassino è un territoriale ambientale dell'ufficio dove lavorava Simonetta, che l'assassino ha usato la mano sinistra per colpire la tempia di Simonetta per poi trafiggerla

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Il monito del criminologo romano, Carmelo Lavorino sembra ora pesare come un macigno: “la guida necessaria e determinante che conduce un criminologo a tracce dell'assassino ci dicono di guardare laddove io ho guardato, dove il lettore mi ha seguito, dove la logica, l'analisi criminale e la scienza contro il crimine ci dicono di guardare, dove chi doveva guardare… non ha guardato e continua a non guardare!”

di Cinzia Marchegiani


Roma 7 Agosto 1990 – Il delitto di Simonetta Cesaroni è il Cold Case italiano per eccellenza. Il 7 agosto 1990, esattamente 24 anni fa, in un pomeriggio romano di agosto nel palazzo in Via Poma 2 veniva consumato un delitto che ancora oggi, dopo tanti processi, chiusure e aperture di indagini, non ha più neanche un indagato. Il 26 febbraio 2014, la sentenza della Cassazione ha confermato la sentenza della corte d’assise d’appello dell’aprile 2012 che aveva assolto Raniero Fusco, l’ex fidanzato. Ventiquattro anni e un’unica certezza, 29 coltellate inferte sul corpo della giovanissima donna e la scena del crimine nasconde ancora oggi il vero volto dell’assassino. Simonetta Cesaroni è stata trovata stesa nuda negli uffici della A.I.A.G. supina con le gambe divaricate e le braccia aperte, in posizione scomposta, la testa inclinata verso destra. Sul petto portava vistosi segni delle coltellate intrise di sangue. Altri colpi sono su giugulare, cuore, aorta, fegato e occhi. Le coppe del reggiseno, di tipo a balconcino di pizzo leggero fanno il seno con i capezzoli.

Su uno dei capezzoli c’è una ferita, che sembra un morso, che sarà la prova regina contro Raniero Busco che in primo grado era stato condannato a 24 anni di reclusione soprattutto sulla base di questo (presunto) morso e di una traccia di Dna (saliva o sudore) trovata sul reggiseno della vittima. Ma la traccia è databile, infatti Busco potrebbe averla lasciata in qualsiasi momento.

Solo la perizia chiesta dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma, depositata dai superperiti Corrado Cipolla D’Abruzzo, Carlo Previderé e Paolo Fattorini chiarirà che il morso era un edema da pizzicotto. Nella porta d’ingresso della stanza del delitto viene ritrovato del sangue sulla maniglia. Il sangue analizzato dirà che appartiene ad un uomo. Nelle altre stanze non vi sono tracce di colluttazione, tutto è ordinato e non c’è alcun segno che possa far pensare che il corpo sia stato trascinato dove si trova. Gli inquirenti credono che nella stanza dove Simonetta viene trovata, si sia consumato il delitto. Viene comunque rilevata una minima traccia di sangue anche nella stanza di Simonetta, sulla tastiera del telefono. Sempre nella stanza di Simonetta, viene rinvenuto anche un appunto, su un pezzo di carta, dove si legge “CE” vicino ad un pupazzetto a forma di margherita e in basso a destra, “DEAD OK”. A lungo si speculerà su questo disegno e sul suo significato finché il programma televisivo "Chi l'ha visto?" rivelerà, nell'ottobre 2008, che a fare quel disegno e a scrivere la frase DEAD OK fu uno degli agenti di polizia che intervennero la notte del 7 agosto in via Poma, dopo aver disegnato e scritto sul foglio, l'agente dimenticò il pezzo di carta sulla scrivania dove c'era il computer da lavoro di Simonetta. I portieri degli stabili che dalle 16.00 alle 20.00 si riuniscono nel cortile a parlare e mangiare cocomero, riferiranno tutti concordi agli inquirenti che non hanno visto entrare nessuno dall’ingresso principale in quell’orario. Ma con Simonetta qualcuno c’era. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, con ogni probabilità un uomo è negli uffici A.I.A.G. ed è pericoloso, perché Simonetta gli sfugge, dalla stanza a destra dove lavora, fino a quella opposta a sinistra, dove verrà ritrovata. Qui viene immobilizzata a terra, qualcuno è in ginocchio sopra di lei e le preme i fianchi con le ginocchia con tanta forza che le lascerà degli ematomi. La colpisce con un oggetto, oppure le sbatte la testa violentemente a terra, ad ogni modo per via di questo trauma cranico Simonetta sviene. A questo punto l’assassino prende un tagliacarte e inizia a pugnalarla a ripetizione. Saranno quei 29 colpi inferti, di circa 11 centimetri ciascuno di profondità. Sei sono i colpi inferti al viso, all’altezza del sopracciglio destro, nell’occhio e poi nell’occhio sinistro. Otto lungo tutto il corpo, sul seno e sul ventre, quattordici dal basso ventre al pube, ai lati dei genitali, sopra e sotto, colpi che decreteranno una morte violenta e senza ancora la scoperta del movente. Alcuni abiti di Simonetta, fuseax sportivi blu, la giacca e gli slip vengono portati via assieme a molti effetti personali che non saranno mai ritrovati, tra cui gioielli d’oro, gli orecchini, un anello, un bracciale e un girocollo, mentre l’orologio le viene lasciato al polso. Lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con i seni scoperti, il top appoggiato sul ventre a coprire le ferite più gravi, quelle mortali. Porta addosso ancora i calzini bianchi corti, mentre le scarpe da ginnastica sono riposte ordinatamente vicino alla porta. Le chiavi dell’ufficio, che aveva nella borsa non vengono trovate. Una storia ricca di colpi di scena, di svariati presunti colpevoli, non mancherà neanche la pista dei servizi segreti oltre la trama con la “banda della magliana”. Un giallo irrisolto dove i molti volti hanno dato forma ad tante storie parallele, che innegabilmente hanno tenuto col fiato sospeso l’immaginario collettivo che ancora oggi, ricorda come un flash indelebile quelle foto di Simonetta pubblicate in prima pagina sui giornali nazionali che la ritraevano in spiaggia con i capelli lunghi e neri e quel semplice costume bianco che sottolineava la sua bellezza. Le indagini di questo delitto partirono il giorno successivo, era la mattina dell’8 agosto 1990 la polizia svegliava tutti gli occupanti dello stabile di via Poma 2. Sono interrogati i portieri che assieme ai loro famigliari sostengono di essere rimasti attorno alla vasca del cortile per tutto il pomeriggio del 7 agosto, dalle 16.00 alle 20.00. Stando a ciò che dicono, l'assassino non può essere entrato nella scala B senza essere stato visto. I poliziotti setacciano l’intero palazzo alla ricerca degli indumenti che mancano a Simonetta, ma non trovano niente. Gli investigatori ricostruiscono i fatti.

Dalle testimonianze si deduce che Simonetta è sola il 7 agosto 1990. La sorella l’ha lasciata alla metropolitana, lei è andata in ufficio come programmato, nessuno è stato visto entrare nella scala B e l’ultimo contatto risale alle 17.35 per la telefonata di lavoro. Da ciò che gli psicologi della polizia hanno constatato sulla scena del delitto, l’assassino presumibilmente avrebbe tentato di violentarla, ma all’atto non è riuscito ad avere un’erezione e in questo status di frustrazione ha sfogato con colpi violenti la sua ira. Resosi conto dell’accaduto, ha tentato di pulire tutto, riordinare l’ufficio e far sparire il corpo. Qualcosa o qualcuno lo hanno interrotto. Dalle voci raccolte dalla polizia, Pietrino Vanacore non era con tutti gli altri portieri giù nel cortile nell’orario che va dalle 17.30 alle 18.30, cioè l’orario in cui Simonetta è stata uccisa. C’è uno scontrino sospetto, Vanacore ha comprato dal ferramenta, alle 17.25 un frullino. È testimoniato che alle 22.30 Vanacore si è diretto a casa dell’anziano architetto Cesare Valle, che si trova più su dell’ufficio incriminato, per fornirgli assistenza. Cesare Valle però dichiara che il portiere è arrivato a casa sua alle 23.00. Questa mezz’ora di intervallo tra le due testimonianze porta gli investigatori a sospettare del portiere cinquantottenne. In un paio di suoi calzoni vengono trovate macchie di sangue. Nella scala B il pomeriggio del 7 agosto 1990 ci sono solo due persone, Cesare Valle e Simonetta Cesaroni. Nessun estraneo è stato visto entrare. Vanacore, il portiere dello stabile B, si assenta dalle 17.30 alle 18.30, orario dell'omicidio. Questa per gli inquirenti è la soluzione del caso. Pietrino Vanacore passa 26 giorni in carcere, poi il suo avvocato convincerà i giudici a farlo uscire. Ad un esame approfondito, le tracce di sangue sui pantaloni risultano essere dello stesso Vanacore, che soffre di emorroidi. Inoltre viene sostenuta la tesi che chiunque abbia pulito il sangue di Simonetta si sia sporcato gli abiti dello stesso.

E poiché Vanacore ha indossato gli stessi abiti per tre giorni di fila – dal 6 agosto all'8 agosto 1990 – ed essi sono esenti del sangue di Simonetta, allora non può essere stato lui. Le circostanze assai sospette lo fanno rimanere comunque l’obiettivo numero uno della polizia, ma accertamenti sul DNA del sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato rinvenuto il corpo, scagioneranno ulteriormente Pietrino Vanacore. Il 26 maggio 2009 viene archiviata una indagine della Procura di Roma a carico di Pietrino Vanacore: i pm della Capitale avevano infatti supposto che qualcuno poteva essersi introdotto nell'appartamento del delitto Cesaroni (ad omicidio già avvenuto e dopo la fuga dell'assassino), inquinando inconsapevolmente la scena del crimine. I magistrati avevano aperto quindi un fascicolo su Vanacore, e il 20 ottobre 2008 avevano disposto una perquisizione domiciliare nella sua casa pugliese di Monacizzo (Taranto), alla ricerca di una sua agenda telefonica del 1990. Ma la perquisizione non aveva portato a nessun risultato. 20 anni di distanza dal delitto Cesaroni, il 9 marzo 2010 in tanti ricordano l’annuncio sui tg nazionali del ritrovamento del cadavere in mare di Pietrino Vanacore, si è legato ad un albero per una caviglia e si è gettato in acqua in località Torre Ovo, vicino Torricella, dove viveva da anni.

Vanacore lasciò una scritta su un cartello: "20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio" e solo tre giorni dopo, il 12 marzo 2010 avrebbe dovuto deporre all'udienza del processo per l'omicidio di Elisabetta in cui compariva come unico indagato l'ex fidanzato Raniero Busco. Secondo il legale di Raniero Busco: "La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. E sicuramente lui non se l'è sentita di testimoniare. Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché lui fosse l'autore dell'omicidio, ma perché sapeva chi fosse il vero colpevole. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni. Non se l'è sentita, insomma, di affrontare i giudici, gli avvocati e la testimonianza in aula". L'8 marzo 2011, dopo un anno di indagini, il sostituto Procuratore di Taranto Maurizio Carbone ha deciso di archiviare il fascicolo d'inchiesta (a carico di ignoti) sull'ipotesi di reato di aiuto e istigazione al suicidio in riferimento alla morte di Pietrino Vanacore, che si tolse la vita il 9 marzo 2010. L'inchiesta ha stabilito che Vanacore si uccise di sua spontanea volontà e che lo fece perché non sopportava più l'invadenza del caso di via Poma nella sua vita privata.
In quest’estate che sta per finire, a distanza di 24 anni, lo scorso  7 agosto 2014 è stato un anniversario ancora più amaro del solito, si piange la morte di una giovane donna, si ricorda un ferrato omicidio e i volti dei tanti personaggi che hanno contribuito alla costruzione del Cold Case italiano più imbarazzante, inquietante che lascia impunito il colpevole. Raniero Busco viene finalmente assolto perché non ci sono prove, restituendogli solo cicatrici profonde che rappresentano il fallimento reale delle indagini ma anche dei troppi errori dei processi ora sotto una grande lente d’ingrandimento. Criminologi e scrittori hanno contribuito con i propri studi e analisi alla ricostruzione di quella giornata dove uno o più persone che vivevano o frequentavano quei posti, ha consumato il barbaro omicidio e provando a nascondere le prove del delitto. Igor Patruno, nel libro “Via Poma La ragazza con l’ombrello rosa” ripercorre le varie fasi dell’inchiesta e i maniera analitica e scevra dalla necessità di trovare forzatamente il colpevole, analizza aspetti poco chiari e sottovalutati. Patruno ricorda il lavoro importante di Carmelo Lavorino, criminologo che ha seguito questo caso: “Conosco Carmelo Lavorino per averlo incontrato sia in alcuni programmi televisivi dedicati alla vicenda dell'omicidio di via Poma, sia nell'aula bunker di Rebibbia, dove si è tenuto il processo a Raniero Busco.

Come me, lui alla colpevolezza dell'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni non ci ha mai creduto e in questi anni ha continuato a ragionare e ad indagare sul delitto con gli strumenti della sua professione, ovvero con gli strumenti del criminologo. Lavorino ha da poco pubblicato la seconda edizione di un libro “ Il delitto di via Poma, sulle tracce dell'assassino”, una seconda edizione che è in realtà molto diversa dalla prima. Il libro del criminologo romano va letto perché le domande che pone aprono un vero e proprio squarcio su uno scenario inedito che varrebbe la pena approfondire. Nell'ultimo capitolo del libro nel quale Lavorino sintetizza il senso del suo approccio e rilancia le sue domande, rimanda responsabilità ora da chiarire sulle indagini: “….e in più c'è la presenza silenziosa, incombente e passiva del ‘convitato di pietra’ Pietrino Vanacore, che sempre e comunque sovrasta e pervade ogni cosa. L'impianto accusatorio contro Raniero Busco non regge, è basa¬to su elementi incerti, improbabili, se non addirittura impossibili. Nemmeno regge che Busco sia l'assassino e sia fuggito lasciando la porta aperta, né regge che Vanacore sia passato per caso (ma come si fa a passare per caso al terzo piano di un palazzo quando è molto più semplice e logico usare l'ascensore?), abbia scoperto il corpo e avvisato i ‘compagni di merende’ che suoi compagni non erano, o la "cricca" che con lui aveva ben poco da spartire. Il processo a Raniero Busco non è che un piccolo segmento dell'enorme, ingarbugliata e complicata matassa di questo smi¬surato intrigo. Tuttavia, potrà servire a far luce sul mistero di Via Poma se si inquadrerà in modo deciso e risoluto, senza com¬promessi e false saccenterie, il buco nero dei silenzi e dei vuoti dell'AIAG, così come viene suggerito in questo libro e come vuole il ‘comune senso delle cose e della logica’. Il depistaggio, la messinscena, le alterazioni e le omissioni ci sono state: occorre decriptarle e sistemizzarle razionalmente, comprendere il cui prodest, chi aveva le caratteristiche di conoscenza, opportunità e capacità per attuarle. Certo è che l'assassino è un territoriale ambientale dell'ufficio dove lavorava Simonetta, che l'assassino ha usato la mano sinistra per colpire la tempia di Simonetta per poi trafiggerla, che l'omicidio è avvenuto prima delle 16.30, che più persone hanno depistato le indagini e distrutto le prove, che la filiera delle quattro telefonate ne presenta almeno due che sono abili frutti del grande bluff, che vi sono stati almeno trenta grossi errori investigativi, che le considerazioni e le osservazioni sulla scena del crimine, sulla cronologia degli eventi e sul profilo criminale enunciate in questo libro devono essere valutate con scienza e coscienza, definite e sistemizzate anche con la logica giudiziaria. Il caso di Via Poma può essere ancora risolto perché esistono tracce situazionali e di comportamenti tali da poter incastrare il soggetto ignoto e la sua ‘cricca’ di abili depistatori… anche se sono stati commessi numerosi errori investigativi, metodologici, ideologici e procedurali.”

Il monito di Carmelo Lavorino sembra ora pesare come un macigno: “la guida necessaria e determinante che conduce un criminologo a tracce dell'assassino ci dicono di guardare laddove io ho guardato, dove il lettore mi ha seguito, dove la logica, l'analisi criminale e la scienza contro il crimine ci dicono di guardare, dove chi doveva guardare… non ha guardato e continua a non guardare!”

Costume e Società

Viterbo: tra canti, giocolerie, fuoco e mirabolanti alchimie si chiude la XXI edizione di Ludika 1243

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L’appuntamento con il medioevo dalle 18 alle 21 in piazza San Lorenzo

VITERBO – Si chiude oggi a Viterbo la XXI edizione di Ludika 1243 il festival dedicato al periodo medievale, tornato quest’anno in presenza dopo l’edizione virtuale del 2020, che attraverso una serie di ricostruzioni storiche e iniziative ha animato il centro storico in quest’ultima settimana.

Alle 18 e alle 21 piazza San Lorenzo ospiterà lo spettacolo di giulleria medievale “C’era una volta il 1243” con protagonista Il Paggio Giullare, progenitore ed epigono dei CLerici Vagantes, in compagnia del fido Paggetto, in viaggio fin da allora per allietare i presenti con canti, giocolerie, fuoco e mirabolanti alchimie.

La manifestazione si chiuderà con “Luce” spettacolo di focoleria e mangiafuoco con le performer Elenifera per salutare questa edizione. Una performance ironica e sensuale: in una cornice musicale arabeggiante sarà la danza a svilupparsi con l’elemento del fuoco, alternando sulla scena bolas, ventagli e altri effetti pirotecnici.

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Cronaca

Covid, in calo contagi e decessi: negli ospedali i ricoverati quasi esclusivamente i non vaccinati

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Dai decessi per Covid ai contagi, la settimana 8-14 settembre, rispetto alla precedente, ha visto tutti i numeri in calo: scendono -14,7% i nuovi casi (33.712 rispetto a 39.511), del -6,7% i decessi (389 rispetto 417), dell’-8,8% le persone in isolamento domiciliare (117.621 rispetto a 128.917), del -3,3% i ricoveri con sintomi (4.165 rispetto a 4.307) e del -1,6% le terapie intensive (554 rispetto a 563). Lo rileva il monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe, che sottolinea come in ospedale ci siano “quasi esclusivamente persone non vaccinate”.

“E’ inaccettabile la presa di posizione di personaggi pubblici, tra cui medici e politici, che, sovvertendo la metodologia della ricerca scientifica, alimentano la disinformazione mettendo a rischio la salute delle persone. Soprattutto di quelle indecise, che rifiutano vaccini efficaci e sicuri confidando in protocolli di terapia domiciliare non autorizzati o addirittura in farmaci dannosi e controindicati”. Così Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe nel nuovo report settimanale, interviene nel dibattito scatenato dal convegno promosso dalla Lega e ospitato pochi giorni fa in Senato, in cui si è parlato di terapie alternative contro il Covid, tra cui l’antiparassitario ivermectina e l’idrossiclorochina, entrambi sconsigliati dalle autorità sanitarie. Un comportamento per Cartabellotta tanto più rischioso considerando il particolare contesto in cui ci troviamo. “Il progressivo aumento delle coperture vaccinali e l’adesione ai comportamenti individuali – spiega – hanno permesso di contenere la quarta ondata e i nuovi casi e i ricoveri hanno finalmente iniziato a scendere. Tuttavia con l’autunno alle porte, la riapertura delle scuole e i 9,4 milioni di persone, oltre agli under 12, che non hanno ancora ricevuto nemmeno una dose di vaccino, si rischia una ripresa della circolazione del virus e un aumento delle ospedalizzazioni con conseguenti limitazioni nell’assistenza ai pazienti non Covid-19”.

“Non ci libereremo facilmente del coronavirus Sarscov2, ma in futuro dovremo essere pronti ad affrontare nuove pandemie dovute ad agenti patogeni sconosciuti. La prossima pandemia potrebbe essere dovuta ad un virus influenzale, ma anche ad un agente diverso”. A dirlo Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute, al Congresso Amit (Argomenti di Malattie Infettive e Tropicali) in corso a Milano. “Bisognerà essere pronti con piani pandemici sia contro i virus influenzali che altri a più ampio spettro, facendo tesoro di quanto appreso con la pandemia da Covid-19 .

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Cronaca

Sanremo, massacrano di botte il titolare di un bar per futili motivi

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Arrestate e trasferite in carcere 3 persone

SANREMO (IM) – In manette 3 persone per aver provocato lesioni personali gravissime al titolare di un bar del centro cittadino di Sanremo.

Nella notte del primo settembre, tramite il Numero Unico di Emergenza 112, arrivava una richiesta di intervento, in quanto il titolare di un bar situato in Piazza Borea D’Olmo era stato aggredito brutalmente da tre avventori per futili motivi.

I poliziotti giungevano nel giro di pochi minuti sul posto e notavano tre persone visibilmente alterate, probabilmente dall’assunzione di alcol, ed il titolare del bar dolorante, che perdeva sostanza ematica dall’occhio sinistro.

Quest’ultimo riusciva a dire agli agenti, poco prima di essere trasportato in ospedale, di essere stato aggredito dai clienti presenti sul posto, solo per aver chiesto loro di fare attenzione ai bicchieri durante la consumazione, in quanto poco prima ne avevano rotto uno facendolo cadere a terra.

I poliziotti apprendevano quanto accaduto e procedevano alla compiuta identificazione degli avventori del bar, acquisendo ogni notizia utile alla ricostruzione dei fatti.

Gli agenti del Commissariato di Sanremo avviavano una tempestiva indagine, ricostruendo immediatamente la dinamica dei fatti, grazie anche al prezioso aiuto delle telecamere di videosorveglianza che riprendevano in modo chiaro la violenta aggressione al titolare del bar, il quale in più modi aveva cercato di difendersi, ma quasi inerme veniva colpito a diverse riprese dai tre individui identificati poi dalla volante. 

Dalle immagini in visione si notava come lo stesso veniva  picchiato con violenti colpi sferrati dai tre, in diversi momenti ed in diversi punti del bar, danneggiando anche oggetti del locale stesso.

L’uomo riferiva anche di aver atteso a contattare i soccorsi, in quanto i tre uomini continuavano a rivolgergli minacce di morte nel caso in cui avesse chiamato la Polizia.

Sul posto giungevano immediatamente i poliziotti e l’ambulanza, che immediatamente trasportava in ospedale il titolare del bar, che veniva sottoposto ad un intervento chirurgico per eviscerazione dell’occhio sinistro.

Nel giro di poche ore ed appurato che il grave episodio di violenza aveva comportato alla vittima un danno irreversibile all’occhio, gli operatori ricostruivano il grave quadro indiziario a carico dei tre uomini che hanno reagito  in modo violentissimo ad un semplice rimprovero per un bicchiere rotto.

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