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Editoriali

SIMONETTA CESARONI: "ORE CONTATE PER L'ASSASSINO DI VIA POMA" – PARTE 3

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Parla il professor Carmelo Lavorino, massimo esperto per ciò che riguarda l’omicidio di via Poma, in esclusiva per L'Osservatore d'Italia

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di Roberto Ragone
L’assassino di via Poma ha le ore contate, se diamo retta a Carmelo Lavorino, certamente il massimo esperto dell’omicidio di Simonetta Cesaroni. Il prof. Lavorino è criminologo, criminalista, profiler, analista della scena del crimine, titolare della CESCRIN, scuola di investigazione scientifica criminale.

Il profilo psicologico dell'assassino di Simonetta Cesaroni è stato definito dal professor Carmelo Lavorino, già consulente della difesa di Federico Valle, nonchè di quella di Raniero Busco. A prescindere dal profilo psicologico, secondo il prof. Lavorino l’omicida è un uomo di circa quarant'anni, mancino, dal gruppo sanguigno A dqalfa4/4, sposato con figli, o con una compagna fissa. Una persona con tendenze narcisistiche, che non ammette fallimenti nella propria vita. Di persone gravitanti attorno all'ufficio dell'AIAG, già sentite in merito all'omicidio, ce ne sarebbero una o due, sarebbe quindi solo lavoro d'archivio andare a riprendere tutti i documenti agli atti e ripassare i verbali d'interrogatorio. Significativo anche il suicidio – certificato oltre ogni dubbio dalle prove e dai rilevamenti – di Pietrino Vanacore, portiere del palazzo, nell'immediatezza della convocazione in Tribunale per una testimonianza che avrebbe certamente sollevato un velo sul mistero dell'omicidio efferato e violento di Simonetta Cesaroni. Pietrino Vanacore conosceva l'identità dell'assassino, e si è suicidato per non doverla rivelare. Aveva paura di capitolare di fronte alle domande di un PM che dopo tanti anni di indagine aveva capito che Vanacore era il perno di tutta la faccenda, il punto debole che avrebbe portato all'arresto di una persona che lui, fino all'ultimo, ha voluto proteggere. Simonetta Cesaroni è stata uccisa il 7 agosto del 1990 con un tagliacarte reperito su di una scrivania dell'ufficio in cui lavorava, con ventinove colpi, sferrati agli occhi, al volto, al ventre e nella vagina. Il corpo nudo è stato messo in posa sguaiata, con le gambe aperte, in segno di disprezzo.


Professor Lavorino, lei è il massimo esperto per ciò che riguarda l’omicidio di via Poma, essendo stato perito per la difesa sia nel caso di Federico Valle, sia di Raniero Busco, oltre ai libri che ha scritto, agli tabella pubblicati e alle perizie. A questo proposito ho trovato un’intervista di Pino Nicotri che lui addirittura ha intitolato ‘Ecco l’assassino’, nella quale intervista lei ricostruisce tutte le fasi dell’omicidio. Lei parla anche di un ceffone dato a mano aperta, con la mano sinistra, e qualcuno ha ipotizzato che Simonetta sarebbe stata accoltellata quando era già morta a causa di questo colpo. Lei che mi dice?
Assolutamente no. Sicuramente Simonetta ha ricevuto un colpo sulla tempia destra sferrato con la mano sinistra con moto circolare, quindi non è stato un manrovescio destro, ma un colpo sinistro, e poi questa mano sinistra ha continuato ad infierire sulla ragazza, sia colpendola al collo, quindi entrando da destra e fuoruscendo da sinistra, e poi colpendola ai lati della vagina, all’interno della coscia sinistra, lasciando una ferita bifida, che soltanto la torsione del polso sinistro può provocare, quindi il soggetto ha un uso istintivo e istintuale della mano sinistra, tanto che lo stesso medico legale che inizialmente fece l’autopsia, prima disse che la ragazza era stata colpita con uno schiaffone sferrato con la mano sinistra, poi, si vede, ha perso un pochettino la bussola, ha perso i parametri ed è andato a dire a volte destra, a volte sinistra. Dunque, a mio avviso l’assassino è un soggetto che ha l’uso esclusivo e preminente della mano sinistra, quindi non è un destrimane; le ventinove pugnalate sono state inferte mentre la ragazza era in vita, oppure nel limine vitae. Il colpo alla tempia, alla testa – non sulla guancia, sulla tempia sinistra  – l’ha tramortita. Praticamente le ha fatto perdere i sensi e le ha fatto immediatamente abbassare la pressione. Per questo i colpi quando sono stati inferti sul collo, sul cuore e sulla parte del sesso eccetera, anche se hanno raggiunto le aorte, non c’è stato lo schizzo violento del sangue, perché ormai il cuore pompava molto molto lentamente a causa di quel colpo violentissimo che la ragazza aveva avuto sulla tempia destra. Il colpo alla tempia destra mette immediatamente knock-out. Glie lo dico perché oltre ad essere criminalista e criminologo sono esperto di karate, di arti marziali e difesa personale, il colpo alla tempia destra è pericolosissimo. Tutte le ventinove ferite erano del tipo vitale ecchimotico, quindi sono state inferte quando il cuore pompava ancora, e quando la ragazza era in vita, pur essendo ormai bassissima la pressione. Sul caso ho scritto tre libri, circa centocinquanta saggi, una decina di consulenze, quindi sono andato ad approfondire ogni aspetto della vicenda. È interessantissimo però valutare anche la questione del sangue, perché la Corte di Cassazione, precedentemente, e anche successivamente a quando è stato assolto Raniero Busco, ha sentenziato ciò che la Corte d’Appello ha detto, cioè che l’assassino ha il gruppo A-dqalfa4/4. Quindi gruppo sanguigno A-dqalfa 4/4 sarebbe lo stesso allelico che nel 90 il professor Fiori e altri periti riuscirono ad individuare, a tipizzare. Però il PM ritenne che il sangue dell'assassino sul telefono fosse di gruppo 0 e non di gruppo A. Il gruppo 0 dqalfa 4/4 era riferibile a Simonetta Cesaroni, mentre il gruppo A dqalfa4/4 è riferibile all’assassino. Per ventiquattro anni mi sono litigato con gli inquirenti e con il PM, perché dicevano che non era vero che il sangue sul telefono fosse di gruppo A. Invece, finalmente, sia la sentenza d’appello che la Cassazione hanno definito una volta per tutte che il sangue sul telefono è di gruppo A, quindi non è né della vittima, che è di gruppo 0, e tantomeno di Raniero Busco, che è ugualmente di gruppo 0. Con questo sangue di gruppo A dqalfa 4/4 ci sono uno o due soggetti di Via Poma che praticamente hanno il sangue compatibile sia con questo gruppo che con questo aspetto allelico. Poi c’è un altro aspetto importantissimo, cioè che l’assassino è stato aiutato.


A proposito del sangue, come mai ci siamo fermati al gruppo sanguigno, e non siamo andati a vedere il DNA?

Il DNA è stato individuato, ma stiamo parlando del 1990. Il DNA, oggi, è noto anche a livello mediatico che viene analizzato tramite ventuno o ventitre regioni alleliche, quindi il DNA è dato da alcuni numeretti. All’epoca il DNA è stato analizzato, ma  soltanto tramite due regioni alleliche, perché il sistema tecnico-scientifico dell’epoca era quello. Il sangue (dell’assassino ndr) è di gruppo A, il dqalfa, cioè sarebbe l’assetto allelico, secondo il metodo dell’epoca, sempre riferito al DNA, – gli alleli sono riferiti alle quattro componenti del DNA, guanina, adenina, citosina e timina  – dissero che il sangue sul telefono era di gruppo A, con  DNA individuato come dqalfa 4/4. Quello che scrissero all'epoca – poichè il PM voleva vedere per forza verso un'unica direzione – fu che il gruppo sanguigno era 0 dqalfa 4/4, e all'epoca soltanto la vittima aveva il gruppo 0 dq alfa4/4. C'erano invece uno o due soggetti che avevano sangue gruppo A dq alfa 4/4.

Questi soggetti non vennero indagati?
No, non vennero indagati perchè inizialmente si disse che l'assassino era destrimane, mentre tutti e due questi soggetti, guarda caso, erano mancini, e poi la cosa importantissima è che il PM dell’epoca non volle mai considerare che il gruppo sanguigno fosse A e non 0. Infatti io mi litigai con questo PM. Finalmente la Corte d’Appello prima e la Cassazione poi hanno riconosciuto che il sangue sul telefono era A dq alfa 4/4. Questa è la situazione che riguarda il sangue. Ora, non essendoci più quel sangue, non può essere più analizzato secondo le metodiche attuali, perché se noi avessimo ancora quel sangue, con le metodiche attuali andremmo a individuare immediatamente chi è il produttore di quel sangue, dato che oggi ci sono le famose 21/24 regioni alleliche, mentre all’epoca ce n’erano soltanto due.


Vorrei farle un’altra domanda. Guardando il modus operandi dell’assassino, se ne evince una personalità molto particolare, quindi lei che profilo ne traccerebbe?
Quello di un soggetto violento, narcisista, aggressivo, che non permette assolutamente a nessuno di ostacolarlo, che ha agito e ha perso il controllo in seguito ad un rifiuto e rabbia esplosiva. Ha cominciato a colpire con una violenza estrema, colpendo gli occhi e il volto della ragazza, sia per sfregiarla e deturparne la femminilità, e nello stesso momento per indurla a tacere per sempre. I colpi al petto significano che il soggetto era in preda ad una rabbia esplosiva, omicidiaria, assassina, che voleva eliminare la vita della ragazza. I colpi al ventre hanno voluto offendere la sua femminilità, i colpi al pube indicano una tendenza a sadismo di tipo sessuale. Tutto questo la mente non lo decide in due minuti, in queste azioni tutto viene deciso dalla parte bestiale dell’aggressore, dalle parti arcaiche del cervello. Poi la persona cosa ha fatto? Ha lasciato la vittima in posa sguaiata, con le gambe aperte, in posa di disprezzo, di vilipendio, e poi ha chiamato qualcuno per farsi aiutare, e questo l’ha fatto telefonando. Ecco perché in una certa stanza ci sono delle tracce sul telefono, tracce che poi però sono state pulite con uno straccio. Da questa stanza il soggetto ha telefonato a qualcuno che è venuto ad aiutarlo. Questo qualcuno, dopo circa 45 minuti – perché a quel punto il sangue sul corpo della ragazza si era raggrumato – ha messo sul suo ventre il top bianco, che è stato repertato non sporco di sangue, il che sta a significare che il sangue non sgorgava più, e questo è un atto di pietas, di rispetto verso la vittima.


Questo vuol dire che quando è stata accoltellata, Simonetta si era spogliata.

Sì, Simonetta era nuda. Indossava soltanto il reggiseno che era sceso sotto i capezzoli, perchè i colpi che hanno trafitto il petto della vittima sono posizionati in modo che se il reggiseno fosse stato indossato in maniera normale, sarebbe stato trafitto dai colpi. Quindi la ragazza aveva già il reggiseno abbassato sotto le coste, però non se l'era tolto. Questo sta a significare che la ragazza è stata costretta a spogliarsi, ma non era consenziente ad effettuare quel tipo di rapporto.


 Comunque, come si evidenzia anche da alune foto, le scarpe di Simonetta – piccole scarpe di gomma – sono state trovate poste ordinatamente in un canto della stanza.

Sì, appaiate, una accanto all'altra, e dallo studio della posizione dei lacci e dell'ondulamento dei lacci stessi, ho dedotto, facendo un'analisi ben precisa, che sono state posate lì da una persona che usava la mano sinistra. All'interno di queste scarpe non c'era assolutamente alcuna traccia di sangue. Questo sta a significare che quando Simonetta è stata pugnalata, cioè a circa un metro e mezzo da dove sono state posizionate le scarpe, se fosse stata nei pressi, qualche schizzo di sangue per l'arma che si alzava – si chiama effetto Brandizzi, effetto dispersione, e poi che scalava, si chiama effetto aspersorio – qualche macchia di sangue avrebbe dovuto essere all'interno delle scarpe. Non essendoci, sta a significare che l'assassino, oppure il 'pulitore' ha spostato le scarpe dopo l'omicidio. Però la cosa importantissima è la questione del tagliacarte, che è senz'ombra di dubbio l'arma del delitto, sia per la forma bombata delle ferite, e sia perchè le ferite sono ecchimotiche, ciò che sta a significare che l'arma è penetrata non per la taglienza del filo, ma per la pressione, e tutte queste ferite sono compatibili con un tagliacarte che è stato ritrovato nella stanza e sulla scrivania di una certa Maria Luisa Sibilia. Il telefono sporco di sangue era nella sua stanza, quindi il 'pulitore' e l'assassino è lì che si sono attardati a fare qualcosa. La mattina alle ore 11 Maria Luisa Sibilia, che la mattina era tornata dalle ferie, non ha trovato il tagliacarte nella propria stanza. Chiede a due colleghe, ma nessuno ha saputo dirle dov'era. Non è andata nella stanza del capufficio, cioè nella stanza in cui è stata rinvenuta Simonetta. Per cui la Sibilia, alla presenza di due sue colleghe, ha aperto la corrispondenza con un tagliacarte che le hanno prestato loro. Alle 15 la Sibilia è andata via, e ha dichiarato che non aveva più trovato il suo tagliacarte. Quando è venuta la Polizia, il tagliacarte, l’arma del delitto, pulito e rassettato, era di nuovo sulla sua scrivania. Questo sta a significare che l’assassino, o il ‘pulitore’ sapeva che il tagliacarte era della Sibilia, ma non sapeva che la stessa lo avesse cercato alle 11. A questo punto escludiamo sia la Sibilia che le due colleghe. Il soggetto si è dimostrato territoriale, conoscitore degli orari, conoscitore dei locali, conoscitore dell’ambiente, conoscitore di molte cose, ma non sapeva che alle ore 11 il tagliacarte era stato cercato dalla Sibilia, altrimenti non sarebbe andato a metterlo sulla sua scrivania.


E’ stato rimesso a posto per evitare che si potesse collegare all’omicidio?
La persona che ha rimesso a posto il tagliacarte lo ha lavato, ha cancellato tutte le impronte digitali, le impronte di sangue, le impronte papillari. Ha poi tentato, ma non da solo, di pulire scena del crimine, aiutato dal 'pulitore' a cui aveva telefonato, o dalla coppia di pulitori. Il secondo arrivato, per un atto di pietas, di disfacimento psichico o di negazione del crimine ha coperto il ventre della ragazza, al minimo quarantacinque minuti dopo l’omicidio, quando il sangue non sgorgava più. Atti del genere un assassino che lascia la vittima in posa sguaiata non li fa. Si tratta di una persona che non ha voluto toccare il cadavere, e congiuntamente ha voluto coprirne il ventre, una persona che ha avuto pietà, quindi qualcuno che aveva venti o trent’anni più della vittima. Se si lavora a livello di profilo criminale, abbiamo ipotesi multiple, e ci dobbiamo fermare di fronte a due porte: una che ci conduce di fronte all’AIAG, l’altra di fronte al portierato. Sono queste le due porte, di più non si può fare. L’anno scorso ho mandato un mio esposto al Procuratore Capo di Roma, in cui espongo alcune mie deduzioni molto personali in qualità di cittadino, dico loro come la penso e li invito ad approfondire determinate piste.


Si è detto e scritto che nello svolgimento delle indagini l’assassino è stato interrogato, ma è stato scartato come possibile colpevole, è esatto?
Sì, a mio avviso l’assassino è stato ascoltato, solo che gli inquirenti inizialmente vedevano solo Pietrino Vanacore, poi hanno visto Federico valle, poi hanno visto Raniero Busco, e ogni volta, poiché erano concentrati nel dimostrare la loro tesi, non riuscivano a vedere ciò che avevano davanti.


Abbiamo detto che l’autore del delitto è una persona di sesso maschile , sicuramente molto forte e mancina: secondo lei, un giovane o una persona più anziana di Simonetta, che differenza d’età lei potrebbe ipotizzare? Quanti anni potrebbe avere, pressappoco, l’assassino?
All’epoca questo l’ho detto e l’ho scritto, quanto meno il soggetto aveva quarant’anni. Simonetta è stata uccisa per un rifiuto sessuale, in quanto il soggetto aveva ricevuto una fortissima ferita narcisistica dall’atteggiamento di rifiuto della ragazza, e l’ha uccisa per tacitazione testimoniale, cioè per far fuori un testimone della sua umiliazione. Quindi all’epoca un soggetto del genere doveva avere una compagna fissa o doveva essere sposato, quanto meno avere una relazione stabile, con figli, che non poteva mettere a rischio con una denuncia o una protesta fatta da Simonetta Cesaroni. Questa è un’ipotesi che si va a sposare sia se guardiamo nella direzione AIAG, sia se guardiamo nella direzione portierato. Bisognerebbe analizzare tutte le dichiarazioni che hanno fatto finora queste persone, fin dall’inizio, e poi andare a cercare tutte le contraddizioni testimoniali e dichiarative. Queste cose io le ho fatte, ma sono cose molto lunghe. Ho ipotizzato cinque scenari diversi, sono andato a fare i collegamenti eccetera. Ma il problema è che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, e di chi non vuole mai ammettere d’avere sbagliato. Il buon investigatore e il buon criminologo, se pagati dallo Stato, non devono mai fare del caso investigativo un caso di carriera o personale.


Come profilo del ‘pulitore’, ci starebbe la signora Giuseppa?
Non vedo la pulitrice, ma il pulitore, un maschio. Che poi qualche donna abbia voluto coprire il soggetto esecutore, questo è chiaro, a livello di colleganza. Le ripeto: in ambedue gli scenari abbiamo un soggetto pulitore maschio, la donna che può coprire, e la donna che può fiancheggiare, sia in un caso che nell’altro. Ora bisogna stabilire con esattezza quando la ragazza è morta realmente, e sapere se quella telefonata delle 17,10 – perché poi ce n’è stata un’altra alle 17,35  – è stata effettuata realmente da Simonetta Cesaroni, o no. Oppure bisogna capire se c’è stata o non c’è stata. Perché questo poi ci porta a guardare con l’occhio critico dell’arte investigativa. La domanda su Giuseppa mi fa capire dove lei vuole andare a parare. Giuseppa De Luca non è la madre biologica di Mario Vanacore, e ce ne siamo accorti andando a verificare il DNA. Mario Vanacore è figlio di Pietrino avuto in prime nozze. Infatti all’epoca, quando ci arrivò l’assetto allelico, paragonando i gruppi sanguigni, fu lì che scoprimmo che Mario Vanacore non era figlio di Giuseppa De Luca, ma era figlio di un’altra donna. Col DNA non si scherza. L’unica persona al mondo che sta scherzando con il DNA attualmente è la mamma di Bossetti. Lì fu la stessa cosa, c’erano i due numeretti, dq alfa che c’indicarono chiaramente che non poteva essere la mamma di Mario Vanacore. Invece come pulitore ci può stare Pietrino Vanacore, se lo scenario ci fa guardare verso il portiere, se invece ci fa guardare verso l’AIAG può essere sempre il portiere, però in un’altra maniera, o altrimenti qualcuno che girava nella situazione. Però se in questo noi andiamo a collegare il suicidio di Pietrino Vanacore,  – quello che ha detto Francesco Bruno, che ha messo in mezzo i servizi segreti, una specie di Spectre di Via Poma non è assolutamente vero, quello si è ammazzato – perché quello si è ammazzato due o tre giorni prima che dovessero andare a deporre tutti e tre. Se poi lei nota ciò che hanno detto questi personaggi, si capisce che hanno un accanimento particolare in una certa direzione. Insomma, gli scenari sono due. Possono essere risolti soltanto tramite la questione del DNA, quindi l’aspetto allelico, se è vero come è vero che il sangue sul telefono è di gruppo A dq alfa 4/4, si va verso una direzione. Se è vero come è vero che l’assassino è mancino, oppure non può usare la mano destra, si capisca chi deve essere guardato e indagato, e poi a questo punto si possono effettuare altre verifiche investigative. Comprenda che è duro per questi qui (gli inquirenti ndr) ammettere che Lavorino aveva ragione fin dal 1990.

Un’ultima cosa: non le sembra strano il suicidio di Pietrino Vanacore, dato che lui conosceva certamente l’identità del colpevole? Non è che per caso lo hanno ‘suicidato’?
Ho già detto prima che Pietrino Vanacore non lo hanno ‘suicidato’, ma lui lo ha fatto per una serie di motivi: per motivi di suicidio vicario, perché voleva coprire qualcuno, per rimorso, perché non se la sentiva di portare più quel peso. Ma che lo abbiano suicidato non ci credo assolutamente, anche perché tutte le evidenze medico-legali, testimoniali e dichiarative ci fanno indurre che si tratti di suicidio.


In mezzo metro d’acqua?
Sì, assolutamente, in mezzo metro d’acqua, anche perché faceva freddo, lui aveva una certa età, era indebolito, ed era intenzionato a suicidarsi. Nei polmoni gli hanno trovato acqua di mare, non un altro tipo d’acqua, né tracce di un soffocamento manuale. Sul cartello la scrittura era sua, le tracce sono sue, le risposte papillari sono le sue, il DNA è suo. La corda è andato a comprarla lui. Capisco che si voglia sempre fare dietrologia, naturalmente è sempre buono e ottimo sospettare di tutto, ma guardi che in mezzo metro d’acqua, se uno è intenzionato a morire, specialmente se è in uno stato fisico o psichico particolare, lo può senz’altro fare. Non c’è alcun riscontro che vada contro il suicidio, in questo caso. Hanno voluto mettere in mezzo i fantasmi di Via Poma, i servizi segreti deviati, eccetera, ma questo è un suicidio bello e buono. Anche perché Vanacore aveva già manifestato idee del genere.

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SIMONETTA CESARONI: IL SILENZIO DI VIA POMA, PARTE 1

CASO CESARONI: IL SILENZIO DI VIA POMA – PARTE 2


 

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Editoriali

C’era una volta Carosello, spettacolo pubblicitario amato da grandi e piccini

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La pubblicità odierna, amorfa, grigia ed afona, per la sua invasività rende la visione dei programmi sgradevoli. Ottiene effetto negativo sul prodotto reclamizzato e fa sì che il cittadino, il più delle volte, si tiene lontano dall’apparecchio tv. Tutt’altra cosa la pubblicità semplice ed  intelligente dei tempi di Carosello.

Chi non si ricorda Calimero che non era piccolo e non era nero; Ernesto Calindri, all’incrocio stradale che brindava “Contro il logorio della vita moderna?”. Ancora ci ritorna in mente il ritornello “Fino dai tempi dei Garibaldini” e l’espressione: “Non dura, dura minga, non può durare.”

Personaggi simpatici che rendevano appetibile il prodotto. Minuti di pubblicità, rilassante, rispettosa verso gli ascoltatori. Una pubblicità che convinceva, trasmetteva affidabilità del prodotto reclamizzato, si accoglieva con fiducia.

Triste il dover assistere oggi a tutta un’altra pubblicità. E’aggressiva, invasiva e non convincente. Un messaggio colorato ma privo di sostanza. All’insipienza dei messaggi, che sembrano fatti appositamente per annoiare il telespettatore, ci si mette con impegno, la trasmissione, interrompendo continuamente il programma per trasmettere il messaggio. Il risultato chiunque lo può capire, rende la visione della trasmissione sgradevole con quello che ne consegue come spiegheremo di seguito.

Gli audaci del “clic” ed i temerari del “like”

La nostra è una società piena d’interessi generici, ma nessuno in particolare. Una strana società che sente ma non ascolta, guarda ma non vede. Grazie allo smartphone, sempre aggiornato secondo le ultime innovazioni, è onnipresente ma disinteressata di quello che le capita intorno. Si occupa degli indigeni dell’altro mondo ma snobba i barboni che dormono nei cartoni sotto casa. 

Sa brontolare, trova gusto a lamentarsi e protesta solamente in piazza, non si identifica ma si confonde tra altre mille facce. In privato piace ritirarsi davanti alla tastiera del PC, fa parte degli audaci del “clic”, dei partecipanti attivi dei “like” e spesso e volentieri, davanti allo schermo tv 36”, anche questo ultimo modello sul mercato, indottrinandosi del non detto, del vuoto a perdere, del banale e dello scontato, non accorgendosi che la stanno bidonando, ipnotizzando e condizionando.

Metamorfosi della sponsorizzazione

La nostra società, tanto presa a correre dietro al “non conosciuto”, al “non avuto”, sempre più ansiosa di riempire il vuoto incolmabile, ignora l’eccessiva ingerenza degli sponsor sul contenuto delle trasmissioni. La pubblicità è stata ed è tutt’ora oggetto di contestazioni tra carta stampata, radio, cinema e le stesse reti tv, pubbliche e private. Il mercato pubblicitario fa gola a tanti e coinvolge una pluralità di merci e servizi il cui costo, direttamente o indirettamente ricade sul prodotto e cioè sul consumatore. E’ un giro di milioni di euro e per questo la pubblicità in tv è stata dall’inizio regolamentata e si è cercato di disciplinarla. Tante sono le forme di pubblicità alla quale lo spettatore viene assiduamente assoggettato, quale spot, televendite, trailer, videoclip e anche, perché no, pubblicità occulta. La pubblicità nasce alla Rai nel 1957, circoscritta alle trasmissioni serali della durata di 10 minuti. Per rispetto del telespettatore fu, intelligentemente collocata tra il telegiornale e il programma di prima serata.

La comunicazione pubblicitaria televisiva fu regolamentata in maniera tale da non danneggiare la stampa, che anche questa da essa trae le sue risorse.

La legge di riforma della Rai del 1975, all’art.21 stabiliva che gli spazi pubblicitari non potevano superare il tetto del 5% del tempo di trasmissione totale. Il mercato pubblicitario si è organizzato sotto le testate Sipra e Upa. Quest’ultima gestiva circa 400 aziende, vale a dire l’80% della pubblicità circolante in Italia.

Questo dato e non solo, spiega l’invasività, l’aggressività e la prepotenza che si scatena dai monitor durante i programmi di maggiore ascolto, siano essi di intrattenimento, di approfondimento o altro.

Invasività pubblicitaria rende la visione dei programmi sgradevole

Oggi la televisione non ti allunga la vita, oggi ti logora, ti annoia e palesemente dimostra mancanza di rispetto verso il telespettatore. Come?

Alcuni casi esemplificativi:

  • Mentre si sta seguendo un dibattito, nel momento più critico della discussione, ecco la conduttrice che interrompe dicendo, un attimo di pubblicità. Lo schermo cambia colore e si riempie di pannolini, mutande e donne incontinenti.

Cambi canale, ti dicono, se non vuoi vedere. Bene. Si cambio canale, con quale risultato?

  • Altra interruzione dello spettacolo per la pubblicità. Questa volta protesi, creme per la cellulite, intime di push up varie, antidiarroici, crema anti emorroidaria e tante altre belle cose. 

Ciak si cambia nuovamente. Un caso particolare. Un interessante dibattito sui fatti del giorno.

  • E’ il giorno che Trump sganciando i suoi missili ha ucciso Soleimani. Il mondo è ad un passo dalla guerra. La Libia brucia sotto i nostri piedi. Il Medio Oriente è una polveriera. In Puglia 20 mila operai dell’ex Ilva rischiano di perdere il lavoro. Dipendenti dell’Alitalia a rischio licenziamento. La Banca di Bari con 4 miliardi di euro e oltre mancanti. I risparmiatori defraudati in piazza. Il governo sull’orlo di una crisi di sopravvivenza.
  • Orbene, di cosa si discute in studio? Non ci si crede. E’ proprio così. Si discute di Tola Tola, sì, di Tola Tola! Ma cosa avrà fatto mai di male questo paese per essere così ridotto? 

Una amara constatazione:

Vicino a Sipra e UPA nascono nuove società pubblicitarie come Publitalia, la concessionaria Publiepi e altre. L’affare pubblicità ha sempre richiamato gli interessi di forti investitori. Per rendere chiaro il concetto basti dire che nel 2018 Publitalia ha raggiunto un fatturato di 3,401 miliardi di euro. Il fatturato della Sipra nel 2000  si è fermato a euro 1.446 milioni, esiguità  della cifra spiegata con altre forme di entrate..

Assistere oggi giorno ad uno spettacolo televisivo sia esso di intrattenimento, sia un dibattito culturale, politico  o documentario, oppure durante i vari Tg e altro,  è diventato sgradevole e pochi sopportano la continua interruzione per dare spazio alla pubblicità.

Per questo disservizio si deve ringraziare anche il ben noto Parlamento Europeo che nel 2006 espresse voto favorevole al testo della nuova direttiva, recepita dall’Italia nel 2010 con una modifica al Testo unico della radiotelevisione, e così permettendo un’interruzione pubblicitaria ogni 30 minuti e consentendo la pubblicità indiretta.

Conclusione:  Si è doppiamente “cornuti e mazziati”. Prima perché non è più gradevole guardare la televisione, poi perché il costo di tutta quella pubblicità si riversa sul costo dei prodotti e cioè sui consumatori.

Addio all’intrattenimento! Largo alla pubblicità! Così è se vi pare.

(Ha collaborato Miranda Parca)

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Cronaca

Arce, omicidio Serena Mollicone e morte del Brigadiere Santino Tuzi: due facce della stessa medaglia?

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La famiglia del brigadiere dei carabinieri Santino Tuzi è stata ammessa, insieme all’Arma dei carabinieri, come parte civile nel procedimento penale che, se il Gup del Tribunale di Cassino riterrà sufficienti le prove addotte dalla pubblica accusa, si svolgerà a carico del Maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, di sua moglie e di suo figlio Marco, indagati con altri due militari dell’Arma per la morte di Serena Mollicone e per il reato di istigazione al suicidio riguardante appunto la morte del brigadiere Santino Tuzi.

Addentrarsi nel caso del suicidio del brigadiere Santino Tuzi è come avventurarsi nelle sabbie mobili di una palude in cui alla fine si perde il senso d’orientamento. Una donna che dichiara di essere stata l’amante del brigadiere, riferisce il fatto che Santino si sarebbe tolto la vita con un colpo di pistola al petto di cui lei ha sentito la deflagrazione attraverso il cellulare durante una conversazione con Santino, dopodichè il telefonino è stato chiuso.

Il cadavere del brigadiere è stato trovato riverso sul sedile di guida della sua Fiat Marea, con la pistola d’ordinanza posta sul sedile accanto, quello del passeggero. E questi sono gli unici fatti certi, di cui esistono immagini, tranne quelle, che sarebbero state preziosissime, del corpo del brigadiere.

La famiglia, ed in particolare la figlia Maria, nega ogni possibilità che il brigadiere Santino Tuzi avesse una relazione extraconiugale, e che addirittura la ragione del suicidio sia da trovare nell’intenzione della sua amante di lasciarlo per un’altra persona.

L’intervista all’avvocato Rosangela Coluzzi e Maria Tuzi figlia del Brigadiere dei Carabinieri Santino Tuzi

Viene anche posto in dubbio il fatto che il brigadiere, descritto come marito affettuoso, in procinto di andare in pensione per dedicarsi al nipotino, avesse una relazione adulterina.

Viene adombrato il dubbio che qualcuno sia intervenuto nella sua morte, che cioè sia stato ‘suicidato’, dato che a breve sarebbe stato ascoltato in merito alla morte di Serena Mollicone, quale unico testimone che avesse visto Serena, in quella fatidica mattina del primo giugno, entrare nella caserma per non uscirne più, fino a quando il Tuzi era di piantone. Né vogliamo addentrarci qui in considerazioni che sarebbe troppo lungo esperire. L’unico fatto oggettivo è la morte del brigadiere.

È chiaro però un fatto: nessuna indagine scientificamente esatta è stata fatta dai carabinieri o da chi per loro sul luogo della morte di Tuzi, né sono state poste in essere tutte quelle cautele che riguardano una che oggi possiamo definire una scienza esatta, cioè l’esame della scena del crimine.

Non si sa se esistessero due fondine d’ordinanza, né perché sia stato dichiarato che una era stata reperita nell’armadietto del brigadiere, e l’altra sul sedile posteriore dell’auto. Non sono stati fatti esami comparativi con la pistola d’ordinanza, ritrovata sul luogo della morte di Tuzi, dell’ogiva che lo ha ucciso, per stabilire se effettivamente era l’arma del delitto. Non è stato fatto alcun esame per rilevare tracce di polvere da sparo (stub) sulle mani del brigadiere, per vedere se fosse stato lui a sparare.

Non sono stati fatti rilevamenti per stabilire se lo sparo fosse avvenuto nell’abitacolo dell’auto. Ha generato sospetti il fatto che la pistola fosse sul sedile del passeggero, ma nessuno ha chiesto ai carabinieri intervenuti (della caserma di Isola Liri, dove Tuzi era stato da poco trasferito) se per caso avessero toccato l’arma, ne avessero ripulito le impronte e l’avessero spostata; anche se il medico legale prof. Costantino Ciallella ha dichiarato che sparandosi un colpo al petto probabilmente il Tuzi avrebbe potuto impugnare l’arma con ambedue le mani, e quindi il fatto che la stessa sia stata trovata su quel sedile ci sta tutto.

Non si sa perché – e non si sa se – dal caricatore della Beretta mancassero non uno ma almeno due cartucce, né si sa se nell’abitacolo siano stati repertati uno o due bossoli; né gli stessi sono stati esaminati per l’evidenziazione di tracce papillari (impronte digitali) di chi l’avrebbe dovuta materialmente caricare, cioè Santino Tuzi. Questo per cominciare.

La leggenda metropolitana, visto anche che la figlia Maria nega recisamente che il padre avesse un carattere tale da portarlo al suicidio e men che meno per una presunta amante che volesse lasciarlo, fa intendere che il Tuzi sarebbe stato ‘suicidato’ perché teste chiave nel procedimento contro la famiglia Mottola, quale unico testimone di un fatto che non è mai stato accertato senza ombra di dubbio, e cioè che Serena Mollicone quella mattina del primo giugno 2001 sia effettivamente andata in caserma dal maresciallo Mottola. E quindi il ‘suicidio’ porterebbe a ben altri scenari, cioè un crimine commesso per coprirne un altro commesso precedentemente. E questo accuserebbe il maresciallo Mottola e la sua famiglia. La morte di Tuzi è stata comunque archiviata come suicidio, e il capo d’accusa che la riguarda, nei confronti dei cinque imputati, è quello di ‘istigazione al suicidio’.

In tanto marasma, un altro fatto è certo: che nei confronti della morte di Santino Tuzi nessuna indagine è stata fatta, o ciò che è stato fatto è stato fatto ‘con i piedi’, per usare un’espressione corrente. Tanti fatti non sono più verificabili, e non sapremo mai la verità.

Vogliamo, in chiusura, riportare una dichiarazione del professor Carmelo Lavorino, consulente della difesa della famiglia Mottola, già artefice dell’assoluzione del carrozziere Carmine Belli dopo diciassette mesi di isolamento, accusato dello stesso omicidio.  

Carmelo Lavorino: “Poiché risulta che il brig. TUZI era UOMO E CARABINIERE onesto, fermo, coerente, coraggioso, con alto senso della LEGALITÀ e tutore dell’ordine, MAI E POI MAI se avesse realmente assistito a un reato (entrata di Serena Mollicone nella caserma e percezione dell’aggressione ai suoi danni così come dicono gli Inquirenti “rumore della colluttazione al piano superiore tanto che Serena veniva sbattuta con forza contro la porta”) avrebbe permesso tale reato e lo avrebbe taciuto: AVREBBE FATTO SICURAMENTE IL SUO DOVERE. MAI avrebbe omesso di avvertire i superiori provinciali e la Procura sorpassando il m.llo Mottola, MAI si sarebbe reso complice di tale misfatto. QUINDI, il brig. Tuzi, proprio per le sue qualità personali, NON HA VISTO NULLA E A NULLA HA ASSISTITO altrimenti non avrebbe omesso per sette anni la verità ed avrebbe sicuramente salvato Serena Mollicone (la reticenza ripetuta è inganno: un carabiniere ha l’obbligo giuridico di dire la verità e di impedire reati). QUINDI, il brig. Tuzi per complicati e delicati fenomeni e processi psichici ha riferito un qualcosa che MAI ha visto (altrimenti non sarebbe stato reticente) e, per motivi da investigare, ha riferito un qualcosa che MAI ha visto. Per la morte di Tuzi, che gli inquirenti hanno archiviato come suicidio dopo due consulenze medico legali, stiamo attendendo il fascicolo per capire noi, in modo indipendente, come siano andate le cose.”

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Ambiente

Impianto e discarica Roncigliano, tuona Andreassi: “Cara Raggi, caro Zingaretti, Albano non pagherà la vostra incapacità”

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di Luca Andreassi, Professore Università Roma Tor Vergata e consigliere delegato ai Rifiuti del Comune di Albano Laziale

C’è un impianto di gestione dei rifiuti. Uno di quei vecchi TMB in cui entra il rifiuto dei cassonetti stradali ed esce rifiuto che finisce in discarica o incenerito.

L’impianto è quello di Roncigliano ad Albano.

Ed era il 2016 quando andò a fuoco. (Mica solo quello di Roncigliano. Perché gli impianti TMB oltre che inutili – se si fa una buona differenziata – sono anche dannosi).

Ad inizio estate, ci comunicano che i vecchi proprietari del sito industriale di Roncigliano hanno ceduto in locazione ad una terza società un ramo d’azienda.

Guarda caso proprio quello che comprende l’impianto TMB andato a fuoco.

Contestualmente, i nuovi proprietari ci comunicano che è loro intenzione riattivare l’impianto.

Ma come?! – diciamo noi – Non serve un impianto TMB! Un impianto che tratti l’indifferenziato dei cassonetti stradali in una città che è all’82% di differenziata e, comunque in un’area vasta, i Castelli Romani, estremamente virtuosa in termini di differenziazione dei rifiuti!

E poi l’autorizzazione scade ad agosto.

Anche la Regione Lazio la pensa come noi. L’autorizzazione è scaduta. Se proprio i nuovi proprietari vogliono realizzare un impianto TMB che presentino il progetto e attivino tutta la procedura di richiesta autorizzativa.

Fin qui la logica.

Da qui in poi, un susseguirsi di colpi di scena.

A settembre la Regione Lazio, per mano della stessa dirigente che aveva affermato che l’autorizzazione era scaduta (come se fosse una cosa su cui ci possa essere discussione) afferma che “contrariamente a quanto ritenuto e precedentemente affermato”, a seguito della cessione del ramo d’azienda, l’autorizzazione doveva intendersi prorogata. Fino al 2023.
Autorizzando di fatto la rimessa in funzione dell’impianto.

E’ evidentemente una cosa folle.

La Città di Albano pertanto propone ricorso al TAR, con il supporto dell’ Associazione Culturale Contro Tutte Le Nocività, richiedendo la sospensiva. Convinti che la procedura di proroga di un’autorizzazione scaduta effettuata in questo modo abbia dei dubbi di liceità. E richiedendo un intervento immediato perché, come certificato da ARPA Lazio, ufficio tecnico della Regione Lazio (dalla cui penna è uscita la proroga dell’autorizzazione), esistono anche problemi di superamento di sostanze inquinanti nei pozzi spia.

Due giorni fa ci viene notificato la decisione del TAR, ovvero che la nostra richiesta è respinta perché il TAR ritiene che si tratti di una mera volturazione.

Caspita. Mera volturazione. Ma è quello l’oggetto del nostro ricorso! Ovviamente nessun interesse nei confronti dell’impatto ambientale.

Aspettiamo il merito del TAR. Ricorreremo al Consiglio di Stato. Intraprenderemo ogni tipo di protesta che riterremo adeguata ad impedire l’ipotesi di una riapertura.

La situazione di Roncigliano è figlia di una totale assenza di programmazione in materia di gestione dei rifiuti.

Caro Presidente Zingaretti, cara Sindaca Raggi continuate a discutere litigando, o facendo finta di farlo, sull’ubicazione della nuova discarica che dovrebbe risolvere il problema di Roma.

Consapevoli, escludo l’ipotesi alternativa, ovvero che non sappiate di cosa state parlando, che una discarica non risolve assolutamente nulla e che, probabilmente, non serve neanche a gestire l’emergenza romana.

E mentre questo accade, città come Albano che vincono premi su premi e sono all’82% di differenziata diventano vittime di questa totale assenza di programmazione. Non ve lo consentiremo. Albano non pagherà la vostra incapacità.

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