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Editoriali

Stadio della Roma e migranti, ancora la storia infinita… e il marcio viene a galla

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Grandi sforzi, in questi giorni, da parte dei media, per portare alla luce anche il colore dei calzini dei personaggi coinvolti – o per coinvolgere chi non c’entra – nella faccenda del benedetto stadio della Roma. È evidente che dazioni di denaro sono state effettuate, in maniera trasversale, non guardando l’appartenenza politica, ma soltanto la convenienza pratica, da parte di un costruttore che voleva entrare nell’affaire, molto ben retribuito. Dal quale, riferiscono diversi quotidiani, avrebbe tratto il necessario per risanare la sua situazione economica seriamente compromessa. Ci sembra sinceramente esagerato l’impegno profuso nella comunicazione, specialmente da parte del ‘servizio pubblico’ – RAI – che a volte tanto pubblico non appare, agli occhi attenti di un osservatore.
Infatti, in prima pagina, a firma di Vittorio Feltri, ieri il quotidiano Libero titola un trafiletto con “La RAI rema contro la maggioranza”. È assolutamente vero: basta seguire i talk show politici che la Rai trasmette, segnatamente quello di Serena Bortone su Rai 3, per constatare che sembra che il PD sia ancora al governo. E che la giornalista che conduce Agorà continui come nulla fosse ad improntare la sua conduzione ad una precisa parte politica. L’intenzione comune appare quella di voler colpire il M5S, con l’intento di fare, magari, cadere questo governo. Potremmo dire che il governo Renzi ha resistito a ben altre bordate, dato il coinvolgimento anche familiare, oltre che quello politico, dei suoi più stretti collaboratori – supportato però dai media e dalla infaticabile sommità della RAI, alla quale aveva contribuito in maniera non trascurabile. Questo potrebbe spiegare perché in questi giorni ci si preoccupi tanto della vicenda ‘Stadio della Roma’, e per niente delle implicazioni emerse dal rifiuto di Salvini di sbarcare altri migranti.

Stadio della Roma e migranti, due vicende che appaiono di una enorme e diversa gravità

Da una parte una vicenda di corruzione, come in Italia ce ne sono tante, e tante ce ne saranno, fino a quando esisteranno gli appalti foraggiati da fondi pubblici. Ma sulle quali vicende bisogna agire con precisione chirurgica, per evitare danni collaterali. Oppure strumentalizzazioni sempre pronte da parte delle opposizioni – leggi Martina e PD. Dall’altra, la storia dei migranti, un malaffare che dura da anni, e ha attraversato almeno un paio di governi – così a memoria, ma forse di più – e che non accenna a diminuire. Se non fosse stato per l’intervento di Salvini, il quale, finalmente, ha inteso non solo mettere fine ad una situazione di grave disagio nei confronti dell’Italia, ma anche risolvere una volta per tutte questa esclusività di sbarco nei nostri porti. Grottescamente la Bonino – che non si sa a quale titolo riemerga periodicamente, come una peperonata – e che politicamente è insignificante, vanta in pubblico la scelta di far sbarcare il popolo dei barconi tutto in Italia, violando anche l’accordo di Dublino: tanto degli accordi, chissenefrega, il loro destino è quello di essere violati, come la loro ragion d’essere. A questa opposizione becera e purchessia, fa da sponda anche Saviano, assurto, dal suo attico a Manhattan, ad opinionista senza contraddittorio, capace di enunciare dati qualche volta – ma diremmo anche del tutto – non rispondenti alla realtà. Pare infatti che, a fronte di 800 milioni di euro erogati all’Italia in 6 anni, a pro degli sbarchi e successivo mantenimento, – il che farebbe circa 133 milioni l’anno – l’italico medio abbia avuto un carico sulla schiena di ben 3 miliardi e 300 milioni – dati ufficiali – soltanto nel 2016. È chiaro che questa enorme massa di denaro suscita gli appetiti dei soliti noti, leggi criminalità organizzata. Esortiamo perciò la magistratura a lasciare nella sua proporzione lo scandalo Stadio della Roma, e ad occuparsi del ben più succulento tema dei ‘migranti’, definiti tali per sottrarli al termine più appropriato di ‘clandestini.’ Pare infatti, sempre dai dati ufficiali, che soltanto il 20% degli arrivi abbia diritto all’accoglienza, in quanto realmente profugo da guerre. Il restante 80% è inaccoglibile perché profugo economico. La Francia, infatti, ha dichiarato che accoglierà soltanto coloro che sono stati già identificati come aventi diritto all’accoglienza – non i profughi economici. Ci sono comunque da sciogliere parecchi nodi, in questo girotondo di miliardi di euro che l’Italia spende. Come prima cosa, viene da chiedersi perché, date le condizioni non certo floride della nostra Nazione, il governo Letta prima e quello Renzi poi abbiano offerto i porti italiani in modo esclusivo, impegnando cifre di tale consistenza.

Come sono state divise le somme stanziate, e chi le ha stabilite?

E perché di questo l’opinione pubblica non è stata messa al corrente, visto che l’italiano medio continua a fare sacrifici – con pensioni da fame – e la povertà cresce ogni giorno? Lasciando da parte i 35 o 33 euro quotidiani, a disposizione di ogni migrante, ma che in realtà vengono incassati dalle varie organizzazioni preposte – preposte da chi? – all’accoglienza, vorremmo sapere chi paga gli interventi in mare. La nostra marina la paghiamo noi, ed ogni intervento si può immaginare quanto costi, di carburante e di impegno di personale – oltre che di vettovagliamento e assistenza a centinaia di persone che arrivano a piedi scalzi – ma con il telefono satellitare. Oltretutto, apriamo una parentesi, in confronto ai bambini denutriti che varie organizzazioni ci propongono, chiedendo denaro con gli sms in televisione e altrove, essi appaiono giovani, forti, in buona salute e soprattutto carichi di ormoni. Tranne una momentanea disidratazione dovuta all’abbandono in mare. Stendiamo un velo pietoso sulle morti in mare, dovute alla assoluta mancanza di scrupoli degli scafisti e di chiunque metta in mare duo o trecento persone su di un gommone usa e getta, destinato ad affondare dopo poche ore. Vorremmo sapere come operano in realtà le dodici navi delle ONG, che, essendo ‘non governative’, tuttavia non sono ‘senza scopo di lucro’. Una nave costa, in ogni senso. Un equipaggio costa. Strutture per l’accoglienza da mettere a bordo, anche. Chi paga? E chi ci guadagna? Che fine fanno i bambini non accompagnati che spariscono dopo lo sbarco? Dobbiamo credere a chi parla di una rete internazionale di pedofilia? Oppure, ancora peggio, di chi riferisce di bambini usati come pezzi di ricambio per ricchi, o anche per trasfusioni complete? Qual è la storia delle donne sui gommoni, quasi tutte in stato interessante, che partoriscono in Italia, gratis e con la massima assistenza, mentre gli Italiani che non si curano aumentano, e la sanità subisce continui e micidiali tagli? E i loro bambini, figli di una violenza perpetrata prima della partenza dai loro negrieri, che fine fanno – visto che sono tutte o quasi donne senza un compagno? Li faremo italiani, secondo lo Ius Soli? Oppure anche stavolta ci dovrà venire in soccorso una decisione del ministro dell’Interno? Il blocco navale targato Salvini non è piaciuto a molti, e vedi caso, sono gli stessi che avevano aperto le braccia ad ogni più piccolo guscio di noce arrivasse da noi. O meglio, fosse messo in acqua dai libici, dato che, nonostante le menzogne, le navi ONG vanno ancora oggi a raccattare i barconi nelle acque libiche, o immediatamente fuori – quindi niente ‘canale di Sicilia’, dai tracciati satellitari ormai è accertato che è una palla. Facciamo due conti.

Tre miliardi e passa solo nel 2016, più ancora circa 136 milioni di euro dall’UE

Sono tanti soldi. Sarebbe legittimo pensare che chi ha caldeggiato gli sbarchi s’è fatto due conti di spartizione? Forse sì. A cominciare dalla politica italiana, dai fantasmi libici – conosciamo solo la mano d’opera – dalle navi delle ONG e i loro armatori. Sarebbe lecito ipotizzare alcuni reati, visti i bambini spariti, e comunque pensare ad reato di ‘favoreggiamento dell’emigrazione clandestina’ da parte di chi questa situazione ha voluto? Interesse in atti d’ufficio? Salvare gente in mare è un conto. Portarsela a casa senza condizioni, un altro. nessuno può dire che l’Italia fa propaganda sulla pelle dei migranti, che, fino a prova contraria, sono soccorsi in mare anche dalle nostre motovedette. Chi lo fa, è in malafede. E, magari, lo fa per coprire suoi eventuali interessi. Oltre che per propaganda politica: lui sì’, specula sulla pelle di migranti economici, strumentalizzandone le condizioni. Ci auguriamo che la magistratura, che quando vuole sa affondare il colpo, si metta in moto, salvo impedimenti. Sarebbe comunque edificante sapere dove vanno a finire i soldi versati con fatica nelle casse statali, visto che i denari per tutto l’ambaradam vengono dai sacrifici delle nostre famiglie – per lo più. Finalmente, vistesi messe alle strette, altre nazioni europee sono d’accordo a selezionare gli arrivi alla partenza. Togliendo agli scafisti il guadagno illecito. Tutti contro l’Italia, quando qualcuno affacciava questa ipotesi, ma tutti d’accordo ora che la questione tocca le loro tasche. Mah! E vogliamo anche dire che questo non è razzismo. Un’ultima cosa: pare che i dati farlocchi che girano, secondo i quali l’Italia avrebbe accolto una minima percentuale di sbarchi, siano, appunto, farlocchi, taroccati ad arte e calcolati sui migranti accolti che avevano davvero il diritto d’essere accolti. Come vuole la Francia, appunto.

Roberto Ragone

Economia e Finanza

Gli “euroburocrati” e gli accademici invocano l’Europa della solidarietà contro quella degli egoismi sovranistici

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di Alessandro Butticé

Nella frenetica attesa delle decisioni economiche del Consiglio Europeo per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, continua il grande fermento nella comunità italiana e internazionale a Bruxelles.

Oltre all’iniziativa di Esperia – circolo di ispirazione centro-destra europea, nato più sull’esempio dell’Agorà greco che di un vero e proprio circolo politico – che ha lanciato una petizione pubblica in favore dell’istituzione degli Eurobond, che in poche ore ha raggiunto oltre 2000 firme.

ed alla quale si sono aggiunti ora i tedeschi, olandesi e austriaci promotori di altra petizione, sono ora scesi in campo anche i funzionari dell’Unione Europea, e gli accademici europei.

Il principale sindacato dei funzionari dell’UE, Rinnovamento e Democrazia (R&D), presieduto dall’italiano Cristiano Sebastiani, ha inviato oggi una dura lettera aperta alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Layen.

Durante questo periodo di emergenza sanitaria ed economica, R&D chiede alla Commissione europea di tornare ad essere il vero motore dell’integrazione europea e di svolgere un ruolo chiave in questa crisi.
“In tutta l’Unione, i governi hanno adottato misure coraggiose per impedire che il virus si diffonda ulteriormente.
Anche così, e lungi dall’essere finita, migliaia di persone hanno perso la vita in questa battaglia.
Il blocco ha radicalmente cambiato la vita di tutti noi in molti modi e ad ogni latitudine.
Solo per citarne alcuni: scuole, università e uffici pubblici sono chiusi, eventi culturali e sportivi sono stati rinviati e negozi, ristoranti, grandi fabbriche, PMI, lavoratori autonomi e molti altri stanno affrontando sfide eccezionali che porteranno sicuramente a molti fallimenti e  tassi di disoccupazione senza precedenti.
Soprattutto, nessuno sa quanto durerà questa situazione e questo è abbastanza inquietante.”, scrive Sebastiani.

In questa lettera, che ha ricevuto il plauso dei funzionari delle istituzioni europee, spesso sconcertati dalle loro guide politiche, e frustrati nei loro sforzi di proteggere e tutelare i cittadini europei e le loro famiglie che vivono in tutti gli stati membri, R&D ricorda che “va da sé che deve emergere un risveglio collettivo.  Oggi più che mai l’Unione europea, e in particolare la Commissione europea, devono svolgere un ruolo chiave, fungendo ancora una volta da vero motore del processo di integrazione europea.”
“Come personale delle istituzioni dell’UE, siamo rimasti in silenzio a lungo negli ultimi anni durante varie crisi passate, che hanno costantemente minato la credibilità delle nostre istituzioni, come la recessione del 2008 e la successiva crisi del debito sovrano, non  per citare la crisi migratoria e la Brexit.
Tutte queste crisi avrebbero dovuto essere prese come segnali di sveglia e opportunità per dimostrare che quelle lezioni erano state apprese”, scrive il rappresentante dei veri euroburacrati. Criticati dall’opinione pubblica per perseguire sempre lealmente le direttive dei vertici politici delle istituzioni UE. E che ora vogliono rendere pubblico il loro grido e la loro frustrazione di fronte ai veti del Consiglio.
“Oggi più che mai”, si legge nella nota “R&D richiede una vera solidarietà europea e quindi chiede alla von der Leyen, di coordinare immediatamente tutte le azioni nel campo della salute, per impedire ulteriormente l’aumento del bilancio delle vittime, non solo nei settori critici della logistica e di preziose misure restrittive,  ma anche sostenendo iniziative per l’uso immediato di nuovi mezzi terapeutici promettenti.  Alcune azioni, come lo stock comune di attrezzature mediche, stanno andando nella giusta direzione, ma chiediamo molto di più.
Per questo Sebastiani, in nome di tutti i funzionari europei, chiede anche alla presidente della Commissione Europea di lavorare a stretto contatto con il Parlamento europeo, al fine di trovare una soluzione alle vergognose strozzature emerse nell’ultimo Consiglio europeo, più rapidamente delle due settimane scadenza.  “Agire con la mentalità secondo cui il giuramento di agire nel migliore interesse dell’Unione è ora più che mai diametralmente opposto a una formula semplice e vuota.”, conclude Sebastiani riferendosi al giuramento di assoluta indipendenza prestato dai membri della Commissione Europea. Esortando Ursula von der Leyen ad agire insieme a tutti i rappresentanti politici e al personale dell’UE per difendere l’integrazione europea, attraverso la solidarietà, il dialogo, la comprensione reciproca e il sostegno tra i paesi europei”.

Un’altra lettera aperta alle Istituzioni Europee, ed in particolare al Consiglio, è stata scritta, su input di Mario Telò, professore alla LUISS-Roma e ULB, e presidente emerito dell’Istituto di Studi Europei di Bruxelles, assieme ad altri accademici di tutti gli stati membri dell’UE.

Convinti che “Senza un nuovo patriottismo europeo, sia inevitabile il declino dell’UE”

Di seguito il testo della lettera, firmata da Gesine Schwan, ex Rettore Viadrina University of Frankfurt,  e due volte candidato alla Presidenza della Repubblica Federale Tedesca; Bertrand Badie, professore emerito di università presso Sciences Po Paris; Ramona Coman, professore all’ULB e presidente dell’IEEE-ULB; Biagio De Giovanni, ex rettore dell’Università dell’Est di Napoli ed ex presidente della commissione affari costituzionali del PE; André Gerrits, Università di Leyden, Paesi Bassi; Christian Lequesne, professore a Sciences Po Paris, ex direttore del CERI; Lucio Levi, Università di Torino, direttore del dibattito The Federalist; Thomas Meyer, direttore, Neue Gesellschaft / Frankfurter Hefte, Berlino; Leonardo Morlino, professore ed ex vice-rettore LUISS, Roma; Ferdinando Nelli Feroci, Presidente dell’Istituto Affari internazionali (IAI) di Roma; Ruth Rubio Marin, Professore presso l’Istituto universitario europeo (Fiesole) e presso l’Università di Siviglia, in Spagna; Maria Joao Rodrigues, ex ministro del Portogallo e presidente della FEPS; Mario Telò, professore alla LUISS-Roma e ULB, presidente emerito IEE; Luk Van Langenhove, professore presso l’Istituto di studi europei VUB, Bruxelles; Didier Viviers, segretario perpetuo della Royal Academy of Belgium; Michael Zürn, professore alla Freie Universität e direttore fondatore della Hertie School di Berlino.

“L’UE è uscita strappata dal Consiglio europeo del 26 marzo dedicato alla gestione della crisi più grave dal 1929, molto peggio di quella del 2012-2017.  Tuttavia, riteniamo che la pandemia di coronavirus e la crisi economica e sociale offrano all’Europa una straordinaria opportunità di decidere se andare verso un’unità più profonda o se declinare irreversibilmente.  Dipenderà dalle decisioni dei governi, del Consiglio europeo e delle istituzioni dell’UE;  ma anche e soprattutto la mobilitazione appassionata e competente dei cittadini e dell’opinione pubblica in ogni stato membro.  La domanda per l’Europa è questa: è una comunità del destino, una Schicksalsgemeinschaft, consapevole delle sue responsabilità globali, o è solo un’associazione strumentale di egoismo suicida nazionale, dove la scelta cieca di tutti per se stesso prevale chiaramente durante gli eventi storici? Esiste ancora un senso di appartenenza comune, basato su forti interessi comuni?
Le forze della disintegrazione e dell’estrema destra, vittoriose della Brexit, ma sconfitte alle elezioni del PE del 26 maggio, sono già lì, pronte per un nuovo attacco illimitato all’euro e all’UE: questa volta il  l’attacco potrebbe vincere, sfruttando cinicamente l’enorme disaffezione popolare causata dall’enorme sofferenza causata dalla crisi sanitaria e dalla tragedia sociale ed economica che ci attende, ma anche dall’inerzia politica delle élite europee.
Il Parlamento europeo si è chiaramente dichiarato a favore di un balzo in avanti: ma come?  La Commissione europea, che aveva comunque proposto il “pilastro sociale europeo” e lanciato il grande progetto “Green Deal”, è responsabile dell’attuale stagnazione, a causa della sua mancanza di leadership sia in termini di bilancio pluriennale che di strumenti innovatori per gestire la crisi sanitaria e le sue conseguenze economiche.
Questa crisi non è uno shock asimmetrico come quello del 2012-17: è simmetrico, riguarda tutti i paesi, anche se colpisce per il momento soprattutto quelli che erano già stati maggiormente colpiti dalla crisi dei migranti e dei rifugiati.

Un’emergenza eccezionale richiede rimedi eccezionali

La decisione della BCE di impegnare 750 miliardi di euro nel mercato obbligazionario è necessaria ma non sufficiente.  Per la crisi del 2012, meno grave, la BCE si è impegnata da diversi anni tra i 50 e gli 80 miliardi al mese (Q.E).  Inoltre, la BCE non può essere lasciata sola: le sue misure devono essere accompagnate da politiche nazionali ed europee.  La sospensione del Patto di stabilità può consentire ai governi nazionali di rispondere a questa emergenza “come una guerra”, nelle parole di Draghi (Financial Times): tutto ciò che serve per salvare la nostra industria e la nostra economia, il che implica anche il nostro livello  di lavoro.
Ma tutto ciò sarebbe insufficiente di fronte ai disavanzi fiscali che aumenteranno inevitabilmente di diversi punti del PIL e in un contesto di recessione previsto dagli ottimisti tra – 2 e – 5%.  L’UE deve imperativamente combinare una spinta alla solidarietà antivirus con una nuova solidarietà finanziaria.
Perché così poca iniziativa e creatività nelle istituzioni dell’UE?  Perché tale inerzia burocratica?  I gesti politici, simbolici di solidarietà e nuove proposte in cerca di un compromesso dinamico, aiuterebbero enormemente, in un quadro in cui sembrano manifestarsi solo gli aiuti di Cina, Russia, Stati Uniti e Cuba!
Due iniziative per due messaggi forti, ai cittadini e al mondo
La situazione nell’UE non è mai stata peggiore e le decisioni fallite possono spingere milioni di cittadini verso l’euroscetticismo e il nazionalismo con conseguenze imprevedibili, come dimostra l’esempio ungherese.
In effetti le accuse reciproche sono più dure che mai.  Da un lato, il tema del diritto olandese e tedesco del “rischio morale”: Eurobond, la messa in comune dei debiti nazionali incoraggerebbe pratiche immorali di lassità fiscale nei paesi indebitati.  D’altra parte, accusiamo i paesi del Nord, non solo della mancanza di solidarietà in una situazione che vede quasi 1000 morti al giorno e dei primi disordini sociali in Italia e Spagna, e di una svolta dell’epidemia in Francia e Belgio;  l’accusa più grave è quella di voler approfittare dell’imminente crisi finanziaria per arricchirsi e cambiare l’equilibrio di potere in Europa.  Diventa ricco?  Sì, dal desiderio di attrarre risparmi globali sulle obbligazioni nazionali.  E gli investimenti delle multinazionali, attraverso il dumping fiscale ottenuto riducendo le imposte sulle società.  Queste accuse non provengono più dalla sottocultura dei Salvini, dai Wilders, da Le Pen o dall’AfD, ma da circoli decisivi e centrali, quelli che hanno investito nella costruzione europea.  Queste reciproche accuse, questo crollo della fiducia, pubblicizzato e ripetuto mille volte, sconvolgono anche gli europei più convinti, a impantanare il nocciolo duro del consenso europeo che è stato costruito in 70 anni.  Il danno arrecato alle nostre democrazie potrebbe presto essere irreparabile.
Il Consiglio europeo ha delegato la ricerca di una soluzione all’Eurogruppo, quando quest’ultimo aveva appena delegato la mediazione, bloccata al suo interno, al Consiglio europeo.  Siamo quindi in un vicolo cieco e i prossimi giorni saranno decisivi.
Siamo convinti che non solo nelle 9 nazioni i cui governi hanno inviato a Ch. Michel la lettera per i coronabond, ma anche nelle opinioni pubbliche di Germania, Paesi Bassi, Austria e Finlandia, un grande  esiste un consenso per:
a) negoziare le condizioni per l’accesso al MES, il meccanismo europeo di stabilità, dotato di 430 miliardi, i cui prestiti sono ora troppo subordinati a un’inaccettabile subordinazione dello Stato in crisi;
b) creare un gruppo europeo di esperti qualificati, che possano proporre urgentemente nuovi strumenti con tutti i dettagli tecnici necessari.  Va bene, i 9 stati non devono accontentarsi di coronabondi come se fosse l’unica soluzione: ma a condizione di salvare l’idea di base, perché questa proposta è tuttavia ricca di promesse di efficacia (  mostra unità di fronte ai mercati globali) e simbolico (di fronte ai cittadini): non può essere liquidato come uno “slogan di propaganda”.  La cosa principale è quindi che vengano inviati due messaggi:
1.il primo messaggio di speranza deve essere fedele ai cittadini comuni, ai popoli d’Europa sconvolti dalla crisi del coronavirus e preoccupati per il loro futuro: l’UE è lì per aiutarli concretamente e si trova ad affrontare la crisi sanitaria e sociale ed economico attraverso una maggiore unità e un grande progetto di rilancio economico e sociale.
2. Il secondo messaggio deve essere inviato al mondo esterno: unità, forza e stabilità della zona euro, una garanzia, come dice Macron, della nostra “sovranità comune” di fronte ai mercati mondiali e di fronte alle potenze che cercano di dividere e distruggere l’UE.
L’UE ha effettivamente la responsabilità globale di fronte alla razza umana e alle implicazioni geopolitiche della crisi.  Gli Stati Uniti hanno sottovalutato l’epidemia e l’amministrazione centrale, nella fase preelettorale e di autoisolamento, dimostra che non ha più l’autorità politica e morale necessaria per coordinare la lotta contro il coronavirus a livello globale, anche della nuova politica economica necessaria.  In questa situazione, la Cina sta giocando il suo soft power.  Gli aiutanti sono i benvenuti.  Ma, responsabile di ritardi e mancanza di trasparenza sulla malattia e sulle sue vittime, non può costituire un modello globale, perché, di fatto, si oppone all’efficienza e al rispetto dei diritti dell’individuo.  L’India è nel caos totale e il Brasile è trattenuto da uno strano presidente che si presenta come l’ultimo negazionista dell’epidemia.  Solo l’Europa può indicare la strada, come parte di uno sforzo di cooperazione multilaterale.
Questa è l’idea centrale per un nuovo patriottismo europeo, nuovo perché deve assolutamente essere radicato sia nelle comunità nazionali rinnovate sul tema della solidarietà, sia nelle reti transnazionali.  I milioni di cittadini impegnati, volontari, membri del personale sanitario e associazioni di volontariato della società civile, attivi nelle molteplici opere essenziali per la sopravvivenza della nostra società, essenziali per resistere oggi e per il recupero di domani: questa è la base  solido umano per una nuova fase dell’idea di Europa, il modo di collegare in modo innovativo i nostri valori fondamentali e la capacità tecnica e politica di offrire al mondo un messaggio di speranza e forza contro la crisi.”

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Economia e Finanza

Italiani, tedeschi, olandesi e austriaci si appellano da Bruxelles alla solidarietà economica europea per fronteggiare l’emergenza coronavirus

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di Alessandro Butticé

Grande fermento nella comunità italiana e internazionale nella capitale d’Europa in attesa delle decisioni del consiglio, rimandate di due settimane, sulle misure economiche speciali per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Esperia – circolo di ispirazione centro-destra europea, nato più sull’esempio dell’Agorà greco che di un vero e proprio circolo politico – ha lanciato una petizione pubblica in favore dell’istituzione degli Eurobond, che in poche ore ha raggiunto oltre 1.600 firme.

https://www.change.org/p/policy-experts-we-call-on-the-european-council-to-agree-a-common-eurobond

Nel farlo ha ricordato che “in queste ore drammatiche si sta combattendo la battaglia politica tra chi vuole cambiare l’Europa e costruire finalmente una casa comune solidale, semplice e vicina ai popoli europei e quanti, soprattutto nel Nord Europa, pensano che proseguire ad oltranza nella difesa dei propri egoismi nazionali possa ancora essere la soluzione, nonostante tutto”. 

“Se credete in una vera solidarietà Europea, con responsabilità e sforzi condivisi, vi invitiamo a firmare, diffondere e condividere sui vostri social questa petizione” – scrive Esperia con spirito costruttivo e certamente europeista.   “Vogliamo contribuire a costruire la volontà politica indispensabile per andare oltre le tattiche e i bizantinismi, con il coraggio che ebbero i padri fondatori dell’Europa alla fine della seconda guerra mondiale”, ha dichiarato  Antonio Cenini, uno dei promotori del Circolo.

Ma non sono solo gli ambienti italiani a mobilitarsi

Ma anche cittadini tedeschi, olandesi e austriaci hanno lanciato analoga petizione rivolta ai loro governi nazionali

https://www.change.org/p/deutsche-bundesregierung-europäische-solidarität-jetzt-institutionalisieren-eurobonds-gegen-die-coronakrise?recruiter=641320904&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition

“La solidarietà europea fallisce di fronte alla crisi del coronavirus”, si legge. “Sebbene la crisi del covid-19 colpisca tutti gli stati membri dell’Unione Europea, i governi nazionali – e in particolare l’Aia, Berlino e Vienna – continuano a cercare di guadagnare e sottrarsi alle loro responsabilità condivise.  Al fine di garantire la stabilità dell’area dell’euro e consentire la ricostruzione dell’economia europea dopo la crisi, sono inevitabili #Eurobonds, ovvero la responsabilità solidale per i debiti che devono necessariamente essere coperti e a beneficio dell’economia europea.

 I nostri sistemi sanitari, e in particolare quelli del Sud europeo, sono sotto pressione non solo a causa della diffusione aggressiva del virus corona, ma anche e soprattutto a causa di anni di misure di austerità che sono state imposte agli Stati membri sotto il mantra dell’austerità.  La complicità degli stati che ora rifiutano la solidarietà è innegabile.

Come cittadini europei della Repubblica Federale Tedesca, del Regno dei Paesi Bassi e della Repubblica Federale d’Austria, invitiamo i nostri governi ad assumersi le proprie responsabilità e ad usare la crisi del Coronavirus per istituzionalizzare la solidarietà europea.  I principali economisti di tutta Europa sono a favore di questo sviluppo dell’Unione Europea e forniscono regolarmente prove dell’effetto positivo dei cosiddetti Eurobond.  Il primo ministro portoghese Costa, il presidente italiano Mattarella e il primo ministro Conte sottolineano il dramma della situazione attuale e fanno appello alla Comunità europea affinché agisca finalmente. Perfino Jacques Delors, il padre dell’euro, che di solito non si esprime più politicamente, rompe il suo silenzio e mette in guardia dalla disgregazione del progetto comune europeo di fronte al travolgente egoismo nazionale.

Ci uniamo a questi appelli e con la presente invitiamo i nostri governi ad agire finalmente.”

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Editoriali

La Costituzione ai tempi del Coronavirus

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di Alessandro De Pasquale*

Si parla di prorogare, per ulteriori 15 giorni, le restrizioni messe in atto dal Governo Conte in nome – giustamente – del diritto costituzionale alla salute.

Visto però che abbiamo più volte scomodato la nostra amata Carta Costituzionale, vorrei soffermarmi sui suoi “principi fondamentali”, definiti tali dai nostri Padri Costituenti perché esprimono le finalità, i valori e gli ideali dello Stato.

Evito l’esegesi di tutti gli articoli di tali principi (non credo neanche di esserne capace) ma vorrei soffermarmi, da umile sindacalista, sul primo capoverso dell’articolo 1 della Costituzione che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Bene! Fatta questa doverosa premessa, vorrei capire dove si colloca questo fondamentale principio nelle scelte del Governo che, a colpi di “decreti” sfornati improvvisamente e comunicati in diretta Facebook, hanno di fatto fermato l’Italia, lasciando morire di fame chi ogni giorno “tira a campare”, calpestando la dignità dell’uomo che, non ha caso, è anch’essa valorizzata e tutelata dall’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Il Governo, in questo difficile momento di crisi sanitaria, tra le sue “impopolari” decisioni, deve comunque avere il coraggio di garantire al popolo la possibilità di lavorare, promuovendo tutte le condizioni opportune, eliminando gli ostacoli e tutelando così l’interesse economico, la libertà, la dignità e la personalità del lavoratore.

Se tutto questo non sarà possibile, non è un Governo degno della nostra amata Italia.

*Presidente Nazionale SIPPE

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