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State of Decay 2, il ritorno dell’apocalisse zombie

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Con State of Decay 2 Undead Labs e Microsoft sfornano il tanto agognato sequel, in esclusiva per le console della famiglia Xbox, dell’ottimo titolo zombie survival open world uscito nel 2011 per Xbox 360 e PC. Le vicende legate a State of Decay 2 si posizionano temporalmente 18 mesi dopo il titolo originale; l’esercito ha perso, disertando e lasciando indifesi i pochi rifugiati sparsi per le città e le campagne. I morti viventi, invece, diventano, ogni giorno che passa, sempre più famelici e numerosi. Come se non bastasse, un’infezione denominata “Piaga del Sangue” ha contagiato molti di loro, rendendoli ancora più pericolosi e soprattutto contagiosi per le persone ancora in vita. Questi zombie particolari sono riconoscibili dal loro continuo grondare sangue e venire morsi più volte da loro, significa rischiare di contrarre la stessa malattia e, di conseguenza, esporsi ad una possibile trasformazione a meno che non ci si riesca a curare in tempo. La Piaga del Sangue è una delle novità più importanti di questo seguito, il quale, non presentando una vera e propria storia raccontata, ricama su questa “malattia” il focus principale dell’avventura. Non si può, quindi, parlare di campagna o di storia vera e propria ma bensì di semplice “avventura” che può durare anche 100 ore di gioco. Ovviamente, uno scopo per concludere il tutto c’è e si dirama in due fasi opportunamente divise; in un primo momento bisogna eliminare ogni singolo “ammasso del sangue” presente nella mappa di gioco, questi sono l’origine della malattia e assomigliano a piccoli nidi, molto difficili da distruggere senza essere armati a dovere. Una volta completata questa difficile mansione, inizia la fase due, la quale si differenzia a seconda del leader che si è scelti per il proprio gruppo. In State of Decay 2 esistono quattro diversi tipi di caratterizzazione: Signore della Guerra, Costruttore, Commerciante e Sceriffo, è chiaro che un membro Eroe scelto può avere uno soltanto di questi status, che risultano casuali e non selezionabili dal giocatore. Una volta che ricade la scelta, viene sbloccata l’impresa, vale a dire la missione finale per concludere la partita; con il Signore della Guerra, ad esempio, per vincere bisogna spazzare via una particolare comunità violenta chiamata “Coalizione”. Il gioco ha inizio con la possibilità di scegliere una coppia di personaggi unici, quindi non proposti in maniera casuale. Dopo un breve tutorial in cui si viene catapultati nella vicenda, viene poi chiesto in quale, delle tre mappe presenti nel gioco, ci si vuole iniziare a insediare. Ognuna di loro è diversificata come area e come ambientazione, dalla montagna all’altopiano. La scelta è relativa, poiché se ci stanchiamo è possibile trasferire l’intera comunità in un’altra zona nel corso della partita. State of Decay 2 segue la logica del survival game, mettendo a disposizione più di un alter-ego con l’intenzione di far costruire/gestire una comunità. Importante constatare come lo studio Undead Labs abbia ben pensato di non stravolgere il sistema efficiente conosciuto nel primo capitolo, enfatizzando inoltre la meccanica della morte permanente dei personaggi al fine di impedire qualsivoglia azione priva di senno. Oltre a essere un survival game, però, State of Decay 2 è anche un gioco di ruolo con caratteristiche gestionali, visto che aggiunge alla solita gestione della comunità maggiori elementi di caratterizzazione, come la personalità o le abilità specifiche, che potranno man mano essere allenate al fine di sfruttare al meglio ogni peculiarità in dotazione. I punti di forza e debolezza, mostrati nel pannello dedicato, permettono al giocatore di scegliere il personaggio x a discapito di quello y quando si tratta di fare una particolare missione, ripulire un luogo infestato e così via, cercando di non ignorare anche la sfera caratteriale per evitare di generare risse all’interno del luogo sicuro. Ogni volta che una skill viene utilizzata, questa cresce di livello, raggiungendo dopo sei stelle un grado di specializzazione, da selezionare con cautela al fine di creare un team diversificato capace di far fronte a qualsiasi eventualità.

Avere tutti i personaggi specializzati nello stesso asset è uno sbaglio, perché si può finire per non avere l’abilità giusta per costruire un edificio necessario nella base, oppure utilizzare oggetti o armi più potenti. Come scritto in precedenza, gli sviluppatori non hanno voluto stravolgere un sistema già consolidato, scegliendo piuttosto di inserire tantissime variabili in più. Le prime missioni personali rappresentano il modo più rapido per ottenere influenza, ma contribuiscono anche al reperimento di risorse e oggetti utili per andare avanti, come materiali da costruzione, cibo, scorte mediche e molto altro ancora. Toccherà quindi scendere a patti con una serie di eventi, sfortunati o meno, dettati dalla casualità, che possono in qualche modo creare lo stimolo giusto utile a reagire alle difficoltà proposte dal gioco. Sopravvivere da soli è un conto, ma farlo in una comunità è tutta un’altra cosa. Per questo i consigli migliori restano: mai girare da soli, mai sovraccaricare lo zaino, mai uscire senza un’arma di riserva, mai lasciare una tanica di carburante extra a casa. Gestire la comunità è la parte più profonda e complessa dell’intera produzione, ma allo stesso tempo ciò che rende State of Decay unico nel suo genere di riferimento. La prima cosa da tenere a mente è che ogni azione ha una conseguenza sul morale dei compagni e sul rispetto degli alleati. La morte di un membro può causare depressione, tristezza, rabbia e provocare risse, suicidi, e fughe. Il compito di chi gioca, perciò, è quello di tenere il morale sempre alto, raccogliendo risorse vitali e costruendo particolari edifici debiti al benessere collettivo, come: letti, generatori, pozzi, salottini. Esattamente con nel precedente capitolo, i rifugi sono contati, ma sono nettamente più grandi e disposti di aree di costruzione piccole e grandi, dove poter edificare gli edifici più congeniali al nostro stile. Ogni struttura offre dei bonus ma anche dei malus, spetta al giocatore fare i dovuti accorgimenti su cosa e soprattutto dove costruire. Il rifugio è quindi l’hub della squadra, dei superstiti; un luogo in cui ci si può riposare dopo una giornata difficile, dove poter chiacchierare con gli altri membri e potersi curare in un’infermeria. La parte gestionale è fondamentale nel complesso dell’esperienza, saper gestire e organizzare i propri seguaci significa saper sopravvivere e riuscire a cavarsela. Spesso orde di zombie assaltano la base e vincere non è mai una cosa scontata, le perdite sono preventivabili. Per fortuna, rispetto al passato, si ha la possibilità di giocare con qualsiasi personaggio che viene introdotto nel campo base, ognuno con un background che incide sulle sue statistiche e sulla sua utilità; un medico è utile in un’infermeria, mentre un ex marine se la cava meglio a sparare. Come in una squadra di calcio, tutti sono utili ma nessuno è indispensabile, ragion per cui se qualcuno crea problemi, è possibile esiliarlo o addirittura ucciderlo al fine di preservare l’intera comunità. Anche un ammalato di Piaga del Sangue può essere salvato con la cura opportuna, ma può essere anche cacciato o soppresso. Insomma, da questo punto di vista State of Decay 2 offre infinite possibilità di situazioni e di conseguente divertimento. Il combat system scelto per State of Decay 2 mostra sia punti di forza che di debolezza. Le armi da fuoco restituiscono un feedback soddisfacente durante l’utilizzo, grazie al fatto che ognuna non solo provoca un rumore capace di attirare gli zombie, ma comporta un particolare rinculo o mira difettosa al momento in cui vengono utilizzate con un’abilità bassa. Ogni oggetto ha un livello di usura che scende a seconda dell’utilizzo, e di come ne viene fatto uso, arrivando inevitabilmente alla rottura. Per quanto riguarda le armi da mischia, queste vengono suddivise in contundenti e da taglio, ed è importante riconoscerne la differenza e la qualità perché durante le esplorazioni può capitare di far fronte a diverse problematiche. Le armi contundenti sono utilissime per danneggiare l’avversario facendolo subito mettere prono a terra, così da attivare l’esecuzione con la pressione contemporanea dei tasti (LB+X), mentre quelle da taglio smembrano con un’alta probabilità di tagliare un arto o perfino la testa. Il reperimento delle risorse in gioco è possibile frugando nei contenitori, tenendo premuto il tasto (Y), ma bisogna cercare di non fare di fretta al fine di fare tutto in modo silenzioso e letale.

Oltre agli edifici infestati, dove è possibile trovare discrete ricompense, ci sono anche gli edifici dove si sta espandendo la Piaga del Sangue, a tutti gli effetti si tratta di nidi da distruggere per ottenere nuclei da fondere nelle cliniche per creare una cura. Andando avanti e migliorando le proprie caratteristiche miglioreranno anche gli zombie presenti sulla mappa, che da semplici diventeranno prima rossi, con escrescenze, e poi colossi, tumuli e così via. Ognuno di loro ha delle caratteristiche uniche e vi garantiamo che sono particolarmente coriacei da uccidere se non preparati doverosamente per lo scontro. Anche le orde sono lievemente migliorate e se ne vedono i frutti soprattutto nelle missioni secondarie legate alle enclavi vicine sparse per la mappa, visto che dargli il proprio aiuto non sempre si rivela un atto di altruismo giustificato o premiato degnamente. L’utilizzo della radio da campo, infine, concede al giocatore un attimo di respiro dall’esplorazione, indicando al modico costo di un pugno di influenza dei luoghi dove è possibile cercare delle risorse base. Questo comando richiederà più punti influenza quando la richiesta verte sulla ricerca di altri superstiti, oppure sul cambio della mappa da una zona all’altra. Se sul fronte gameplay e meccaniche di gioco Unlead Lab ha svolto un lavoro encomiabile, lo stesso non si può affermare parlando del comparto tecnico: State of Decay 2 è infatti molto distante, sia visivamente che a livello di animazioni, dalla maggior parte delle produzioni di tripla A. L’utilizzo dell’Unreal Engine ha sicuramente portato i suoi frutti e i progressi sono notevoli rispetto a quanto visto nel primo capitolo con un aspetto grafico molto più piacevole e animazioni nel complesso meno legnose. Le tre “mappe” inoltre sono vaste, completamente esplorabili, ricche di edifici e strutture da esplorare e non mancano macerie e rottami con cui interagire: insomma gli elementi di contorno a livello di quantità non mancano. Sicuramente State of Decay 2 non è un titolo che fa gridare al miracolo e non è l’esclusiva capace di sprigionare tutta la potenza di Xbox One X ma nel complesso risulta gradevole. Il frame rate risulta invece ancora troppo ballerino e paradossalmente i cali maggiori si verificano proprio sulla più potente console mentre sul modello tradizionale e su Xbox One S l’esperienza risulta più fluida a discapito però della risoluzione e di un campo visivo meno profondo e dettagliato.

Un lavoro praticamente ineccepibile invece è stato fatto sulla caratterizzazione dei personaggi: ognuno con il proprio background, desideri, aspettative, abilità uniche e tratti caratteriali e psicologici ben precisi che impatteranno direttamente sul gameplay, sulla gestione del rifugio e sugli obiettivi di missione. Poche le novità invece sui nemici: si incontreranno molti zombi noti, non mancheranno creature corazzate, mini-boss alquanto letali e anche gli esseri umani che non sempre saranno amichevoli. Per quanto riguarda il multiplayer cooperativo fino a 4 giocatori assieme, State of Decay 2 non riesce ad avere un’identità ben precisa. La cooperazione funziona in maniera simile a quanto già visto in Monster Hunter World: si lancia un razzo di segnalazione e si aspettano rinforzi, amici, persone sconosciute, non importa, arrivano con il loro personaggio per aiutare. Undead Labs ha voluto in qualche modo rendere questa modalità una sorta di “aiuto temporaneo” e non qualcosa da poter giocare dall’inizio alla fine. Per prima cosa non è possibile distaccarsi dall’host della partita e, inoltre, oltre ad aiutarlo non è possibile fare nient’altro. Ma allora, qual è il vantaggio di un giocatore che vi viene ad aiutare? A seconda delle missioni completate, degli oggetti trovati e degli zombie uccisi, si ottengono delle ricompense da poter utilizzare nella propria partita, ma attenzione però: se si muore dall’amico, si perde il personaggio. C’è poi la questione legata all’atmosfera e alla difficoltà, il gioco non si adegua e ciò significa che in 4 riesce ad essere fin troppo semplice, snaturando un po’ quel concetto di sana paura e tensione che l’esperienza riesce a conferire unicamente nel single player. Insomma una modalità gradita, ma troppo essenziale e priva di mordente, un mero contorno di produzione. Tirando le somme, State of Decay 2 è un buon prodotto, che riesce sicuramente a divertire e che farà la gioia degli appassionati delle più famose serie televisive dedicate all’apocalisse zombie. Alcune piccole imperfezioni però e il dover stare attenti a ogni piccolo particolare rendono il titolo di Undead Labs un’esperienza dedicata soprattutto a chi ha molta pazienza, tempo da spendere e nervi saldi. Insomma, se siete alla ricerca di un videogame dove è necessario buttarsi in mezzo all’azione e dove si ottengono risultati immediati allora è meglio navigare verso altri lidi. Se però si cerca un survival pieno di cose da fare, denso di suspance e con gameplay severo e a tratti crudele, allora State of Decay 2 è il gioco che fa per voi.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8
Sonoro: 8
Gameplay: 7
Longevità: 9
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise

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Guidonia, tutto pronto per l’inciucione

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GUIDONIA (RM) – Giornate difficili, queste ultime, per il governo targato M5s di Guidonia Montecelio che recentemente ha assistito all’uscita dalla compagine consiliare di maggioranza di alcuni consiglieri che hanno decretato, di fatto, lo stato di ingovernabilità.

Una condizione ammessa dallo stesso sindaco attraverso un video appello su Facebook dove il primo cittadino, dopo aver riepilogato le azioni portate avanti nei tre anni di governo, si è appellato a quelli che ha definito come “Consiglieri responsabili” per non far sciogliere la legislatura, aprendo a una condivisione programmatica per proseguire il percorso della legislatura.

Il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 09/07/2020

E dal partito Democratico sembra sia stato accolto l’invito di Michel Barbet che ora dovrà scendere a patti con i papabili nuovi alleati. Trattative in corso, dunque, tra i vertici pentastellati e quelli del Pd per decidere quelli che potrebbero rappresentare i nuovi equilibri per poter far sopravvivere la legislatura Barbet.

Officina Stampa puntata del 09/07/2020 – L’intervista ai consiglieri comunali di Guidonia Giovanna Ammaturo (FDI) e Mauro De Santis (Polo Civico)

Un rimpastone di governo che avrebbe già ricevuto il beneplacito da parte del segretario nazionale del partito Democratico Nicola Zingaretti e che, secondo indiscrezioni, sta assistendo ad incontri serrati al tavolo delle trattative con il Senatore e Segretario regionale del Lazio del Pd Bruno Astorre dove il prezzo da pagare per i pentastellati sarebbe rappresentato dalla cessione delle deleghe più importanti che andrebbero ai Dem inclusa la carica di vicesindaco a Emanuele Di Silvio che alle elezioni del 2017 era il candidato sindaco per il centrosinistra poi sconfitto al ballottaggio da Barbet.

Momenti difficili dunque per il sindaco Barbet che non sembra intenzionato a fare la fine disastrosa dei suoi colleghi pentastellati Lorenzon ex sindaco di Genzano e Anselmo ex sindaca di Anguillara Sabazia e che ora rischia di restare al comando di un governo targato M5s ma di fatto a guida partito Democratico e agli elettori che hanno creduto in ciò che doveva essere il cambiamento questo potrebbe suonare come un termine che finisce sempre in …ENTO.

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Costume e Società

La storia della Disco Music: il libro di Bufalini e Savastano fa il bis

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Il Covid non ha fermato la voglia di Disco, ma l’ha raddoppiata, specialmente nella lettura! La storia della Disco Music di Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano, edito da Hoepli, a pochi mesi dall’uscita è ora già alla sua prima ristampa.

Numerosissime, infatti, sono state le richieste per quello che è il primo volume italiano che narra in prospettiva socio-culturale la storia di un genere musicale – melting pot sonoro, sociale e culturale – che da movimento underground si è evoluto in carismatico trend-setter di massa. Dalle originarie discothèques di Parigi alle radici afro, R&B, soul e funk, fino alle contaminazioni con l’elettronica, il rock e il jazz, il saggio riserva uno spazio anche alla prima Italo Disco, in cinquecento pagine ricche di racconti, aneddoti e citazioni.

Con la prefazione di Gloria Gaynor e l’introduzione di Amii Stewart, due regine dell’epoca d’oro, e le postfazioni di Mario Biondi e Ivan Cattaneo, il libro rappresenta una vera e propria guida per orientarsi tra correnti, superstar, icone e “meteore” della Disco Music, senza dimenticare il ruolo dei DJ, dei personaggi più oscuri e il contributo fondamentale all’evoluzione della musica moderna. Con un approccio poliedrico, il saggio, oltre ad avere il focus sulla musica da dancefloor anni ‘70, genere rivoluzionario mai passato di moda, tratta ampiamente anche la realtà sociale, politica e culturale di quegli anni, sia in Italia che nel mondo. La disco come fenomeno di aggregazione tra razze, sessi e ceti, contro pregiudizi, razzismo e omofobia. In pista, ognuno poteva essere sé stesso.

Basta scorrere una qualsiasi classifica di quarant’anni fa per trovare canzoni diventate leggendarie non solo sul dancefloor, ma anche negli annali della musica pop: da Hot Stuff di Donna Summer a I Will Survive di Gloria Gaynor, da Good Times degli Chic a Knock On Wood di Amii Stewart, fino allo storico duetto di Donna Summer e Barbra Streisand, No More Tears (Enough Is Enough).

“La Disco Music resterà per sempre impressa nel DNA della musica” – affermano gli autori. “Neanche quando, a tre mesi di distanza dall’apice del suo successo, nel 1979, ebbe luogo la “Disco Demolition Night”, la più vergognosa e violenta crociata contro il genere, che vide bruciare a Chicago migliaia di dischi, si riuscì a “ucciderla”. Quell’atto lasciò trasparire l’intolleranza, il razzismo e l’omofobia di un gruppo di fanatici sostenuti da una frangia dell’industria discografica”.

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Economia e Finanza

Catania, arriva Fanta limonata senza zuccheri aggiunti con succo di limone di Siracusa IGP

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CATANIA – Lo stabilimento catanese di Sibeg produrrà la nuova Fanta Limonata IGP Senza Zuccheri Aggiunti con succo di “Limone di Siracusa IGP”: una limonata con succo di limone 100% controllato dal Consorzio di Tutela del “Limone di Siracusa IGP”, valorizzando così un’eccellenza della filiera agrumicola siciliana e continuando lo storico legame tra Fanta e l’Italia, dove questa bevanda nacque nel 1955. 

Sibeg da 60 anni produce e commercializza sul territorio siciliano i marchi della The Coca-Cola Company e conferma il proprio legame con questa terra.  

“Siamo orgogliosi di poter valorizzare le materie prime del nostro Paese – ha dichiarato Luca Busi, amministratore delegato Sibeg – un impegno che testimonia il rapporto tra Coca-Cola e la Sicilia, iniziato più di 90 anni fa e rafforzato dalla nostra presenza a Catania dal 1960”.

L’arrivo di Fanta Limonata Senza Zuccheri Aggiunti con succo di “Limone di Siracusa IGP” dimostra ancora una volta il sostegno di Coca-Cola a favore della filiera agrumicola siciliana, delle comunità locali e del loro sviluppo. Secondo lo studio realizzato nel 2019 da SDA Bocconi School of Management, l’impatto socio-economico di Coca-Cola in Sicilia è pari a 48,2 milioni di euro con circa 1000 occupati e un indotto per oltre 2400 persone.

L’attenzione particolare che Coca-Cola riserva agli agrumi nazionali si riflette nella scelta del succo italiano per molte delle proprie bevande, con l’acquisto annuale di oltre un terzo della produzione di arance e di limoni siciliani destinate alla trasformazione. Il succo di limone e arance è acquistato da fornitori siciliani che collaborano con Coca-Cola da decenni anche per prodotti che vengono distribuiti fuori dall’Italia.

Il ruolo internazionale, infatti, dell’Azienda fa sì che più della metà del succo acquistato da Coca-Cola in Italia, come quello di mela, di pera, oltre che di limone e di arancia, venga utilizzato per produrre varie bevande di The Coca-Cola Company in Europa, contribuendo così in modo positivo all’export delle materie prime italiane più apprezzate.

Fanta Limonata Senza Zuccheri Aggiunti con succo di “Limone di Siracusa IGP” è disponibile in Sicilia in bottiglie in vetro da 25 cl, in PET da 45cl, 90cl 100% riciclabili

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