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STEFANO CUCCHI: RISCONTRATA FRATTURA LOMBARE RECENTE

di Angelo Barraco

Roma – Le novità il merito alla tragica morte del geometra Stefano Cucchi, di 32 anni, morto all’ospedale Sandro Pertini in data 22 ottobre 2009 dopo sei giorno dall’arresto non si fermano. Il professor Carlo Masciocchi, presidente della Società Italiana di Radiologia ha svolto una consulenza sul caso rivelando che la presenza della frattura lombare che aveva Stefano era recente.
 
La consulenza è stata consegnata in procura da Ilaria Cucci e dal legale della famiglia. L’esperto sostiene che oltre alla frattura presente nella schiena e che dimostra l’aggressione subita, tale elemento era stato escluso dalla superperizia che era stata disposta dalla corte d’assise a suo tempo. Il medico ha stabilito che “le fratture riscontrate sembrano essere assolutamente contestuali e possono essere definite, in modo temporale, come 'recenti” e rientrano in un arco temporale “che, dal momento del trauma all'esecuzione dell'indagine radiologica o di diagnostica per immagini, e' compresa entro 7-15 giorni”. In Corte d’Assise si era stabilito che non c’erano fratture recenti ma che c’era soltanto un’ernia e una frattura risalente al 2003 e nella zona sacrale c’era una frattura recente. Lunedì Ilaria Cucchi incontrerà assieme al suo legale il procuratore e faranno il punto della situazione. 

In questi giorni ci sono state anche altre importanti novità sul caso. Il legale della famiglia ha affermato qualche giorno fa: “Prendiamo atto con soddisfazione la notizia che ci sarebbero tre carabinieri sotto inchiesta per la morte di Stefano Cucchi. Credo si tratti solo dell'inizio; la verità sta venendo a galla”. Una notizia determinante per le indagini. L’avvocato ha aggiunto inoltre che sono stati raccolti elementi che –secondo quanto sostiene il legale- sono di grande contributo per far chiarezza sulla vicenda e sono stati portati in procura. Ha aggiunto inoltre: “Sono certo che la procura avrà fatto molto di più. Questi elementi riguardano sia aspetti medico-legali sia la ricostruzione degli eventi dei quali è rimasto vittima Stefano. Lui è stato pestato probabilmente più volte e poi è morto in conseguenza di quei pestaggi”. Per la morte di Stefano Cucchi si è sempre parlato di pestaggio e nelle motivazioni della sentenza con cui il 31 ottobre scorso sono stati assolti dal reato di lesioni tre agenti della polizia penitenziaria e da quello di omicidio colposo nove tra medici e paramedici dell'ospedale Sandro Pertini, dove Cucchi mori' il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per droga si parla chiaramente del fatto che Cucchi  fu sottoposto senza dubbio "ad una azione di percosse" e "non puo' essere definita una 'astratta congettura' l'ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l'azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare". 

Per la corte d'appello le lesioni subite da Cucchi "debbono essere necessariamente collegate a un'azione di percosse e, comunque, da un'azione volontaria, che puo' essere consistita anche in una semplice spinta, che abbia provocato la caduta a terra, con impatto sia del coccige che della testa contro una parete o contro il pavimento". E agli atti ci sono "concrete circostanze testimoniali" secondo cui "gia' prima di arrivare in tribunale (per l'udienza di convalida dell'arresto, ndr) Cucchi presentava segni e disturbi che facevano pensare a un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte". Secondo la corte d'appello Samuura Yaya, il detenuto gambiano cui Cucchi avrebbe confidato di essere stato picchiato mentre si trovavano nelle celle di sicurezza del tribunale, non puo' essere un "teste oculare decisivo" e dal "valore probatorio determinante", come sostenuto dalla procura. Yaya, nel chiuso della sua cella, sente solo trambusto e rumori e non vede con i suoi occhi quello che poi Cucchi gli raccontera' "in maniera piuttosto vaga". Non solo ma, come evidenziato dai difensori degli imputati, lo straniero aveva tutto l'interesse a mostrarsi collaborativo con gli inquirenti al punto da ottenere un patteggiamento a una pena piuttosto mite per droga.