Connect with us

Editoriali

Strage di Erba, parla l'avvocato Schembri che difende Rosa e Olindo. Molte le zone d'ombra

Clicca e condividi l'articolo

Si attende la data dell’incidente probatorio

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print


 

di Roberto Ragone

 

"Grazie avvocato per la sua disponibilità. Da quanto tempo seguite la causa di Rosa e Olindo?"

“Io e la collega Luisa Bordeax seguiamo la difesa di Rosa e Olindo da sei mesi dopo il loro arresto, inizialmente li ha difesi l’avvocato Pasìa, poi, dopo la sua morte, è entrato nella difesa anche l’avvocato Nico D’Ascola.”

 

“Secondo lei, è possibile che ciò che ha portato a condannare Olindo e Rosa sia stato quello che alcuni chiamano ‘innamoramento della tesi accusatoria’?”

“Ci sono stati processi, il primo grado, l’appello e poi la Cassazione. Diciamo che ci siamo sempre lamentati, Olindo e Rosa si sono sempre lamentati, di aver subito un processo monco e ingiusto, sono stati revocati settanta testi dapprima ammessi. Testi estremamente importanti, quali, ad esempio, gli stessi inquirenti, gli ufficiali di Polizia Giudiziaria che avevano fatto le indagini, e quindi questi non vennero sentiti. Non vennero sentiti dei testi oculari. Soprattutto non vennero fatti quegli approfondimenti che abbiamo chiesto oggi. Oggi sostanzialmente c’è stato questo annullamento della Corte di Cassazione, perché c’era tutta una serie di oggetti per cui noi chiedemmo un approfondimento di indagine . Purtroppo tutte le richieste formulate all’epoca vennero respinte, quindi un processo che probabilmente venne fortemente influenzato dal sentire comune, dall’opinione pubblica. E naturalmente anche dalla confessione che avevano reso Olindo e Rosa. Sì è partiti quindi sempre dal presupposto che loro due erano i mostri, loro due erano i colpevoli, e che quindi era inutile approfondire le tematiche d’indagine che si erano prospettate inizialmente.”

 

“Allora, avendo ricusato settanta testi, e avendo rifiutato di approfondire le indagini a proposito dei sei reperti che oggi vediamo, e che i giornali riportano, probabilmente importantissimi…”

“Sì, per la verità sono più di sei, i sei sono quelli che lei ha visto, che sono le formazioni pilifere, i margini ungueali, i due giubbotti, delle chiavi, ce ne saranno poi anche altri che verranno sottoposti ad analisi tramite incidente probatorio. Quelli indicati da noi sono quelli che non sono stati certamente mai analizzati, poi ce ne sono altri mai analizzati, e ce ne sono altri ancora che sono stati sostanzialmente analizzati solo parzialmente, nel senso che si sono cercate le tracce di Rosa e Olindo, quindi le analisi sono state effettuate solo per cercare tracce di Rosa e Olindo, visto che avevano confessato, e non si sono cercate tracce di terzi soggetti. Quindi un’analisi parziale volta a reperire soltanto tracce di Olindo e Rosa. Non sappiamo, visto che all’epoca questa indagine non è stata fatta, se su quei reperti ci potevano, o ci possono essere, perché a tutt’oggi tutto può essere analizzato, tracce di soggetti sconosciuti, quindi terze persone che all’epoca non entrarono nelle indagini. D’altronde all’epoca il RIS non trovò nulla di Rosa e Olindo, ma aveva già repertato delle impronte palmari, quindi impronte digitali che possono essere comparate, utili per le indagini, però di soggetti sconosciuti alle indagini, impronte che non erano di Rosa e Olindo, non erano dei soccorritori, non erano neanche le impronte delle vittime. Così noi da questo abbiamo già un punto di partenza abbastanza forte. Perché di Rosa e Olindo su quella scena del crimine non c’è nulla, al contrario ci sono tracce di soggetti che poi rimasero sconosciuti alle indagini.”

 

“Mi risulta che un testimone riferì di aver visto due persone di colore fuggire dalla scena del crimine dal terrazzino del primo piano.”

“Sì, diciamo che c’è un testimone italiano che abitava in via Diaz, nella palazzina di fronte al luogo della strage, e che vide, proprio all’ora del delitto, intorno alle 20 e 20, due soggetti in via Diaz, – all’epoca sentito dai carabinieri proprio il giorno dopo la strage – due persone, verosimilmente extracomunitari, più una terza persona, di cui non sa distinguere la nazionalità, provenire proprio dall’altezza del terrazzino di casa Castagna, e che poi si dirigevano da via Diaz in Piazza del Mercato. In piazza del Mercato a quell’ora c’era un altro testimone che venne all’epoca sentito, il quale disse anche lui di aver visto tre persone. Due, come aveva riferito il primo testimone, probabilmente di nazionalità extracomunitaria, la terza che poteva anche essere italiana. Noi avevamo prospettato un’altra via di fuga, appunto il terrazzino, proprio in virtù non solo di queste testimonianze, ma anche perché vi erano, proprio sul terrazzino di casa Castagna, delle tracce di sangue da calpestìo, come pure vi era, sulla parete all’interno di casa Castagna, il sangue dell’ultima vittima, la povera signora Cherubini. Peraltro c’era un particolare di molto rilievo, che quando entrarono nella palazzina i primi due soccorritori, i primi due vigili del fuoco, sentirono la signora Cherubini gridare più volte ‘Aiuto’. Provarono a raggiungere l’ultimo piano, quindi la casa del signor Frigerio e della signora Cherubini, però il fumo intenso impediva di passare, per cui lasciarono per un attimo la palazzina e ritornarono in cortile per prendere un estintore, perdendo qualche minuto. Quando rientrarono nella palazzina, la signora Cherubini non gridava più. La signora Cherubini venne trovata nel suo appartamento con il cranio fracassato e la lingua recisa, perché ricevette il colpo di grazia alla gola che colpì anche la lingua. Questo sta a significare che quando i primi due soccorritori entrarono, la signora Cherubini ancora non era stata finita, e quindi che il suo aggressore era ancora di sopra, pronto a finirla, come poi in effetti la finì. Il fatto che gridasse aiuto, e che poi venisse trovata con la lingua recisa, fatto che le avrebbe impedito di gridare aiuto, non può non essere considerato. Questo sta a significare che l’aggressore o gli aggressori non potevano più uscire da quella corte, perché ormai nella corte c’erano i soccorritori, e che quando i primi due soccorritori lasciarono per un attimo la palazzina, gli aggressori scesero da casa Cherubini, rientrarono in casa Castagna, e lì lasciarono il sangue dell’ultima vittima, della povera signora Cherubini, per poi guadagnare il terrazzino e calarsi su via Diaz dall’altezza di circa un metro e mezzo, quindi molto facile da raggiungere. Lì, guarda caso, proprio a quell’ora, vennero viste due persone più una terza provenire dalla direzione del terrazzino, da questo signore che lei ricordava, questo signore italiano che abita proprio lì di fronte. Questo è un argomento che noi sosteniamo, ma lo sosteniamo in base ad elementi di carattere tecnico, cioè le testimonianze dei soccorritori, quali appunto il taglio della lingua, che non poteva permettere di gridare aiuto aiuto, quali il sangue della signora Cherubini rinvenuto in casa della signora Castagna, l’ultima vittima, le impronte da calpestìo sul terrazzino, le dichiarazioni di questo signore italiano, le dichiarazioni dell’altro signore extracomunitario, che è stato in via Diaz e vide dei soggetti, e guarda caso tutti e due videro tre soggetti alla stessa ora, e, al contrario, alla stessa ora nessuno vide uscire Olindo e Rosa da quella corte.”

 

“Pare che uno degli esecutori della strage fosse mancino.”

“Questo si può dire soltanto con grande approssimazione, Certo, dalla descrizione che diede il sopravvissuto Frigerio  della sua aggressione, cioè che sarebbe stato colpito, una volta messo prono, da una persona alle spalle, nella zona sinistra del collo, quindi una persona messa a cavalcioni sulla schiena, allora tutto lascia presupporre che il colpo sia stato dato con la mano sinistra, perché in quella posizione il colpo poteva essere dato solo con la mano sinistra, quindi dalla descrizione che ne fornisce il sopravvissuto. Solo che poi il sopravvissuto disse pure che il suo aggressore era stato Olindo Romano, mentre per i primi quindici giorni indicava un soggetto non del posto, a lui sconosciuto, olivastro, occhi neri e quant’altro. Certo è che il signor Olindo Romano non è mancino.”

 

“Possiamo dire che la chiave di volta della faccenda è stata la confessione resa dai due coniugi.”

“La chiave di volta è stata naturalmente la confessione, che viene considerata un elemento determinante,  dato che non si capisce a quale scopo due persone debbano accusarsi di un crimine del genere, quindi se hanno confessato, sono loro i colpevoli. Però, molto spesso è così, e altre volte non è così, perché non tutti sanno che sia la cronaca giudiziaria italiana che quella internazionale è piena di confessioni fasulle, confessioni indotte, piuttosto che confessioni di mitomani, eccetera eccetera. Peraltro, anche le confessioni devono essere valutate in un certo modo, nel senso che lei mi può confessare di aver abbattuto l’aereo a Ustica, però poi mi dovrà spiegare come ci è riuscito, e darmi dei dettagli. Ora, questi dettagli sono stati resi, ma sono tutti dettagli errati. Quando Olindo fornisce dettagli, li sbaglia tutti. Le faccio degli esempi concreti per capirci. Nonostante abbia deciso di confessare, e poi parleremo anche del motivo per cui ha deciso di confessare, eventualmente, lui vuole confessare ma fa degli errori clamorosi. Per esempio, è stato accertato che chi agì in quella casa agì al buio. Inizialmente Olindo dirà che c’era la luce. Poi gli verrà detto che la luce era stata staccata, e allora lui dirà, va bene, allora ho agito al buio. Gli viene chiesto, ma lei a che ora ha staccato la luce? Alle 20, dirà lui, perché sa che il delitto è stato commesso attorno alle venti. In realtà poi è stato accertato in modo inoppugnabile che la luce in quella casa venne staccata alle 17,40. E altro. Quanti colpi ha dato alla signora Cherubini? Lui dirà due, tre. In realtà la signora Cherubini aveva subito trentasette colpi, e quindi diciamo che è stata purtroppo la vittima che ha subito una ferocia maggiore rispetto alle altre. Dove l’ha uccisa? Lui dirà, al piano terra, in realtà fu uccisa al secondo piano. Che vestiti indossavano le vittime? Non li saprà descrivere, tranne quelli di Paola Galli, perché dice Olindo che li ricordava, ma sbaglierà tutto, per esempio dirà che quello se lo ricordava benissimo, aveva una gonna grigia e rossa, mentre in realtà aveva una gonna leopardata. Cioè, nei dettagli non indovina proprio nulla, tant’è vero che noi abbiamo cintato, per quanto riguarda la confessione di Olindo, duecentoquarantatrè errori, cioè un errore ogni trenta secondi di dichiarazioni, sono veramente tanti. Peraltro a questo bisogna aggiungere che vi era un’intercettazione ambientale, cioè poco prima di confessare, gli inquirenti proprio in carcere fecero incontrare Rosa con Olindo e misero una cimice per ascoltarli. Dove sostanzialmente Olindo dice a Rosa, guarda che ho parlato con quei signori lì fuori, e mi hanno detto che se confesso, tu torni a casa, e io dopo qualche anno ti raggiungo, con l’abbreviato, quelle cose lì, le attenuanti generiche, mi hanno detto, e Rosa dirà, ma scusa se non siamo stati noi, che cosa vuoi confessare, il carcere ti pesa così tanto, e lui dice, guarda, per tagliare le gambe al toro, questo mi sembra il minore dei mali, ecco che l’analisi della confessione deve esaminare anche gli altri elementi che le stanno intorno. Del resto, sono stati gli stessi due carabinieri che entrarono quella mattina in carcere ad aver detto poi in dibattimento che in effetti uno dei due disse ad Olindo, che, siccome lui diceva che mia moglie non c’entra niente, di aver detto a Olindo, vabbè, ma se tua moglie non c’entra niente, vuol dire che tu c’entri per qualcosa, quindi ti suggerisco di chiamare i magistrati, di dire che tua moglie non c’entra nulla, così se ne va a casa, e poi tu, confessando, con le attenuanti generiche, l’abbreviato e quelle cose lì, prendi qualcosa di meno. Quando nella intercettazione ambientale lui dice queste cose a Rosa, queste cose trovano conferma dalle stesse dichiarazioni rese poi in dibattimento dai due carabinieri che quella mattina entrarono in carcere e parlarono con Olindo. Il contesto quindi è molto più ampio, perché da un lato abbiamo questa confessione, mi passi il termine, sgangherata, perché nessuno poi ha confutato, anche nelle sentenze di merito, che in effetti gli errori ci furono, cioè anche la sentenza, non quella di primo grado, ma poi dalla sentenza di appello in poi fu scritto che gli errori in effetti ci sono, solo che, e questa è stata la motivazione da parte dei giudici, magari sono il frutto dell’azione concitata del momento, e in parte anche della volontà di Olindo di lasciarsi una porta aperta per poi ritrattare. Ora, tutto si può dire, ma che uno confessi per poi ritrattare, mi sembra veramente abbastanza singolare, visto che sostanzialmente sarebbe meglio, in questi casi, non confessare. Una volta confessato sarà sempre più difficile ritrattare. Per esempio, ancora Olindo, quando non sapeva che il RIS di Parma doveva depositare degli accertamenti, aveva detto di aver appiccato il fuoco con un semplice accendino, in realtà poi venne accertato dal RIS che in quella casa venne dato fuoco non con un semplice accendino, ma utilizzando anche degli acceleranti di marca diversa. Naturalmente per fare quello che è stato fatto, quel tipo di incendio, con un semplice accendino difficilmente si sarebbe riusciti a farlo. Questi sono gli elementi che riguardano la confessione. Certo, la confessione certamente ha pesato, ha pesato tantissimo, perché, si può anche dire così, ha lavato le coscienze un po’ a tutti.”

 

“Certo, Olindo e Rosa sono due persone psicologicamente molto particolari. È stata fatta una perizia psichiatrica?”

“Anche questo. Purtroppo, noi abbiamo anche chiesto una perizia psichiatrica, non per cercare la semi incapacità o l’incapacità, ma per accertare quello che loro due sono. Per eventualmente misurare il loro grado della possibilità di suggestione e di induzione che può essere creata in questi soggetti, anche quella ci è stata negata, quindi fra i settanta testi, e non solo, ma anche ci è stata negata la perizia psichiatrica per analizzare sia Rosa che Olindo.”

 

“Vi siete avvalsi anche della collaborazione di un criminologo?”

“Nell’ambito della difesa il consulente era il professor Torres, che purtroppo ci ha lasciati un anno e mezzo fa, la dottoressa Vasino, la dottoressa Saracino, c’era il professor Strata, neurologo, erano stati nominati anche dei periti psichiatrici, il dottor Bogetto, proprio per eventualmente esaminarli, ma non ci è stato consentito. C’è stato anche come perito Paloscino, per cercare il profilo di quel soggetto che nei primi quindici giorni Frigerio descriveva. Quello che fece una relazione per la difesa fu il professor Carlo Torres, insieme alla dottoressa Vasino e alla dottoressa Saracino, che poi addirittura non venne nemmeno sentita, perché la dottoressa Saracino fu uno di quei testi prima ammessi e poi revocati. Il RIS lavorò sulla scena del crimine con diciotto unità, erano i consulenti del Pubblico Ministero, solo che, siccome la loro relazione era favorevole a Olindo e Rosa, abbiamo dovuto insistere per avere la loro relazione, quindi solo tramite le nostre richieste poi venne depositata. Addirittura il PM non voleva che entrasse in atti, e non citò neppure il RIS di Parma, che divenne testimone della difesa. Erano diciotto unità, se ne ammisero soltanto tre.”

 

“Insomma, i reperti di cui hanno parlato i giornali, dove sono custoditi, e come mai non sono stati messi in evidenza, dopo quasi undici anni?”

“Questi reperti sono, alcuni presso il RIS di Parma, altri presso l’Università di Pavia. Sono custoditi, secondo le nostre informazioni, perché quando abbiamo fatto la richiesta, sia il RSI di Parma che l’Università di Pavia ci risposero che erano custoditi, ed era possibile analizzarli. All’epoca non vennero fatte le analisi di alcuni reperti perché per scelte di carattere investigativo si ritenne di dover fare delle analisi rispetto a delle altre, di analizzare alcuni reperti piuttosto che altri. Poi noi durante la fase processuale avevamo chiesto quell’approfondimento su tutto, che però, insieme ai settanta testi, ci venne negato. Adesso l’iter, una volta che è avvenuto questo annullamento della Cassazione, Brescia dovrà procedere a fare questo incidente probatorio, quindi ad esaminare tutti quei reperti indicati, soprattutto quei reperti che una volta esaminati non potranno essere riesaminati. Nel senso che, una volta fatta la prima analisi, non è detto che se ne possa fare una seconda. quello dovrà avvenire in contraddittorio di tutte le parti, verrà fissata un'udienza davanti al giudice, le parti dovranno nominare i propri consulenti, il giudice il suo perito, e quindi siprocederà ad analizzare tutta una serie di reperti sui quali i tecnici effettueranno un esame unico, nel senso che non potrà essere ripetuto, e quindi verrà fatto un'unica volta davanti ad un giudice, davanti ai periti e agli esperti. Quell'esame cristallizzerà appunto la prova, e vedremo quali saranno i risultati. Una volta effettuato l’incidente probatorio, poi, in base anche ai risultati ottenuti, in base anche ad altri elementi, in questo caso di carattere dichiarativo, ed altro, verrà presentata una vera e propria istanza di revisione, sempre davanti ai giudici bresciani che raccoglieranno anche queste prove qui, quelle relative all’incidente probatorio. “

 

“Quindi il tribunale di competenza è quello di Brescia.”

“La Corte d’Appello competente, così ha stabilito la Cassazione, è quella di Brescia, per fare questo tipo di incombente.”

 

“Quindi i tempi lunghi dipendono dalla Cassazione, che soltanto oggi ha potuto esaminare l’istanza.”

“Noi due anni fa abbiamo presentato la prima istanza, poi ci siamo dovuti rivolgere alla Cassazione perché annullasse questo provvedimento. I tempi lunghi dipendono dal fatto che avevamo chiesto dapprima a Brescia, Brescia riteneva che fosse Como competente, Como riteneva che competente fosse Brescia, Brescia riteneva di non dover fare l’incidente probatorio, abbiamo impugnato l’ultimo provvedimento di Brescia davanti alla Corte di Cassazione, la corte di Cassazione ha annullato il provvedimento di rigetto di Brescia, e ha stabilito che questo incombente venisse effettuato.”

 

“Avevate fatto istanza di revisione del processo?”

“Noi ancora non abbiamo presentato un’ istanza di revisione, avevamo  fatto una richiesta di analisi in incidente probatorio di quei reperti. Ci era stata negata dalla Corte d’Appello anche di Brescia, ritenendo che quel tipo di incombente, di incidente probatorio non si poteva fare anche perché non era stata presentata una richiesta di revisione. In realtà la Corte di Cassazione ha stabilito che l’incidente probatorio andava fatto, anche perché è un incombente che si deve fare anche se non c’è una richiesta di revisione, proprio perché è propedeutico ad una revisione. “

 

“A proposito dei famosi reperti, io ho qui un capello…”

“Sono più capelli, dei quali uno più lungo di dieci centimetri, sono delle formazioni pilifere.”

 

“Un accendino, un mazzo di chiavi, lei mi ha detto due giubbotti, io ne avevo uno, lei mi ha anche detto ‘margini ungueali’, un cellulare e una macchia di sangue, non ho più nulla.”

“Poi esamineremo sicuramente anche una tenda, e anche qualche altro oggetto, non sono solo quei sette, sono quei sette, ma ce ne sono anche degli altri, le aggiungo una tenda e qualche altro oggetto.”

 

“A posteriori, dando non un giudizio, ma un suo parere, lei ritiene che questa condanna nei confronti di due persone che da tanti, come da me e dal collegio difensivo, sono considerate innocenti,  sia stata causata da un’indagine condotta in modo molto particolare. Per esempio, l’identificazione di Olindo è stata fatta da Frigerio mentre si trovava ricoverato in ospedale, con un investigatore che gli mostrava una foto di Oilindo, ‘suggerendogli’ che avrebbe potuto essere stato lui ad aggredirlo.”

“Noi riteniamo che le indagini siano state molte, perché anche ad un certo punto si sono interrotte. Ma soprattutto riteniamo che doveva essere valutato quello che è successo prima, e non soltanto quello che è successo dopo, perché se per quindici giorni il testimone, fin quando non aveva subito alcun condizionamento, quindi davanti al PM, davanti ai suoi figli, aveva per più volte ripetuto di non conoscere il suo aggressore; l’aveva descritto come olivastro, occhi neri, capelli neri sul volto, forte come un toro, esperto di arti marziali, ma soprattutto aveva detto a più riprese di non conoscerlo, che non era di Erba. Questo sta a significare che escludeva dal cono della responsabilità il già sospettato Olindo Romano, perché il signor Frigerio, Olindo Romano lo conosceva da circa dieci anni, ci si fermava a parlare. Se il tuo vicino di casa, con il quale hai una certa confidenza, ti aggredisce, ti uccide la moglie, è chiaro che tu non è che lo descrivi, lo indichi, è stato il signor Rossi, non indichi altri soggetti sconosciuti. Quindi il signor Frigerio, fin quando un investigatore, lo stesso investigatore che fin dalla notte era convinto della colpevolezza di Olindo, fin quando non ha incontrato quell’investigatore, ha dato sempre la stessa versione, dicendo che il suo aggressore era un soggetto che non conosceva, con determinate caratteristiche somatiche che non combaciano in alcun modo con quelle di Olindo. Solo dopo la visita dell’investigatore, che fece quel colloquio investigativo, iniziando a dire, diciamo per assurdo, ma se lei avesse visto Olindo Romano come suo aggressore, l’avrebbe riconosciuto? E anche lui dirà, penso di sì. Poi continuerà a dare a quest’investigatore la stessa descrizione di un soggetto sconosciuto, fin quando l’investigatore, dopo quarantacinque minuti ritorna sull’argomento, e dice: tornando all’Olindo, le ho messo quel dubbio che sia lui, o che non sia lui? Lei ci pensi a questa figura che aveva di fronte, e poi ne riparliamo. Tant’è vero che Frigerio dirà, ma pensate che sia stato l’Olindo? E allora l’investigatore lo lascia con questo dubbio. Nei giorni successivi, Frigerio dirà, al cento per cento, che il suo aggressore è stato Olindo. Ora non ci vuole uno scienziato per stabilire che il ricordo più genuino è quello che non è stato condizionato da nulla, e fin quando Frigerio non è stato condizionato da nulla, ha detto che il suo aggressore aveva caratteristiche somatiche molto diverse da quelle di Olindo. “

Fin qui l’intervista che l’avvocato Schembri ci ha gentilmente concesso, e della quale lo ringraziamo. Restiamo in attesa della data dell’incidente probatorio, che, ci auguriamo, porterà alla revisione di un processo che, ad un osservatore non addentro alle cose della giustizia, e alla luce di quanto l’avvocato Schembri ci ha detto, sembra viziato da situazioni e decisioni non chiare e non motivate, almeno al grande pubblico. Certo è che il processo a Rosa e Olindo, prima che in tribunale, venne fatto in televisione, in base a voci raccolte da chi evidentemente ne sapeva ancor meno di chi le voci raccoglieva, a caccia di sensazioni. Bene dice l’avvocato Schembri quando parla di un processo “fortemente influenzato dal sentire comune” e, secondo noi, falsato da una confessione che avrebbe almeno dovuto sollevare dei dubbi negli inquirenti sulla sua genuinità. Rosa e Olindo sono due mostri, sì, ma non due assassini, sono due mostri di ingenuità, e lo dimostrano con la richiesta che venne fatta di una cella matrimoniale. Ci auguriamo che giustizia venga fatta, anche se a distanza di undici anni, o che almeno giustizia venga resa a chi non ne ha avuta.

 

 

 

 

 

Editoriali

Un Paese di delinquenti, salvo qualche eccezione per fortuna

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità

Di frequente si scrive Italia, paese di pazzi! Anche questa è apparenza e non sostanza, i pazzi infatti sono degli ingenui, senza malizia, innocui;  la definizione pertinente è: Paese di delinquenti, vale a dire di ladri e di corrotti e di incapaci: questa, con dispiacere, è la regola che si legge in giro, salvo qualche eccezione per fortuna.

L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità. Quanto si registra ultimamente nei vertici del Consiglio Superiore della Magistratura a proposito di corruzione, manovre distorsive, sul carrierismo dei vari magistrati, gli arbitrari milionari, i  privilegi inauditi, allora si comprende perché anche la più banale delle cause debba durare oltre tredici anni nella, di nuovo, generale indifferenza, anche dei sommi capi del losco sistema.

Si ricorda quanto è esploso sui giornali tre o quattro anni fa a proposito di quel consigliere di Stato che da ben dieci anni educava e istruiva le future giudicesse imponendo minigonne, tacchi a spillo e mutande rosse? Dove sono ora queste giudicesse così ben educate? Al contrario si osservino certe facce di magistrati a livello apicale, soprattutto quella del maggior responsabile che in questi giorni ci passano sotto gli occhi alla televisione o nei giornali: ci si chiede sulla scorta di quale principio di efficienza operativa e di rispetto degli utenti si possano destinare a giudici persone con una tal faccia e sembiante, da far accapponare la pelle già a prima vista? Tale contesto primitivo e grottesco ricorda quel direttore delle poste tutto afflato lirico e cuore grande che destinò allo sportello pubblico un impiegato monco, con un solo braccio, a sbrigare raccomandate e vaglia postali e pacchi e francobolli, ecc… Con una sola mano! 

Ed ecco qualche episodio, verificato

Il giudice, ammesso che sia un giudice e non un avvocato che è stato fatto diventare giudice, sentenzia di abbattere un manufatto abusivo e illegittimo. Un altro giudice, nel grado successivo, dopo quattordici anni!!!, sentenzia: non è abusivo, quindi  ricostruire! Si è mai sentito qualcosa del genere? Un giudice scrive: abbattere, un altro: ricostruire! Chi paga? La regola e la giustizia, quella vera,  anche quella del buon senso, esige e vuole che  sia chi ha sbagliato a dover pagare cioè il giudice, uno dei due: invece nel paese dei delinquenti è la vittima a pagare! E nemmeno l’abusivista diventato innocente, nemmeno  il giudice impappone! A  chi ci si rivolge? Nessuno ascolta, letteralmente: se vuoi farti ascoltare, sei obbligato  ad alimentare il tristo apparato cioè affrontare  un altro grado di giudizio, rivolgersi a un avvocato, sborsare soldi, vivere nelle angustie e aspettare una bella quantità di altri anni, per forse avere soddisfazione. Oppure protestare pubblicamente, pure se hai ottantanni, con striscioni e cartelloni magari davanti al Quirinale dove risiede il numero uno della Giustizia. Oppure, oppure…

Ancora: il giudice sbaglia a leggere un atto notarile col risultato di stravolgere un andamento comunitario durato secoli in pace;  in più, erroneamente o per altre ragioni, sentenzia che tizio, pur se ben individuato e documentato negli atti, non fa parte dei due venditori di un determinato cespite! oppure, altra sentenza, che un bene strutturale che è stato proprietà comune per secoli, ora di punto in bianco, per motivazioni assolutamente personali del giudice o della giudicessa e non giudiziarie o tecniche, diventa privato: in questi casi di palesi e manifesti errori materiali o di sviste   -salvo altre ipotesi- che nulla hanno a che fare con il Diritto e tanto meno con la Giustizia, per quale ragione la vittima deve passare ad altri gradi di giudizio, spendendo soldi, vivendo nell’ansia e aspettare dopo 14 anni, chissà quanti altri anni ancora, visto il losco andazzo? Non è più logico e doveroso, se non lo fa il giudice interessato, che siano i suoi superiori ad intervenire e correggere gli errori? Dove è scritto che un giudice è infallibile come un Papa anche quando sbaglia vistosamente e che occorre un altro Papa per correggere  gli errori materiali, sempre ammesso che siano errori e non invece altro di altra origine?

L’ambiguo sistema, invece, vuole che si continui ad alimentare il giuoco, a beneficio di certi giudici e degli avvocati e a danno delle vittime e della comunità dei cittadini che, tra l’altro, deve mantenere lautamente l’indegno apparato. E’ doloroso vivere da parte dei cittadini in che modo il solo pilastro e garanzia di generale equità possa essere lordato così facilmente da certi personaggi immessi nel sistema e rimanervi.    

Continua a leggere

Editoriali

Emergenza cimiteri, tra requisizioni di loculi temporanee e quelle Ad libitum: Comune che vai amministratore che trovi…

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso

Quello dei 7904 comuni italiani è un mondo in movimento. Dal 1861 in poi, a causa di divisioni, unioni ed accorpamenti, molti sono stati soppressi e in seguito ricostituiti. E’ un mondo tenuto costantemente sotto osservazione perché per i partiti politici i comuni costituiscono territori per l’incubazione di consensi e l’accaparramento di voti.

Potere, economia e sviluppo urbano si diversificano tra un comune e l’altro a seconda del livello culturale ed il senso civico dell’amministratore di turno. Il tutto dipende se questi sappia guardare lontano, se conosce il contesto territoriale, se sia veramente motivato verso il bene comune ed infine se sappia trasformarsi in leader per non soccombere agli interessi lobbistici.

In teoria il cittadino ha in mano il destino del proprio Comune ogni volta che entra nella cabina elettorale. E’ lì che si disegna quale benessere per il futuro. Ahinoi sovente primeggia il voto di favore al personaggio “simpatico”.

Abbiamo fatto una veloce ricerca tra una settantina di comuni e non potendo, per brevità, elencarli tutti, ci siamo dati un tema molto dibattuto in tempi di Covid-19 causa l’esponenziale aumento di decessi, e cioè l’emergenza sepolture.

Dalla nostra ricerca emergono Comuni virtuosi che avendo amministratori motivati e che hanno saputo guardare lontano, non si sono fatti sorprendere dall’emergenza. Hanno avviato con urgenza i lavori di ampliamento del cimitero e a lavori avviati, avendo esaurito i loculi a disposizione, anche loro malgrado, hanno dovuto ripiegare a requisire quelli dei privati ancora non utilizzati.

Essendo questi dei Comuni governati da amministratori con esperienza giuridica e rispettosi dei diritti dei loro cittadini, chi più e chi meno, si sono distinti per la loro correttezza e serietà.

Alcuni di questi Comuni meritevoli di menzione

Il Comune di Palomonte (Provincia di Salerno) con Ordinanza emergenza loculi del 17.9.2020 autorizzava l’utilizzo della sepoltura provvisoria per il periodo di tre mesi, impartendo precisi ordini all’Ufficio tecnico “predisporre ogni utile atto affinché entro e non oltre tre mesi il nuovo edificio sia agibile e quindi possa cessare ogni requisizione provvisoria”. I lavori sono stati eseguiti ed i loculi restituiti ai legittimi concessionari.  

Stesso comportamento civile che il Comune di Jerzu, provincia di Nuoro, in identica occasione ha saputo adottare con i suoi concittadini. Entro otto mesi dalla pubblicazione dell’ordinanza di emergenza si dovevano terminare i lavori di ampliamento del cimitero. Anche in questo caso la requisizione portava un termine, una scadenza. Allo scadere degli otto mesi, a lavori terminati la promessa del sindaco è stata onorata.

Requisizione loculi applicata dagli azzeccagarbugli

La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso. Una condotta simile si può giustificare solo ammettendo che gli amministratori siano a digiuno completo di qualsiasi cultura delle leggi, buoni solo ad occupare la poltrona  tirando a campare.

Ci siamo avvicinati alla provincia di Trapani e precisamente a Città di Castelvetrano. Gli amministratori di questo Comune, Città degli ulivi e dei templi, hanno considerato l’emergenza loculi cimiteriali d’importanza superiore  alla ristrutturazione di qualsiasi tribuna dello stadio locale. A Trapani avevano compreso la sacralità del feretro ed emettendo l’ordinanza requisizione loculi si erano accertati che entro e non oltre 24 mesi i loculi sarebbero stati restituiti ai legittimi concessionari. Questi amministratori sono andati oltre perchè avevano stabilito di corrispondere ai concessionari dei loculi requisiti provvisoriamente, un canone (tariffa) rapportato al periodo di effettivo utilizzo.

Sono tanti i comuni, da nord a sud che correttamente nel requisire i loculi ai concessionari, hanno stabilito un termine entro il quale si impegnavano di restituire il loculo. Alcuni come Trapani sono andati oltre, con i concessionari hanno stabilito un tariffario. Altri comuni poi hanno scelto di allungare la concessione con il relativo periodo che il loculo veniva requisito.

In tema di requisizione loculi, tanti sono i Comuni che sono stati corretti e leali con i loro concittadini e tra i sopranominati merita menzione anche il Comune di Fiano Romano. Con deliberazione G.C. n°86 del 26 luglio 2016, approvando il progetto dell’ampliamento cimiteriale aveva dato un termine di scadenza entro e non oltre 18 mesi per la consegna. Tali termini sono stati applicati e rispettati sia nel requisire che nel restituire i loculi ai legittimi concessionari.

Anguillara Sabazia e le requisizioni “Ad libitum”

A fine ricerca salta all’occhio il comportamento corretto giuridicamente e comportamentale della maggioranza dei comuni e per contro la baldanza degli amministratori che si sono succeduti al Comune di Anguillara dal 2017 a oggi. Questi amministratori dovrebbero riflettere meglio sul loro operato in tema di requisizioni dei loculi cimiteriali “ad libitum” e anche i cittadini dovrebbero riflettere e meditare.  “Meditate gente, meditate” diceva Renzo Arbore.

Continua a leggere

Editoriali

Chiara Rai: “Ecco cosa penso delle querele temerarie”

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

“Est modus in rebus”, esiste una misura nelle cose, lo diceva qualcuno che amava raccontare le fiabe. Ogni tanto mi piace ricordarlo, soprattutto in giornate particolarmente complesse, dove addirittura ci sono circostanze che portano un giornalista che si dedica alla professione a doversi difendere solo perché fa il proprio mestiere. A dover sopportare le ormai note “querele temerarie”, quelle infime azioni che i presunti persecutori travestiti da perseguitati vanno propinando quando per loro si mette male.

L’unico modo per mettere tutto a tacere, adesso e per sempre, per questi infimi personaggi occulti è soltanto uno: “Ti porto in tribunale, ti faccio spendere soldi, ti faccio abbassare la testa così da farti capire che nei miei affari non devi sficcanasare, così da farti ben comprendere che posso ridurti in mutande soltanto se qualcuno inavvertitamente incappa nella mia accusa e avvalora le mie disoneste tesi”.

Sì, sono giornate complesse ma altamente rigeneranti per chi vuole continuare a camminare con la schiena dritta e la testa alta come mi hanno insegnato i miei genitori (se fossero ancora vivi immagino che sarebbero contenti di leggere parole che sanno di libertà). Non mi piego ne io e ne la mia famiglia.

Le minacce celate dietro le querele e le richieste di risarcimento danni per i “malori cagionati” dalle inchieste giornalistiche che faccio e che facciamo come giornale L’Osservatore d’Italia, mi scivolano addosso senza potermi scalfire. Chi aggredisce per mettere la cenere sotto il tappeto agisce in malafede e chi gioca con la giustizia e va in giro dicendo che “gli italiani sono tutti scemi e non capiscono nulla” si sbaglia perché siamo una nazione di brava gente, soprattutto di persone oneste.

Continuiamo a perseguire l’interesse collettivo e la verità sostanziale dei fatti perché il diritto di informare è costituzionalmente garantito. Questo fondo rivolto ai lettori affezionati de L’Osservatore d’Italia, alla fine di una giornata difficile ma appagante è l’unica maniera che conosco per rasserenare chi ci legge, anche quei personaggi di cui sopra: non molliamo! Continuiamo a scoperchiare le verità nascoste, a parlare dei fatti scomodi per portarli alla luce. Lo facciamo per dovere di cronaca non certo per perseguitare nessuno. Solo così posso continuare a portare con estremo orgoglio e riconoscenza la pelle che indosso: il giornalismo scevro dalle torbide dinamiche messe in piedi dai parassiti della società. Est modus in rebus, a volte ce lo dimentichiamo ma non dovremmo, specialmente quando “divoriamo” un patrimonio pubblico destinato alla collettività e non solo a pochi furbetti. La giustizia morale è sempre la strada vincente da percorrere. Come è bello guardarsi allo specchio e non provare vergogna.

Continua a leggere

I più letti