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Editoriali

Strage di Erba: verso la revisione del processo

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Prof. Carmelo Lavorino: “Non dico che Rosa e Olindo siano innocenti o colpevoli: dico solo che i reperti vanno sempre analizzati tutti.”

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di Roberto Ragone

 

La sera dell’11 dicembre 2006, attorno alle ore 20, a Erba, in provincia di Como, qualcuno uccise, a sprangate e coltellate, quattro persone,due donne, un uomo e un bambino di due anni e tre mesi,  lasciando per morto un ferito grave, che poi divenne l’unico testimone oculare del fatto criminoso. Per quell’evento omicidiario sono stati condannati, e sono tuttora detenuti, due coniugi, Rosa Bazzi e Olindo Romano, i quali, dopo aver confessato il crimine, pur con una confessione zoppicante e lacunosa, dopo qualche tempo ritrattarono, ma non furono creduti. Nei due gradi di giudizio, però, ci furono quelle che potremmo definire omissioni, nell’esame dei vari reperti rinvenuti sul luogo del delitto, ora in mano ai RIS di Parma e all’Università di Pavia. Per questo motivo, l’avvocato Schembri, coadiuvato dall’avvocato Nico D’Ascola e dall’avvocato Luisa Bordeaux, ha presentato un’istanza di incidente probatorio per esaminare davanti al giudice del tribunale di Corte d’Appello, a Brescia, almeno sette, ma probabilmente di più, reperti relativi alle indagini sull’omicidio, che non furono ammessi all’esame di giudici dei primi due procedimenti.  Il processo a Rosa e Olindo suscitò molto rumore, come tanto chiasso aveva suscitato la strage e la sua efferatezza, e , come accade ormai da diversi anni, i media se ne impadronirono, a caccia di sensazioni, influenzando, come è già stato ampiamente dibattuto, il sentire comune, e di conseguenza anche tutto l’andamento della vicenda. Il popolo della TV si divise fra innocentisti e colpevolisti, e purtroppo fin dall’inizio le indagini furono indirizzate in un’unica direzione. Ora la Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta del collegio di difesa, ha ordinato che venga effettuato un esame dei reperti il cui esame, alla luce della confessione resa dai due indagati, non venne ritenuto necessario. L’esame avverrà  in incidente probatorio, e sarà, se positivo per la difesa,  propedeutico ad una richiesta di revisione del processo. Si sono aperte così nuove ipotesi investigative, che si vogliono approfondire, e c’è la possibilità che il processo di secondo grado venga rifatto con altri presupposti, e che i due ora ergastolani possano essere riconosciuti innocenti.  A proposito di questa spinosa vicenda, che, se dimostrata secondo le tesi della difesa, avrebbe tenuto in carcere due innocenti per quasi undici anni, abbiamo voluto chiedere un parere al noto criminologo professor Carmelo Lavorino, già consulente della difesa di numerosi processi di grande rilevanza mediatica, come, ad esempio, fu il caso dell’omicidio di via Poma, a Roma, e titolare del CESCRIN, Centro di Criminologia e Investigazione Criminale.

Professore, innanzitutto grazie per la sua consueta cortesia e disponibilità. Avrà letto sui giornali della probabile revisione del processo a Rosa e Olindo per la strage di Erba. Nonostante lei non se ne sia occupato in prima persona, sappiamo che lei è sempre molto attento a questi avvenimenti di cronaca giudiziaria, e quindi sempre bene informato.  Per questo mi farebbe piacere avere un suo parere sulla vicenda.

Il giorno dopo la strage venni intervistato dal quotidiano ‘La Padania’, dove dichiarai che le modalità omicidiarie, cioè lo sgozzamento tramite coltello e il fracassamento con una sbarra, potevano anche far pensare ad una banda di balordi, di criminali, appartenenti ad una etnia africana ed agenti per “dare una lezione”; questo, perché il modus operandi esecutivo lascia una serie di tracce comportamentali molto importanti.

Detto questo, a mio avviso, contro Rosa Bazzi e Olindo Romano, ci sono soltanto tre elementi, cioè: il riconoscimento tardivo e contraddittorio di Frigerio [l’unico testimone oculare, lasciato per morto ndr], per il quale, a mio avviso, ci possiamo trovare anche di fronte ad una suggestione ed alla psicopatologia della testimonianza, anche perché nel suo riconoscimento vi sono molte contraddizioni. Poi, la macchia sangue rinvenuta sul copritacco della macchina di Olindo; in ultimo, la confessione dei due.

Confessione illogica, strana e contraddittoria. Non vorrei entrare nel merito di questi elementi, perché la confessione può sempre essere spinta, estorta, manipolata; ci può essere una situazione di soggezione psicologica da parte dei due e di terrore della divisione e della fine del loro rapporto, e quindi ogni confessione va vagliata scientificamente sotto il profilo dei riscontri e della logica.

Riconoscimento contraddittorio, incerto e tardivo. La dichiarazione di Frigerio potrebbe anche essere non attendibile, sia perché il riconoscimento può essere frutto di suggestione e spinto abilmente da qualcuno che vedeva in Olindo l’assassino, sia perché all’inizio aveva descritto l’aggressore come una persona di colore olivastro, da solo; poi invece parlò di Olindo, e in seguito parlò di una donna, asserendo che sicuramente quella donna era la moglie di Olindo. Quindi, secondo me, ci potremmo trovare di fronte a una psicopatologia della testimonianza e ad una distorsione della stessa, sfociata nell’autoconvincimento riverberante.

Una sola traccia di sangue in luogo accessibile a chiunque. La macchia di sangue sul copritacco della macchina di Olindo potrebbe essere una contaminazione, volendo fermarci in questo ambito e senza fare i diffidenti e i maliziosi. Vedremo poi cosa è successo.

Mancano troppe tracce che dovevano esserci, e l’assenza di tracce è una traccia. Noi sappiamo che sulla scena del crimine, molto ampia, anche se parzialmente distrutta, non venne trovata alcuna traccia di Olindo e Rosa, così come in casa di Olindo e Rosa non venne trovata alcuna traccia del sangue e/o  biologica delle cinque vittime che, secondo gli investigatori, Olindo e Rosa avrebbero dovuto colpire con due coltelli ed una spranga di ferro con almeno un centinaio di colpi: come mai?

All’interno dell’auto di Olindo non fu rinvenuta alcuna traccia di sangue, né sui sedili, né su alcuna parte, tranne che su quel copritacco, forse una contaminazione o “il destino”, come ho già detto. Nondimeno, ricordo che l’avvocato Schembri trovò duecentottantaquattro contraddizioni nella ricostruzione della scena del crimine fatta dai due coniugi quando si erano autoincolpati. 

 

Accertamenti tecnici non approfonditi. Il problema è che in questo processo, molti reperti relativi alla strage non vennero analizzati perché immediatamente dopo la pista Marzouk -, che si sciolse come neve al sole, perché lui al momento dell’incursione era in Tunisia, in visita ai genitori, e quindi lontano dalla scena del crimine -, gli inquirenti puntarono Olindo e Rosa. Automaticamente tutte le altre piste non vennero seguite e molte tracce non vennero analizzate. E purtroppo sappiamo che molti errori giudiziari avvengono per la c.d. “fretta investigativa unita alla certezza di “averci azzeccato””. Quindi, a prescindere dal fatto che Olindo e Rosa siano colpevoli o innocenti, dato che in definitiva la loro confessione lascia il tempo che trova, la testimonianza di Frigerio a mio avviso potè essere suggestionata, e quella macchia di sangue potrebbe dire poco, avrebbero dovuto  essere analizzati tutti i reperti  trovati sulla scena del crimine.

 

I reperti che ora devono essere analizzati. Giustamente la difesa ha chiesto che molti reperti che non sono stati analizzati debbano essere analizzati, e la Cassazione ha detto sì, che questi reperti siano analizzati. Vediamo un po’, partiamo dal bambino, da Youssef. Su di lui sono stati trovati quattro capelli, di cui, uno castano-nero, uno castano-chiaro lungo dieci centimetri, un altro nero lungo un centimetro e mezzo e un altro ancora: due frontali e due sulla schiena del bimbo. Oltretutto le unghie del bambino non sono mai state analizzate. Per cui potrebbero essere trovate tracce del soggetto ignoto che ha aggredito il bambino. Quindi se la struttura  di questi capelli dovesse essere  riferibile a Rosa Bazzi e Olindo Romano, il problema è loro. Se però i capelli non appartengono a questi due soggetti, c’è da chiedersi come mai almeno tre soggetti abbiano manipolato il bambino, quindi, tracce di soggetti  non riferibili a Rosa, a Olindo  e tanto meno alla piccola vittima. Quindi,  questi reperti che devono essere analizzati: è un quesito che dev’essere sciolto.

È stato rinvenuto sul pianerottolo un accendino, che potrebbe essere quello con cui è stato appiccato il fuoco. Su questo accendino dovrebbero trovarsi tracce di DNA, sudore o tessuto epiteliale, e tracce papillari (le impronte digitali) di chi lo ha usato. Queste tracce dovrebbero essere riferibili, quindi, o a Rosa, o a Olindo,  a una delle vittime, o a un soggetto ignoto: in quest’ultimo caso la situazione è a favore di Rosa e Olindo.

È stato anche rinvenuto un mazzo di chiavi, che non si sa a chi appartenga: vediamo, sempre tramite la ricerca del DNA e delle tracce papillari, a chi possa essere riferibile un insieme di tracce del genere. Questo serve proprio a verificare se Rosa e Olindo possano essere esclusi o meno.

Nemmeno sono stati analizzati i giubbotti delle tre vittime, cioè di Valeria Cherubini, di Raffaella Castagna e di Paola Galli, gli adulti. Poiché sono stati colpiti a coltellate, pugnalate, fendenti e con una spranga di ferro, è probabile che ci sia del DNA degli assassini sui loro giubbotti. Può esserci sangue dell’assassino che si è ferito, o tessuto epiteliale, sudore o saliva. Ricordiamo che nel caso del delitto dell’Olgiata, sull’asciugamani che copriva il volto della contessa Alberica Filo della Torre, c’erano una cinquantina di macchie di sangue, di cui quarantotto erano della vittima, e due dell’assassino. Con il passare degli anni sono state analizzate anche le due macchie di sangue residue, e hanno fatto individuare l’assassino nel filippino Manuel. È ovvio che tutti i reperti devono essere analizzati, e bisogna vedere ogni reperto che cosa ci dice, cosa parla, cosa comunica a livello scientifico e criminalistico.

Sono stati rinvenuti dei mozziconi di sigaretta,  che non sono stati analizzati: sappiamo perfettamente che i mozziconi di sigaretta conservano tracce di saliva, e quindi, di DNA, vediamo a chi appartengono.

È stato rinvenuto un cellulare. Non si sa di chi sia, ma presenta certamente tracce di DNA, come al solito, sudore, tessuto epiteliale e saliva, più impronte digitali. In più, guardando il codice IMEI si può vedere a chi è intestato, si possono ricavare altri dati. Naturalmente i tabulati non esistono più, perché vengono cancellati dopo due anni, però il cellulare può parlare ancora.

Sul terrazzino dell’appartamento di Raffaella Castagna è stata rinvenuta una macchia di sangue: vediamo di chi è, e a chiunque appartenga, vittima o altro soggetto, il risultato dev’essere contestualizzato nell’analisi criminale totale.

Le unghie del bambino sono state analizzate in maniera superficiale, così come anche quelle delle altre tre vittime: le unghie delle vittime ci potrebbero dare, come sappiamo perfettamente, le solite tracce merceologiche (tessuti, fibra …), sudore, pelle, DNA  eccetera.

Vi ho elencato gli elementi che la difesa di Olindo e Rosa chiese a suo tempo alla Corte d’Appello di Brescia di analizzare e che la Corte d’Appello di Brescia rifiutò, invece la Procura Generale presso la Cassazione ha dato parere positivo, è stata d’accordo. Qui noi non possiamo dire che Rosa e Olindo sono innocenti o colpevoli: diciamo che questi elementi dovevano essere analizzati a loro tempo, che purtroppo non vennero analizzati  e che, infine, potrebbero raccontare una storia ben diversa dalla sentenza di condanna. Per cui, se tutti questi reperti escludono Rosa e Olindo, e congiuntamente individuano le tracce di una o più persone, a mio avviso il processo di potrebbe riaprire, e si effettuerebbe il processo per revisione.

Valutiamo il modus operandi della combinazione assassina, chiunque essa sia.  Analizzando ciò che è successo, ci troviamo una vittima colpita con trentaquattro pugnalate e otto sprangate, parlo della Cherubini. La mamma del bambino è stata colpita con otto pugnalate e sprangate, la nonna del bambino con molte pugnalate e sprangate, a differenza del bambino che ha avuto una sola ferita alla gola, così come Frigerio, che è stato preso a colpi di spranga e pugnalate, una alla gola: il risultato è che tutte e cinque le vittime sono state colpite alla gola e le quattro adulte sono state “fracassate” con la spranga. La tecnica di sgozzamento, applicata a tutte e cinque le vittime, ci parla di una tendenza a colpire in quel modo particolare verso il bersaglio speciale e preferito della gola, che può fare parte di tradizioni ataviche, di un’abitudine, di un modus operandi aggressivo di attacco particolare originato da tradizioni particolari. Così come usare la spranga è una maniera punitiva primitiva e bestiale, perché si è ricevuta un’offesa gravissima e la si vuole lavare col “fracassamento altrui”. Constatiamo, inoltre, che i soggetti che hanno commesso questa strage, siano Olindo e Rosa, o altri soggetti ignoti, hanno anche bruciato la casa, sia per eliminare le tracce sia per vendetta come parte finale di un rituale primordiale, quindi questo ci porta anche a delle forme ancestrali ataviche, barbare, di distruzione, che significano: “… io vengo a casa tua, violento o fracasso e uccido tua moglie, uccido tuo figlio, brucio la casa se tu non ci sei e distruggo la tua famiglia e la tua progenie”: ebbene, tutto questo ci potrebbe portare all’interno di un regolamento di conti, o con la sola mamma del bambino, quindi Raffaella Castagna, o nei confronti di Azouz Marzouk. Avremmo quindi come  obiettivo primario della strage proprio la famiglia di Azouz, cioè la suocera, la moglie e il figlio, poi sono intervenuti i coniugi Frigerio (vittime impreviste e danni collaterali), che sono stati eliminati per tacitazione testimoniale, in quanto davano fastidio come testimoni. Il fatto che Frigerio non sia morto è stato “un inconveniente esecutivo”,  in quanto l’uomo aveva una malformazione congenita alla carotide, che lo ha salvato dal dissanguamento

Ora dobbiamo aspettare gli esiti di queste analisi scientifiche. Noi lo abbiamo sempre detto, che la scena del crimine deve essere analizzata sotto tutti gli aspetti, bisogna ipotizzare tutto quello che è possibile, non bisogna tralasciare nulla, e non bisogna prediligere una sola pista, perché se poi questa pista ci fa prediligere alcuni reperti utili solo alla nostra pista, ci fa discriminare l’azione analitico-scientifica, e questo è grave.

 

Cioè, un altro caso, come dice lei, di innamoramento della tesi accusatoria?

 

Sì, però qui c’è stata la maledetta simbiosi diabolica dell’innamoramento del sospetto  e innamoramento  della tesi accusatoria senza elementi totalizzanti. Una pista lasciava ipotizzare, a livello investigativo, che potessero essere stati  Olindo e Rosa, poi, a livello inconscio, il sospetto è stato spinto nei loro confronti ed ha coinvolto l’intero apparato investigativo. Io non dico che sono innocenti. Dico soltanto che tutto dev’essere analizzato. Devono essere effettuate tutte le analisi scientifiche, tutti gli accertamenti tecnici possibili. Se la difesa degli imputati chiede delle verifiche scientifiche, queste devono essere fatte, perché altrimenti  succede quello che è successo a Perugia [omicidio Meredith Kercher ndr.], dove il DNA è stato analizzato in un secondo momento, o all’Olgiata [omicidio Filo della Torre ndr.], dove il sangue è stato analizzato in un secondo momento. Bisogna fare tutto, maledetto  e subito, senza farsi fuorviare da convincimenti o da pregiudizi.

Non sono neanche state considerate le testimonianze di due testimoni oculari, che hanno riferito di aver visto dei soggetti di pelle scura, scendere dal terrazzino della casa di Castagna su via Diaz, e poi allontanarsi in direzione di Piazza del Mercato. In Piazza del Mercato altre persone hanno riferito di aver visto in orario concomitante con quello della strage, due persone di colore, in compagnia di un terzo soggetto di pelle chiara, presumibilmente italiano, viene da pensare che la dinamica degli omicidi sia stata: un ‘palo’, l’italiano, che aspetta di sotto, e i due che vanno di sopra, uccidono tutti quelli che trovano davanti e danno fuoco alla casa. Queste sono, lei giustamente non l’ha voluto dire, ma sono tecniche omicidiarie islamiche, come apprendiamo dai media. Quindi nei confronti di Marzouk.


Certo, io su questo sono pienamente d’accordo, ma ora dobbiamo vedere quello che ci vengono a dire le nuove analisi, che avrebbero dovuto essere effettuate immediatamente. Lei sa perfettamente che per quanto riguarda Bossetti io sono colpevolista, anche perché appena dopo il rinvenimento del cadavere della povera Yara Gambirasio, tracciai un profilo che si adattò completamente e immediatamente a Bossetti; però ho sempre detto che la Corte doveva disporre tutte le perizie che la difesa di Bossetti ha chiesto, più altre, perché quando si condanna una persona, la si deve condannare al di là di ogni ragionevole dubbio. Quindi in OGNI PROCESSO devono essere effettuati tutti gli accertamenti tecnici possibili, perché se non sono effettuati, poi ci piangeremo addosso.

Perciò, che cosa abbiamo notato, anche per la questione che lei ha detto, della presenza di  due persone di carnagione scura: essa si va a sovrapporre, a congiungere alla mia ipotesi  di sgozzamento per mano di soggetti adusi a tecniche del genere, e si sposa anche con la prima dichiarazione di Frigerio, che dice di aver visto l’assassino, uno con la carnagione olivastra. Poi piano piano questa carnagione olivastra si è sbiancata, ed è diventata quella di Olindo. Al che gli inquirenti, poiché avevano già una loro idea che potrebbe essere definita anche “ pregiudizio” – che si chiama ‘innamoramento del sospetto’, e diventa poi ‘innamoramento della tesi accusatoria’, un mio cavallo di battaglia, – cos’hanno fatto? Hanno applicato proprio il principio di Schopenauer. Questa è una cosa che ripeto sempre. Schopenauer dice: un’idea svolge nella testa la stessa vita di un organismo; prende e accetta soltanto ciò che le piace e che le conviene per prosperare e progredire, e rifiuta ogni altro elemento ed aspetto non gradito.  E qui è successa la stessa cosa. Poiché queste testimonianze non erano gradite all’ipotesi accusatoria, automaticamente sono andate a escludersi, e questo è quello che noi chiamiamo anche nella logica l’errore genetico. Cioè, andare a prendere soltanto ciò che è conveniente per la tesi in cui si crede, e rifiutare tutte le alternative perché non gradite.

A quanto riferisce l’avvocato Schembri, in questo pare abbia avuto una grossa responsabilità un investigatore dei Carabinieri. Penso che questa condotta sia piuttosto grave, se dimostrata,

Guardi, quando c’è un errore, o una inadeguatezza giudiziaria, è sempre colpa degli investigatori e del loro “metodo e sistema”, proprio perché gli investigatori o hanno tralasciato qualcosa, o si sono fatti fuorviare, o hanno sbagliato, o si sono innamorati del sospetto e della tesi e poi hanno agito in tal senso. Se facciamo una carrellata su tutti gli errori giudiziari italiani, o anche sulle investigazioni andate a finire male, ci accorgiamo che ci sono sempre l’errore investigativo e  l’inadeguatezza investigativa. Che può essere per l’innamoramento del sospetto e della tesi, può essere per non capacità totale di analisi criminale, può essere per pregiudizio, o per altri motivi.

Come sempre, l’analisi del professor Lavorino è lucida, completa, esauriente, metodica, meticolosa. Aspettiamo, a questo punto, che la Corte d’Appello di Brescia ospiti l’incidente probatorio disposto dalla Cassazione, e speriamo, dopo undici anni, che venga fatta luce sui troppi punti oscuri di questo crimine di una rara efferatezza, che, ad un occhio profano, mostra la mano di due o più professionisti dell’assassinio. Non è facile uccidere un altro essere umano, e ancor più difficile farlo in quel modo cruento e selvaggio, brutale, feroce, se non lo si è già fatto altre volte. Specialmente se si è modesti  operai impiegati in una ditta di smaltimento rifiuti, o donna delle pulizie.

Editoriali

Il presidente Conte e il sindaco coglione

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“Ma perché noi ci teniamo un edile che vale un fico secco, pronto per un soldo di giocarsi la nostra vita? Così che lui in casa fa bisboccia, lui che guadagna più denaro in un giorno di quanto un altro non ne ha di patrimonio. So bene io come ha guadagnato mille monete d’oro. Ma se noi avessimo i coglioni, lui non si darebbe tante arie. Ma oggi il popolo è così; leoni in casa, lepri fuori”.

Le esternazioni piene di sconforto e biasimo, testé citate, non appartengono a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Non appartengono a nessuno dei leader dell’opposizione. Sono i risentimenti e le critiche di Petronio come tramandateci in Satyricon 44,13,14.

Gaio Petronio, scrittore e politico, visse tra Massilia e Cuma tra il 27 e il 66 d.C. Sono quasi 2000 anni che ci separano da allora. Quanti cambiamenti, quanti stravolgimenti! Dinastie, imperi, colonie e popoli interi scomparsi. Il mondo si è evoluto, il capitale ha defenestrato ogni equità sociale e stando al citato passaggio lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’elite è rimasto tale e quale come allora, per non dire che è peggiorato.

Ieri, scriveva Petronio, il popolo era così, leoni in casa e lepri fuori. Oggi la situazione è identica a quella dei tempi di Petronio. Anche oggi, se il popolo avesse i coglioni, l’attuale Trimalcione in carica si darebbe una calmata.

Il decreto rilancio del governo Conte e la casciaforte di Roberto Murolo

Roberto Murolo usava dire: “Lasciate cantare sempre e soprattutto il cuore, perché è lui che ne ha bisogno più di noi per vivere” e Murolo ha donato agli appassionati grandi emozioni.
‘A Casciaforte è una delle sue canzoni più suggestive, espressione di beni di valore, anche le più venali. ‘A Casciaforte di Murolo è il forziere dei sogni, come il decreto rilancio lo è per Conte ed in una certa misura per il sindaco coglione di cui parleremo fra poco. Da quella casciaforte Murolo tira fuori “nu ritratto, formato visita d’a bonanema ‘e zi’ Sufia, nu cierro ‘e capille, nu cuorno ‘e curall ed il becco del pappagallo”.

Il presidente Giuseppe Conte come fantasia non è secondo a nessuno e dal libro dei sogni tira fuori bonus ad libitum: il bonus bebé, quello vacanza, quello ristrutturazione, l’ecobonus 110% e non solo.
Il premier PD/5s s’accorge che la “cascia” di Murolo risulta più ricca di sogni e così rincara la dose e lancia il reddito d’emergenza, il bonus autonomi, il bonus 600 euro Fondo Pensioni lavoratori dello spettacolo e per non farsi mancare nulla rafforza la cassa integrazione stanziando 25,6 miliardi di euro. La casciaforte di Murolo riservava una sorpresa e dal doppio fondo emergeva “na bambola ‘e Miccio, na lente in astuccio e una coda di cavalluccio”.

Non sono questi dettagli da mettere in difficoltà l’avvocato Conte e giusto per non essere da meno lancia due promesse ad effetto, il bonus medici e infermieri e dulcis in fundo, nel decreto, ha fatto materializzare il bonus per lenti a contatto, quest’ultimo anche per piacere e compiacere ad Anfao, Assogruppi Ottica, Assottica, Federottica e Goal.

Convinto d’avere ipnotizzato gli italiani e soddisfatto dei suoi soliloqui, si narra che si aggirava per il transatlantico ripetendo: ma che sono io, babbo natale?

La voglia di grandezza di Giuseppe Conte è incontenibile. La gente non lo regge più e si sta rivolgendo a San Casimiro martire supplicandolo: ”a Giuseppe ‘a casciaforte ll’hann’a dá”.

Due destini s’intrecciano, quello del presidente e quello del sindaco

Riepilogando, come accennato nell’introduzione, si riporta qui la disavventura del sindaco coglione che nel suo piccolo trova tanta analogia con il presidente Conte.

Si racconta che in un borgo laziale, tempo fa, nell’approssimarsi delle elezioni comunali, Giovanni si presentò come candidato sindaco e la domenica prima di Pasqua organizzò il primo comizio in piazza. Giovanni era ben conosciuto ed anche stimato e così, dalla prima mattina, tutto il paese si riversava in piazza pronto a sentire cosa aveva in serbo il candidato sindaco.

Alle undici in punto arrivò Giovanni, prese posizione, salutò i presenti e così iniziò declamando: cari concittadini, se mi eleggerete sindaco, prometto che il primo atto che firmerò sarà un bonus vacanza per tutti, un bonus contributo per i trasporti locali, un bonus spesa facile, un bonus palestra, un bonus spiaggia libera, un bonus…

A questo punto la folla andò in delirio, urla, rissa ed urrà, urrà e viva il candidato sindaco si elevavano in coro. Così dicendo lo sollevavano e, ad ogni urrà il povero Giovanni si alzava in aria e con voce sofferente supplicava: mettetemi giù, mi avete preso per un coglione… ma gli appassionati supporter in coro rispondevano nooo e lo scaraventavano nuovamente in aria urlando urrà urrà ed il sindaco supplicando nuovamente ripeteva la stessa preghiera di metterlo giù. Così per due tre volte fino a che Giovanni, esanime, si accosciò sulla pedana. I fan smarriti non capivano niente mentre due energumeni, sorridendo sornioni sotto i folti baffi, si allontanarono soddisfatti d’avere compiuto la loro opposizione fattiva ai danni dell’avversario politico ed allontanandosi bisbigliavano: voi legislatori presenti e futuri ricordate che potete ingannare tutti per qualche tempo, qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre.

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Editoriali

Anguillara Sabazia, elezioni: si pensi al bene della città. A buon intenditor…

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ANGUILLARA SABAZIA (RM) – Ore cruciali ad Anguillara Sabazia per definire gli ultimi equilibri politici dei vari schieramenti in campo per le prossime amministrative che dovranno decidere chi siederà a palazzo Orsini.

Lo schieramento di centrodestra potrebbe presentarsi unito qualora si trovasse la quadra su un candidato condiviso. Diversi i nomi che circolano e i possibili assestamenti che a seconda del candidato potrebbero inglobare o meno l’intera compagine.

Sono ore cruciali per i vari aspiranti della possibile coalizione, composta da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e “AnguillaraSvolta”, che avrebbe tutti i numeri per vincere a mani basse al primo turno.

Ma esiste anche la possibilità di una rottura, dovuta a personalismi e prese di posizione, che porterebbe a una frammentazione delle forze di centrodestra a beneficio degli schieramenti avversari.

La premessa che vogliamo fare è che gli aspiranti candidati sono persone valide, con competenze e esperienze e il nostro in bocca al lupo va a tutti a prescindere da chi poi sarà il leader delle rispettive coalizioni. Sebbene il nostro desiderio, per via del forte attaccamento al territorio di Anguillara Sabazia, sarebbe quello di un candidato che fosse condiviso sia dal centrodestra che dal centrosinistra, un civico non digiuno di esperienze o conoscenza della città ma al quale sia riconosciuta comunque una sorta di militanza civica e sociale. Sappiamo che si tratta perlopiù di un desiderio ambizioso ma poco realizzabile anche se sarebbe la chiave giusta per risollevare un paese martoriato e ridotto in ginocchio con le casse comunali a forte rischio dissesto.

Ma torniamo all’analisi dell’attuale compagine di centrodestra (solo di centrodestra?) che potrebbe anche vedere la possibilità di riunirsi coesa attorno al nome dell’avvocato Francesco Falconi, una persona stimata e apprezzata. Falconi, ex elettore M5s alle comunali 2016 e amministratore del gruppo Facebook “Save Anguillara” che raccoglie quasi 10mila iscritti, potrebbe raccogliere con tutta probabilità gran parte di un elettorato civico che comprende anche gli aderenti ai partiti ma che probabilmente preferisce averli come contorno. Un elettorato che vorrebbe scommettere su “Chicco” dopo la grande delusione pentastellata che ha prodotto il più profondo fallimento politico amministrativo che si ricordi a memoria d’uomo ad Anguillara Sabazia. Dunque c’è anche una seria riflessione proprio su chi in questi anni di amministrazione del gruppo social si è guadagnato la stima di tanti sostenitori.

Una scelta sulla sua figura potrebbe rappresentare una assunzione di responsabilità a seguito di una riflessione che però per avere efficacia dovrebbe quantomeno essere il più estesa possibile. Sicuramente Falconi è apprezzato anche da una fetta di centrodestra filoberlusconiana ma che guarda con grande entusiasmo al partito salviniano.

In pole position c’è anche la figura di Sergio Manciuria, Presidente della civica “AnguillaraSvolta” che indubbiamente insieme a Silvio Bianchini e Antonio Fioroni non ha mai mollato l’osso in questi lunghi anni facendo una opposizione attenta e serrata, condividendo tutti i passi con il suo bacino di sostenitori, molti civici e altrettanti orientati a un centrodestra dalle sfumature sociali.

La figura di Manciuria potrebbe trovare un ampio punto di incontro, a partire da Antonio Fioroni che crede nella sua figura. Fioroni avrebbe tutte le carte in regola per fare il vicesindaco con delega al Sociale e allo Sport perché si è guadagnato la stima di tanti nella cittadinanza e anche la caratteristica di essere persona coerente. Non ultimo elemento da sottovalutare è l’apprezzamento verso Sergio Manciuria anche da parte del segretario del Pd locale Francesco Pizzorno che ha riconosciuto al presidente di AnguillaraSvolta una presenza civica importante e costante.  

Enrico Serami si è messo in gioco, anche lui sempre coerente al suo posto alla guida di Fratelli d’Italia locale. Un giovane con un gran bel spaccato d’esperienza e militanza che potrebbe contribuire a portare una ventata nuova a palazzo.

Antonio Pizzigallo, con l’aplomb e la figura del sindaco già incorporati nella sua statura. Forse il sindaco giusto ma con una serie oggettiva di mancate opportunità nel curriculum, la più grande fra tutte è la perdita delle ultime elezioni al ballottaggio con Sabrina Anselmo. E se da medico ha il polso della situazione, da politico navigato e di lunga esperienza è consapevole anche che un cambiamento generazionale è necessario e forse è proprio per questo motivo che in queste ore si fa sempre più avanti la proposta di candidatura del giovane Angelo Pizzigallo, un passaggio di testimone a casa del dottore che sicuramente è valida e plausibile ma non troverebbe forse un largo consenso all’interno del centrodestra sebbene potrebbe guadagnare un’ottima posizione all’interno di una ampia coalizione con vocazione più civica… almeno a questo giro, come si dice nei  migliori salotti politici. 

Dopo questo primo escursus, le considerazioni che non vogliamo omettere di fare sono che una squadra coesa con una figura civica e condivisa alla guida potrebbe portare un contributo importante e necessario per dare una inversione di marcia positiva alla città di Anguillara Sabazia. Ma i personalismi vanno assolutamente messi da parte per il bene e il futuro di Anguillara. 

Una coalizione compatta di questa stesura potrebbe addirittura vincere le elezioni al primo turno.

Il centrosinistra si presenta già unito e la scelta del proprio candidato potrebbe ricadere su una donna anche se a tenere banco è stata la possibile candidatura dell’ex comandante della polizia municipale Francesco Guidi conosciuto con il nome di Orgone. Una idea che però troverebbe qualche freno personale e con tutta probabilità si sta dirigendo verso il naufragio.

Non è esclusa una figura femminile alla guida del centrosinistra come la stimata Lucia Bianchini ma anche un Michele Cardone o Stefano Mondati per non escludere la possibilità di una scesa in campo in prima persona di Enrico Stronati il quale però, e attenzione perchè questo è un dato interessante, guarda di buon occhio alla figura di Falconi per la cui causa, riteniamo, possa portare un contributo. Tutto sta a capire in che maniera e posizione visto che molto difficilmente Falconi sposterebbe l’attenzione verso il centrosinistra. 

I pentastellati tentano il bis, anche se ormai i sostenitori M5s ad Anguillara Sabazia, dopo i tanti fallimenti e mal di pancia susseguitesi nel corso della consiliatura Anselmo, si possono contare con il pallottoliere.

Insomma il clima si fa rovente e probabilmente ascoltare i protagonisti sulla loro visione “piano regolatore” di Anguillara Sabazia potrebbe accelerare un corso naturale e non lontano verso una quadra che auspichiamo non sia troppo squadrata. A buon intenditor…

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Economia e Finanza

Stati generali dell’Economia: la politica che, nell’emergenza, cerca il punto di emersione. Costituzione permettendo

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di Angelo Lucarella*

Una recente affermazione del Presidente Mattarella è il punto da cui partire: “la Magistratura recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza del diritto”. Mi si dirà, condivisibilmente, cosa mai c’entri la questione toghe con gli Stati generali dell’Economia. C’entra eccome. Il mondo “Giustizia” vale, stime 2019, circa 18 miliardi di euro e costituisce pressappoco il 3% di Pil; la lentezza del sistema, nel suo complesso, costa invece circa il 2% di esso.

Allora come si fa a non tenere conto del fatto che il diritto, in altri termini, non è che l’economia stessa di un paese? D’altronde il diritto non altro delimita il confine in cui il mondo del “pubblico” ed il mondo del “privato” cercano la rispettiva dignità in un rapporto di auspicato equilibrio che, il più delle volte, vede il primo sopraffare l’altro e, sporadicamente, accadendo il contrario.  

Chi dovrebbe essere l’arbitro? Un soggetto terzo, imparziale (non immacolato, ma quasi) chiamato Giudice

Nella nostra Costituzione c’è l’art. 111 il quale, splendidamente, afferma un principio sacrosanto chiamato “Giusto Processo”; un principio che fonda le radici nella parità di trattamento (meglio detta eguaglianza), nel diritto di difesa (pieno ed effettivo), nell’equilibrio dell’arbitro, per l’appunto, presumibilmente terzo ed imparziale.

Per garantire tutto ciò, nel lontano dopoguerra, si era pensato di dotare la magistratura di c.d. “indipendenza”. A poco a poco, tuttavia, la politica succedutasi nei decenni ha quasi del tutto abrogato (mi si faccia passare il termine) se stessa al punto tale di essersi spogliata di un ruolo fondamentale quale diretto interposto tra Popolo e Potere.

La magistratura ha dovuto, da una parte, “sostituire” la politica e, dall’altra, “arrestare” la politica medesima in qualche occasione. Certamente non si può fare una colpa ai giudici per avere cercato di combattere il malaffare.

Anzi quei Giudici coraggiosi, dediti al lavoro e che, talvolta, ci hanno rimesso affetti e, disperatamente aggiungerei, anche la vita andrebbero non solo riconosciuti a futura memoria (quanto a valor massimo repubblicano esistente), ma soprattutto studiati!

Penso sia questo il fulcro principale su cui si dovrebbe instradare una riforma seria del mondo “Giustizia”: chi ha competenza, nei ruoli per cui serve competenza (partendo anche dalla questione universitaria).

Oggi il mondo cambia velocemente. Vero. La mole di norme è ancor più aumentata negli ultimi 20 anni rispetto alla prima Repubblica. Il contenzioso italiano, quindi, è sempre più tecnico anche tenuto conto delle numerosissime disposizioni normative di matrice europea ed internazionale.

Non si può più fondare un sistema ispirato al “Giusto Processo” se vige, ancora, l’idea che il magistrato si differenzia per funzione e non per carriera. È pur vero che la separazione delle carriere di per sé sola non basterebbe a rendere migliore l’affermazione del principio di certezza del diritto legato ad una credibilità complessiva del sistema.

Occorrerebbe che si riscoprisse una sensibilità maggiore rispetto ai tempi che corrono: ma questo potrà riaffermarsi solo se alle spalle della magistratura vi ci sarà una politica tornata consapevole e studiosa dei fenomeni.

Non trascurandosi il fatto, poi, che la formazione continua obbligatoria non serve a granché se ad essa non si accompagna una funzionale responsabilizzazione del giudice (a prescindere dalle norme generali esistenti) rispetto a ciò che fa; ciò per rendere tale figura più uguale, nel bene o nel male, a tutti gli altri cittadini.

Le parole del Presidente Mattarella, quindi, non sono peregrine. La credibilità del terzo potere dello Stato passa dalla certezza del diritto: principio che nella reale vita del “sistema giustizia” diventa realtà solo mediante il fare dei magistrati contraddistinto da approccio solenne, imparziale, terzo, equilibrato, fermo, colmo di rettitudine e (soprattutto) alimentato di competenza.

Parole, comunque, che se per un attimo affibbiate alla politica diventerebbero, quasi identicamente, così elaborate: “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si diano leggi certe”.

Ecco come, cambiando l’ordine degli addendi, può percepirsi una portata immensa nel significato di poche parole ben ordinate in modo sistematico; già, perché, in ipotesi contraria il risultato sarebbe altro e cioè il seguente “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza delle leggi”.

Non è un caso. Le parole hanno un senso specifico per come ordinate. Nel caso della politica dare “certezza di leggi” è cosa diametralmente opposta rispetto al partorire “leggi certe”.

Perché nelle leggi certe non si nasconderà alcuna possibilità di interpretazione discrezionale da parte del Giudice e, così facendo, sarà più facile e semplice (tanto per le imprese che per i lavoratori, ad esempio, dato che si è nel pieno degli Stati generali dell’Economia) capire qual è la portata “giusta” di una disciplina legata all’attività economica, all’investimento, al lavoro, ecc.

Allora, se proprio una stortura del sistema giudiziario si può evincere, non è nella separazione delle carriere il nocciolo della questione (semmai ne è il derivato), ma nel divieto di carriere e laddove, con quest’ultimo termine, si vuole riferirsi più che altro alla duplice diversità di formazione tra accusatore e giudicante che si forgia durante l’espletamento della funzione magistratuale (e mai prima durante il percorso universitario o pre-concorso pubblico).

Recentemente l’ex Presidente della Camera On.le Luciano Violante ha ricordato che difficilmente, nel nostro sistema, chi inizia come indagatore finisce, poi, per essere l’arbitro della contesa e viceversa.

Della serie se nasci tondo, non puoi morire quadrato

Al Senato, nel maggio 2019, il Pres. Casellati ha ricordato anche i risultati degli ultimi monitoraggi sulla durata dei processi fatti dal Ministero della Giustizia: circa il 20 per cento dei procedimenti incardinati nei tribunali e oltre il 40 per cento di quelli presso le Corti di Appello sono a rischio di “legge Pinto” (trattasi della norma che prevede l’equa riparazione per il cittadino per danni causati dall’irragionevole durata di un processo).

Ad ogni buon conto anomalie ve ne sono parecchie: come certificato dal “quadro di valutazione sullo stato della giustizia 2018”, pubblicato dalla Commissione europea, esse hanno prodotto in questi anni costi enormi a carico dei bilanci dello Stato facendo sprofondare lo stivale tra gli ultimi in Europa quanto ad efficienza del “sistema giustizia”.

Un esempio su tutti? Una primeggia nel ruvido contrasto di ruoli di cui innanzi.

Si consideri come il sistema di giustizia tributaria, tutt’oggi, sia l’emblema del dualismo di mentalità giurisdizionale derivato dal fatto che in quasi tutte le Commissioni Tributarie italiane ci sono Procuratori degli uffici di Pubblico Ministero a decidere le sorti dei contribuenti.

Magistrati i quali, pertanto, ricoprono contemporaneamente due uffici d’incarico pubblico: inquirenti nel penale, giudicanti nel tributario.

La questione anomala appena rappresentata, però, non va risolta semplicisticamente così: un buon inquirente potrebbe essere anche un ottimo giudicante e saper discernere i rispettivi ruoli a seconda della funzione di giustizia da svolgere ed a cui è chiamato.

È proprio qui che si inciampa perché il Giudice del Pubblico Ministero dipende dal CSM, mentre il Giudice tributario dipende dal sistema di Giustizia tributaria organizzato e controllato dal Ministero dell’Economia (detto MEF) in tutto e per tutto.

Si badi bene che il MEF non solo è il controllore del cittadino tramite gli Enti delle entrate, non solo è la controparte naturale del giudizio tributario, ma è anche il soggetto a cui fa riferimento il giudice del tributario ed a cui deve dare conto del suo operato di decidente.

Quanto innanzi non è che uno degli innumerevoli incidenti di percorso; il nostro legislatore da anni non riesce a decifrarne politicamente la portata negativa (in termini generali) ed a risolvere la sovrapposizione di interessi in gioco (costituzionalmente parlando).

Ne va certamente di quella famosa “parvenza di imparzialità e terzietà” a cui i fruitori di giustizia vorrebbero affidarsi: proprio perché ne va della credibilità del sistema oltreché del paese.

Questo è un nodo cruciale del corretto rapporto tra Popolo e Potere e, di contro, del quanto più ottimale bilanciamento tra i poteri stessi dello Stato.

Se c’è qualcosa, con priorità tra le priorità, da cui si potrebbe partire agli Stati generali dell’Economia insediati dal Pres. Giuseppe Conte è proprio questo: il ruolo della politica dinanzi alla crisi della magistratura (e non il contrario) che, a conti fatti, deriva a sua volta dal troppo onere caricato sul giurisdizionale nonché dal troppo potere dato negli anni dalla politica stessa (così da implicarne diversi riflessi d’interferenza, assolutamente non funzionale, con il legislatore e l’esecutivo).

Sulla questione “giustizia” ne va, eccome, dello sviluppo del paese.

Mettendoci per un secondo nei panni di un investitore straniero, pur con la Costituzione più bella al mondo, quest’ultimo si troverebbe dinanzi ad un sistema quasi “infernale”; per non parlare del costo sociale che, specie aggravata dall’ultima riforma sulla prescrizione, si appresta, per certi versi, a vestirsi di “diabolico”.

La sopraffazione di un potere rispetto all’altro rischierebbe e, cogentemente, rischia di portare il paese (e la storia ce lo insegna) ad un processo “democraticamente irreversibile” in cui la iniziativa privata, pur costituzionalmente tutelata ed in qualsiasi forma, rimarrebbe lettera morta sino ad arrivare, man mano, ad una economia Generale dello Stato.

Il cambio di rotta ci può essere purché fatto con competenza; perché di “certezza della politica” ne abbiamo da vendere, ma è di “certa politica” di cui il paese avrebbe bisogno.

La Magistratura non ha tutte le colpe, ma alcuni giudici si

Tutto il contrario della Politica: a cui, in tempi di emergenza, tocca rimanere a galla cercando al più presto un punto di emersione. Al Popolo, per ora, non rimane che l’assoluzione dai peccati. Costituzione permettendo.

*Avvocato tributarista, Presidente CLN AssoConsum, membro Commissione Giustizia MISE

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