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Editoriali

Strage di Erba: verso la revisione del processo

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Prof. Carmelo Lavorino: “Non dico che Rosa e Olindo siano innocenti o colpevoli: dico solo che i reperti vanno sempre analizzati tutti.”

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di Roberto Ragone

 

La sera dell’11 dicembre 2006, attorno alle ore 20, a Erba, in provincia di Como, qualcuno uccise, a sprangate e coltellate, quattro persone,due donne, un uomo e un bambino di due anni e tre mesi,  lasciando per morto un ferito grave, che poi divenne l’unico testimone oculare del fatto criminoso. Per quell’evento omicidiario sono stati condannati, e sono tuttora detenuti, due coniugi, Rosa Bazzi e Olindo Romano, i quali, dopo aver confessato il crimine, pur con una confessione zoppicante e lacunosa, dopo qualche tempo ritrattarono, ma non furono creduti. Nei due gradi di giudizio, però, ci furono quelle che potremmo definire omissioni, nell’esame dei vari reperti rinvenuti sul luogo del delitto, ora in mano ai RIS di Parma e all’Università di Pavia. Per questo motivo, l’avvocato Schembri, coadiuvato dall’avvocato Nico D’Ascola e dall’avvocato Luisa Bordeaux, ha presentato un’istanza di incidente probatorio per esaminare davanti al giudice del tribunale di Corte d’Appello, a Brescia, almeno sette, ma probabilmente di più, reperti relativi alle indagini sull’omicidio, che non furono ammessi all’esame di giudici dei primi due procedimenti.  Il processo a Rosa e Olindo suscitò molto rumore, come tanto chiasso aveva suscitato la strage e la sua efferatezza, e , come accade ormai da diversi anni, i media se ne impadronirono, a caccia di sensazioni, influenzando, come è già stato ampiamente dibattuto, il sentire comune, e di conseguenza anche tutto l’andamento della vicenda. Il popolo della TV si divise fra innocentisti e colpevolisti, e purtroppo fin dall’inizio le indagini furono indirizzate in un’unica direzione. Ora la Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta del collegio di difesa, ha ordinato che venga effettuato un esame dei reperti il cui esame, alla luce della confessione resa dai due indagati, non venne ritenuto necessario. L’esame avverrà  in incidente probatorio, e sarà, se positivo per la difesa,  propedeutico ad una richiesta di revisione del processo. Si sono aperte così nuove ipotesi investigative, che si vogliono approfondire, e c’è la possibilità che il processo di secondo grado venga rifatto con altri presupposti, e che i due ora ergastolani possano essere riconosciuti innocenti.  A proposito di questa spinosa vicenda, che, se dimostrata secondo le tesi della difesa, avrebbe tenuto in carcere due innocenti per quasi undici anni, abbiamo voluto chiedere un parere al noto criminologo professor Carmelo Lavorino, già consulente della difesa di numerosi processi di grande rilevanza mediatica, come, ad esempio, fu il caso dell’omicidio di via Poma, a Roma, e titolare del CESCRIN, Centro di Criminologia e Investigazione Criminale.

Professore, innanzitutto grazie per la sua consueta cortesia e disponibilità. Avrà letto sui giornali della probabile revisione del processo a Rosa e Olindo per la strage di Erba. Nonostante lei non se ne sia occupato in prima persona, sappiamo che lei è sempre molto attento a questi avvenimenti di cronaca giudiziaria, e quindi sempre bene informato.  Per questo mi farebbe piacere avere un suo parere sulla vicenda.

Il giorno dopo la strage venni intervistato dal quotidiano ‘La Padania’, dove dichiarai che le modalità omicidiarie, cioè lo sgozzamento tramite coltello e il fracassamento con una sbarra, potevano anche far pensare ad una banda di balordi, di criminali, appartenenti ad una etnia africana ed agenti per “dare una lezione”; questo, perché il modus operandi esecutivo lascia una serie di tracce comportamentali molto importanti.

Detto questo, a mio avviso, contro Rosa Bazzi e Olindo Romano, ci sono soltanto tre elementi, cioè: il riconoscimento tardivo e contraddittorio di Frigerio [l’unico testimone oculare, lasciato per morto ndr], per il quale, a mio avviso, ci possiamo trovare anche di fronte ad una suggestione ed alla psicopatologia della testimonianza, anche perché nel suo riconoscimento vi sono molte contraddizioni. Poi, la macchia sangue rinvenuta sul copritacco della macchina di Olindo; in ultimo, la confessione dei due.

Confessione illogica, strana e contraddittoria. Non vorrei entrare nel merito di questi elementi, perché la confessione può sempre essere spinta, estorta, manipolata; ci può essere una situazione di soggezione psicologica da parte dei due e di terrore della divisione e della fine del loro rapporto, e quindi ogni confessione va vagliata scientificamente sotto il profilo dei riscontri e della logica.

Riconoscimento contraddittorio, incerto e tardivo. La dichiarazione di Frigerio potrebbe anche essere non attendibile, sia perché il riconoscimento può essere frutto di suggestione e spinto abilmente da qualcuno che vedeva in Olindo l’assassino, sia perché all’inizio aveva descritto l’aggressore come una persona di colore olivastro, da solo; poi invece parlò di Olindo, e in seguito parlò di una donna, asserendo che sicuramente quella donna era la moglie di Olindo. Quindi, secondo me, ci potremmo trovare di fronte a una psicopatologia della testimonianza e ad una distorsione della stessa, sfociata nell’autoconvincimento riverberante.

Una sola traccia di sangue in luogo accessibile a chiunque. La macchia di sangue sul copritacco della macchina di Olindo potrebbe essere una contaminazione, volendo fermarci in questo ambito e senza fare i diffidenti e i maliziosi. Vedremo poi cosa è successo.

Mancano troppe tracce che dovevano esserci, e l’assenza di tracce è una traccia. Noi sappiamo che sulla scena del crimine, molto ampia, anche se parzialmente distrutta, non venne trovata alcuna traccia di Olindo e Rosa, così come in casa di Olindo e Rosa non venne trovata alcuna traccia del sangue e/o  biologica delle cinque vittime che, secondo gli investigatori, Olindo e Rosa avrebbero dovuto colpire con due coltelli ed una spranga di ferro con almeno un centinaio di colpi: come mai?

All’interno dell’auto di Olindo non fu rinvenuta alcuna traccia di sangue, né sui sedili, né su alcuna parte, tranne che su quel copritacco, forse una contaminazione o “il destino”, come ho già detto. Nondimeno, ricordo che l’avvocato Schembri trovò duecentottantaquattro contraddizioni nella ricostruzione della scena del crimine fatta dai due coniugi quando si erano autoincolpati. 

 

Accertamenti tecnici non approfonditi. Il problema è che in questo processo, molti reperti relativi alla strage non vennero analizzati perché immediatamente dopo la pista Marzouk -, che si sciolse come neve al sole, perché lui al momento dell’incursione era in Tunisia, in visita ai genitori, e quindi lontano dalla scena del crimine -, gli inquirenti puntarono Olindo e Rosa. Automaticamente tutte le altre piste non vennero seguite e molte tracce non vennero analizzate. E purtroppo sappiamo che molti errori giudiziari avvengono per la c.d. “fretta investigativa unita alla certezza di “averci azzeccato””. Quindi, a prescindere dal fatto che Olindo e Rosa siano colpevoli o innocenti, dato che in definitiva la loro confessione lascia il tempo che trova, la testimonianza di Frigerio a mio avviso potè essere suggestionata, e quella macchia di sangue potrebbe dire poco, avrebbero dovuto  essere analizzati tutti i reperti  trovati sulla scena del crimine.

 

I reperti che ora devono essere analizzati. Giustamente la difesa ha chiesto che molti reperti che non sono stati analizzati debbano essere analizzati, e la Cassazione ha detto sì, che questi reperti siano analizzati. Vediamo un po’, partiamo dal bambino, da Youssef. Su di lui sono stati trovati quattro capelli, di cui, uno castano-nero, uno castano-chiaro lungo dieci centimetri, un altro nero lungo un centimetro e mezzo e un altro ancora: due frontali e due sulla schiena del bimbo. Oltretutto le unghie del bambino non sono mai state analizzate. Per cui potrebbero essere trovate tracce del soggetto ignoto che ha aggredito il bambino. Quindi se la struttura  di questi capelli dovesse essere  riferibile a Rosa Bazzi e Olindo Romano, il problema è loro. Se però i capelli non appartengono a questi due soggetti, c’è da chiedersi come mai almeno tre soggetti abbiano manipolato il bambino, quindi, tracce di soggetti  non riferibili a Rosa, a Olindo  e tanto meno alla piccola vittima. Quindi,  questi reperti che devono essere analizzati: è un quesito che dev’essere sciolto.

È stato rinvenuto sul pianerottolo un accendino, che potrebbe essere quello con cui è stato appiccato il fuoco. Su questo accendino dovrebbero trovarsi tracce di DNA, sudore o tessuto epiteliale, e tracce papillari (le impronte digitali) di chi lo ha usato. Queste tracce dovrebbero essere riferibili, quindi, o a Rosa, o a Olindo,  a una delle vittime, o a un soggetto ignoto: in quest’ultimo caso la situazione è a favore di Rosa e Olindo.

È stato anche rinvenuto un mazzo di chiavi, che non si sa a chi appartenga: vediamo, sempre tramite la ricerca del DNA e delle tracce papillari, a chi possa essere riferibile un insieme di tracce del genere. Questo serve proprio a verificare se Rosa e Olindo possano essere esclusi o meno.

Nemmeno sono stati analizzati i giubbotti delle tre vittime, cioè di Valeria Cherubini, di Raffaella Castagna e di Paola Galli, gli adulti. Poiché sono stati colpiti a coltellate, pugnalate, fendenti e con una spranga di ferro, è probabile che ci sia del DNA degli assassini sui loro giubbotti. Può esserci sangue dell’assassino che si è ferito, o tessuto epiteliale, sudore o saliva. Ricordiamo che nel caso del delitto dell’Olgiata, sull’asciugamani che copriva il volto della contessa Alberica Filo della Torre, c’erano una cinquantina di macchie di sangue, di cui quarantotto erano della vittima, e due dell’assassino. Con il passare degli anni sono state analizzate anche le due macchie di sangue residue, e hanno fatto individuare l’assassino nel filippino Manuel. È ovvio che tutti i reperti devono essere analizzati, e bisogna vedere ogni reperto che cosa ci dice, cosa parla, cosa comunica a livello scientifico e criminalistico.

Sono stati rinvenuti dei mozziconi di sigaretta,  che non sono stati analizzati: sappiamo perfettamente che i mozziconi di sigaretta conservano tracce di saliva, e quindi, di DNA, vediamo a chi appartengono.

È stato rinvenuto un cellulare. Non si sa di chi sia, ma presenta certamente tracce di DNA, come al solito, sudore, tessuto epiteliale e saliva, più impronte digitali. In più, guardando il codice IMEI si può vedere a chi è intestato, si possono ricavare altri dati. Naturalmente i tabulati non esistono più, perché vengono cancellati dopo due anni, però il cellulare può parlare ancora.

Sul terrazzino dell’appartamento di Raffaella Castagna è stata rinvenuta una macchia di sangue: vediamo di chi è, e a chiunque appartenga, vittima o altro soggetto, il risultato dev’essere contestualizzato nell’analisi criminale totale.

Le unghie del bambino sono state analizzate in maniera superficiale, così come anche quelle delle altre tre vittime: le unghie delle vittime ci potrebbero dare, come sappiamo perfettamente, le solite tracce merceologiche (tessuti, fibra …), sudore, pelle, DNA  eccetera.

Vi ho elencato gli elementi che la difesa di Olindo e Rosa chiese a suo tempo alla Corte d’Appello di Brescia di analizzare e che la Corte d’Appello di Brescia rifiutò, invece la Procura Generale presso la Cassazione ha dato parere positivo, è stata d’accordo. Qui noi non possiamo dire che Rosa e Olindo sono innocenti o colpevoli: diciamo che questi elementi dovevano essere analizzati a loro tempo, che purtroppo non vennero analizzati  e che, infine, potrebbero raccontare una storia ben diversa dalla sentenza di condanna. Per cui, se tutti questi reperti escludono Rosa e Olindo, e congiuntamente individuano le tracce di una o più persone, a mio avviso il processo di potrebbe riaprire, e si effettuerebbe il processo per revisione.

Valutiamo il modus operandi della combinazione assassina, chiunque essa sia.  Analizzando ciò che è successo, ci troviamo una vittima colpita con trentaquattro pugnalate e otto sprangate, parlo della Cherubini. La mamma del bambino è stata colpita con otto pugnalate e sprangate, la nonna del bambino con molte pugnalate e sprangate, a differenza del bambino che ha avuto una sola ferita alla gola, così come Frigerio, che è stato preso a colpi di spranga e pugnalate, una alla gola: il risultato è che tutte e cinque le vittime sono state colpite alla gola e le quattro adulte sono state “fracassate” con la spranga. La tecnica di sgozzamento, applicata a tutte e cinque le vittime, ci parla di una tendenza a colpire in quel modo particolare verso il bersaglio speciale e preferito della gola, che può fare parte di tradizioni ataviche, di un’abitudine, di un modus operandi aggressivo di attacco particolare originato da tradizioni particolari. Così come usare la spranga è una maniera punitiva primitiva e bestiale, perché si è ricevuta un’offesa gravissima e la si vuole lavare col “fracassamento altrui”. Constatiamo, inoltre, che i soggetti che hanno commesso questa strage, siano Olindo e Rosa, o altri soggetti ignoti, hanno anche bruciato la casa, sia per eliminare le tracce sia per vendetta come parte finale di un rituale primordiale, quindi questo ci porta anche a delle forme ancestrali ataviche, barbare, di distruzione, che significano: “… io vengo a casa tua, violento o fracasso e uccido tua moglie, uccido tuo figlio, brucio la casa se tu non ci sei e distruggo la tua famiglia e la tua progenie”: ebbene, tutto questo ci potrebbe portare all’interno di un regolamento di conti, o con la sola mamma del bambino, quindi Raffaella Castagna, o nei confronti di Azouz Marzouk. Avremmo quindi come  obiettivo primario della strage proprio la famiglia di Azouz, cioè la suocera, la moglie e il figlio, poi sono intervenuti i coniugi Frigerio (vittime impreviste e danni collaterali), che sono stati eliminati per tacitazione testimoniale, in quanto davano fastidio come testimoni. Il fatto che Frigerio non sia morto è stato “un inconveniente esecutivo”,  in quanto l’uomo aveva una malformazione congenita alla carotide, che lo ha salvato dal dissanguamento

Ora dobbiamo aspettare gli esiti di queste analisi scientifiche. Noi lo abbiamo sempre detto, che la scena del crimine deve essere analizzata sotto tutti gli aspetti, bisogna ipotizzare tutto quello che è possibile, non bisogna tralasciare nulla, e non bisogna prediligere una sola pista, perché se poi questa pista ci fa prediligere alcuni reperti utili solo alla nostra pista, ci fa discriminare l’azione analitico-scientifica, e questo è grave.

 

Cioè, un altro caso, come dice lei, di innamoramento della tesi accusatoria?

 

Sì, però qui c’è stata la maledetta simbiosi diabolica dell’innamoramento del sospetto  e innamoramento  della tesi accusatoria senza elementi totalizzanti. Una pista lasciava ipotizzare, a livello investigativo, che potessero essere stati  Olindo e Rosa, poi, a livello inconscio, il sospetto è stato spinto nei loro confronti ed ha coinvolto l’intero apparato investigativo. Io non dico che sono innocenti. Dico soltanto che tutto dev’essere analizzato. Devono essere effettuate tutte le analisi scientifiche, tutti gli accertamenti tecnici possibili. Se la difesa degli imputati chiede delle verifiche scientifiche, queste devono essere fatte, perché altrimenti  succede quello che è successo a Perugia [omicidio Meredith Kercher ndr.], dove il DNA è stato analizzato in un secondo momento, o all’Olgiata [omicidio Filo della Torre ndr.], dove il sangue è stato analizzato in un secondo momento. Bisogna fare tutto, maledetto  e subito, senza farsi fuorviare da convincimenti o da pregiudizi.

Non sono neanche state considerate le testimonianze di due testimoni oculari, che hanno riferito di aver visto dei soggetti di pelle scura, scendere dal terrazzino della casa di Castagna su via Diaz, e poi allontanarsi in direzione di Piazza del Mercato. In Piazza del Mercato altre persone hanno riferito di aver visto in orario concomitante con quello della strage, due persone di colore, in compagnia di un terzo soggetto di pelle chiara, presumibilmente italiano, viene da pensare che la dinamica degli omicidi sia stata: un ‘palo’, l’italiano, che aspetta di sotto, e i due che vanno di sopra, uccidono tutti quelli che trovano davanti e danno fuoco alla casa. Queste sono, lei giustamente non l’ha voluto dire, ma sono tecniche omicidiarie islamiche, come apprendiamo dai media. Quindi nei confronti di Marzouk.


Certo, io su questo sono pienamente d’accordo, ma ora dobbiamo vedere quello che ci vengono a dire le nuove analisi, che avrebbero dovuto essere effettuate immediatamente. Lei sa perfettamente che per quanto riguarda Bossetti io sono colpevolista, anche perché appena dopo il rinvenimento del cadavere della povera Yara Gambirasio, tracciai un profilo che si adattò completamente e immediatamente a Bossetti; però ho sempre detto che la Corte doveva disporre tutte le perizie che la difesa di Bossetti ha chiesto, più altre, perché quando si condanna una persona, la si deve condannare al di là di ogni ragionevole dubbio. Quindi in OGNI PROCESSO devono essere effettuati tutti gli accertamenti tecnici possibili, perché se non sono effettuati, poi ci piangeremo addosso.

Perciò, che cosa abbiamo notato, anche per la questione che lei ha detto, della presenza di  due persone di carnagione scura: essa si va a sovrapporre, a congiungere alla mia ipotesi  di sgozzamento per mano di soggetti adusi a tecniche del genere, e si sposa anche con la prima dichiarazione di Frigerio, che dice di aver visto l’assassino, uno con la carnagione olivastra. Poi piano piano questa carnagione olivastra si è sbiancata, ed è diventata quella di Olindo. Al che gli inquirenti, poiché avevano già una loro idea che potrebbe essere definita anche “ pregiudizio” – che si chiama ‘innamoramento del sospetto’, e diventa poi ‘innamoramento della tesi accusatoria’, un mio cavallo di battaglia, – cos’hanno fatto? Hanno applicato proprio il principio di Schopenauer. Questa è una cosa che ripeto sempre. Schopenauer dice: un’idea svolge nella testa la stessa vita di un organismo; prende e accetta soltanto ciò che le piace e che le conviene per prosperare e progredire, e rifiuta ogni altro elemento ed aspetto non gradito.  E qui è successa la stessa cosa. Poiché queste testimonianze non erano gradite all’ipotesi accusatoria, automaticamente sono andate a escludersi, e questo è quello che noi chiamiamo anche nella logica l’errore genetico. Cioè, andare a prendere soltanto ciò che è conveniente per la tesi in cui si crede, e rifiutare tutte le alternative perché non gradite.

A quanto riferisce l’avvocato Schembri, in questo pare abbia avuto una grossa responsabilità un investigatore dei Carabinieri. Penso che questa condotta sia piuttosto grave, se dimostrata,

Guardi, quando c’è un errore, o una inadeguatezza giudiziaria, è sempre colpa degli investigatori e del loro “metodo e sistema”, proprio perché gli investigatori o hanno tralasciato qualcosa, o si sono fatti fuorviare, o hanno sbagliato, o si sono innamorati del sospetto e della tesi e poi hanno agito in tal senso. Se facciamo una carrellata su tutti gli errori giudiziari italiani, o anche sulle investigazioni andate a finire male, ci accorgiamo che ci sono sempre l’errore investigativo e  l’inadeguatezza investigativa. Che può essere per l’innamoramento del sospetto e della tesi, può essere per non capacità totale di analisi criminale, può essere per pregiudizio, o per altri motivi.

Come sempre, l’analisi del professor Lavorino è lucida, completa, esauriente, metodica, meticolosa. Aspettiamo, a questo punto, che la Corte d’Appello di Brescia ospiti l’incidente probatorio disposto dalla Cassazione, e speriamo, dopo undici anni, che venga fatta luce sui troppi punti oscuri di questo crimine di una rara efferatezza, che, ad un occhio profano, mostra la mano di due o più professionisti dell’assassinio. Non è facile uccidere un altro essere umano, e ancor più difficile farlo in quel modo cruento e selvaggio, brutale, feroce, se non lo si è già fatto altre volte. Specialmente se si è modesti  operai impiegati in una ditta di smaltimento rifiuti, o donna delle pulizie.

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Governo Pd5: aggiungi un’altra poltrona che c’e’ un sottosegretario in piu’

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Aggiungi un’altra poltrona che c’e’ un sottosegretario in piu’ o anche aggiungi un altro sottosegretario perché c’è una poltrona in più. Tutto dipende dal punto di vista di chi guarda, ma l’oggetto è sempre “quello”, la spartizione delle poltrone.

Finalmente la faida per l’appropriazione delle poltrone si è sedata e la squadra del Governo Conte 2.0, sembra finalmente, avere trovato la pace. I viceministri sono stati collocati proporzionalmente, 4 al PD e 6 al M5S. Le ghiotte poltrone dei sottosegretari sono state condivise “in buona armonia” tra i commensali del gran banchetto luculliano a Montecitorio. Agli invitati M5S è andato il boccone del prete, cioè 21 postazioni; al PD sono state riservate 18 poltrone; a LEU per gratitudine sono state servite 2 portate ed 1 poltrona è stata regalata come obolo al Movimento Associativo Italiani all’Estero. Lo so, di quest’ultimo nessuno ne conosceva l’esistenza. Così è, ma a Conte 2.0 faceva comodo.

A questo punto l’Italiano ignaro tira un sospiro di sollievo e va a dormire tranquillo, pensando che ormai l’Italia si trova in mani sicure, il cambiamento avviato, la svolta pure e la barca va. Ma le cose stanno proprio così? Non pare proprio. Ci vuole un grande senso di realismo per crederlo. Nel caso del governo Conte 2.0 i due movimenti girano su rotatori opposti. Attualmente stanno al semaforo. Si guardano in faccia. Si studiano e sono attenti a non sovrastarsi a vicenda. Davanti a loro una corsa ad ostacoli e lungo il percorso della maratona, sui bordi del sentiero, li attende una folla oceanica, che non sta lì per applaudirli, al contrario per rinfacciargli il volta faccia, e piccoli e grandi, anziani e non solo gridano il loro dissenso.

Se il buongiorno si vede dal mattino, l’infuocata querelle fra i due “colori” per la spartizione dei sottosegretari e dei viceministri non lascia alcun dubbio. E’ stato peggio del concorso per la selezione dei Navigator quando a Roma si sono presentati 100 mila candidati. Per le poltrone dei sottosegretari e viceministri si dice che a Montecitorio ci sia stata una folla incontrollabile e qualche accesa discussione tra la “riva gialla e la riva rossa”.

Gente che segue gli avvenimenti come vengono trasmessi dalle varie reti, ieri sera commentavano. Si sentivano commenti di ogni genere e alcuni non si possono riportare qui per rispetto di chi legge. Un signore di una certa età vantandosi d’avere avuto la fortuna di ascoltare le battute di Ernesto Calindri e Franco Volpi nel Carosello della China Martini, esternando tutto il suo scetticismo esclamava:“Non può durare. Dura minga, dura no”.

È naturale che la reazione alla decisione di procedere a questa forma di governo da parte del Colle, battezzato il governo del cambiamento, della svolta, possa essere il disincanto di una domanda: durerà questo governo, e, se sì, avrà davvero i margini di consenso, in Parlamento, per poter governare davvero, per dare risposte efficaci ai problemi del Paese?
Tratteniamo il respiro. Domani è un altro giorno…

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Giuseppe Conte: il re è nudo

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Giuseppe Conte, da Volturara Appula, in provincia di Foggia, sulle montagne della Daunia, altitudine circa 550 mt. sul livello del mare, abitanti poco più di 400: praticamente un condominio. Il nome Volturara – associato all’aggettivo Appula, per la sua collocazione in Puglia – significa ‘Città degli avvoltoi’, dal latino ‘Vultur’, ‘avvoltoio’ , un rapace poco elegante che si nutre di carcasse in putrefazione, uno spazzino della natura. Un uccello rapace dalla grande apertura alare, ma non nobile come l’aquila: in realtà asservito ad uno scopo ben preciso. Un uccello dalle grandi ali, ma dalla moralità di saprofago. Un luogo che ha dato i natali al nostro, degno cittadino di quel piccolissimo Comune, figlio del segretario comunale e di una maestra elementare, cresciuto all’ombra dei Gesuiti del Collegio Nazareth, che nella evidenza delle cose lo hanno accompagnato dov’è ora: da Volturara a Bruxelles il passo è lungo.

Conte è volato a riferire alla sua superiore Ursula Von Der Leyen, non appena terminata la scontata cerimonia di fiducia al nuovo governo in Senato, lasciando il suo scranno dorato ancora caldo. Una visita lampo. L’uomo che sussurrava alla Merkel è andato a presentare alla presidente della Commissione europea la sua obbedienza, senza riceverne particolari elogi. Tutto era previsto, e non era ammesso che fosse il contrario.

Salvini fa paura. Con il suo piglio rozzo ma efficiente, con il suo vocabolario grezzo, ma espressivo ha fatto paura a tutti i papaveri dell’UE. Ha fatto paura anche per il suo potere aggregante, e per il progetto di creare una forza populista e sovranista con i capi di Stato di altri Paesi – come Orbàn e la Le Pen – che potesse bilanciare lo strapotere di una Unione Europea strumento di poteri forti che vengono da lontano. Tanto che a Bruxelles, ma anche a Strasburgo, a Parigi e a Berlino, si sono disposti a contrastarlo, e l’hanno fatto con la loro consueta efficienza da Spectre. Oggi è chiaro a tutti che il ribaltone che Salvini – definito ‘traditore’ da Conte e dai Cinquestelle, i veri traditori – aveva percepito, non era una scusa per indire nuove elezioni e capitalizzare i consensi che i sondaggi gli accreditavano.

La manovra sotterranea targata Renzi era già in atto da almeno sei mesi, e bloccava l’attività parlamentare, già prima che Matteo Salvini dichiarasse finita l’esperienza di governo. Dell’inciucio tra PD e 5stelle s’è saputo da una anonima Gola Profonda. Un ministro – di cui tutti, naturalmente conoscono nome e cognome – che non ha resistito alla tentazione di vantarsi di aver tramato con altri pentastellati per far cadere il governo, bloccandone le azioni, cosa di cui Salvini si lamentava da parecchio. La certezza è che anche Giuseppe Conte sapesse tutto, e che se ne sia fatto complice, alla luce del suo convinto europeismo. Tanti, troppi, non hanno ben compreso il motivo dell’interruzione di un esecutivo che alla fine sembrava poter durare, e il torto dell’ex ministro dell’Interno è stato quello di non spiegare chiaramente, fuor dai denti, ciò che era successo. A volte l’impulsività è segno anche di ingenuità, e ciò che circolava in quei giorni soprattutto sui social, a proposito dei rapporti fra PD e 5 Stelle non consentiva l’ipotesi di una combine. Tutta scena. Anche, e soprattutto, quando Di Maio ha dichiarato platealmente “Mai con il partito di Bibbiano”.

Il professor Giuseppe Conte, l’ex Cincinnato, l’ex Cavaliere Senza Macchia e Senza Paura, l’ex avvocato del popolo italiano e ora avvocato di Bruxelles, è uscito, da quella fiducia data al ‘suo’ governo, molto ridimensionato. Caduta la maschera, si è mostrato per quello che è, un esecutore degli ordini impartiti dalla UE, un sodale di Merkel e Macron, l’artefice di un’operazione che non è stata fatta in nome del popolo italiano, a cui sempre più si vuol togliere la dignità d’essere un popolo, padrone e sovrano in casa propria. La conversazione al bancone del bar tra Conte e la Merkel, sussurrata in un orecchio, e di cui lo stesso Conte s’è affrettato a dare una sua spiegazione, nel nome di una ormai fallimentare pretesa di ‘trasparenza’, è la dimostrazione della supinità di ‘Giuseppi’ nei confronti di una UE e di una Merkel che, pur non avendo una posizione ufficiale in seno al Parlamento Europeo, detta le regole del gioco.

Ricorda tanto il Napolitano di qualche anno fa. Come ha anche fatto con una telefonata, la Merkel, durante la formazione della nuova compagine trovaticcia, per raccomandarsi che non fosse dato spazio ai sovranisti. Così, il governo è nato da una maggioranza riguardante numeri e cifre che erano buoni il 5 di marzo del 2018, ma che ormai non sono più quelli.

Una maggioranza di carta e sulla carta, per capitalizzare – i Cinquestelle – consensi ormai svaniti, che appartengono al passato e che non crediamo tornerranno. Un governo retto da una maggioranza inesistente nel paese, buona solo per le aule parlamentari. Un’operazione concepita per evitare di subire il sorpasso – già avvenuto, secondo i sondaggi – della Lega nei confronti del M5S. Una trappola in cui siamo caduti tutti, confusi dai discorsi di Giuseppe Conte.

Non si capisce perché al Presidente del Consiglio serva tanto tempo per preparare un discorso, come è stato sia per l’intervento al Senato, quando lui stesso si è preoccupato di mostrare il suo ‘coraggio’ nello staccare la spina al governo gialloverde, sia in occasione del voto di fiducia scontato alla Camera, sia per la fiducia scontata al Senato. Non si capisce perché gli ci voglia tanto tempo per scrivere sempre le stesse banalità, con l’abuso di termini quali ‘coraggio’, ‘nuovo’, ‘crescita’, ‘lotta all’evasione fiscale’, ‘lotta alla disoccupazione’, ‘lavoro per i giovani’, ‘asili nido per tutti’, ‘responsabilità’, e via così, in un festival dell’ovvio e dello zuccheroso, e mentre, come si dice a Roma, ‘le chiacchiere stanno a zero’ ; mentre il sospetto è che quelle chiacchiere nascondano altri programmi che non si vogliono esplicitare. Per poi andare a baciare la pantofola alla Merkel e alla Von Der Leyne. Intanto la corsa alle poltrone di sottosegretario è incominciata e già finita, e qualcuno è rimasto a terra, perchè, come riferisce un quotidiano oggi, i sederi sono in numero eccedente l’effettiva disponibilità. Qualcun altro si dovrà accontentare, aspettando di scalare l’ambita posizione in appresso, come è accaduto alla ora ‘ministra’ delle Politiche Agricole Teresa Bellanova. La quale, per non smentire la sua appartenenza alla Casta controllata da Bruxelles, ha subito aperto le braccia agli OGM, Organismi Geneticamente Modificati, prodotti dalla americana Monsanto, i quali, nonostante non sia stato dimostrato scientificamente, non possono non essere a lungo termine nocivi per l’organismo umano; e al CETA, quell’accordo di libero scambio con gli USA e il Canada, da cui riceviamo migliaia di tonnellate di grano al glifosato, che in altri Paesi pare sia smaltito come rifiuto tossico. Il Glifosato è un erbicida non selettivo sospettato d’essere cancerogeno e mutageno, che viene usato specialmente in Canada per la raccolta precoce del grano, prodotto dalla Monsanto e ora anche dalla tedesca Bayer, e del quale proprio la Germania ha vietato l’uso nelle sue campagne. Un accordo, il CETA, micidiale per i nostri produttori – ma probabilmente remunerativo per i nostri politici – che troveranno il mercato interno invaso da prodotti non italiani, e quindi senza quelle caratteristiche di controllo che contraddistinguono ciò che in Italia si produce, oltre alla concorrenza sleale dei prezzi. È questo, e come tale si è immediatamente rivelato, terreno di scontro con i 5 Stelle, mentre i nostri agricoltori, lontani dall’essere protetti dal loro Ministro, già protestano.
Sul fronte fiscale si affaccia una tassa del 2 % per i prelievi in contante eccedenti i 1500 euro mensili, nell’ambito della disincentivazione all’uso del contante: il controllo economico è una delle leve più forti nei confronti di un popolo, e il pretesto è sempre quello della lotta all’evasione fiscale, mentre chi deve evadere lo fa ancora e sempre con la massima tranquillità. Sono ‘I grande evasori’: tutti sanno chi sono, ma sono troppo potenti per attaccarli.

Mentre il sindaco di Lampedusa, all’arrivo degli 81 della Ocean Viking, strilla “Siamo accoglienti ma non stupidi!” Zingaretti tuona che bisogna aprire i porti, “Senza se e senza ma”, espressione molto cara ai nostri politici. Anche se lui, da segretario del PD, non avrebbe alcuna voce in capitolo per ordinare gli sbarchi: ma tant’è, Salvini bisogna contrastarlo sempre e comunque, e anche questo è obbedienza all’UE -Macron-Merkel-Bilderberg. Nonostante le fantasie di Conte, che millanta accordi europei per l’accoglienza ai migranti, e le minacce di una sanzione (per ora solo ipotetica) per gli Stati membri che non obbediscano, le sue richieste non hanno trovato, appunto, accoglienza. Basterà pagare la sanzione e non accogliere gli africani, sarà sempre più vantaggioso economicamente e non creerà disturbo alla popolazione e problemi al governo. Intanto quelli della Ocean Viking rimarranno tutti in Italia, stavolta sì, senza se e senza ma, mentre pare che in Libia migliaia di persone siano già pronte ad imbarcarsi sul solito gommone-navetta per venire da noi, che ormai non abbiamo più protezione. Vengono per i motivi più disparati, ma intuibili: abbiamo scoperto di recente – ma non c’è voluto molto – che tante donne in stato interessante vengono a partorire in Italia, dove hanno a disposizione il nostro sistema sanitario, con completa assistenza al parto, per il quale non pagano una lira, tanto chi paga siamo noi. Mentre a noi tocca aspettare mesi per una TAC o un esame salvavita, e le cure della Lorenzin – per non dir mancamento della Grillo – hanno tranciato in maniera assolutamente orizzontale presidi medici indispensabili, sulla base soltanto di un ipotetico numero di ingressi e distanze misurabili sulla carta.

Così, per fare un esempio, mentre a Viterbo si raddoppia l’Ospedale di Belcolle, a Ronciglione, a ventitré chilometri di strada tutta curve, impraticabile d’inverno con la neve, si chiude l’Ospedale S. Anna, una struttura che funzionava benissimo ed era completa e punto di riferimento per i paesi circonvicini, ridotta ormai a semplice Punto di Assistenza Infermieristica, privata anche della possibilità di fare un prelievo di sangue.
Dicevamo di Conte. Ci era apparso come un gigante, ma si è affrettato a dimostrare d’essere un pigmeo, agli ordini di una Europa che all’Italia s’è già presentata male, con l’inganno e l’austerity, quella misura del governo Monti che ha distrutto ad arte la nostra economia, e ancora ne subiamo gli effetti. Mentre all’orizzonte s’affacciano, tra l’altro, l’eutanasia, i matrimoni e le adozioni gay, il gender, lo Ius Soli, la patrimoniale tanto cara alle sinistre. Un’altra delle banalità ricorrenti dei discorsi programmatici di Conte è la lotta alla mafia: tutti argomenti demagogici, che fanno presa sul grande pubblico, complici i giornali e le TV di Stato.

A proposito di mafia, di quelle ufficiali noi ne abbiamo almeno tre. A queste s’è aggiunta, di recente la più crudele, la nigeriana – arrivata con i barconi – quella del commercio degli organi. Certamente di mafie ce n’è ancora di più, di quelle che tengono il profilo tanto basso da non essere individuate. Ma ce n’è una che ci avviluppa tutti – alla fine la mafia è un fatto culturale e storico – e che circola nei corridoi del potere politico, tanto che non è appropriato chiamarla mafia, perché non ne ha i metodi; ma, alla fine, i risultati sono gli stessi. È una sorta di organismo amorfo, mutante, proteiforme. Ricorda un’ameba, che si trasforma secondo le sue esigenze, e che clona se stessa, moltiplicandosi, in un groviglio inestricabile e inestricato, che si nutre di corruzione, di mazzette, di favori, di poteri, di inciuci, di clientele, di voti di scambio; che si nutre di intrighi di palazzo, di pugnalate alla schiena, di tradimenti; che si cerca, si avviluppa, si mescola, si prende e si lascia, mai mostrando il suo vero volto, ma a volte mescolandosi e incastrandosi in poteri in odore di illegalità, al punto che non si distinguono più i limiti dell’uno e dell’altro. Alla ricerca del potere che diviene fine a se stesso, confondendo il fine col mezzo; potere politico, potere economico, clientele. L’Italia è il Paese delle raccomandazioni e dei raccomandati, della ricerca dell’onorevole o del monsignore, per trovare lavoro, essere promossi agli studi, sistemarsi la vita: in cambio di voti.
Oggi, da ciò che vediamo leggendo fra le righe, lo scopo dei politici non è più l’amministrazione della Repubblica; quella Res Publica, o Cosa Pubblica – la casa di tutti – che una volta era affidata a probiviri, da gente integra, al di sopra di ogni sospetto, ( da cui il termine ‘candidato’, dalla veste candida di ognuno che simboleggiava la sua mancanza di colpe) oggi asservita a chi il potere lo vuole esercitare per i propri scopi e non certo per il bene dei cittadini. La corsa alle poltrone è diventata un fenomeno tale, che non è più possibile tenerlo nascosto, è sotto gli occhi di tutti.

Ma ciò che fa orrore, quando se n’è acquisita l’immagine, è questo organismo ectoplasmatico, impalpabile e amorfo che muta, si trasforma, permea, corrode, corrompe, unisce e divide, prendendo ogni volta la forma che più riesce ad ingannare il popolo bue, ma mai quella vera, autentica e veritiera. Quello che vediamo nei programmi politici, e quello che ci ammanniscono come orientamento politico, non è mai la verità; o, per meglio dire, la realtà. È solo fuffa per gli idioti, controinformazione, menzogna, con il contentino, quando a loro aggrada, di portarci al voto; che poi viene utilizzato come all’ameba fa comodo. Oggi abbiamo un governo che non risponde alla volontà popolare, accuratamente dribblata. Un governo giuridicamente esatto, costituzionalmente perfetto, derivato dagli accordi proteiformi dei corridoi del palazzo, con un ‘pigmeo’ a capo dello stesso. Un ex-gigante ridimensionato, a cui va tutta la nostra compassione di uomini liberi. Mentre lui, libero, non è.

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Editoriali

Governo gialloROSA: quanta confusione sotto questo cielo

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Tanta confusione sotto questo cielo. L’Italia e gli italiani sono divisi esattamente a metà se si guarda agli ultimi sondaggi: il blocco di centro destra e quello del centro sinistra forte ora anche dei 5 Stelle si attestano entrambi al 45%.

Lo scossone della crisi di questo pazzo agosto ha portato ad una nuova maggioranza parlamentare. Il governo gialloverde ha lasciato il posto al governo giallorosa (colorare il PD di rosso sarebbe una esagerazione anche per molti democratici tra cui Renzi che tresca a giorni alterni con pezzi di Forza Italia scontenti dall’immobilismo del loro partito). A sugellare il nuovo accordo un nuovo programma riassunto in 26 punti di estremi buoni propositi troppo generici. Anche se il Movimento 5 Stelle e Partito Democratico avranno tempo per dimostrare se alle intenzioni seguiranno i fatti, non si può non ravvisare nell’area dem una dissonanza tra alcune parti del nuovo progetto e quanto fin qui realizzato.

Senza perdersi nel passato professionale di ministri e parlamentari, la figura politica del segretario del PD, Nicola Zingaretti, basta a dimostrarlo. La confort-zone di Zingaretti è la Regione Lazio. La governa da sette anni dopo quattro passati nell’ex Provincia di Roma ora Città Metropolitana. Sono in molti a domandarsi come possa mantenere le cariche di segretario dem, governatore del Lazio e commissario alla sanità laziale.

Nel programma giallorosa, al punto 19 si asserisce la necessità di “tutelare i beni comuni, come la scuola, l’acqua pubblica, la sanità”. Non nominare la sanità ai cittadini laziali. Gli ospedali romani sono ai minimi termini e la costruzione del Policlinico dei Castelli Romani con la chiusura di molti ospedali ha creato vari malumori. Inoltre dal 2008 la sanità laziale è in commissariamento, il fondo di dotazione è l’unico in Italia ad essere in negativo per quasi un miliardo di euro. Sul caso è intervenuto più volte l’ex ministro della Salute Giulia Grillo e i 5 Stelle hanno redatto un dossier economico. Ora che a Viale Giorgio Ribotta siede Speranza (Liberi e Uguali), come sarà trattato questo tema?

Per la prima volta i membri del neonato esecutivo hanno fatto riferimento al problema della gestione di Roma. Al Campidoglio dal 22 giugno 2016 si è insediata la giunta del Movimento 5 Stelle di Virginia Raggi che ha sempre rimarcato l’assenza di dialogo con le istituzioni della Regione. La Capitale è subissata da un debito di circa 12 miliardi accumulati tra il 1950 e il 2008. Anche se è nota l’ostilità tra la grillina Lombardi (maggiorente 5 Stelle alla Regione Lazio) e la sindaca di Roma, il governatore dem Zingaretti sembra non essersi mai posto il problema di una sintonia tra Regione e Comune.
Infine la svolta Green del Governo: “Occorre realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell’ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti climatici…” Se i 5 Stelle hanno fatto, sin dalle origini, del sostegno all’ economia circolare e alle fonti di energia rinnovabili una delle loro principali punti programmatici, lo stesso non si può dire per il Partito Democratico. A documentarlo sempre la Regione Lazio. L’ambiente è davvero il tallone d’Achille di Nicola Zingaretti.

Nel suo programma del 3 marzo riporta “sostenibilità sociale, ambientale e economica”. Per motivi di spazio riporteremo solo un caso che riesce a restituire la cifra di un comportamento che è diventato orma prassi a Via della Pisana.

Lo scorso 12 settembre 2018 è stato approvato con emendamenti, l’articolo 3 della proposta di legge regionale n.55 del 2018 sulla semplificazione amministrativa effettuata dalla Giunta regionale del Lazio presieduta da Zingaretti. Questa modifica riguarda la procedura di approvazione dei piani delle aree naturali. In complessivi 7 mesi di silenzio-assenso, il piano dell’area naturale protetta potrà essere approvato senza alcuna discussione. Una norma che quanto meno sembra essere fatta apposta per favorire la speculazione all’interno dei parchi come riporta su Il Fatto Quotidiano Fabio Balocco. Stessa cosa per la costruzione dell’autostrada Roma-Latina, bloccata dal Consiglio Di Stato. L’opera, che Zingaretti descrive come “fondamentale”, cade sul territorio della Riserva naturale statale del litorale romano ed in particolare, per oltre 10km, nella zona 1 dove vige divieto assoluto di realizzare opere architettoniche

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