Bullismo, mobbing e stalking. Nuove tutele per delle patologie certificate: parlano gli esperti

Il mobbing, lo stalking ed il bullismo sono di fatto l’espressione di una società in cui sono dominanti i valori della sopraffazione e dell’arbitrio del più forte sul più debole, in cui i modelli vincenti, spesso veicolati anche attraverso i mass media, sono quelli dell’arroganza e del non rispetto per l’altro.

Strumenti di
autoaffermazione sono la violenza, l’aggressività, la minaccia, quale risultato
di un modo di concepire se stessi come al di sopra di tutto e tutti e quindi
anche sulle volontà altrui.

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Il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 06/02/2020

Questo in tutte
le sfere interpersonali a partire dai luoghi di lavoro, o di studio, nelle
relazioni affettive dove vige il principio della supremazia del più forte.

Ma oggi ci sono
nuove tutele per queste patologie certificate? Sicuramente è necessario un
lavoro di squadra per neutralizzare il problema.

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Da sinistra: Daniela Iozzi (Psicologa, psicoterapeuta) – Luigi Iavarone (Presidente associazione EMotivAzione) – Rosj Guido (Psicologa, psicoterapeuta)

Spesso il
persecutore è un soggetto non nuovo a certi comportamenti illeciti o criminali
e ha una certa domestichezza nel gestire le proprie attività delittuose,
rendendo di fatto poco produttive le azioni di tutela della vittima messe in
campo dagli avvocati.

Pertanto, per
ottenere risultati apprezzabili, soprattutto in caso di persecutori “abituali”
o recidivi, risulta opportuno affrontare il problema da diverse prospettive. In
sostanza, è necessaria la sinergia di diversi specialisti che si occupino del
caso congiuntamente, apportando le loro specifiche conoscenze e competenze.




Bullismo, a 9 anni presa a calci in pancia e in mezzo alle gambe. La madre aveva segnalato il problema agli insegnanti

Una bimba di 9 anni delle elementari è finita al pronto soccorso per 18 ore dopo essere stata presa a calci al basso ventre da un compagno di classe che l’avrebbe presa di mira da tre anni. L’episodio, riportato dall’Arena, è avvenuto nel veronese. I referti del pronto soccorso di Villafranca sono stati trasmessi alla Procura e la dirigente scolastica dell’istituto ha avviato accertamenti.

Le vessazioni del ragazzino, racconta la madre della vittima, “sono un problema per il quale avevo chiesto più volte alle insegnanti di intervenire, senza però ottenere nulla”. Secondo le parole della piccola, mentre si stava lavando le mani in bagno il compagno l’ha prima spinta violentemente da dietro, facendole sbattere la pancia contro il lavandino, poi l’avrebbe picchiata al corpo e alla testa e infine le avrebbe dato un calcio in mezzo alle gambe.




Bullismo, la crudeltà di una baby gang per 5 euro

“Le modalità con le quali sono stati compiuti i reati denotano una particolare ferocia del gruppo, che ha agito come un vero e proprio branco”. Ferocia e violenza solo per impossessarsi, come è capitato, di un cappellino o di 5 euro. E quanto si legge nell’ordinanza del gip dei minorenni di Milano che ha disposto il carcere 5 ragazzini e per 4 la misura cautelare del collocamento in comunità, per una serie di episodi di percosse, lesioni, minacce, rapine ed estorsioni nella zona di Abbiategrasso.

Gli episodi di bullismo non si placano. Lo scorso anno un ragazzino di 13 anni è rimasto vittima dei bulli in una scuola di Milano ed è stato arrestato un 14enne
Un ragazzino di 14 anni è stato portato agli arresti domiciliari dai carabinieri. Il giovanissimo, nato a Milano, accusato di essere il capetto di una gang di bulli che faceva il bello e il cattivo tempo in un scuola nella periferia sud di Milano. Aggressioni, ricatti ed estorsioni ai compagni prescelti come vittime. Episodi quotidiani, tanto che un 13enne è arrivato ad avere attacchi di panico alla sola idea di tornare a scuola.

Il 14enne ha costretto il 13enne a rubare a casa dei genitori. L’indagine dei carabinieri, coordinata dalla Procura per i minorenni, ha al centro un 13enne, la vittima, “costretto a rubare prima dei gioielli e poi dei soldi in casa da ‘offrire’ alla stessa banda”.

Gli investigatori – scrive il Andrea Galli sul Corriere – allertati dalla denuncia di un papà, hanno trovato indizi evidenti su un cellulare. Il genitore avrebbe anche precisato di essersi rivolto subito alla scuola dove si sarebbe sentito dire da una professoressa che in quell’istituto della zona Sud di Milano il bullismo non esisteva.

“Invece secondo le indagini il bullismo c’era e andava avanti da parecchio tempo – riporta l’articolo – almeno dal 2016” grazie a una banda di 4-5 giovanissimi che accerchiava compagni, li minacciava e in un caso forse ne ha picchiato uno.“




Lecce, bullismo: si rifiuta di dare un pacchetto di patatine e viene spinto contro un banco. Gli asportano la milza

LECCE – Spinto contro un banco da un compagno di classe per essersi rifiutato di consegnare un pacchetto di patatine, uno studente di 15 anni residente a Caprarica di Lecce ha subito l’asportazione della milza.
L’episodio sarebbe avvenuto giovedì 19 aprile, durante l’ora di ricreazione, all’interno di un istituto tecnico di Lecce, a poca distanza dal “Fermi”, la scuola al centro del video choc su cui la procura per i minorenni di Lecce ha aperto un’inchiesta. É stato il legale della famiglia della vittima, a presentare un esposto-querela in Questura. Sono in corso accertamenti per verificare se in passato il ragazzo sia stato vittima di atti di bullismo, oppure se si sia trattato di un episodio isolato.




Scuola, bullismo: serve fermezza!

Chi semina vento raccoglie tempesta. Un vecchio proverbio perfettamente adattabile alla situazione odierna della scuola italiana. Un susseguirsi di casi di bullismo, rivolto sia contro i compagni di classe che contro i professori, che sta gettando fango sull’intera istituzione scolastica. Non si intende certo affermare che determinati episodi nelle scuole italiane siano nuovi.

Ricordiamo perfettamente come anche negli anni settanta, la prevaricazione del più forte sul più debole si manifestava a volte nelle aule, certamente però non esisteva la rilevanza mediatica assunta dalla diffusione sistemica di foto e video che immortalano tali bravate. Oggi più di ieri è facile mostrare il meglio e il peggio di noi, ed è proprio quest’ultima modalità che spesso viene messa in evidenza nelle riprese amatoriali realizzate con gli smartphone. Senza limiti geografici, né di età. Recentemente sono stati evidenziati episodi a Lecce, Venezia, Lucca, Velletri.

Percosse e lesioni ai compagni di classe, o a ragazzi presi a caso da altre classi, alle medie come alle superiori

Insegnanti minacciati (“Ti sciolgo nell’acido” ha detto il ragazzo di Velletri alla sua prof), non c’è più limite al livello di violenza espressa in queste azioni. E davanti a tale tracotanza, la risposta delle istituzioni è sempre traballante. Se il Consiglio di Classe di Lucca, uno dei casi più eclatanti, ha proposto cinque sospensioni che avrebbero comportato la bocciatura, delle quali tre sono confermate dal Consiglio di Istituto, ecco che in tanti hanno iniziato a criticare “tanta durezza”. Tra le affermazioni pronunciate dai vari commentatori di professione si è sentito “Con queste punizioni rischiamo di allontanare questi ragazzi dalle scuole”. Chi si spertica nel voler recuperare tali pecorelle smarrite, si è mai chiesto invece come evitare che siano le vittime di bullismo a decidere di abbandonare gli studi a causa di tale atmosfera? Non prendere provvedimenti adeguati nei confronti dei bulli, non significa essere neutrali, ma schierarsi dalla loro parte contro chi ha subito le loro angherie.

Silvio Rossi




Lecce, bullismo: 17enne picchiato e umiliato dai compagni di classe. Ecco il video

LECCE – I genitori di un ragazzo di 17 anni hanno presentato un esposto in Procura a Lecce nel quale denunciano che il giovane sarebbe stato vittima di atti di bullismo a scuola: picchiato e umiliato dai compagni di classe. Alla denuncia è stato allegato anche un video. Il filmato sarebbe stato girato da un altro amico del giovane. Si vede in particolare uno studente che aggredisce il compagno tirandogli calci e minacciandolo con una sedia. Secondo la famiglia, il ragazzo avrebbe subito soprusi, umiliazioni e botte fin dall’inizio dell’anno scolastico. A scoprire tutto è stata la madre che ha ricevuto in chat il video nel quale vengono riprese le violenze. Il ragazzo le avrebbe confermato quanto accaduto.

 

Nel video si sentono alcune voci che, secondo l’interpretazione della mamma riferita all’avvocato Giovanni Montagna, rivelerebbero la volontà di un amico – ma dal filmato emerge la partecipazione almeno di un’altra persona – di aiutare la vittima a uscire dalla situazione di umiliazione. “Sicuro che stai registrando?”, inizia uno dei due. “Sì”, risponde l’altro. Poi, in dialetto leccese: “Così lo mettiamo a posto proprio”. “Ma a tutto io devo pensare?”, è la conclusione del dialogo.

Il legale preferisce non riferire il nome della scuola. Secondo quanto si apprende si tratta di un istituto tecnico professionale. Il diciassettenne non ha subito solo aggressioni – sul suo corpo c’erano segni che lui ha sempre cercato di minimizzare – ma anche umiliazioni.

“E’ un ragazzo molto introverso, chiuso ma che ha sempre avuto un brillante rendimento scolastico – riferisce, interpellato dall’Ansa, l’avvocato Giovanni Montagna -. Da settembre, da quando sarebbero iniziati questi episodi, invece è calato notevolmente”, racconta Montagna.

Il giovane aveva negato alla madre di avere problemi in classe fino al 7 aprile quando lei ha ricevuto un whatsapp con un video che ritraeva il figlio vittima di un compagno che lo prendeva a calci e lo minacciava con una sedia. Il video le è arrivato grazie ad un amico del 17enne che ha voluto cercare di aiutare la vittima. Quando la mamma ha chiesto spiegazioni, il giovane preso di mira dai bulli ha cercato di minimizzare. Non è ancora chiaro quanti partecipassero alle vessazioni. Sarà il lavoro della Procura a dover cercare di fare chiarezza”.

“Nonostante la riservatezza della vicenda, che riguarda minori abbiamo registrato una vasta solidarietà e un tempestivo intervento della scuola, dopo la nostra denuncia. Ci hanno assicurato che interverranno, aspettando di chiarire coinvolgimenti e responsabilità”, riferisce l’avvocato Giovanni Montagna.




Napoli, agguato mortale del branco con morte della guardia giurata. Il padre di uno degli assassini: “Volevano fare uno scherzo”

È il 3 di marzo di quest’anno, sono circa le tre del mattino. Franco Della Corte, 51 anni, guardia giurata, sta chiudendo il cancello d’accesso della metropolitana di Piscinola, Napoli. Viene aggredito e brutalmente pestato sul capo da tre ragazzini che lo aspettavano per rapinarlo della pistola, da rivendere poi a qualche malavitoso per 5/600 euro, commettendo un ulteriore crimine. Le loro armi sono gambe di un tavolo trovato nei pressi, divelte dalla loro sede. Il Della Corte, padre di famiglia, guardia giurata da sedici anni, riesce a difendere l’oggetto della tentata rapina, subendo una dura punizione da parte dei tre, che, pare, avessero anche ‘fumato’ qualcosa. Il branco fugge, senza aver potuto portare a termine l’azione, ripreso dalle telecamere di sorveglianza, immagini fondamentali per l’identificazione e l’arresto dei tre minorenni, due di 16 e uno di 17 anni.

Della Corte muore in ospedale dopo due settimane di agonia, nonostante le cure mediche

Evidentemente la bastonate sono state inflitte con ferocia e crudeltà, e non soltanto per stordirlo, ma anche per causargli un danno maggiore, senza badare che la ripetitività e la violenza dei colpi avrebbero potuto ucciderlo, con sommo sprezzo della vita di un uomo. Non è retorica dire che il mestiere di guardia giurata è uno dei più rischiosi e meno redditizi, e anche molto disagevole. Se infatti i malviventi si fanno scrupolo – oggi molto meno – di uccidere o aggredire un rappresentante ufficiale delle Forze dell’Ordine, non altrettanto avviene per questi ‘vigilantes’, che vengono a volte attirati in luoghi isolati con false segnalazioni e minacciati pesantemente. I tre ragazzi provengono da Scampia, un quartiere a rischio, soggetto più volte di indagini giornalistiche, blitz delle FdO, e notoriamente centrale di spaccio. A Scampia c’è il buono e il cattivo. Persone costrette a vivere fianco a fianco con delinquenti di varia natura, e pregiudicati che usano quegli anfratti, quegli androni, quelle scale, per meglio nascondere le loro attività illecite. Evidentemente siamo qui capitati in questa seconda categoria. Intervistato dal TG della Rai, il padre di uno dei ragazzi – indossando una maglietta nera con una grossa scritta NARCOS sul petto, – ha detto che, naturalmente, suo figlio non c’entra, e che nessuno, riferito dal ragazzo, si era fermato per interrompere l’aggressione. Ci chiediamo prima di tutto quanti testimoni possa avere avuto l’episodio criminoso, alle tre del mattino, a metropolitana chiusa. Fosse stato in buona fede, il ragazzo, avrebbe potuto cercare lui di far qualcosa. “Era uno scherzo” ha detto il padre, con un mezzo sorriso sul volto. Superfluo da parte nostra dire che gli scherzi così assomigliano tanto a degli omicidi premeditati. Superfluo da parte nostra chiedere a questo genitore perché suo figlio a quell’ora non era nel suo letto, essendo evidente che il minorenne era uscito di casa la sera prima, con i suoi compagni: “Un branco di lupi”, come ha detto il questore di Napoli Antonio De Jesu, “che attendevano l’agnello.” L’associazione per delinquere – tre persone – è evidente. Come è anche da investigare cosa abbiano combinato questi tre sbandati dall’ora in cui sono apparsi sulle strade della città fino all’omicidio.

Oggi gli episodi di bullismo sono all’ordine del giorno, codificati e il più delle volte tollerati

Qui si va oltre. Aspettare una persona armati di gambe di tavolo, divelte per l’occasione, – ricordiamo che siamo nell’ambito di ‘armi improprie’, ma sempre armi – non è più bullismo, né ‘uno scherzo’, come ha sentenziato sorridendo il padre di uno dei tre. Un albero nuovo, quando viene messo a dimora, ha bisogno di un bastoncello che lo guidi nella crescita, per non farlo venire su storto. È chiaro ed evidente che i colpevoli della morte di Franco Della Corte, onesto lavoratore e padre di famiglia, unico sostegno economico dei suoi, non sono solo i tre disgraziati, ma anche, e soprattutto, quelli che solo per stirpe si fanno chiamare ‘genitori’, i quali hanno clamorosamente fallito il loro compito, e andrebbero ingabbiati con i figli; tanto perché anche loro imparino qualcosa: come si sta a l mondo, per esempio, e che uccidere un uomo a bastonate alle sei del mattino non è ‘uno scherzo’ finito male. La violenza dei colpi e il loro numero, oltre che il peso dei bastoni adoperati ne fanno fede.

Addirittura sui social sono apparsi post di incoraggiamento e solidarietà per i tre assassini

Questo è un malcostume che una società civile non deve più tollerare. Tutti ci aspettiamo, visti i precedenti, che qualche magistrato – magari di sinistra, e magari con poca esperienza – riesca a far ridurre la pena ai tre ragazzi del branco, e che se la cavino con un buffetto sulla guancia: in questo caso rimetteremmo in circuito tre banditi in erba, ma già sulla buona strada per crimini maggiori. Al contrario, ci auguriamo che finalmente questa società che si va sempre più sfaldando e imbarbarendo, e per la quale non esistono più canoni etici e morali, sappia avere un moto di orgoglio, dando chiaro e forte un segnale a tutti coloro che la vorrebbero in pieno caos, senza più regole. Ci viene in mente il famoso ‘Far West’ tanto sbandierato da chi non vorrebbe che i cittadini si potessero legittimamente difendere a casa propria, privandoli delle armi. In questo caso non sarebbero gli onesti a creare il Far West – come sta accadendo – ma i delinquenti. Pare che uno dei ragazzi, per nulla pentito, abbia chiesto se in galera ci sia la doccia. Questo ci da’ una dimensione del compito che gli educatori debbono assolvere, di riffa o di raffa. Ma prima di tutto bisogna insegnare ad un uomo che indegnamente si fregia del titolo di ‘padre’, che uccidere un uomo non è ‘uno scherzo’, anche se, secondo qualcuno, ‘finito male’. L’augurio di noi tutti, di tutte le persone oneste, e soprattutto dei due figli rimasti senza padre, è che i tre del branco vengano incriminati e condannati per il reato realmente commesso, cioè omicidio premeditato aggravato da crudeltà, e tentata rapina, in concorso, quindi con l’aggravante dell’associazione per delinquere. Nulla rileva che siano minorenni: hanno commesso un crimine ‘da grandi’, e come tali vanno giudicati, aldilà di un ipotetico ‘recupero’. Tollerare ancora questi atti criminosi, nascondendosi dietro alla giovane età dei delinquenti, non farà altro che incoraggiare altri nel commettere delitti: e questo non è di una società che si dichiara democratica e civile. Ministro Orlando, dove sei?




Bullismo e Cyberbullismo: il punto di Luana Campa

Numerosi studi longitudinali provenienti da diversi Paesi condotti sul tema del Bullismo hanno concluso che tale fenomeno porta conseguenze negative per la salute fisica, psicologica e relazionale delle vittime.
Spesso la sofferenza delle vittime di Bullismo si esprime con il rifiuto dell’ambiente scolastico, con la tendenza a evitare di andare a scuola e con il mostrare segni di difficoltà sul piano del rendimento.
I bimbi maltrattati dai compagni fin dalle elementari hanno il doppio di probabilità di soffrire di depressione, abusare di alcol e sostanze stupefacenti negli anni successivi.
Lo dimostra uno studio dell’Università del Delaware, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Pediatrics, che ha analizzato i dati di 4.300 ragazzi seguiti nel corso di cinque anni.
Questi risultati sono strettamente correlati con la frequenza e la gravità degli episodi di vittimizzazione.
Inoltre, numerosi studi hanno anche collegato la condizione di vittima all’elevato rischio di autolesionismo e di pensieri suicidari.
Per quanto invece riguarda la condizione del bullo e gli esiti psicologici, 28 studi longitudinali hanno dimostrato che agire in modo prevaricatorio per lungo tempo può portare a un aumento sia della devianza, sia al rischio di depressione.
I bulli hanno una maggiore probabilità di sviluppare disturbi psichiatrici, disturbi della condotta, comportamenti a rischio, abuso di sostanze, propensione ad azioni illegali, malesseri fisici, maggiori insuccessi scolastici e professionali, relazioni centrate su dinamiche di potere.
Quando le azioni di prepotenza (offese, parolacce o insulti, derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare, diffamazione, esclusione per le proprie opinioni, aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni) nei confronti della vittima avvengono in Rete si può parlare di Cyberbullismo.
Il Cyberbullismo è un fenomeno che ha caratteristiche simili al Bullismo ma risulta avere degli effetti negativi amplificati, specie sulle giovanissime generazioni.
Le azioni di prepotenza fatte online possono essere più pesanti di quelle che avvengono nel mondo concreto.
La prevenzione del Bullismo e del Cyberbullismo avviene attraverso l’educazione all’empatia, al rispetto dell’altro, all’importanza del gruppo e delle relazioni sociali.
Occorre informare tutti i bambini, i ragazzi e gli adulti dell’impatto emotivo che un’azione di Bullismo o Cyberbullismo può creare, facendo notare che il bullo potrebbe assumere questo comportamento in realtà per nascondere una propria debolezza, o una propria difficoltà sociale.
E’ importante realizzare nelle scuole programmi Antibullismo efficaci, di lunga durata e sistematici, coinvolgendo tutte le componenti della scuola: dagli studenti, ai genitori, agli insegnanti.
Un’altra dimensione importante è la responsabilizzazione degli spettatori.

Occorre coinvolgere la “maggioranza silenziosa” che è spesso testimone di condotte di bullismo, ma non fa niente per fermare la prepotenza. La ricerca ha dimostrato come le risposte degli spettatori siano cruciali per inibire o rafforzare i comportamenti di Bullismo.
Alcuni dei programmi più efficaci, come quelli sviluppati in Norvegia, Svezia, Spagna, si basano sull’addestramento all’empatia, sul principio della gestione democratica delle relazioni interpersonali, sulla risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e altri modi non violenti.
Il programma ha mostrato una significativa riduzione della vittimizzazione nelle scuole in cui è stato implementato.

Avvocato penalista – Criminologa Luana Campa




Minori, Tagliente: “Non confondiamo il bullismo con la delinquenza minorile”

di Francesco Tagliente, già Questore di Roma e Prefetto di Pisa

Attenzione alla devianza minorile e non confondiamo il bullismo con la delinquenza minorile.

In questi giorni si è tornato a parlare di violenza fra i banchi di scuola e atti di bullismo.
Un bambino vittima di bullismo a scuola commuove gli Stati Unti. Sua madre ha ripreso il suo sfogo con una video poi postato sui Social Network che in poche ore ha ottenuto 16 milioni di visualizzazioni.
A Palermo un ragazzino di 12 anni, stanco di subire atti di bullismo, ha tentato di darsi fuoco in classe, ma gli insegnanti e i compagni sono riusciti a bloccarlo.

Quando la nuova preoccupante devianza giovanile si manifesta come azione di gruppo nei confronti di uno o più individui incapaci di difendersi, costretti a subire una limitazione della libertà, non si può parlare solo di bullismo. Ci sono comportamenti che non possono essere derubricati a mero bullismo.

In questi casi bisogna capire se ci troviamo di fronte ad adolescenti disturbati, che avrebbero bisogno di aiuto perché solo disadattati e insicuri che ‘si difendono’ facendo il gradasso soprattutto in gruppo, oppure si tratta di giovani pre-delinquenti che compiono consapevolmente atti da delinquenti.

Se siamo in presenza di violenza privata, sequestro di persona, furto, rapina e lesioni non si può più trattare la questione solo come bullismo. Sarebbe diseducativo. Andrebbero bloccate le emulazioni facendo passare i responsabili davanti all’Autorità deputata a valutare la forma più idonea alla rieducazione sfuggita alla famiglia e alla scuola.

Abbiamo il dovere di far capire con ogni mezzo a bulli, pre-delinquenti e delinquenti, che la dignità della persona, valore e pilastro fondante della nostra Costituzione, non può essere calpestata impunemente.

Forse è arrivato il momento di far riflettere anche la politica che deve dare una risposta in materia di bullismo e delinquenza minorile tenendo presente che non esiste solo l’età anagrafica. La capacità di intendere e di volere di una persona andrebbe valutata tenendo presenti tre parametri: l’età anagrafica, quella biologica e quella psicologica.




Frosinone, la Polizia di Stato a scuola contro bullismo e cyberbullismo: obiettivo prevenzione

 

FROSINONE – Il Direttore Tecnico Capo Psicologo della Questura dott.ssa Cristina Pagliarosi ed il Responsabile della Sezione della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Frosinone Sostituto Commissario Tiziana Belli hanno incontrato gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Vallecorsa, nell’ottica della prevenzione contro ogni forma di comportamento prevaricante, come bullismo e cyberbullismo.
E’ stata sottolineata l’ importanza che riveste il gruppo osservante per demotivare o incoraggiare il bullo, evidenziando la differenza tra bullismo e cyberbullismo.
In quest’ultimo caso le azioni compiute sono più gravi perché condivise in “rete”, dove le conseguenze sono amplificate per l’ assenza dell’oblio, per la potenziale visibilità al vasto popolo del web e per la mancanza di limiti spazio – temporali dell’atto persecutorio.
Sono stati inoltre evidenziati gli aspetti giuridici dei commenti denigratori “postati” ed è stato analizzato il fenomeno del sexting, cioè la condivisione via web di immagini o video a contenuto sessuale.
Al riguardo è stato, pertanto, ricordato che i minori di 18 anni non hanno il diritto a gestire la propria l’immagine, né quella altrui e che soltanto al compimento del 14° anno di età si può ottenere un profilo social.
A conclusione dell’incontro, la giovane platea, attenta e partecipe, ha interiorizzato e condiviso il messaggio veicolato dal personale della Polizia di Stato, riconoscendo la necessità di limitare il tempo “on line” anche per i giochi virtuali e di rivalutare l’importanza di un’attività ludico-ricreativa all’aria aperta, piuttosto che “bruciare” il cervello su un dispositivo elettronico.




Montecatini, Sport e bullismo: Ecco come la pensano Francesco Tagliente e Marisa Grasso Raciti



MONTECATINI
– Si è appena concluso a Montecatini un interessante incontro-dibattito, organizzato dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato di Pistoia e del Comune di Montecatini. E’ stato affrontano il tema del bullismo e del rispetto della legalità nello sport alla presenza del mondo della scuola, del tifo, della cultura e delle istituzioni e di oltre 500 ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori. Emozionante il lungo applauso di oltre 500 studenti a seguito dell'intervento di Marisa Grasso, vedova dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, ucciso nel febbraio 2007 durante gli scontri tra tifosi di Catania e Palermo. Un entusiasmo autentico, sintomo di una nuova generazione che ha pieno rispetto della divisa del poliziotto e quindi delle istituzioni che onorano quotidianamente un servizio alla collettività

E’ stata una riflessione a più voci, moderata dal giornalista Franco Morabito, presidente dei giornalisti sportivi toscani, molto apprezzata dai ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori della città. Sono intervenuti il prefetto Angelo Ciuni e il questore Salvatore La Porta di Pistoia; il sindaco Giuseppe Bellanti e il vicesindaco Ennio Rucco di Montecatini; il prefetto Francesco Tagliente, già questore di Firenze, di Roma e prefetto di Pisa; Marisa Grasso; la criminologa Silvia Calzolari e la dirigente del commissariato di Montecatini Mara Ferasin.


Hanno preso la parola anche il rappresentante dei tifosi Empoli Athos Bagnoli, presidente dell'Unione Clubs Azzurri, prezioso punto di riferimento della scuola del tifo, per educare i tifosi, siano essi piccoli o grandi, a fare il tifo in modo corretto sulle tribune e il rappresentante della squadra di basket di serie B di Montecatini
L’evento, organizzato per il giorno del 39esimo anniversario del rapimento Moro, per non dimenticare e per educare alla legalità, è stato preceduto dalla commemorazione della strage di via Fani con il contributo del giornalista Daniele Bernardini che ha ricostruito i momenti della strage.
Il sindaco Bellandi ha parlato dei cinque uomini di scorta uffici in via Fani, invitando gli studenti presenti a rispettare la legge e di conseguenza gli altri per imparare a convivere al meglio con i compagni e a non farsi attrarre da fenomeni negativi quali il bullismo o senza percorrere cattive strade che da giovani soprattutto sono facili da seguire.

Sul rapimento Moro è intervenuto il prefetto di Pistoia Angelo Ciuni illustrando ai ragazzi il significato della commemorazione. Sollecitato dal moderatore Franco Morabito ha preso la parola anche il prefetto Tagliente che ha ricordato le paure durante quegli anni di piombo. "Si generò un clima di pericolo, di insicurezza e di paura – ha detto Tagliente che all’epoca del rapimento Moro era Capitano del Reparto Volanti della Questura di Roma – anche perché venivano colpiti pure singoli cittadini, rappresentanti della società civile, della magistratura, del mondo carcerario e delle forze dell'ordine.
Molti rappresentanti delle forze di polizia, uscendo da casa, non sapevano se sarebbero tornati. La tensione e la paura, erano entrati a fare parte della quotidianità delle loro famiglie dei poliziotti. Consapevoli che alcuni colleghi erano stati colpiti con azioni inattese e imprevedibili anche a tradimento, al momento dell’uscita o rientro a casa, in tanti si videro costretti a cambiare continuamente abitudini, itinerari e orari di uscita e rientro. Ci fu chi decise di allontanare la famiglia dalla sede di servizio”.

Passando poi al tema del dibattito sport e bullismo Tagliente ha detto che “lo sport può essere anche una buona occasione per riflettere insieme su come agire per prevenire i fenomeni di Bullismo, ciberbullismo, mobbing, straining e stalking. Quando si tratta di fenomeni di bullismo tra ragazzi, la conflittualità va gestita puntando sulla educazione, sensibilità e la diffusione della consapevolezza facendo capire che, le libertà individuali devono poter convivere con i contrapposti interessi della collettività. Per contrastare il bullismo c'è bisogno di un lavoro comune tra genitori, insegnanti e ragazzi. Il punto di incontro comune a tutti e tre è la scuola. Nessun percorso di contrasto e lotta al bullismo può funzionare se non c'è interazione tra insegnanti, famiglie e ragazzi. L'area di raccordo è la scuola, ma solo se si condividono almeno alcuni obiettivi comuni. Il primo di questi è lo sviluppo della cultura del dialogo reciproco". “Per sviluppare la cultura del dialogo nei giovani – ha proseguito Tagliente – è fondamentale che anche ‘attori’ esterni alla formazione didattica e all'educazione familiare si interessino al problema. Ma attenzione – ha concluso Tagliente – è necessario che i progetti esterni di questi ‘attori’ anche se istituzionali, siano richiesti dal mondo scolastico per evitare che la scuola diventi un progettificio”.

Di educazione alla legalità e rispetto nello sport ha parlato diffusamente la vedova Raciti, Marisa Grasso che, al fine di diffondere un messaggio contro ogni forma di violenza, ha portato la sua testimonianza ricordando il sacrificio del marito per compiere il proprio dovere. Ha raccontato anche la vita dei familiari dei poliziotti: le ansie, il timore per il pericolo connesso al lavoro ma anche l’orgoglio per l’esempio che essi rappresentano e lasciano ai propri figli e a tutti i giovani.” Voi – ha detto Marisa Grassi agli studenti – siete la mia speranza per un futuro migliore” Al termine dell’intervento tutti i presenti si sono alzati in piedi per un lunghissimo applauso.

Trattando del tema “educazione alla legalità e rispetto nello sport”, Tagliente, sollecitato dal presidente dei giornalisti sportivi della Toscana ad affrontare la questione della gestione dei riottosi e dei tifosi violenti, ha fatto riferimento ai pilastri fondamentali della sua strategia: Dialogo anche con i più riottosi, rigore giuridico e lavoro di squadra.

Per quanto concerne in dialogo, Tagliente, ha fatto espresso riferimento alla politica del doppio binario: attenzione e rispetto da un lato ed estremo rigore dall’altro. Ha richiamato anche la necessità di ricercare il dialogo a tutti i costi anche con daspati e arrestati per tentare di renderli protagonisti della propria sicurezza. Per dimostrare che aprire un dialogo con la parte meno sana del tifo e con i più riottosi è possibile, Tagliente, ha fatto riferimento “Progetto daspo” avviato, con un piccolo esercito dei daspati romani per valutare, anche in assenza di istanza degli interessati, le condizioni per la eventuale modifica della durata del divieto. “Sono stati inoltrati 334 inviti a tifosi daspati, dei quali in 151 si sono presentati e 135 hanno accettato di compilare un questionario”.
“Ne è scaturito un confronto franco e proficuo – ha detto Tagliente – i risultati dell’indagine hanno fatto emergere la non conoscenza per molti delle conseguenze di un gesto ai loro occhi “banale”, inducendo in presenza delle idonee condizioni una modifica della durata del Daspo o addirittura la revoca. Scandagliando il campione – ha aggiunto- si è notato che in molti casi, alla determinazione della revoca o della modifica si è arrivati per dichiarato ravvedimento dopo l’esito dei colloqui. Il 52 per cento del campione si è detto favorevole all’iniziativa e il 59 per cento ha ritenuto positiva anche la propria partecipazione ad una campagna informativa. La disponibilità offerta dai diretti interessati anche a partecipare a campagne di educazione alla legalità dimostra la necessità di un ulteriore sforzo di cercare il dialogo a tutti i costi, per provare almeno a ridurre comportamenti dannosi.

Sul tema è intervenuto anche il questore di Pistoia Salvatore La Porta che, nel ripercorrere le tappe significative del percorso professionale fatto con il prefetto tagliente e con i rappresentanti dei tifosi dell’Empoli e della Fiorentina ha messo in evidenze alcuni punti di forza del modello attuato a Empoli e Firenze: rimozione delle recinsioni, gestione delle partite con la polizia lontana dagli impianti, Fan zone e somministrazione assistita delle bevande alcoliche anche ai tifosi inglesi.

Sollecitato dal giornalista Morabito a chiarire ai ragazzi con un esempio la strategia adottata per cercare il dialogo ad ogni costo anche con i tifosi inglesi e della importanza del rispetto anche per i tifosi più turbolenti, Tagliente, ha poi ricordato il caso della la lettera indirizzata a John Mackin, rappresentante dello 'Spirit of Shankly', il sindacato dei tifosi del Liverpool, per illustrare tutte le misure di prevenzione e accoglienza predisposte in occasione della loro trasferta a Firenze e per sapere se avevano delle particolari esigenze concludendo il messaggio con: vi accogliamo, divertitevi, ma rispettate la città, i suoi monumenti, il suo stadio e i suoi tifosi.
Il rappresentante dei tifosi del Liverpool rispondendo alla lettera aveva ringraziato per l'approccio precisando che "Bere alcolici prima delle partite fa parte della cultura dei tifosi inglesi e di quelli del Liverpool in particolare" invitando, a evitare il divieto assoluto della somministrazione di birra e alcolici. L'unico rischio, secondo il rappresentante dei supporter inglesi, potrebbe venire dai più giovani, che in ogni caso saranno una minoranza rispetto agli oltre 2.400 tifosi che si presenteranno davanti ai cancelli del Franchi per la Champions League.Pronta la risposta: in occasione delle due successive partite internazionali, Fiorentina-Liverpool e Fiorentina-Bayern Monaco, le forze dell’ordine, le categorie economiche e gli esercenti dei pubblici esercizi fiorentini hanno sperimentato un nuovo rapporto con le tifoserie ospiti. Anziché adottare il rigido divieto di vendita di alcolici, previsto per queste occasioni, è stato deciso di procedere al solo divieto di asporto delle bevande alcoliche. I tifosi, sparsi in piccoli gruppi nei locali pubblici, hanno potuto ordinare e consumare alcolici all’interno del locale, magari mangiandoci insieme anche qualche specialità tradizionale, per poi recarsi, a stomaco pieno, allo stadio. Anziché bighellonare per strada in comitive sorvegliate a vista dalle forze dell’ordine, anziché riempire di bottiglie vuote i parapetti dei lungarni e di cocci di vetro le carreggiate stradali, i tifosi “avversari” si sono dispersi nella molteplice offerta dei pubblici esercizi fiorentini in piccoli gruppi che non si sono fatti notare. Sarà stata la qualità dell’offerta, sarà stata la sensazione di sentirsi turisti, e non “gruppi paramilitari” osteggiati dai nativi, i tifosi delle squadre ospiti si sono comportati in modo encomiabile e anche le forze dell’ordine non hanno dovuto dispiegare i classici strumenti repressivi.

Nel corso del dibattito con i ragazzi l’attenzione è caduta sulla “tessera del tifoso”. Sul punto Tagliente ha chiarito che la tessera del tifoso è uno strumento odiato dalle tifoserie più accese, proprio per il difetto di comunicazione. Un rischio che avevo previsto – ha precisato- tentando di prevenirlo. Da presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, nel mese di novembre del 2005, per corrispondere alle esigenze rappresentate dai presidenti delle società che lamentavano ritardi nel controllo accessi con i “biglietti nominativi” (introdotti pochi mesi prima, con il decreto Pisanu 6 giugno 2005), ho elaborato il progetto “Tessera del Tifoso”. Temendo che questo strumento potesse essere considerato imposto dall’alto, ho ritenuto di denominarlo “Carta del tifoso” – come risulta dal verbale della riunione del 9 novembre 2005, dell’Osservatorio Nazionale Manifestazioni Sportive – con l’obbiettivo di far accogliere il documento come "Tessera dei diritti del tifoso" La successiva gestione della comunicazione facendola percepire (erroneamente) imposta dall’alto, ha procurato danni alimentando l’odio verso i vertici istituzionali.

Il convegno è stato chiuso dalla criminologa Silvia Calzolari Con un interessante intervento "sui possibili percorsi devianti che accomunano il bullo e il potenziale tifoso violento come espressione delle stesse incapacità. In particolare – ha detto la Calzolari- entrambi presentano problemi di immagine di sé, andando alla ricerca di un'identità sociale basata su modelli negativi che vengono percepiti erroneamente come vincente"