1

Tumore: nuova analisi del sangue per scoprire 20 tipi di cancro

E’ una nuova analisi del sangue che promette di individuare la presenza di ben 20 tipi di cancro: e’ stata realizzata al Dana Faber Institute di Boston (Harvard) e nei primi test ha mostrato una accuratezza straordinaria. Nel 99.6% dei casi, i test sono riusciti ad individuare correttamente i pazienti che avevano un tumore e l’ organo da cui il cancro originava.
   I dati sono stati presentati al Conferenza della Societa’ Europea di Oncologia.
    L’ analisi e’ stata messa a punto dalla ‘Grail Inc’, azienda di biotecnologie che usa metodi innovativi per osservare le sequenze genetiche: nello specifico, il nuovo esame cerca di identificare la presenza di micro sostanze chimiche (metili) – coinvolte attraverso un processo chiamato metilazione nell’ attivazione o disattivazione di geni legati allo sviluppo dei tumori.
    Il metodo e’ stato sperimentato su 3.600 pazienti, alcuni malati di cancro, altri no. Il test ha ‘rilevato’ correttamene alcuni indicatori presenti nel sangue di chi era effettivamente malato. Ed ha identificato anche l’ organo di origine della neoplasia.
    La nuova analisi – spiegano gli scienziati in un comunicato del Dana Faber Institute – e’ diversa dalle cosiddette ‘biopsie liquide’ che cercano le mutazioni genetiche all’ interno del Dna delle cellule tumorali.
    Il test della Grail individua andamenti anormali nei processi di metilazione – spiega ancora il comunicato – che in molti casi risultano essere i piu’ indicativi della presenza di tumori.
    Tra i tipi di cancro correttamente identificati dal nuovo test figurano i tumori del seno, delle ovaie, del colon, del pancreas, della testa e collo, dell’esofago, della cistifellea. Anche casi di mieloma multiplo e leucemia




Salute: i ricchi non vivono molto più dei poveri

Non è una questione di lotta di classe, quando è arrivata l’ora di andare in cielo. Non è vero, come si tende a pensare, che i ricchi vivano molto più dei poveri.

Sfatiamo il mito

A sfatare il falso mito ci ha pensato uno studio dell’università di Copenhagen pubblicato dalla rivista Pnas, secondo cui la differenza di longevità è di circa due anni e mezzo.

Gli autori hanno analizzato l’aspettativa di vita a 40 anni e le entrate dell’intera popolazione danese tra il 1983 e il 2013, applicando, a differenza di altri studi simili, un algoritmo che tiene conto della possibilità di cambiamento di status durante la vita, con i ricchi che diventano poveri e viceversa.

L’ aspettativa per l’uomo e la donna

Con questo accorgimento l’aspettativa per un uomo di 40 anni è risultata 77,6 anni se nel gruppo a più alto reddito, e di 75,2 in quello a più basso. Per le donne la differenza è risultata ancora minore, 2,2 anni. Studi precedenti, rilevano gli autori, hanno trovato differenze quasi doppie, ma senza tenere conto della ‘mobilità’. “Lo studio – scrivono gli autori – ha anche dimostrato che negli ultimi 30 anni la differenza è aumentata, nonostante la Danimarca sia famosa per un ottimo sistema di welfare, che in teoria maschera le differenze di ceto”.

La Danimarca

Ovviamente, lo studio è stato effettuato in un paese come la Danimarca, molto differente rispetto ad un paese come il nostro. Ad esempio la mancanza di denaro per ricorrere a delle strutture private può far la differenza. Nel Bel Paese, per effettuare alcune visite o analisi, le liste di attesa posso arrivate anche ad otto mesi.

Non dimentichiamo poi la situazione specifica dell’Italia, dove per mancanza di una adeguata attenzione verso una politica ambientale, verso un’attenta alimentazione ecc. ci troviamo a vivere un aumento indescrivibile di tumori, che non guarda al conto corrente.

I numeri

Basti pensare, che sono 373.300 i nuovi casi di tumore stimati in Italia nel 2018, in aumento di 4.300 diagnosi rispetto al 2017, secondo il censimento ufficiale dell’Associazione italiana oncologia medica (Aiom), dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), di Fondazione Aiom e di Passi (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia), raccolti nel volume ‘I numeri del cancro in Italia’.

La Sanità

Il dramma della sanità ci mette del suo: secondo la Società Italiana di Medicina Interna su 20 milioni di pazienti che arrivano ogni anno in pronto soccorso, ben 3 milioni tornano poco dopo in ospedale perché visitati ‘a pezzetti’, ovvero di volta in volta dal cardiologo o dal neurologo o dal diabetologo, ma non curati con il necessario sguardo d’insieme.

Le malattie croniche non trasmissibili, come patologie cardiovascolari, tumori e diabete, sono la nuova emergenza sanitaria: in Italia sono responsabili del 92% dei decessi e sempre più spesso riguardano anche i più giovani. A fronte di questo, manca la capacità di seguire i pazienti in maniera strutturata, individuando priorità di intervento senza perdere di vista la complessità del caso.

Marco Staffiero




La salute è un lusso, sono 12 milioni gli italiani che rinunciano alle cure

 

Aumenta la spesa sanitaria privata degli italiani, che sale a 35,2 miliardi, e si espande l'area della 'sanità negata' con 12,2 milioni di persone che nell'ultimo anno hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie (1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente, pari a un incremento del 10,9%). E' quanto emerge dal Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute sulla sanità pubblica, privata e integrativa presentato oggi a Roma al 'Welfare Day 2017'. Un rapporto che fotografa una situazione in cui i Sistemi sanitari locali sono sempre più divaricati, e le opportunità di cura per i cittadini sempre più differenziate.
 
Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, Roberto Favaretto e Marco Vecchietti, rispettivamente presidente e consigliere delegato di Rbm Assicurazione Salute, Giuseppe De Rita e Francesco Maietta, rispettivamente presidente e responsabile dell’Area politiche sociali del Censis. Il Rapporto mette in evidenza come ci si trovi di fronte a un boom della spesa sanitaria privata, che porta a un gorgo di difficoltà e disuguaglianze crescenti che risucchiano milioni di persone. La spesa è aumentata del 4,2% in termini reali nel periodo 2013-2016 (un aumento maggiore della spesa totale delle famiglie per i consumi, pari a +3,4% nello stesso periodo) e sono 13 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per far fronte a spese sanitarie di tasca propria. Circa 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con parenti, amici o con le banche, e 1,8 milioni sono entrati nell’area della povertà.
 
"Più di un italiano su quattro non sa come far fronte alle spese necessarie per curarsi e subisce danni economici per pagare di tasca propria le spese sanitarie – sottolinea Marco Vecchietti, consigliere delegato di Rbm Assicurazione Salute – intanto la stessa spesa sanitaria privata, che oggi pesa per circa 580 euro pro-capite, nei prossimi dieci anni è destinata a raggiungere la somma di 1.000 euro pro-capite, per evitare il crack finanziario e assistenziale del Ssn". Una possibile soluzione? "Occorre puntare su un modello di Assicurazione sociale integrativa alla francese – osserva Vecchietti – istituzionalizzato ed esteso a tutti i cittadini, che garantirebbe finanziamenti aggiuntivi per oltre 21 miliardi di euro all’anno, attraverso i quali integrare il Fondo sanitario nazionale. Dobbiamo prendere atto che oggi abbiamo un universalismo sanitario di facciata, fonte di diseguaglianze sociali, a cui va affiancato un secondo pilastro sanitario integrativo per rendere il nostro Ssn più sostenibile, più equo e veramente inclusivo".
 
Il Rapporto Censis-Rbm rileva che tra i cittadini che hanno dovuto affrontare spese sanitarie private, hanno incontrato difficoltà economiche il 74,5% delle persone a basso reddito e il 15,6% delle persone benestanti. Difficoltà per il 51,4% delle famiglie con al proprio interno una persona non autosufficiente, che hanno affrontato spese sanitarie di tasca propria. Più si invecchia, più si deve mettere mano al portafoglio per pagarsi le cure: considerando 100 la spesa sanitaria privata pro-capite degli italiani, per un anziano si arriva a 146. La Corte dei Conti segnala un record di contrazione della spesa sanitaria pubblica italiana, con un valore pro-capite ridotto dell'1,1% all’anno in termini reali dal 2009 al 2015. Nello stesso periodo in Francia è aumentata dello 0,8% all’anno e in Germania del 2% annuo. L’incidenza rispetto al Pil della spesa sanitaria pubblica italiana è pari al 6,8%, in Francia si sale all’8,6% e in Germania si arriva al 9,4%.
 
In sintesi – sentenzia il Rapporto – meno risorse pubbliche per la sanità rispetto al passato e rispetto agli altri Paesi. Attese per prestazioni sanitarie nel servizio pubblico troppo lunghe e che spesso richiedono l'esborso del ticket. E' questa la ragione principale per cui tanti italiani vanno nel privato e pagano a tariffa intera, e le attese rilevate dal Rapporto sono impietose: per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno si arriva a 142 giorni. Per una colonscopia si attendono in media 93 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), ma al Centro di giorni ce ne vogliono 109. Per una risonanza magnetica ci vogliono in media 80 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), 111 giorni al sud. Per una visita cardiologica l’attesa media è di 67 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (+18 giorni rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud.



Salute e hi-tech: l'uso eccessivo del cellulare provoca il tumore

 

"Per la prima volta al mondo una sentenza di primo grado ha riconosciuto un nesso causale tra l'uso prolungato del cellulare e il tumore al cervello". Così gli avvocati torinesi Renato Ambrosio e Stefano Bertone hanno illustrato la sentenza emessa lo scorso 30 marzo dal giudice tribunale di Ivrea Luca Fadda. Protagonista della vicenda un dipendente 57enne di una grande azienda a italiana che per 15 anni ha utilizzato per lavoro il telefonino senza precauzioni per più di tre ore al giorno al quale è stato diagnosticato nel 2010 un tumore benigno ma invalidante. Il Tribunale ha condannato l'Inail a corrispondere al lavoratore una rendita vitalizia da malattia professionale.
 
Le motivazioni della sentenza di primo grado saranno rese note nei prossimi 50 giorni. "E' una sentenza straordinariamente importante – commenta l'avvocato Bertone – perché il fatto che si riconosca la causa oncogena insita nei campi elettromagnetici generati dai cellulari è il segno del continuo avanzamento delle conoscenze scientifiche. Il telefono cellulare è un dispositivo tecnologico che emette onde elettromagnetiche ad altissima frequenza e ogni giorno più di 40 milioni di italiani lo utilizzano. Per questo è importante che tutti siano al corrente dei rischi che corrono loro stessi e coloro che hanno intorno. E', dunque, importante riflettere sul problema e adottare le giuste contromisure".
 
La dipendenza dallo smartphone, la cosiddetta 'Sindrome da Hand-Phone' capace di ipnotizzare le persone davanti ad uno schermo, riguarda circa 7 italiani su 10. E' quanto è emerso da uno studio realizzato lo scorso settembre che ha coinvolto 4.500 persone tra i 18 e i 65 anni attraverso un monitoraggio online (Web Opinion Analysis) sui principali social network, blog e community interattive. Secondo la ricerca il 72% degli italiani ha lo smartphone sempre in mano e lo utilizza soprattutto sui mezzi pubblici (78%), nel luogo di lavoro (69%) e persino in vacanza (41%). Due italiani su 10 (19%) lo adoperano per circa 6 ore al giorno, percentuale che sale al 42% tra più giovani, mentre il 21% si attesta sulle 4 ore.
 
Il 41% si limita a 2 ore, mentre il 19% riesce a fare a meno del cellulare e lo utilizza meno di un’ora al giorno. I 'mobile-dipendenti' sono più donne (58%) che uomini (43%), hanno principalmente 18-24 d'età (67%), 35-54 (56%) e 13-17 (31%). Per avere di nuovo le mani libere, secondo 9 esperti su 10 (87%) il primo passo da fare è imparare a spegnere lo smartphone ed essere in grado di capire quando è il caso di 'staccare'. Si può approfittare del tempo libero per fare diverse attività come leggere un libro (75%), fare una passeggiata in bici o sport in genere (63%) coltivare la passione per il pollice verde (61%), concedere un massaggio al proprio partner (57%), sperimentare in cucina (53%) gustare un gelato in compagnia (52%).



Urbanizzazione e salute: due facce della stessa medaglia


di Gianfranco Nitti

Diecimila anni avanti Cristo. la Terra ospitava circa un milione di individui che diventano, ai tempi dell'Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., più o meno 150 milioni. Tra guerre, catastrofi naturali e pestilenze, si deve arrivare alle soglie del secondo millennio per raddoppiare la popolazione mondiale. Dicono gli studiosi che, intorno all’anno Mille, eravamo circa 310 milioni sul pianeta. Durante la rivoluzione industriale, a partire dal XVIII secolo, i progressi della medicina e l'aumento della qualità della vita nei paesi sviluppati portano alla cosiddetta rivoluzione demografica; il tasso di mortalità scende vertiginosamente e cresce il tasso di natalità, portando al raddoppio della popolazione mondiale in solo due secoli: dagli 800 milioni del 1750 al miliardo e 650 milioni del 1900. Poi, in solo 75 anni, la popolazione mondiale triplica, raggiungendo i 4 miliardi di individui nel 1975 e anche l’apice del tasso di crescita che da allora rallenta. Ma non così tanto, visto che gli attuali 7,3 miliardi di cittadini del mondo saranno 8,5 miliardi entro il 2030, 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100, come stima la revisione 2015 del rapporto World Population Prospects delle Nazioni Unite.


Fenomeno parallelo alla tumultuosa crescita demografica degli ultimi decenni è il sempre più spinto inurbamento, ossia la fuga dalle campagne verso le città, e la conseguente urbanizzazione dei territori, che ha portato i ricercatori delle Università di Yale, dell'Arizona State, della Texas A&M e di Stanford, a calcolare che entro il 2030 le aree urbane si espanderanno di circa 1,5 milioni di chilometri quadrati, pari all'incirca alla superficie della Mongolia, o se si preferisce di Francia, Germania e Spagna messe assieme, per accogliere 1,47 miliardi di persone neo-inurbate.

“Sempre di più, grandi masse di persone si concentrano nelle città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente”, spiegaAndrea Lenzi, Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute. “Dobbiamo prendere atto che si tratta di un fenomeno sociale inarrestabile e di una tendenza irreversibile, che va gestito e anche studiato sotto numerosi punti di vista quali l’assetto urbanistico, i trasporti, il contesto occupazionale, ma soprattutto la salute pubblica, perché alla questione inurbamento è indissolubilmente legato, purtroppo, l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, proprio per via del cambiamento degli stili di vita alimentari e di movimento”, aggiunge.
Non solo. Se oggi vivono nel mondo 415 milioni di persone con diabete – due terzi delle quali risiedono nelle città – e l’International Diabetes Federation (IDF) stima un aumento del 50%, sino a 642 milioni tra 25 anni, e se negli ultimi 40 anni l’obesità è cresciuta del 600 per cento, dai 105 milioni di obesi nel 1975 ai 640 milioni di oggi, non va dimenticato il progressivo invecchiamento della popolazione. Le stime indicano, infatti, come la percentuale di persone sopra i 65 anni potrebbe raddoppiare da qui al 2050, dall’8 al 16 per cento della popolazione mondiale. “Sono semplici dati che sottolineano come uno dei fattori che gli amministratori di una città, oggi, devono affrontare sia il tema dei determinati della salute”, dice ancora Lenzi.


All’argomento, di estrema attualità, è dedicato il nuovo numero della rivista Health Policy in Non Communicable Diseases, edita da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, presentato a Roma presso l’ASEI, Associazione della Stampa estera in Italia,, dal titolo “Healthy Cities – I determinanti della salute in città”. Ospita analisi di studiosi e ricercatori come Arpana Verma, Direttore della Division of Population Health, Health Services Research and Primary Care della University of Manchester, Ketty Vaccaro, Responsabile area salute e welfare del CENSIS, Roberta Crialesi, Direttore Sevizio Sanità e Assistenza presso la Direzione Centrale delle statistiche sulle Istituzione Sociali dell’ISTAT, Alessandro Solipaca, Direttore scientifico Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane.


Nel settembre 2015, 193 stati membri delle Nazioni Unite, riuniti a New York per discutere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile – Sustainable Development Goals (SDG) – hanno identificato, come SDG 11, un obiettivo dedicato a rendere la città inclusiva, sicura, sostenibile e capace di affrontare il cambiamento. Strumenti chiave per raggiungere questo obiettivo come lo sviluppo abitativo, la qualità dell’aria, la buona alimentazione e il trasporto sono individuati chiaramente e diventano importanti determinanti della salute delle persone nelle città. Tutto ciò si inserisce nel più generale tema del miglioramento della salute come priorità globale. “La prevalenza e alta densità della popolazione nelle metropoli, la complessità dei fattori di rischio che influenzano la salute, l’impatto delle disuguaglianze sulla salute, l’impatto sociale ed economico sono temi da affrontare e discutere, per agire concretamente sui determinanti della salute. Le città oggi non sono solo motori economici per i Paesi, ma sono centri di innovazione e sono chiamate anche a gestire e rispondere alle drammatiche transizioni demografiche ed epidemiologiche in atto”, rimarca Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto superiore di sanità e Editor in chief di Health Policy in Non Communicable Diseases.


A questa sollecitazione risponde anche il programma Cities Changing Diabetes, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk. Coinvolge istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Al programma hanno già aderito Città del Messico, Copenaghen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg e Roma è la metropoli scelta per il 2017. In queste città i ricercatori svolgono ricerche per individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte. “Non è possibile agire sui determinanti della salute e del benessere senza la compartecipazione dei diversi interlocutori che possono avere un’influenza sulla nascita e lo sviluppo delle città. Solo con un approccio multisettoriale ciascuna delle parti interessate, pur con diversi obiettivi, unendosi può fungere da catalizzatore per il miglioramento, poiché la condivisione delle idee può moltiplicare gli effetti positivi sulla salute e creare la conoscenza collettiva”, sostiene Arpana Verma nel suo editoriale sulla rivista. “La salute non è solo assenza di malattia – conclude. Il benessere e la qualità di vita devono essere considerati diritti umani basilari”.

 




ECCESSO DI SALE DA CUCINA E PROBLEMI PER LA SALUTE

A cura della Dottoressa Monia D’Amico Biologa Nutrizionista

Il sale ha un ruolo antichissimo nella storia dell’alimentazione poiché veniva utilizzato già dall’uomo del neolitico, circa 10.000 anni fa, come conservante del cibo che andava incontro a deperimento come carne e pesce.
Per anni tutti i popoli del mondo, hanno dovuto procurarsi adeguate riserve di sale, per garantire la loro sopravvivenza, con la sola esclusione degli eschimesi che potevano utilizzare il ghiaccio, per mantenere le loro derrate alimentari.
Oggi si assiste ad un abuso del sale da cucina (cloruro di sodio) che si ritiene responsabile dell’ipertensione arteriosa e dell’eccessiva ritenzione di liquidi che si presenta nel corso di malattie renali, epatiche o cardiache.
Secondo le linee guida internazionali, l’uso del sale andrebbe contenuto consumando non più di 5-6 grammi di sale da cucina al giorno poiché la nostra alimentazione è già molto ricca di cloruro di sodio ed arrivare all’eccesso è molto semplice.
Tra i cibi che contengono quantità elevate di cloruro di sodio ci sono: formaggi, salumi, pesce in scatola e carni conservate, snack salati come patatine, noccioline ecc. Inoltre tutti i cibi preparati industrialmente, per motivi di gusto o per ragioni tecnologiche hanno un contenuto di cloruro di sodio molto elevato. Il sodio è contenuto un po’ dappertutto anche nel glutammato monosodico del dato da cucina, nel bicarbonato di sodio o negli altri sali presenti nelle acque minerali e in alcuni conservati ed integratori alimentari.
Solo attraverso il consumo di cibi che contengono sodio, ogni adulto ingerisce in media 10 grammi di sale da cucina al giorno che corrisponde a 4 grammi di sodio. Più si mangiano alimenti salati e più si sviluppa una preferenza per il cibo saporito e quindi si tende ad aggiungere sale in eccesso.
Alcune persone grazie alla loro patrimonio genetico sono protette e possono consumare sale senza presentare alcun problema cardiovascolare.
L’eccesso di sodio può essere pericoloso per molte persone che risultano particolarmente sensibili anche a piccole quantità e hanno maggiore rischio di sviluppare ipertensione arteriosa e patologie cardiovascolari. L’ipertensione arteriosa può portare ad ispessimento delle pareti del cuore con conseguenze a carico del cuore stesso (angina, infarto) e anche di altri organi come il cervello (ictus), il rene (insufficienza renale) e la retina.


Quale è il sale migliore da utilizzare in cucina?
Il più comune è il sale bianco estratto dall’acqua di mare. In questo sale il contenuto di cloruro di sodio è massimo e spesso presenta anche antiagglomeranti aggiunti durante la lavorazione chimica per evitare che si indurisca assorbendo umidità. Anche se ancora è il più utilizzato è il meno naturale.
Molto comune in commercio è anche il sale iodato: si tratta di sale marino che subisce i normali processi industriali di raffinazione ma al quale in più viene aggiunto iodio. Lo iodio è particolarmente adatto alla prevenzione di alcune patologie tiroidee tipiche delle zone lontane dal mare.
Questo sale può contenere un eccesso di iodio per cui non è indicato in persone che abitano in vicinanza del mare.
Un eccesso di iodio può causare patologie tiroidee anche in persone sane e aggravare persone che soffrono di tiroidite autoimmune.
Il migliore da utilizzare è il sale marino integrale ottenuto per evaporazione dell'acqua di mare e poi sottoposto ad una serie di trattamenti superficiali di lavaggio e purificazione.
Il mancato utilizzo di metodiche di raffinazione chimica, permette al sale integrale di conservare intatto il patrimonio naturale di oligoelementi.
Questo sale oltre a contenere naturalmente cloruro di sodio contiene anche altri sali tra cui lo iodio , il magnesio, il potassio ed altri microelementi.
Esistono anche altri Sali marini integrali più pregiati e più rari da trovare con proprietà particolari come ad esempio il sale rosa dell’Himalaya, totalmente privo di sostanze inquinanti, il sale rosso delle Hawaii, il cui colore è dovuto all’elevato contenuto di ossido di ferro e il sale blu di Persia, che contiene al suo interno la silvinite (variante nel reticolo cristallino del sodio) che impartisce il caratteristico colore blu.
Senza imbatterci nella ricerca dei Sali marini più rari, il più adatto all’utilizzo domestico rimane il sale marino integrale più facile da trovare e più economico.

Esiste poi un sale dietetico consigliato dal medico a chi ha seri problemi di ipertensione e ha difficolta ad eliminare il sale da cucina: si tratta di un sale in cui è diminuito il contenuto di sodio e aumentato quello di potassio.
Come si può diminuire il consumo di sale? alcuni consigli pratici

1) Diminuire il consumo di alimenti ad elevato contenuto di sale: prosciutto e altri affettati, insaccati e formaggi salati. Evitare il consumo di patatine, snack, cibi industriali confezionati, dato da cucina e cibi precotti. Il sale si trova anche nel pane, nei biscotti, nei cereali da colazione.
2) Utilizzare in sostituzione del sale, il gomasio composto da sale marino integrale e semi di sesamo tostati in proporzione 1 a 20, spesso insaporito anche con erbe aromatiche. Utilizzando il gomasio si diminuisce molto l’apporto di sodio nella dieta e si aumenta invece l’apporto di calcio per cui è particolarmente indicato nella donna che nel periodo della menopausa necessita di uno supplemento di questo oligoelemento. Inoltre ha una azione fortificante sul sistema nervoso, e contiene oli essenziali che abbassano il colesterolo.
3) Salare l’alimento solo a cottura ultimata evitando di versare troppo sale durante la bollitura.
4) Il cibo può essere insaporito anche con erbe aromatiche e peperoncino.
Molte verdure o altri alimenti se cotti al vapore mantengono sali minerali e vitamine assumendo un sapore naturale più buono e quasi non serve l’aggiunta di sale o dato per insaporirli.
Comunque se si vuole diminuire l’apporto di sodio nella dieta basta diminuire gradualmente l’apporto di sale in modo da abituarsi pian piano ad un sapore più naturali dei cibi.

Dott.ssa Monia D’Amico Biologa Nutrizionista 3476003990




ABBRONZANTI NATURALI: ECCO COME SALVAGUARDARE LA SALUTE DAI “RAGGI KILLER”

di Christian Montagna

Con Scipione in agguato è già estate. L’Italia nella prima settimana di Giugno è stata invasa dall’anticiclone che ha regalato giorni di vera estate. E con l’aumento delle temperature, si pensa già alle prime tintarelle. C’è chi ha potuto già godere del mare e chi invece lo farà nei prossimi giorni, ma, attenzione ai raggi del sole!
La Coldiretti ha stilato la speciale classifica top ten della frutta che abbronza proprio in occasione dell’arrivo di Scipione. Ancora per molti giorni, costretti a temperature asfissianti, ecco alcuni suggerimenti per difendere l’organismo dalle elevate temperature. 

Al primo posto le CAROTE, che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile, poi RADICCHIO o SPINACI ed ALBICOCCHE sono state posizionate sul podio degli abbronzanti naturali per catturare i raggi del sole ma anche garantire una naturale abbronzatura. L’allarme in concomitanza con l’inizio della bella stagione, mira anche alla salvaguardia della salute soprattutto di bambini e anziani. Ecco la lista degli alimenti da consumare con il grande caldo:

-INSALATE,CICORIA,LATTUGHE ,MELONI,PEPERONI ,POMODORI ,ALBICOCCHE,FRAGOLE,CILIEGIE

Altre accortezze , inoltre, potranno garantire un sicuro controllo e riparo dai raggi killer del sole: è necessario vestirsi con abiti leggeri chiari di cotone o in altre fibre naturali, fare docce tiepide, truccarsi in modo leggero, proteggersi con creme adeguate conoscendo bene il proprio fototipo ed usare profumi con essenze naturali.
Sempre secondo il rapporto Coldiretti è inoltre consigliato di esporsi gradualmente al sole evitando le ore più calde e consumare cibi ricchi di vitamina A che favorisce la produzione nell'epidermide del pigmento melanina per donare il classico colore scuro alla pelle. E’ importante consumare frutta e verdura fresca, fonti di vitamine, sali minerali e liquidi preziosi per mantenere l'organismo in efficienza e per combattere i radicali liberi prodotti come conseguenza dell'esposizione solare. 




IN CAMMINO VERSO LA FELICITA'….

Sara Galea

Che cosa significa Felicità? Complicato trovare una definizione, intanto possiamo andare avanti a vedere cosa partecipa alla sua realizzazione. Sensaltro possiamo dire che non sempre la felicità si genera soltanto in individui con un quantità di emozioni positive alte, perché basta affiancare ad un  individuo così, quindi privo di input  e slanci gioiosi,  un individuo simile per creare uno stato di benessere ed armonia.

Secondo Argyle (1987), il maggiore studioso di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di soddisfazione in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l'autorealizzazione e la salute. La felicità quindi è un Obiettivo comune ma che vede motivazioni diverse a seconda di quelle che sono le emozioni presenti nell’essere umano. La felicità non è misurabile né ricreabile, è una condizione che vive in un  processo evolutivo che va da un input  al raggiungimento dell’Obiettivo/ desiderio.

Attraverso studi si è visto che l’essere umano ha  una sorta di termostato che mantiene stazionario il livello di felicità generale, anche in seguito ad episodi che lo portano ad uno stato di felicità quasi inesistente. Abbiamo una quota fissa di felicità, e questa quota può essere aumentata, e ovviamente diminuita, modificando le circostanze ( C ) della vita per portare ai massimi livelli consentiti la quota fissa. Fino a qualche anno fa si pensava che le persone più felici fossero quelle retribuite meglio, sposate, giovani, in buona salute, in possesso di una buona istruzione e credenti. Vari autori, come Campbell et al. (1976), pensano che la felicità sia determinata dalla somma di circostanze vitali positive del tutto oggettive. Altri, come Kammann (1983), ritengono che la felicità risulti dall'interpretazione soggettiva che un individuo fa delle circostanze oggettive, piuttosto che non da tali circostanze in sé e per sé. Una teoria mista accettata da Fordyce e che  sembra più corretta include circostanze oggettive, ma anche percezioni individuali e attitudini nell'ambito di un temperamento di base. Tuttavia, benché complessi possano essere i fattori, il risultato è semplice: una sensazione soggettiva di benessere durevole. Si può naturalmente notare come siano più altamente correlati con la felicità una migliore salute, più alti guadagni, grande soddisfazione a livello lavorativo, duratura gioia matrimoniale ed elevato status sociale. Ma, date le condizioni di base standard e stabili, come si può intervenire per aumentare lo stato di felicità di un individuo? Fordyce elabora un programma che subisce alcune modificazioni nel corso dei vari studi, ma che può essere cosi riassunto:

1) un'educazione alla felicità mediante letture e istruzioni, che pongono il problema e permettono un'analisi del proprio stato di felicità di ciò che manca e di ciò che si potrebbe realizzare;

2) il programma di base di 14 caratteristiche altamente tipiche di soggetti felici che l'individuo medio può emulare. I 14 principi base della felicità sono:

1) tenersi occupati e più attivi

2) spendere più tempo nella socializzazione

3) essere produttivi in un lavoro significativo

4) essere meglio organizzati e pianificare le cose

5) bloccare le preoccupazioni

6) abbassare le aspettative e le aspirazioni

7) sviluppare un pensiero ottimistico e positivo

8) essere orientati sul presente

9) lavorare su una personalità sana

10) sviluppare una personalità estroversa e socievole

11) essere se stessi

12) eliminare problemi e sentimenti negativi

13) le relazioni intime sono il numero uno delle sorgenti di felicità

14) mettere la felicità come la priorità più importante.

Il ruolo della cognitività è evidente anche in questi lavori che metodologicamente si basano più sull'azione e il comportamento. Molti lavori oggi giorno sono orientati più verso uno studio cognitivo della "Felicità" e della Qualità della Vita.

Non dimentichiamo mai l’importante gioco delle emozioni!

La felicità di tratto potrebbe essere la somma di tante felicità di stato, cioè le persone felici sono quelle che sperimentano molti momenti felici, la congruenza del Sé operativo e di quello ideale.

La capacità di riconoscere i sentimenti propri e altrui, di motivarsi, di darsi energia, di gestire positivamente i sentimenti tanto dentro di sé che nelle relazioni, e di usarli per guidare il pensiero e l’azione si chiama intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva ( Goleman) è una parte dell’intelligenza, quindi non è l’alternativa all’intelligenza razionale, ma la completa e la traduce in atti. Un alto QI non è garanzia di successo futuro e può convivere con un’alta ottusità, perché il QI misura solo l’intelligenza razionale e non quella globale. L’intelligenza emotiva conta più del QI, che è fisso dall’adolescenza, più della competenza, più della cultura, per determinare la riuscita in qualsiasi lavoro. Questo perché l’intelligenza emotiva agisce e influisce sul saper essere e sul sapersi relazionare, mentre quella razionale agisce e influisce sul sapere e sul saper fare.
L’intelligenza emotiva determina, quindi, il potenziale di crescita di ogni individuo e, di conseguenza, delle organizzazioni di cui queste persone fanno parte, e permette di “vivere bene” anche nel caos, nella complessità e nell’ambiguità.
L’intelligenza emotiva conta più del QI per determinare la riuscita in qualsiasi lavoro.

Questa crescita personale la possiamo raggiungere anche con la tecnica del “diario”.

E allora si può iniziare a scrivere un proprio diario personale..con lo scopo di conoscerci meglio!!!

La felicità, per cambiare in maniera radicale la sua quota fissa, dipende dalla volontà umana, e qualsiasi cambiamento è possibile soltanto con uno sforzo concreto, in questo caso la felicità vedrebbe un’effettiva impennata stabile del suo livello di quota fissa.

La prossima settimana andiamo ad analizzare ancora più profondamente quali sono i bisogni/desideri che spingono  un individuo a sentirsi felice.

Arrivederci e buon proseguimento di settimana…

 




ROCCA DI PAPA SAN RAFFAELE, DOMANI PRESIDIO A SOSTEGNO DEI LAVORATORI

 Redazione

Rocca di Papa – Martedì 15 gennaio alle ore 16,30 si terrà nuovamente un presidio presso la rotatoria di via dei Laghi a sostegno dei lavoratori del San Raffaele di Rocca di Papa e di tutte le altre 13 Case di Cura presenti nella Regione Lazio, la cui situazione di assoluta precarietà si trascina ormai da mesi.

Dopo la minaccia di chiusura di tutte le strutture del territorio, i dipendenti sono ancora mortificati dalla mancata erogazione degli stipendi, fermi a ottobre. Una situazione che stenta a sbloccarsi e che sta avendo risvolti drammatici per tutte le famiglie coinvolte.

“Nonostante gli appelli più volte mossi al Prefetto di Roma e al Commissario per la Sanità, poco o nulla è cambiato – dichiara il primo cittadino Pasquale Boccia -. Ora più che mai non possiamo e non dobbiamo abbassare la guardia sulla questione che sta portando allo stremo gli operatori, tanto da mettere a rischio l’ordine sociale e una struttura sanitaria presente da più di 40 anni sul territorio, che eroga cure specializzate e assistenza sanitaria di qualità per oltre 200 pazienti.

Tutta la comunità è invitata pertanto a partecipare al presidio e a stringersi attorno ai lavoratori del San Raffaele, a difesa del diritto al lavoro e alla salute, due principi cardine della nostra Costituzione”.