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Tales of Arise, il Jrpg di Bandai Namco che lascerà il segno

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Tales of Arise è arrivato finalmente sulle console (nuove e vecchie) della famiglia Xbox e PlayStation, ma anche su Pc. Il titolo si pone come il capitolo della svolta per la celebre saga, che conta oramai tra le sue fila ben sedici capitoli rilasciati negli scorsi venticinque anni. Una serie che, al pari di esponenti più celebri in Occidente quali Final Fantasy e Dragon Quest, è sempre stata considerata dagli appassionati come un punto fermo per il genere e che nel corso di oltre due decenni ha sperimentato diversi gameplay, stili e meccaniche di gioco. “Tales of” ha proposto negli anni produzioni sempre diverse e in grado di attecchire su tipologie differenti di giocatori, arrivando a far crescere globalmente la popolarità del marchio. Tales of Arise però non solo ricopre il ruolo del “nuovo capitolo”, ma ha l’importante compito di rompere con un passato fatto di arretratezze tecniche e sperimentazioni poco convincenti, provando a offrire una formula che riesca a soddisfare pienamente gli appassionati del genere, modellando una nuova identità per la serie e attingendo a quanto di buono è stato realizzato nei capitoli precedenti, ma anche ispirandosi ad altri “capisaldi” del genere. Andando con ordine: per quanto riguarda la trama, il titolo di Bandai Namco offre una storia interessante e assolutamente ricca di colpi di scena. Dahna era un pacifico pianeta ricco di energia e panorami mozzafiato. Un vero e proprio paradiso che si trasformò in un inferno nel giro di una sola notte, quando l’esercito del pianeta Rena iniziò l’invasione dallo spazio senza dare la minima possibilità di vittoria a causa della loro superiorità tecnologia. Dahna venne quindi diviso in cinque regioni, ognuna comandata da un lord renano, e la popolazione resa schiava e sfruttata come forza lavoro per raccogliere l’energia astrale di cui il pianeta era ricco. Questa situazione è andata avanti per ben 300 anni, tanto che ormai gli abitanti di Dahna non conoscono altro che schiavitù e sofferenza, senza ricordare nemmeno la loro storia e le loro tradizioni, ma non tutte le speranze sono morte. Alcuni – in attesa di qualcosa o di qualcuno che riesca finalmente a ridare a Dahna la possibilità di tornare un luogo libero – tentano ancora una disperata resistenza nonostante la prospettiva di vittoria sia praticamente nulla. L’occasione si presenta con Alphen, uno schiavo dal misterioso passato della regione di Calaglia. Il ragazzo, destinato a diventare il protagonista di Tales of Arise, infatti, soffre di amnesia e non ricorda nulla di sé, e viene chiamato Maschera di Ferro a causa dell’altrettanto misteriosa maschera che gli copre il volto e che sembra impossibile da rimuovere. Un’altra particolarità del personaggio è la totale incapacità di percepire il dolore, una condizione che lo porta a compiere atti eroici per salvaguardare gli altri schiavi dagli abusi delle guardie, ma al tempo stesso lo mette costantemente in pericolo di vita visto che il non sentire alcun dolore non lo rende comunque immune alle ferite. La terribile routine di Dahna viene stravolta quando Alphen incontra Shionne, una bellissima ragazza dai lunghi capelli rosa, che i renani stavano portando al campo di prigionia. Il ragazzo spinto dall’istinto riesce a liberarla grazie anche all’intervento dei Corvi Scarlatti, un gruppo di ribelli di Calaglia guidato dal carismatico Zephyr. Shionne tuttavia non è una comune prigioniera, infatti è una renana intenzionata a combattere il suo stesso popolo e rovesciare i cinque lord. L’odio verso i renani per i 300 anni di soprusi non rende comunque facile fidarsi di Shionne, tenuto conto anche che il mistero attorno a lei è alimentato ulteriormente da una maledizione capace di generare degli “aculei” elettrici, che provocano spasmi e dolori a chiunque provi a toccarla. Shionne quindi è fredda e distaccata non avendo mai avuto letteralmente contatti fisici con altre persone, almeno fino all’incontro con Alphen, il quale non sentendo il dolore, riesce a toccare la ragazza senza conseguenze. Ben presto però si verrà a scoprire che il motivo per cui Shionne è stata arrestata è il furto del Nucleo Primario del Fuoco, un oggetto di grande potere posseduto solo dai lord. Grazie al Nucleo Shionne riesce ad evocare la Spada Ardente, una lama di fiamme dalla potenza enorme, ma che nessuno riesce a brandire senza ustionarsi le mani… ed è qui che nuovamente l’insensibilità al dolore di Alphen lo rende l’unico in grado di maneggiarla, purché vi sia Shionne al suo fianco, avendo lei solo la capacità di attivare il potere della lama, ma soprattutto essendo dotata di arti curative tali da lenire le ustioni provocate dall’arma sulle braccia di Alphen. I renani infatti sono gli unici in grado di canalizzare l’energia astrale per utilizzare le arti magiche, e l’improbabile coppia formata dalla renana Shionne e il dahnano Alphen diventa l’unica possibilità per sconfiggere i cinque lord e liberare il pianeta. Inutile dire che questo è solo l’incipit narrativo dei primi minuti di gioco, e che nelle oltre 40/50 ore per arrivare ai titoli di coda, l’avventura di Tales of Arise si articola in continui colpi di scena, e offre la presenza di diversi altri personaggi coprotagonisti che si uniscono al gruppo. Il giovane Law ad esempio è un esperto di arti marziali che si fida solo dei suoi pugni, Kisara è una combattente che utilizza un gigantesco scudo sia per difesa che attacco, Dohalim con il suo bastone e le sue trappole intralcia i nemici, mentre Rinwell può lanciare devastanti incantesimi. Ogni personaggio ha una sua storia e motivazioni per seguire Alphen e Shionne nel loro viaggio, oltre ad un gameplay e abilità uniche. Insomma, con questi presupposti Tales of Arise si mostra come una vera e propria bomba dal punto di vista della trama.

Per quanto riguarda la giocabilità, le battaglie sono il fulcro dell’esperienza offerta da Tales of Arise, e Bandai Namco è riuscita a svecchiare il sistema di combattimento rendendolo molto più action, ma senza rinunciare comunque ad una componente più strategica da gioco di ruolo. Oltre agli attacchi base ad ogni tasto principale del pad può essere associata un’Arte di diverso tipo utilizzabile solo quando la barra azione è sufficientemente piena. Trovando le giuste combinazioni fra arti e colpi si possono creare combo prolungate e aeree devastanti. Alcune Arti inoltre possono essere modificate tenendo premuto il relativo tasto per attivare un ulteriore attacco con la Spada Ardente, ma il prezzo da pagare è la perdita di una parte della salute di Alphen, per cui si tratta di mosse da utilizzare con parsimonia o solo quando Shionne è pronta a utilizzare le magie curative. Eseguendo mosse dopo mosse ininterrottamente, quando la salute del nemico è bassa si può attivare un devastante “Attacco Combinato” con un altro membro del party che nella maggior parte dei casi darà il colpo di grazia al nemico. Proprio per tale ragione è fondamentale trovare il giusto tempismo e alternanza tra Arti e attacchi normali, così facendo la combo nei momenti cruciali sarà sempre più lunga e devastante e a farne le spese saranno sempre gli antagonisti. A questo schema di gioco si aggiunge la schivata che, se eseguita con il giusto tempismo, permette di scattare subito contro il nemico per eseguire un contrattacco, accentuando ancora di più l’anima action del titolo. La componente strategica di Tales of Arise durante i combattimenti si trova invece negli Attacchi Boost: una volta riempito l’apposito indicatore infatti si può chiamare in soccorso uno degli alleati attraverso la pressione della croce direzionale. Il personaggio selezionato scatenerà così un’abilità unica da utilizzare in situazioni specifiche che può essere fondamentale per portare a buon fine uno scontro. Rinwell ad esempio può neutralizzare il lancio di una magia del nemico e prevenirne l’uso per alcuni secondi, Dohalim può evocare piante dal terreno per bloccare i movimenti degli avversari troppo sfuggenti mentre Law concentrando l’energia nel pugno può sfondare le difese dei nemici corazzati e così via. Come già detto gli Attacchi Boost possono cambiare le sorti di una battaglia se utilizzate al momento giusto, in particolare negli scontri contro i boss enormi per lasciare esposti i punti deboli da colpire. Queste abilità possono essere utilizzate anche nelle fasi esplorative per sbloccare aree altrimenti inaccessibili. Tornare indietro, spostarsi in luoghi lontani per superare aree precedentemente inaccessibili o semplicemente riprendere una quest secondaria rimasta in sospeso è molto facile in quanto è presente un sistema di viaggio rapido attivabile dalla mappa di gioco. L’esplorazione del mondo in Tales of Arise è rimasta sostanzialmente invariata rispetto ai precedenti capitoli, con aree all’apparenza aperte ma sostanzialmente dei lunghi corridoi che non lasciano molto spazio di manovra se non per poche deviazioni. Il ritmo di gioco è quindi serrato passando in continuazione da un combattimento all’altro concedendosi qualche breve pausa per raccogliere magari dei materiali utili per il crafting. Negli accampamenti e negozi infatti si possono creare nuove armi, armature e accessori sempre più potenti, oltre alle ricette per pietanze che offrono vari bonus passivi per un tempo limitato. Queste azioni si rendono necessarie anche per sbloccare i Titoli, ovvero i vari “rami” dell’albero della abilità. Come ogni gioco di ruolo che si rispetti uccidendo mostri e completando missioni si ottengono dei punti da spendere per sbloccare nuove caratteristiche attive e passive, ma la particolarità è che per accedervi è necessario prima conquistare il relativo Titolo. Le condizioni per ottenerli sono sempre specificate e la maggior parte si può conquistare semplicemente proseguendo per la storia, ma per conquistare il pieno potenziale di un personaggio e la lista completa delle abilità è necessario dedicarsi anche ad attività extra.

Dal punto di vista tecnico Tales of Arise si difende egregiamente, con la versione Xbox Series X che sfoggia una risoluzione in 4K e 60 fps stabili, mentre su Series S si mantengono i 60 fps ma con risoluzione a 1440p. Sulle console della precedente generazione invece ci si deve accontentare dei 1080p e 30 fps, anche se in un titolo così veloce e frenetico come Tales of Arise il frame rate dimezzato è un elemento da tenere in considerazione. Ottimo anche il doppiaggio sia giapponese che inglese, così come la localizzazione dei testi in italiano. Stupenda, invece, la colonna sonora di Motoi Sakuraba che, per la prima volta nella serie, ha avuto a disposizione un’orchestra sinfonica con cui dilettarsi per la composizione dei brani presenti nel gioco. Anche se in alcuni momenti ci è parso che il compositore abbia voluto utilizzare ogni singolo strumento a sua disposizione, siamo certi che moltissime delle tracce presenti all’interno di Tales Of Arise diventeranno delle “fan favorite” in seguito al primo ascolto. Al livello di difficoltà standard, il gioco offre un’esperienza estremamente equilibrata, con dei (prevedibili) picchi di difficoltà solo durante le battaglie opzionali contro gli Zeugle Giganti; in ogni caso, Tales of Arise permette un’eccellente personalizzazione del comportamento degli alleati. In ogni caso, menzione d’onore anche alla programmazione generale dei compagni di squadra, che riescono ad agire tempestivamente e in modo intelligente anche nel caso in cui si lasci loro completa autonomia. Tirando le somme, possiamo dire che Tales of Arise è un JRPG in grado di far contenti tanto i fan di vecchia data della saga, quanto i neofiti: accessibile, esteticamente appagante e dal ritmo sempre scorrevole, è riuscito a rinfrescare il sistema di combattimento con un ottimo compromesso tra azione e strategia, senza però accantonare la componente parametrica. L’ottimo doppiaggio e la bellissima colonna sonora accompagnano alla perfezione un’avventura che merita assolutamente di essere vissuta e, perchè no, rivissuta in Nuova Partita +, con i bonus offerti dai misteriosi e potenti Manufatti. Se state cercando un Jrpg bello da vedere, con una trama coinvolgente e dai contenuti profondi, Tales of Arise è un titolo da non lasciarsi assolutamente scappare.

GIUDIZIO GLOBAKLE:

Grafica: 8.5
Sonoro: 8,5
Gameplay: 9
Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Soulstice, il videogame italiano che sfida i colossi del genere action

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Soulstice rappresenta uno di quei videogame che fa davvero piacere recensire. Il suo arrivo su Pc, Xbox e PlayStation è infatti stato una graditissima sorpresa, in primis perché sviluppato dall’italianissimo team di sviluppo Reply Game Studio, e in secondo luogo perché riesce ad avvicinarsi a colossi del genere action come Devil May Cry o Bayonetta. Certo, di lavoro per eguagliare i prima citati colossi ce ne è ancora da fare, ma la direzione è quella giusta e Soulstice rappresenta un ottimo esempio di come un titolo “doppia A” possa sorprendere in positivo e divertire. A livello di trama Soulstice narra le vicende di Keidas, un Regno Sacro nel quale il mondo reale e quello spirituale sono separati da un sottile Velo. Squarciandolo si rischia di portare distruzione nel creato e, per evitare che ciò accada, ci si affida alle Chimere, ovvero due persone che, tramite un rituale, si fondono in una sola. Il corpo della prima accetta l’anima della seconda, ottenendo così capacità superiori. Le protagoniste sono proprio una Chimera, composta dalle anime di due sorelle: Briar e Lute. La prima è il personaggio da controllato dal giocatore, mentre le seconda agisce come una sorta di spirito guardiano, sia nei combattimenti che narrativamente, in quanto risulta la voce della ragione della sorella maggiore, più avventata e impulsiva. La coppia viene inviata nella città di Ilden, dove si è aperto misteriosamente una Squarcio, il quale ha causato la trasformazione di tutti gli umani e degli animali in creature deformi e folli, che ovviamente vogliono fare a pezzi chi gioca. La trama ruota attorno alla figura parzialmente mostruosa delle Chimere, al passato delle due sorelle protagoniste e ai segreti dell’ordine sacro di cui fanno parte. In un mondo dark fantasy, ovviamente, nulla è realmente senza macchia e dall’alto le macchinazioni coinvolgono gli ingranaggi più piccoli come Briar e Lute, le quali riusciranno a superare le aspettative e a prevalere, ovviamente ma non senza sudare quattro camice.

A livello di giocabilità Soulstice è un’esperienza che sa appagare chi proviene dalla vecchia scuola degli hack ‘n’ slash a scorrimento, inclusi i numerosissimi stylish game usciti nell’era a 128-bit di cui ancora si può percepire l’eco. Come accennato poche righe più in alto, Briar è la sorella principale (o meglio, quella che è chiamata a eliminare i nemici), nonché protagonista liberamente controllabile dal giocatore, grazie anche e soprattutto ai vari attacchi a disposizione. Grazie a lei si possono sferrare colpi veloci e letali, alternati ad altri più lenti ma sicuramente più potenti rispetto a quelli base (si va infatti dal poter utilizzare un martello, un guanto e persino un arco, ciascuno con potenza e caratteristiche differenti). Un singolo tasto è adibito all’uso della lama, mentre a un altro quello dell’arma secondaria equipaggiata. Ed è qui che entrano in gioco i primi problemi: Soulstice è sì un action game di buona fattura, ma spesso e volentieri il button smashing la fa da padrone. La sensazione è che premere furiosamente i tasti sia spesso il modo migliore per uscire indenni anche dalle situazioni più caotiche e problematiche, mettendo quindi in secondo piano tutta la questione tattica che da sempre grazia i massimi esponenti del genere. Nota a parte per le boss fight, le quali riescono a stuzzicare la mente del giocatore che è costantemente a caccia dei pattern giusti per porre fine all’esistenza dei nemici nel modo più sicuro e stiloso possibile. A variare un sistema di combattimento piuttosto canonico e confusionario c’è però la presenza di Lute, che a differenza di Briar non è controllabile (o perlomeno, non completamente), sebbene il suo ruolo sia in ogni caso davvero molto importante. Lo spettro è infatti in grado di attaccare in totale autonomia, pur non infliggendo danni paragonabili a quelli della sorella maggiore. Vero anche che Lute è in grado di contribuire al buon esito di un combattimento, magari immobilizzando il nemico di turno per qualche istante, il che è fondamentale per far sì che Briar infligga successivamente il colpo di grazia. Ma non solo: lo spettro è anche in grado di generare un’aura per rendere tangibili alcune creature, così come di creare piattaforme dal nulla utili a proseguire. Purtroppo, però, l’apporto di Lute non è quasi mai risolutivo, specie dalla distanza, visto che spesso e volentieri sarà molto più utile menare le mani a piacimento, piuttosto che spendere secondi preziosi a utilizzare un’abilità dell’alleata fantasma. A ciò va aggiunto un sistema di schivata non propriamente al top, il quale sembra favorire taluni attacchi a scapito di altri, rendendo il meccanismo un po’ troppo spigoloso. Ovviamente quanto detto fino ad adesso è in paragone con i migliori esponenti del genere, quindi nel complesso Soulstice si rivela un titolo assolutamente riuscito e godibile.

A sostenere un gameplay divertente ma comunque a tratti ripetitivo interviene un’esplorazione delle ambientazioni che spesso invoglia il giocatore di deviare dal percorso principale, offrendogli potenziamenti nascosti o materiale spendibile per sbloccare nuove abilità. Inoltre a rendere l’esperienza più completa ci pensano un immenso skill tree doppio (Uno per sorella) e la meccanica dei Campi. Lute infatti può creare delle cupole colorate – blu e rosse – che rendono vulnerabili certi nemici del rispettivo colore, altrimenti impossibili da sconfiggere. Il Campo non può essere attivato all’infinito, pena la perdita della Coesione e la temporanea scomparsa di Lute, quindi bisogna sempre avere chiaro contro chi si sta combattendo, attivando e annullando il Campo rapidamente. I campi possono essere utilizzati anche per rendere calpestabili alcune superfici nascoste o per frantumare sorgenti da cui attingere gemme per lo sviluppo dei personaggi. A proposito della Coesione, quest’ultima è una sorta di indicatore che, se massimizzato, permette di attivare un breve stato di berserk, detto Furore, che rende potentissimi e veloci e permette di attivare una mossa finale distruttiva. Se si cambia continuamente arma, non si subisce danni e si attacca senza interruzioni, si può attivare anche più volte in un combattimento. Ovviamente per fare ciò serve molta pratica e una padronanza del “moveset” molto elevata. Il sistema di combattimento di Soulstice premia l’equilibrio, la velocità e la precisione. È quindi un peccato che, mediamente, la telecamera fatichi a seguire l’azione, soprattutto negli spazi più angusti dove si incastra facilmente negli angoli delle stanze. Sommando anche la quantità di elementi da tenere in considerazione, ogni tanto può capitare di avere difficoltà un po’ a stare dietro a quanto accade a schermo. Gli sviluppatori propongono un sistema di puntamento “lock-on” che molti riconosceranno per i souls-like, ma non è una soluzione sempre efficace con un gioco così veloce e alle volte si perde più tempo a cercare di bloccare la telecamera sul nemico giusto che a sconfiggerlo. Per completare Soulstice a un livello di difficoltà intermedio sono necessarie circa una quindicina di ore, che aumentano per certo se si vuole rigiocare per trovare i potenziamenti e le sfide secondarie (battaglie in arene con condizioni speciali da rispettare) non completate nella prima run. Inoltre, ogni battaglia e capitolo riceve un punteggio, quindi si potrà giocare ancora e ancora a ogni difficoltà per ottenere quello massimo. La versione Xbox Series X da noi provata include tre diverse modalità grafiche, di cui due privilegiano rispettivamente il frame rate e la risoluzione; la terza, invece, è un compromesso indicato a coloro che preferiscono un’esperienza bilanciata. Durante i nostri test abbiamo giocato perlopiù in Modalità Performance e, fatta eccezione per le fasi più concitate, abbiamo registrato rari cali di frame rate. A livello audio se nel complesso la colonna sonora svolge il proprio compito senza lode e senza infamia, con tracce che difficilmente potranno rimanere impresse, abbiamo invece apprezzato il doppiaggio in inglese, ben recitato e contraddistinto da ottimi accostamenti vocali, nonché gli scorrevoli testi tradotti in italiano, che siamo convinti faranno la gioia di coloro che non masticano la lingua anglofona.Tirando le somme, Soulstice, nonostante non raggiunga le vette di eccellenza dei caposaldi del genere, rappresenta una sorpresa davvero ben gradita nel mondo degli action. La trama interessante e il ricco ventaglio di mosse garantito dal doppio protagonista, dalla vasta gamma di armi e dalla meccanica dei “campi” fanno si che l’avventura abbia un buon livello di sfida. A nostro avviso ignorarle Soulstice sarebbe un vero e proprio peccato, quindi consigliamo vivamente di dargli una chance.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 8,5

Gameplay: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco pellegrino Lise

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Cronaca

Roma, tutto pronto per la X° edizione di Maker Faire

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Dal 7 al 9 ottobre negli spazi del Gazometro Ostiense

ROMA – Torna Maker Faire Rome, giunta alla sua decima edizione: dalla robotica alla realtà virtuale, dall’agritech all’Intelligenza Artificiale, fino alla mobilità e all’economia circolare, tanti i temi di questo evento, promosso e organizzato dalla Camera di Commercio di Roma.

L’edizione 2022 si terrà dal 7 al 9 ottobre negli spazi del Gazometro Ostiense, area che Eni (partner principale dell’evento) sta riqualificando per trasformarla in un “distretto dell’innovazione”.

“Maker Faire Rome è ormai un appuntamento consolidato non solo per la città di Roma, ma anche per il Paese e per tutta Europa”, afferma Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di Commercio di Roma. “Siamo una manifestazione che si è evoluta e rafforzata nel tempo – aggiunge Tagliavanti – che facilita e racconta l’innovazione tecnologica connettendo le persone e le idee”. “Roma ha dimostrato di poter competere, ad alti livelli, sul terreno dell’innovazione”, commenta Luciano Mocci, presidente di Innova Camera, azienda speciale della Camera di Commercio, “una sfida irrinunciabile e decisiva per tutti: se ciò è avvenuto, è stato grazie alla capacità di Maker Faire Rome di costruire un ponte tra Roma, l’Italia e l’Europa”, prosegue Mocci.

“Si aprono dunque nuove prospettive per la nostra città, che occorre consolidare ulteriormente”. I contenuti quest’anno saranno moltissimi: dall’agritech al foodtech, dal digital manufacturing alla robotica, dall’intelligenza artificiale alla mobilità, dall’economia circolare alla salute, dall’IoT al recycling fino alla scoperta del metaverso e della realtà aumentata, oltre alle sezioni dedicate di Maker Art e Maker Music che esploreranno l’intersezione tra arti, musica, scienza e tecnologia. Per partecipare all’evento è necessario acquistare on line una tra le varie tipologie di biglietti per l’ingresso: per farlo, ci si può collegare direttamente al sito www.makerfairerome.eu. L’ingresso della fiera è in via del Commercio 9-11, dalle ore 10 alle ore 19.

F.P.L.

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Scienza e Tecnologia

Deathloop arriva anche su Xbox Series X/S

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Deathloop, produzione nata dal talento visionario di Arkane Studios, rappresenta per certi versi la punta di diamante dell’evoluzione creativa del team di sviluppo francese. Il titolo rappresenta uno spettacolare esercizio di game design che porta su schermo un enigma quadridimensionale tanto sfaccettato quanto avvincente, ed è proprio per questa ragione che il risultato finale è davvero sorprendente. Deathloop è uscito precisamente un anno fa in esclusiva temporale per PlayStation 5, ma come tutti oramai sanno, l’acquisizione del gruppo Zenimax da parte di Microsoft ha reso il titolo finalmente disponibile anche su Series X/S. Resta indubbio che l’arrivo del software sul Game Pass rappresenti un ottimo Boost per il titolo che ora può essere, finalmente, provato da tutti gli abbonati al servizio. Ma veniamo all’analisi del prodotto: una volta avviato il gioco i giocatori vestono il ruolo di Colt, un tizio qualunque che imbraccia armi di qualunque tipo, concentrato a sopravvivere e a non farsi male, anche se è inevitabile. Si risveglia in una spiaggia, da solo, con accanto una bottiglia di birra vuoto e con i postumi della sbronza della sera prima. Il mal di testa lo affligge: si rialza a fatica, imprecando e vomitando, incespicando con le parole mentre prova ad avanzare, barcollando da una parte all’altra. Colt cerca di arrivare a una porta, ad aprirla, e si ritrova davanti uno scenario che non capisce pienamente. Ci sono documenti sparsi ovunque, c’è una radio, un biglietto con un codice e una certa Julianna che lo minaccia e si prende gioco di lui. Il protagonista non riesce a capire che cosa stia vivendo, perché sarebbe impossibile crederlo e mentre cerca di scappare, viene assalito da una ragazza vestita con indumenti giovanili e i capelli ricci. È la stessa che lo aveva insultato pochi istanti prima, ma stavolta non ha paura a mostrarsi. Imbraccia un’arma che non esita a utilizzare, mentre cerca di fuggire in stato confusionale, e raggiunge un luogo sicuro dove cerca riparo. Salta nel vuoto, certo di morire, ma una mano molto familiare lo blocca prima che lui possa cadere nel vuoto. È l’immagine di sé stesso, che gli consiglia di fuggire via e non voltarsi, di correre e non fermarsi, e di rompere il loop. Cosa avviene dopo è un mistero, ma siamo certi di una cosa: Colt è morto. O forse no. Senza fare ulteriori spoiler, sappiate che il racconto di Deathloop si concentra su una trama avvolgente e coinvolgente. Inizialmente si ha la sensazione di essere davanti a un’opera difficile da capire, come è tipico di Arkane Lyon, ma ci si trova in realtà dinanzi una produzione in realtà parecchio esaustiva sin dai primi minuti di gioco. Il loop è qualcosa che va ben oltre il significato stesso del tempo e dello spazio, perché cosa abbiamo vissuto ritorna ma in una forma diversa, e cosa vediamo e scopriamo lo conosciamo già, come se fosse un dejavù che assume un significato ancora più sinistro e spaventoso. Vediamo davanti a noi avvenimenti che intercorrono e non si fermano, e non riusciamo in alcun modo a trattenerli. Ne veniamo però attratti, e inseguiamo queste visioni che un tempo avevano un significato estremo e profondo. In Deathloop tutto questo viene scritto e montato a regola d’arte, con una rappresentazione fedele del significato del termine “Loop”, e di come si evolve e presenta in una formula che va ben oltre il contesto rappresentato nel videogioco di Arkane Studios. Nel titolo si è all’interno di un loop che ripete le stesse azioni e fa rivivere ai giocatori quegli istanti, ma non precisamente gli stessi. Infatti c’è un ordine delle cose che Julianna non intende in alcun modo intaccare: le stesse regole del loop in cui ha edificato un regno del terrore; un suo particolare parco divertimenti fatto di menzogne e lavaggi a secco del cervello. Tutto questo fa capire che il mondo, in realtà, è molto più corruttibile di quanto si possa immaginare. Davanti a chi gioca si stagliano situazioni al limite e momenti capaci di farli saltare in piedi dalla sedia, e la crudeltà di Deathloop è rappresentata dalla vivacità di Julianna, una protagonista a tutto tondo che si può impersonare però durante le sessioni online, in cui ci si può metterci alla caccia di Colt, che resta però il protagonista effettivo dell’intera campagna. La trama di gioco, per quanto ben costruita, potrebbe in effetti essere per pochi palati. Essendo estremamente contorta, spesso sarà necessario cercare indizi, leggere molto e capire cosa sta accadendo, ma questo è nel pieno taglio stilistico di Arkane Studios, che per l’occasione ha confezionato un’opera ispirata e coinvolgente, capace di appassionare quanto di sorprendere. In Deathloop è necessario, a volte, pensare fuori dagli schemi, stringere il pad e partire, incuranti di cosa ci si potrà trovare davanti. Proprio per questa raffinata complessità Deathloop, a nostro avviso, è la produzione Arkane Studios migliore degli ultimi anni.

Parlando di nei, il difetto principale di Deathloop risiede purtroppo nella gestione dell’intelligenza artificiale degli avversari, troppo basilare e inspiegabilmente ancorata a schemi che iniziano davvero a risultare antiquati. Giocare un titolo “next-gen” dove la visuale degli avversari dipende ancora dai tradizionali “coni”, dove gli stati di allerta sono i classici 3 e vengono gestiti in modo schematico e dove basta muoversi di pochi metri o nascondersi dietro a una colonna per mettere in crisi le routine dell’I.A. è davvero poco avvincente. La diretta conseguenza di questo aspetto è che il tasso di sfida, una volta capito come ingannare gli avversari, non solo crolla drasticamente, ma vanifica in parte l’ottimo lavoro svolto dagli sviluppatori sul fronte del level design e della profondità del gameplay. La cosa peggiore è che, come dimostrano le sezioni multigiocatore dove Julianna non è controllata dalla I.A., sarebbe bastato davvero poco per rendere più reattivi i nemici e aumentare esponenzialmente il livello di divertimento. Inoltre, Nonostante Deathloop non sia un vero e proprio sparatutto, l’utilizzo delle armi da fuoco rappresenta una delle componenti principali dell’impianto ludico sviluppato da Arkane Lyon. E’ quindi praticamente impossibile non notare una certa imprecisione nella gestione della mira, con e senza aiuti attivi, che inficia inevitabilmente l’esperienza di gioco sul lungo periodo. Agendo sulle impostazioni si può migliorare un po’ la situazione e adattare il sistema di controllo ai propri gusti, ma anche così si ha sempre l’impressione di non riuscire a muovere con la giusta precisione il mirino. Un vero peccato. Facendo un breve confronto con l’edizione PS5 del titolo di Arkane, possiamo dire che in linea generale le due versioni non mostrano differenze sostanziose, almeno per ciò che riguarda la godibilità d’insieme del prodotto. Optando per quello che consideriamo il settaggio grasfico di riferimento, ovvero la modalità prestazioni (risoluzione dinamica a 60 fps), Deathloop propone un’esperienza assolutamente solida su entrambe le piattaforme, sostanzialmente sovrapponibili in termini di prestazioni. Lo stesso discorso vale anche per il settaggio con ray tracing (limitato ad ombre e occlusione ambientale), che però non offre benefici tali da giustificare appieno la riduzione del frame rate a 30 fps, a fronte di una risoluzione dinamica tendenzialmente vicina alla soglia dei 4K. Le ultime due opzioni incluse nel pacchetto, ovvero Qualità visiva (DRS con valori maggiori ma frame rate più ballerino) e Prestazioni ultra (1080p con una soglia massima di 120 fps), segnano invece livelli di fluidità generalmente superiori su Xbox Series X, ma lo scarto resta comunque relativamente ridotto. Parliamo di una manciata di fps per il preset Qualità e di una decina nelle situazioni più concitate in modalità Prestazioni Ultra, che comunque consigliamo di provare solo nel caso si sia dotati di un pannello con supporto al VRR, onde evitare di incappare in fastidiosi fenomeni di tearing. Dopo aver testato parallelamente le due versioni di Deathloop, ci teniamo però a ribadire che le discriminanti sul versante tecnico hanno un impatto davvero minimo sul bilancio qualitativo della produzione: in buona sostanza, tutto si riduce alle preferenze dell’utente, e c’è da dire che l’inclusione del titolo nel catalogo di Game Pass rappresenta un ottimo incentivo a visitare la misteriosa Blackreef. Anche il comparto sonoro si attesta sui medesimi standard di eccellenza riscontrati su PS5, mentre i tempi di caricamento risultano solo assolutamente identici. Tirando le somme, Deathloop nella sua versione per le console di gioco Microsoft è un prodotto assolutamente alla pari rispetto a quella per l’ammiraglia di Sony. La possibilità di poterlo provare attraverso il Gamepass Ultimate fa si che il titolo sia alla portata di tutti, quindi lasciarlo perdere sarebbe un vero e proprio peccato.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8
Sonoro: 8,5
Gameplay: 8
Longevità: 8

VOTO FINALE: 8

Francesco Pellegrino Lise

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