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Tennis World Tour arriva su Pc e console

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Bigben Interactive e Breakpoint lanciano su Pc, Ps4, Switch e Xbox One, Tennis World Tour, nuovo videogioco dedicato ad una delle discipline sportive più amate e praticate nel mondo. Sfortunatamente il titolo non è riuscito nell’impresa di attestarsi come uno dei migliori videogame di questo settore e adesso vi spiegheremo il perché. Lo scopo di Tennis World Tour voleva essere quello di fornire un’esperienza tennistica autentica e come mai vista prima d’ora, figlia soprattutto di un motion capture intensivo e di grande qualità. Sarebbe stata buona cosa trovarsi dinanzi a una diversificazione delle animazioni per ciascuno dei trenta professionisti riprodotti, o quantomeno un sistema di gestione delle stesse più avanzato, capace di rendere i movimenti fluidi e naturali. Invece nel titolo non esiste nulla di tutto ciò: le animazioni sono a volte imprecise e spesso mal collegate tra loro. Poco realistico e da far storcere il naso anche l’approssimativo sistema di collisioni, che a discapito di tutte le patch e le migliorie giunte in questi giorni continua a mostrare momenti di raro imbarazzo a base di palline che cambiano traiettoria a più di un metro di distanza dalla racchetta come se fossero schegge impazzite. Purtroppo il peggio però deve ancora arrivare, infatti se le imperfezioni grafiche possono dare fastidio, assolutamente insopportabile è l’atteggiamento degli avversari guidati dall’intelligenza artificiale. Questi tennisti infatti sembrano essere poco combattivi e spesso e volentieri rinunciatari, infatti, più di una volta capiterà di andare a segno con dei colpi assolutamente prevedibili e recuperabili dal proprio avversario virtuale. Questa problematica è senza dubbio figlia dalla fretta con cui il team di sviluppo ha dovuto implementare il sistema di selezione del livello di difficoltà. Fino a pochi giorni fa, tra l’altro, poteva succedere che l’avversario diventasse per qualche break una sorta di manichino inattivo senza motivo salvo poi riprendersi e trasformarsi improvvisamente in una sorta di macchina da guerra capace di annientare il giocatore in quattro e quattr’otto pochi minuti più tardi. Sebbene sul versante tecnico Tennis World Tour sembra reggersi in piedi per scommessa, il team di sviluppo ha comunque dimostrato di poter dire la sua, confezionando una modalità carriera inaspettatamente complessa e ricca di dettagli, unico vero elemento di spicco di una produzione altrimenti tutt’altro che brillante. Buona parte degli sforzi produttivi profusi dagli sviluppatori sono stati riversati nella creazione di un editor dei personaggi che fosse almeno sufficiente, di un notevole parco attrezzature che andasse a coprire tutte le necessità di ogni appassionato di tennis e, soprattutto, di una sistema di crescita del personaggio che, pur senza apportare chissà quali innovazioni al genere di riferimento, risultasse tutto sommato ben studiato e ricco di opportunità. Lo scopo di chi gioca sarà sarà fondamentalmente quello di scalare le classifiche e arrivare infine ai primi posti del ranking mondiale, sconfiggendo partita dopo partita tutti gli avversari. Facendolo sarà possibile salire di livello e potenziare quattro statistiche diverse del personaggio, comprare nuovo equipaggiamento grazie alla valuta di gioco, oppure ottenere delle particolari “carte abilità” in grado di modificare le caratteristiche del proprio tennista. Questa modalità, al netto di qualche piccola falla, è l’unica in grado di sostenere il gioco. Dal punto di vista del sonoro gli effetti sono generalmente buoni e fedeli alla realtà, peccato per il commento in game che risulta a volte estremamente ridicolo e fatto veramente male. Alcune frasi del telecronista riescono addirittura anche a far ridere per quanto risultano essere forzate e fuori luogo.

A livello di giocabilità, una volta preso il pad in mano, Tennis World Tour riesce fortunatamente, nonostante le numerose pecche elencate, a risultare piacevole. Andando oltre al primo impatto si riesce a intravedere qualche spunto interessante. Però è davvero impossibile girarci intorno: Tennis World Tour non è, e probabilmente non sarà mai, un prodotto capace di rendere pienamente felici i veri appassionati di tennis e coloro che cercano un titolo simulativo. Il gameplay di base resta infatti semplificato, a tratti persino elementare, e comunque lontano rispetto a quello delle grandi simulazioni tennistiche che erano presenti sul mercato una decina di anni fa. Come rapidamente spiegato anche nelle sessioni di allenamento, accessibili dall’apposita voce del menu principale, ogni tipologia di colpo a disposizione sarà mappata su uno dei tasti frontali del pad, con la possibilità di caricare a piacimento il tiro attraverso la pressione prolungata di uno dei tasti. Una scelta sensata e lineare, molto più di quella con cui è stato scelto di far direzionare la palla attraverso lo stick analogico sinistro, lo stesso con cui è necessario muovere il personaggio. Dopo un po’ di pratica, però, complice anche la possibilità di caricare il colpo in anticipo e mantenere la carica attiva fino a quando non si è vicini alla palla, ci si fa l’abitudine. Generalmente per abituarsi al gameplay di Tennis World Tour bastano un paio di partite e proprio questa semplicità rende la produzione un titolo fruibile da tutti, anche chi non conosce le basi di questo sport. Tirando le somme, questo Tennis World Tour, nonostante non sia un titolo realistico e nonostante non sia esente da difetti rilevanti, in linea di massima riesce a divertire, anche se gli appassionati di tennis e quei giocatori che cercano un titolo simulativo resteranno con l’amaro in bocca. A nostro avviso quindi il titolo di Bigben Interactive e Breakpoint dovrebbe essere acquistato solo da chi adora il tennis in maniera smodata o da chi cerca un titolo sportivo senza troppe pretese.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 5,5
Sonoro: 5
Gameplay: 6
Longevità: 5
VOTO FINALE: 5

 

Francesco Pellegrino Lise

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Maneater, vita da squali in formato videogame

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Maneater è molto di più che un semplice videogame, è un vero e proprio “shark-simulator” in salsa agrodolce. Chi non ha mai sognato almeno una volta nella vita di essere uno squalo? Di vagare libero per il mare ed essere un temuto predatore degli oceani, e magari di attaccare un bel banco di pesci o una spiaggia affollata di bagnanti? Bene adesso tutto questo è possibile a patto di avere un Pc, una Xbox One o una Ps4. Ma veniamo al dunque, l’avventura proposta da Tripwire Interactive prende la struttura dei giochi d’azione moderni, quelli open world zeppi di contaminazioni gdr, e la trasporta nel linguaggio sottomarino: i nemici sono i pesci e i predatori, i punti esperienza diventano le sostanze nutritive, mentre l’equipaggiamento è vincolato alla sconfitta di precisi umani armati di fiocine. Quel che ne viene fuori è un’idea innovativa e vincente ma soprattutto unica nel suo genere nel panorama videoludico odierno. La premessa narrativa di Maneater vede consumarsi una rivalità tra lo squalo protagonista e un pescatore di pesci cani di vecchia data, nata da una scintilla che non vi riveleremo per evitare di rovinarvi la trama. Peccato che lo sviluppo della storia sia affidato ad una piccola manciata di cinematiche, per poi affidare il resto ad un narratore pungente che racconterà la vicenda come se fosse una sorta di documentario. Chiaro è che lo scopo è mangiarsi quel pescatore sino all’ultimo capello, ma, prima di raggiungerlo, bisognerà crescere ed evolversi a modo, perché inizialmente il protagonista di Maneater è solo un giovane predatore, certamente temibile, ma non abbastanza da poter mettere fuori gioco uno dei cacciatori di squali più noti della scena. Gettato in acqua come uno scarto e sfregiato, il protagonista della storia darà le sue prime pinnate cercando di destreggiarsi in una palude, dove tartarughe e lucci saranno necessari per crescere ed evolversi. All’inizio ci si muove goffamente in ambienti piuttosto angusti, quasi in controtendenza rispetto alla libertà che ci si potrebbe aspettare da un gioco sugli squali. Questa sensazione di essere costretti in un ambiente troppo piccolo e serrato però ce la si porterà appresso per quasi tutta la durata del gioco. Della decina di aree disponibili, solo due infatti sono realmente ambientate nelle profondità oceaniche. L’acqua gialla, le alghe e una scarsa visibilità accompagnano la prima ora di gioco mentre si cerca di sfuggire agli alligatori e si divorano piccole prede per accrescere la massa muscolare.

In Maneater ogni singola preda conta nell’ambito dell’evoluzione e per ognuna di esse si guadagna esperienza, utile a scalare i 30 livelli e raggiungere lo stato di megalodonte. Un esemplare molto lontano tuttavia dalle dimensioni di quelli descritti nelle leggende marinaresche e più vicino ad un grosso squalo bianco. La struttura corporea durante tutta la fase di crescita sarà invece basata sulle linee dello squalo Leuca, con una realizzazione tecnica davvero di alto livello. Il modello poligonale è infatti curatissimo e ricco di dettagli e le animazioni del nuoto risultano fluide e piacevoli anche solo da guardare. Purtroppo non appena si prende la mano con il sistema di controllo e si desidera iniziare a fare qualcosa di più complesso rispetto alla classica nuotata il gioco inizia a perdere qualche colpo, con animazioni che perdono di fluidità e che male si incastrano tra di loro, trasformando la sinuosa flessibilità dello squalo in una serie di scatti frenetici. La telecamera poi non aiuta di certo e mentre un segnalino ci indicherà quale preda siamo in grado di raggiungere con il nostro morso non sarà inusuale perdere completamente di vista l’obiettivo mentre ci muoviamo rapidamente sotto o sopra di esso. La tridimensionalità dell’oceano, insomma, non viene gestita ottimamente e se si può chiudere un occhio quando si ha tra le mani un piccolo squaletto da controllare, la situazione cambierà drasticamente quando il megalodonte andrà ad occupare gran parte dello schermo. A peggiorare le cose ci si mettono poi le azioni di schivata e di salto troppo veloci per permettere alla telecamera di seguire il proprio pesce in modo adeguato. Per quanto riguarda l’aspetto “ruolistico” offerto da Maneater: tutte le prede offrono sostanzialmente due tipi di nutrienti: minerali e olio, che vanno, una volta accumulati in un determinato numero, spesi nelle grotte, speciali checkpoint sicuri dove rinascere in caso di morte, per far evolvere lo squalo. Si potranno così equipaggiare abilità passive che aumentano e velocizzano la digestione, amplificano il sonar per trovare collezionabili e prede più velocemente o aumentano statistiche come nuoto e resistenza alla mancanza di acqua. Già perché Maneater non si fa mancare proprio nulla quando si parla di trash e non sarà inusuale farsi intere camminate sul molo alla ricerca di qualche bel pescatore da divorare. Uccidere umani permetterà di raccogliere filamenti del DNA, una risorsa che altrimenti sarà possibile recuperare solo uccidendo altri predatori degli oceani e che servirà ad attivare personalizzazioni extra. Esistono infatti anche tre set speciali mascherati da evoluzioni che si potranno letteralmente indossare e che cambieranno enormemente l’aspetto del proprio squalo. Si potrà per esempio far comparire escrescenze ossee così da aumentare le resistenze o iniziare ad emettere fulmini bruciacchiando tutto ciò che si avvicina troppo. Insomma da questo punto di vista Maneater non delude affatto.

A livello di gameplay possiamo dire che giocare a Maneater è semplice e divertente fin da subito. Le meccaniche ruotano attorno al nuoto e al mangiare, con l’occasionale colpo di coda per stordire le prede e un po’ di parkour terrestre che permette di divorare qualche malcapitato, prendere scorciatoie e accaparrare collezionabili. Il nuoto è costituito da due azioni principali da padroneggiare: il movimento semplice e la meccanica di affondo più veloce che consiste essenzialmente nello scatto. Anche l’alimentazione è facile da padroneggiare; c’è un pulsante legato al mordere e deglutire, che può essere sviluppato ulteriormente con più pressioni quando necessario. Oltre a nutrirsi e nuotare, lo squalo protagonista di Maneater ha qualche altro trucco nelle sue branchie. Tali abilità si traducono sotto forma di colpi di coda e con la possibilità di fare una breve passeggiata a sulla riva. La coda può essere utilizzata per stordire i pesci e le persone, rendendola un’ottima meccanica per affrontare forti predatori in scenari di combattimento e può essere ulteriormente sviluppata per agire come mossa a distanza che consente di divorare più pesci. Allo stesso modo, lo squalo può balzare fuori dall’acqua verso la terra per raggiungere nuove aree e banchettare con esseri umani ignari. La riva è dove il protagonista è più limitato in quanto può rimanere a terra solo per poco tempo, pena per una permanenza troppo lunga è una tragica morte per soffocamento. Parlando del combattimento di Maneater, esso ruota attorno all’affrontare altri predatori e cacciatori di squali umani che viaggiano in barca. Gli altri nemici acquatici sono molto vari e spaziano dagli alligatori alle orche, e ognuno differisce in forza a seconda delle dimensioni dello squalo che si sta comandando. Ad esempio, gli alligatori si dimostrano terrificanti nemici all’inizio della storia, tuttavia, man mano che si aumenta di massa, i coccodrilli possono essere eliminati in quasi un morso. I nemici umani, invece, sono l’equivalente di Maneater della polizia nei titoli open world. Quando si causa troppa confusione e si divorano troppi umani, vengono schierati mercenari che punteranno ad uccidere il pesce cane comandato dal giocatore. In questo caso è meglio darsi alla fuga perché più mercenari si divoreranno, più forti saranno le unità che verranno inviate successivamente a dare la caccia al protagonista della storia. Per mantenere sempre freschi gli scenari di combattimento ad ogni livello, Maneater offre combattimenti contro i boss in diversi punti della storia. Essi si suddividono in incontri con mini-boss più facili in cui ci si trova ad affrontare versioni più forti dei numerosi predatori presenti nel gioco, o combattimenti contro boss speciali che sono sopra-livellati e che garantiscono speciali bonus/abilità una volta sconfitti. Tirando le somme, nonostante Maneater sia un gioco non privo di difetti, nel complesso si dimostra essere un prodotto originale, divertente e soprattutto che è in grado di garantire diverse ore di gioco. Una grafica piacevole, miscelata a un’altrettanto buona cura per i dettagli e a un sonoro sempre gradevole fanno si che l’intera produzione sia un titolo da non ignorare. Se si è alla ricerca di qualcosa di diverso, Maneater non deluderà le vostre aspettative.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8

Gamelay: 8,5

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco Pellegrino Lise

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iPhone 11 da record, è lo smartphone più venduto al mondo

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L’iPhone 11 segna un nuovo record e fa segnare al colosso di Cupertino un nuovo successo. Lo smartphone della Mela Morsicata è infatti diventato lo smartphone più popolare al mondo, superando i risultati messi a segno un anno fa dall’iPhone XR nonostante l’epidemia di coronavirus abbia contratto il mercato. Secondo gli analisti di Omdia, nel primo trimestre dell’anno l’iPhone 11 è stato il telefono più gettonato su scala globale, con 19,5 milioni di unità consegnate. L’iPhone XR nel primo trimestre del 2019 si era fermato a 13,6 milioni di unità. Con l’ultimo modello di smartphone Apple è riuscita a trovare il giusto equilibrio tra prezzi e funzionalità, garantendo un forte appeal del dispositivo. Al lancio, l’iPhone 11 costava 50 dollari in meno rispetto al suo predecessore iPhone XR. Tuttavia, nonostante il prezzo più basso, iPhone 11 presenta una configurazione a doppia fotocamera, un importante aggiornamento rispetto alla configurazione a obiettivo singolo del precedente leader di mercato. Questa novità si è rivelata estremamente attraente per i consumatori, favorendo l’aumento delle vendite. Al secondo posto tra gli smartphone più venduti nei primi tre mesi del 2020 c’è il Galaxy A51 di Samsung con 6,8 milioni di pezzi. Seguono il Redmi Note 8 e il Redmi Note 8 Pro di Xiaomi con 6,6 e 6,1 milioni di smartphone rispettivamente. Al quinto posto l’iPhone XR (4,7 milioni) precede l’iPhone 11 Pro Max (4,2 milioni). La classifica prosegue con il Galaxy A10s (3,9 milioni), l’iPhone 11 Pro (3,8 milioni), il Galaxy S20 Plus 5G (3,5 milioni) e il Galaxy A30s (3,4 milioni). Guardando agli smartphone 5G, il Galaxy S20 Plus 5G di Samsung apre la classifica, davanti al Mate 30 5G (2,9 milioni) di Huawei e al Mate 30 Pro 5G (2,7 milioni), al Galaxy S20 5G (2,4 milioni) e al Galaxy S20 Ultra 5G (2,3 milioni). Tuttavia, a causa della pandemia da COVID-19, in molti Paesi il mercato degli smartphone continuerà a contrarsi ed insieme ad esso anche il ritmo di espansione del 5G. Unica eccezione è la Cina, dove il mercato degli smartphone si sta riprendendo rapidamente.

F.P.L.

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Saints Row The Third Remastered, la gang torna a 60 fps

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Saints Row The Third Remastered arriva sulle attuali piattaforme di gioco a quasi 10 anni dall’uscita del titolo originale e lo fa con una veste grafica del tutto restaurata e molte piccole chicche che faranno la gioia dei gamers. Lanciata inizialmente nel 2011 per le maggiori piattaforme del tempo, questa bizzarra ed egocentrica opera di Deep Silver Volition torna in grande spolvero per far nuovamente morire dalle risate a suon di colpi di armi da fuoco ed esplosioni pirotecniche. Ricordato per essere sempre stato “il fratellastro meno cool di GTA“, con questo terzo capitolo Saints Row ritrovò la sua dimensione discostandosi dal classico stereotipo e, soprattutto, dall’ombra del suo “parente non di sangue” targato Rockstar Games. Restando sempre sopra le righe per non perdere l’identità costruita con i precedenti titoli, nel 2011 era riuscito a ritagliarsi il suo spazio e a conquistare una buona fetta di mercato. Saints Row The Third Remastered è disponibile per Xbox One, versione da noi testata, ma anche per PlaySation 4 e PC. Prima di parlare dell’aspetto puramente tecnico di questa riedizione, vogliamo introdurre brevemente l’opera per far comprendere a chi non avesse mai giocato prima d’ora a quest’avventura di che cosa si sta parlando.

In Saints Row The Third i giocatori vestiranno i panni di una gang di criminali chiamata per l’appunto i Third Streets Saints. Nata da piccoli crimini stradali e controlli di quartiere nella città di Stilwater (Michigan), la banda di delinquenti è ormai divenuta un vasto impero criminale e mediatico che ha guadagnato un potere incredibile, al punto da avere la maggiore influenza come brand a livello nazionale. Saints Row The Third Remastered inizia con il protagonista, che l’utente potrà creare a suo piacimento tramite un editor ben fatto che permetterà anche di regolare la dotazione sessuale del proprio alter ego virtuale, impegnato in un ambizioso colpo a una banca. Purtroppo la rapina però non va liscia come avrebbe dovuto, e da qui il giocatore sarà impegnato in una rocambolesca fuga che definire cinematografica è persino riduttivo: sterminando praticamente un intero esercito di nemici costituito da guardie del corpo spietate, gang nemiche e persino agguerritissimi agenti SWAT. Il protagonista, insieme ai suoi fidati compagni, si farà strada sul tetto di un edificio facendo saltare in aria innumerevoli elicotteri e riuscendo persino a sfuggire dall’aereo del “Sindacato” (organizzazione rivale che ricatta i Saints), e a salvarsi tramite una surreale escursione in parapendio con sparatorie volanti incorporate. Dopo questa fase action inizierà la classica esperienza di gioco open world criminale, avendo accesso a un appartamento munito di garage che ospita già tanti mezzi disponibili, e potendo contare su diversi contatti che ci offrono rapine, crimini e lotte con le gang rivali per allargare il territorio. Tutte queste missioni ricompensano con denaro e con punti rispetto, che consentono si salire di grado e di sbloccare nuove bocche da fuoco, potenziamenti, proprietà e quant’altro, in un modo abbastanza familiare per chi conosce i free roaming criminali. Nonostante il gameplay di Saints Row The Third Remastered soffra ormai il peso degli anni, il gioco risulta ancora molto divertente. Sebbene alcune meccaniche non siano articolate quanto ci si aspetterebbe, l’estrema irriverenza e la follia di tutto ciò che ci viene offerto farà soprassedere sulle dinamiche di gameplay non proprio fresche. Dal linguaggio estremamente scurrile alle auto istrioniche, ai mezzi estremi e alle armi teleguidate, tutto quello che si può fare risulta folle, estremamente soddisfacente e incredibilmente divertente.

Dopo questo breve ma doveroso riassunto della trama passiamo a descrivere i cambiamenti tecnici apportati a questo Saint Row The Third Remastered. Prima di ogni cosa si nota che la risoluzione nativa è stata incrementata, arrivando a 1080p su console base e 1440p (con upscaling a 4K) su PS4 Pro e Xbox One X, mentre su PC ovviamente c’è il supporto alle risoluzioni native più estreme. Per quanto riguarda il frame-rate, questo è bloccato di default a 30fps, un aspetto che potrebbe inizialmente dar storcere la bocca, ma fortunatamente nel menu delle opzioni esiste l’opzione per passare ai tanto agognati 60fps. L’aumento di risoluzione è il classico lavoro che si fa in sede di rimasterizzazione ma anche il minimo sindacale. Il remaster di Saints Row The Third va però fortunatamente ben oltre: il gioco infatti gira su un motore basato sulla fisica che applica anche un’inedita illuminazione globale. Il look ora risulta totalmente nuovo grazie a tre nuovi metodi di occlusione ambientale che si combinano tra loro a seconda del tipo di oggetto o texture. Depth of field e motion blur sono stati potenziati, così come la nebbia e gli effetti volumetrici. Sono stati aggiunti anche nuovi effetti post-processing come aberrazione cromatica e grana cinematografica, che assieme a nuovi filtri UV, anti-aliasing, riflessi ambientali e delle superfici, HDR e nuovi gradienti di colore in base all’ora del giorno, restituiscono al mondo di gioco un aspetto nuovo e più realistico. Un grande lavoro è stato svolto anche sulle texture e sugli elementi del mondo. Le texture presenti in Saints Row The Third Remasterd sono ad alta risoluzione e le animazioni dei modelli non sono più compresse. Elementi come vegetazione, cespugli degli alberi e shader in alcuni casi sono stati completamente rifatti da zero. La tessellazione è stata migliorata, sono state aggiunti materiali riflettenti ai vetri di finestre e finestrini delle auto, e l’illuminazione degli interni è stata riprogettata per adattarsi al nuovo sistema governato dalla fisica. Insomma, ci si trova dinanzi a un lavoro davvero curato e ben fatto.

Saints Row The Third Remasted però ha anche altro da offrire, infatti, il pacchetto comprende tutti gli oltre 30 DLC rilasciati dopo il lancio originale su console last-gen, alcuni dei quali sono disponibili da subito in forma di elementi cosmetici o missioni alternative. Questi contenuti aggiuntivi sono davvero tanti e all’epoca del lancio costavano anche parecchio. Se tutto questo non dovesse bastare, sottolineiamo che si può affrontare l’intera storia in co-op online e aiutare i propri amici entrando nella loro partita, alzando così l’asticella del divertimento. Ultima ma non per questo meno importante è anche la “Modalità Lorda”, che permette di affrontare una serie di scagnozzi a ondate come una sorta di Orda, impugnando armi pazze come un enorme dildo di gomma. Insomma, tirando le somme, il pacchetto offerto da Saints Row The Third Remasterd è davvero un’ottima occasione per poter rivivere in maniera migliorata l’esperienza di gioco vissuta un decennio fa, poter giocare a tutti gli elementi post lancio, ma anche, nel caso in cui non si abbia avuto la fortuna di giocare al titolo originale, di scoprire un videogame esilarante, volutamente iperbolico, spregiudicato, ma soprattutto estremamente divertente. Credete a noi: lasciarselo sfuggire sarebbe un vero peccato.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9

Sonoro: 9

Gameplay: 8

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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