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Editoriali

TRAPANI: ABBATTUTA LA TORRE MAFIOSA DEI MESSINA DENARO

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Allegato con all'articolo il video con le immagini dell'operazione e le intercettazioni ambientali

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Redazione

Trapani – Arrestati i vertici operativi dell'organizzazione tra cui la sorella del boss latitante Matteo Messina Denaro Patrizia Messina Denaro e il nipote Francesco Guttadauro ed i cugini Mario Messina Denaro, Lorenzo Cimarosa E Giovanni Filardo. 
Nella mattinata odierna, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e D.I.A., hanno portato a termine un’importante operazione nei confronti del latitante Matteo Messina Denaro e del mandamento mafioso di Castelvetrano.
I provvedimenti di arresto sono stati disposti dal Gip del Tribunale di Palermo su richiesta dei magistrati della locale Procura Distrettuale che coordinano le attività di ricerca del boss trapanese: il Procuratore aggiunto d.ssa Teresa Principato e i sostituti procuratori Paolo Guido e Marzia Sabella. Lle ordinanze di custodia cautelare hanno riguardato 30 soggetti indagati, a vario titolo, per i reati di associazione mafiosa, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni, favoreggiamento aggravato, compravendita elettorale, corruzione, turbativa d’asta, aggravati dalle finalità mafiose.
 
I carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Trapani hanno eseguito 17 provvedimenti nei riguardi di soggetti indiziati a vario titolo di far parte delle famiglie mafiose di Castelvetrano e Campobello di Mazara. In particolare, le indagini hanno documentato le attività illecite del mandamento mafioso di Castelvetrano, accertando i ruoli di vertice degli esponenti della famiglia dei Messina Denaro, il capillare controllo del territorio ed il sistematico ricorso all’intimidazione per infiltrare il tessuto economico locale attraverso imprese di diretta emanazione dell’organizzazione criminale. L’articolata attività conferma il ruolo apicale tutt’ora rivestito dal latitante Matteo Messina Denaro all’interno del mandamento e della provincia mafiosa, che si concretizza nella direzione delle varie articolazioni dell’organizzazione, nella risoluzione di controversie interne al circuito familiare e nella gestione degli ingenti interessi economici del sodalizio. in tale ambito, è stato possibile documentare il ruolo di vertice operativo assunto da Francesco Guttadauro, figlio di Filippo e Rosalia Messina Denaro, anche quale collettore delle relazioni connesse all’attività di sostentamento della famiglia dei Messina Denaro e dello stesso latitante. Sono stati in particolare documentati, anche attraverso intercettazioni di notevole valore probatorio, i ripetuti interventi del Guttadauro per dirimere i contrasti interni al circuito familiare, inerenti la spartizione dei guadagni provenienti dalle società controllate dagli imprenditori mafiosi Antonino Lo Sciuto e Lorenzo Cimarosa, quest’ultimo cugino del latitante.

Le indagini hanno altresì documentato come i citati Cimarosa e lo Sciuto, titolari delle società B.F.Costruzioni s.r.l. e M.G. Costruzioni s.r.l. abbiano gestito, per conto dell’organizzazione, la realizzazione di importanti commesse pubbliche e private nell’area di Castelvetrano, quali strade della zona industriale ed opere di completamento del cd. “polo tecnologico” di contrada airone, nonché i lavori per le piazzole e le sottostazioni elettriche del parco eolico denominato “ventodivino”, nel comune di Mazara del Vallo, a seguito di un accordo spartitorio con quest’ultimo mandamento mafioso. In tale quadro, le indagini hanno accertato anche le modalità di aggiramento dei vincoli imposti dal protocollo di legalità sottoscritto dall’appaltatore del parco eolico, l’impresa Fabbrica Energie Rinnovabili Alternative s.r.l., con la Prefettura di Trapani.

Nel corso delle indagini, si registrava anche l’intervento del Cimarosa e dei Lo Sciuto nei confronti dell’imprenditore mazarese Carlo Loretta, per risolvere una disputa nata con riferimento alla quota dei lavori da far eseguire all’impresa M.E.S.T.R.A. srl., riconducibile alla locale famiglia mafiosa. La piena riconducibilità delle vicende societarie alla famiglia del latitante veniva confermata dai conflitti sulla spartizione degli utili d’impresa, ritenuta iniqua da Patrizia Messina Denaro e da Rosa Santangelo, zia del ricercato, con l’intervento risolutore, anche in questo caso, di Francesco Guttadauro.

Il provvedimento comprende, inoltre, le indagini sviluppate nei confronti di Nicolò Polizzi, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ritenuto uno dei principali referenti dei flussi di comunicazioni mafiose verso la provincia di Palermo, con particolare riferimento ai contatti preparatori delle riunioni, tra il noto Francesco Luppino e i responsabili dei mandamenti di cosa nostra palermitana. il Luppino costituiva, infatti, all’epoca in cui le articolazioni palermitane di cosa nostra stavano tentando di ricostituire la commissione provinciale, il referente trapanese delle comunicazioni destinate a Matteo Messina Denaro.

Dopo l’arresto del Luppino, lo sviluppo delle investigazioni nei confronti di Polizzi Nicolò consentiva l’acquisizione di elementi che, oltre a confermarne la contiguità al latitante di Castelvetrano, definivano il ruolo di condizionamento delle commesse pubbliche e private in ambito locale. in particolare, il predetto emergeva quale referente nella gestione di alcune operazioni propedeutiche alla realizzazione del villaggio turistico della catena Valtur, in località Tre Fontane a Campobello di Mazara, ad opera della società Mediterraneo Villages s.p.a.. dalle indagini è emersa anche la capacità di quest’ultimo nel rapportarsi con la locale amministrazione comunale e con vari operatori economici per l’ottenimento di posti di lavoro e la cura di altri interessi del sodalizio mafioso. In particolare, è stato riscontrato l’appoggio offerto dal predetto polizzi e dalla famiglia mafiosa ad una candidata alle elezioni regionali del 2012, in cambio di rilevanti somme di denaro.
 
La Squadra Mobile di Trapani – S.C.O., ha eseguito 8 provvedimenti che hanno riguardato sia l’articolazione mafiosa di Paceco che quella di Castelvetrano.

A carico dell’indagata  Messina Denaro Patrizia, cui viene contestata l’associazione a delinquere di stampo mafioso,  la Polizia di Stato (Servizio Centrale Operativo  e Squadre Mobili Di Palermo e Trapani) ha raccolto importanti risultanze al fine di dare contezza dell’intraneità della sorella del latitante alla famiglia mafiosa di Castelvetrano. In particolare le intercettazioni dei colloqui in carcere tra la donna ed il di lei marito, Panicola Vincenzo (detenuto e già condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per 416 bis c.p. nell’ambito del processo Golem fase II), hanno evidenziato come ai legami di parentela si siano affiancati ed addirittura sovrapposti i più stretti vincoli derivanti dalla comune appartenenza a cosa nostra.

I colloqui intercettati evidenziavano come la Messina Denaro Patrizia avesse avuto il compito dal marito di interloquire con il fratello latitante per sapere se lo stesso avesse o meno autorizzato l’imprenditore Grigoli Giuseppe a rendere dichiarazioni accusatorie contro altri indagati, con il fine ultimo di salvaguardare le aziende a lui sequestrate (il gruppo 6g.d.o. esercente nella grande distribuzione con il marchio Despar). 

Tale esigenza originava dal malumore maturato nei confronti del Grigoli a seguito di sue propalazioni processuali e quindi dalla eventualità che lo stesso potesse essere “punito” con un pestaggio da parte di altri detenuti.
La donna, nel corso di successivi colloqui, dava conto di aver comunicato (in maniera riservata) con il noto latitante e di aver da lui ricevuto chiare direttive “di lasciare stare” il Grigoli, non tanto perché avesse autorizzato lo stesso a rendere dichiarazioni ma perché un’eventuale sua piena collaborazione avrebbe arrecato un più grave danno all’organizzazione criminale.
Sulla base di tali intercettazioni, pertanto, si acquisiva prova del fatto che la donna, dimostrando di essere in grado di interloquire direttamente con il fratello latitante, svolgesse un ruolo funzionale all’interno della famiglia mafiosa di Castelvatrano  tale da garantire al Messina Denaro Matteo tempestiva e piena cognizione di questioni d’interesse della consorteria e di poter esercitare le sue prerogative di valutazione e decisione, correlate alla funzione di vertice allo stesso riconosciuta.

Viene contestata all’indagato Mario Messina Denaro la tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. In particolare è stato verificato come il Messina Denaro Mario frequentasse, senza averne plausibili motivazioni, il centro diagnostico Hermes di Castelvetrano. Non potendo escludere che tale frequentazione potesse essere connessa a fatti di natura illecita o, peggio, ad ipotesi di favoreggiamento nei confronti del più noto cugino latitante, venivano esperite più approfondite indagini anche di natura tecnica.
Le investigazioni consentivano, quindi, di acquisire importanti inconfutabili elementi di riscontro in ordine al tentativo di estorsione posto in essere dal  Messina Denaro Mario ai danni della Hermes di Castelvetrano ed in particolare  della sua rappresentante Ferraro Elena e del socio Tagliavia Francesco.
Le indagini evidenziavano come il Messina Denaro Mario si fosse presentato alle vittime, avvalendosi della reputazione negativa goduta sul territorio castelvetranese in quanto cugino del noto latitante nonché per i suoi trascorsi giudiziari (il Messina Denaro Mario è stato già condannato a 5 anni di reclusione per il reato di estorsione aggravata commessa nel 2008 nei confronti di un imprenditore di Castelvetrano) al fine di chiedere un’ingiusta dazione di denaro intimando alla Ferraro Elena di collaborare con altra clinica operante nel nord italia per poi prospettare la necessità di emettere delle fatture di importo superiore a quanto effettivamente eseguito allo scopo di costituire un  fondo “in nero” da consegnare illecitamente all’indagato che, a suo dire,  l’avrebbe utilizzato per sostenere le famiglie dei detenuti. Lo stesso Messina Denaro Mario, secondo quanto acquisito, avrebbe millantato di ricoprire un ruolo di vertice in seno alla consorteria mafiosa castelvetranese (testualmente si presentava come il capo di tutto) al fine di incutere maggiore timore alle vittime.
All’esito dei servizi tecnici venivano anche escusse le parti offese che confermavano il quadro delle acquisizioni probatorie fornendo un importante riscontro ai fini della successiva emissione del provvedimento restrittivo in argomento.
Gli altri provvedimenti hanno riguardato esponenti contigui al noto mafioso Mazzara Michele al quale viene contestato il reato di intestazione fittizia unitamente ai soci della SPE.FRA. Costruzioni s.r.l. in ordine a tale filone di indagine si realizzava una convergenza investigativa con i carabinieri che pervenivano ad acquisizioni analoghe deferendo all’A.G. i medesimi soggetti per gli stessi fatti. Si acquisivano fonti di prova secondo le quali il Mazzara, sempre al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, aveva fittiziamente intestato la sopra citata impresa SPE.FRA. Costruzioni s.r.l. agli indagati, Spezia Francesco, Agosta Antonella e Matteo (moglie e cognato dello spezia) e Fabiano Francesco, mantenendone la gestione diretta e fruendo degli utili d’impresa.

Monitorando il medesimo filone investigativo emergevano chiari indizi di colpevolezza in ordine a fatti di corruttela emersi nell’esecuzione, da parte della SPE.FRA. Costruzioni s.r.l., di lavori di “manutenzione ordinaria e straordinaria eseguiti presso la casa circondariale ucciardone di Palermo” affidati alla menzionata impresa.

Nel dettaglio si accertava come l’indagato Marino Giuseppe – funzionario tecnico (ingegnere) del Ministero della Giustizia in servizio presso il Provveditorato Regionale del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria di Palermo – avesse ricevuto del denaro per compiere atti contrari al proprio ufficio per evitare alla ditta SPE.FRA. Costruzioni s.r.l. una penale per il ritardo nell’esecuzione nei lavori di cui sopra. per la promessa di pagamento al Marino Giuseppe (di 10.000 euro n.d.r.) venivano deferiti anche gli indagati Spezia Francesco e Pilato Giuseppe (un geometra dipendente della SPE.FRA. Costruzioni s.r.l.).

Nel medesimo contesto investigativo si evidenziavano prove a carico degli indagati Pilato Giuseppe e Torcivia Salvatore (altro funzionario tecnico del Ministero della Giustizia in servizio presso il Provveditorato Regionale del D.A.P. di Palermo) in ordine alla turbativa d’asta, manipolata in favore della menzionata ditta, relativa a due diverse procedure per lavori da eseguirsi presso la casca circondariale ucciardone  di Palermo (una di circa 44 mila euro per la realizzazione di impianti di sicurezza, ed un’altra di circa 37 mila euro per l’allacciamento di impianti tecnologici).
 
I militari del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata – G.I.C.O – del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Palermo, con la collaborazione del Servizio Centrale d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata – S.C.I.C.O. – della Guardia di Finanza di Roma, hanno dato esecuzione a quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere, nei confronti di  Giovanni Filardo (50 anni), cugino del boss per parte di madre, la moglie, Franca Maria Barresi (45 anni) e le due figlie della coppia Floriana (26 anni) e Valentina (27 anni) componenti della fitta rete di fiancheggiatori del boss di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, accusati di trasferimento fraudolento di società e valori.

Ulteriori acquisizioni investigative sono confluiti nei provvedimenti eseguiti dai carabinieri nei confronti di Lorenzo Cimarosa  e Antonino Lo Sciuto.

Le investigazioni della Guardia di Finanza hanno permesso di scoprire, oltre alle personali responsabilità penali degli indagati nell’azione di supporto alla latitanza del boss trapanese, l’esistenza di un circuito imprenditoriale preordinato ad assicurare un completo controllo economico del territorio nel settore dell’edilizia e relativo indotto mediante la gestione dell’acquisizione, della spartizione e della realizzazione di importanti commesse, capeggiato proprio dal Filardo che dal carcere, ove all’epoca era recluso, dirigeva di fatto le imprese edili della famiglia, con l’appoggio di altre aziende della zona “disponibili” a supportare gli affari della “famiglia”.
dal luogo di detenzione, infatti, il Filardo impartiva ai suoi familiari (la moglie, le figlie, il cognato e i nipoti) precise disposizioni e direttive sull’attività imprenditoriale, puntualmente recepite e attuate, sostituendosi nella gestione degli affari di famiglia al congiunto detenuto, partecipando fattivamente all’acquisizione delle commesse per la realizzazione di strutture industriali/commerciali nel territorio di Castelvetrano e della provincia trapanese, come parchi eolici, capannoni e punti di ristorazione, curando anche la riscossione dei crediti presso i vari committenti (pubblici e privati) nonché i rapporti con gli istituiti di credito.
Le direttive impartite da Giovanni Filardo hanno riguardato sia la gestione delle aziende edili – con particolare riferimento alle assunzioni, ai licenziamenti, ai pagamenti ed alle riscossioni – sia il progressivo prosciugamento delle disponibilità finanziarie sociali e personali, per eludere l’applicazione delle misure di prevenzione di carattere patrimoniale previste dalla normativa antimafia. per il trasferimento delle somme dai conti correnti bancari e per talune operazioni di banca, una delle figlie si rivolgeva, su indicazione del padre, a impiegate compiacenti di alcuni importanti istituti di credito che con deferenza fornivano la necessaria consulenza.
Con particolare riferimento all’attività di sostegno economico al circuito familiare del latitante garantito dal Filardo emerge la contiguità e il ruolo di responsabilità decisionale raggiunto in seno al sodalizio mafioso da un’altra donna della famiglia Messina Denaro, Anna Patrizia, sorella di Matteo. quest’ultima, artefice d’insistenti pretese di denaro avanzate alla famiglia Filardo, verosimilmente quale contributo dovuto per le commesse ottenute, ha ricevuto somme in acconto corrisposte da Floriana Filardo proprio su indicazioni del padre recluso.
 
Personale della DIA ha eseguito due provvedimenti restrittivi maturati nell’ambito delle indagini condotte da personale della direzione investigativa antimafia, supportate da numerose attività tecniche, nelle quali venivano raccolti una vasta mole di elementi convergenti che, riscontrati da fonti di prova di natura dichiarativa oltre che dalle risultanze investigative, hanno permesso di accertare la commissione di estorsioni, aggravate dal metodo mafioso, da parte di  Messina Denaro Patrizia, sorella del latitante Matteo Messina Denaro e Guttadauro  Francesco, figlio del pregiudicato mafioso Filippo e di  Rosalia Messina Denaro, altra sorella di Matteo.
Secondo la ricostruzione prospettata dagli investigatori della Direzione Investigativa Antimafia, la sorella ed il giovane nipote del noto latitante, avrebbero indebitamente richiesto a due ereditiere di Castelvetrano (TP), una quota sostanziosa delle cospicue somme di denaro che le stesse avevano ricevuto in eredità a seguito di lasciti di una loro conoscente, recentemente scomparsa.
una delle vittime, La Cascia Girolama, cedendo alle pressioni estorsive,  ha corrisposto a Messina Denaro Patrizia la somma di euro 70.000,00 (settantamila), mediante  assegni  circolari, la cui emissione veniva giustificata da inesistenti operazioni immobiliari.

La Cascia Girolama, seguendo le precise indicazioni impartitegli  da  Messina Denaro Patrizia,  rendeva al personale della D.I.A. false dichiarazioni, al fine di coprire l’attività delittuosa dei propri aguzzini.
Per tali ragioni, le veniva contestato il reato di favoreggiamento e sottoposta alla misura cautelare degli arresti domiciliari.
L’altra vittima, Campagna Rosetta, restia ad aderire alle illegittime pretese economiche della Messina Denaro, veniva, anche, contattata dal giovane Francesco Guttadauro, che non esitava a sollecitare reiteratamente anche i suoi prossimi congiunti, chiedendo anche a questi la corresponsione delle somme pretese dall’organizzazione criminale alla consanguinea.
Il Giudice delle indagini preliminari, nel provvedimento cautelare, non ha mancato di stigmatizzare come Messina Denaro Patrizia ed il nipote Guttadauro Francesco, per raggiungere i loro fini illeciti, non abbiano avuto necessità di ricorrere a condotte caratterizzate da atti di violenza o all’uso di espressioni apertamente minacciose, essendo sufficiente potersi avvalere della “forza intimidatrice” del vincolo associativo, evocando l’appartenenza, con ruoli apicali e di vertice, dei propri congiunti all’organizzazione criminale di tipo mafioso “cosa nostra”, tanto radicata in quel territorio dal pretendere di imporre anche una propria “imposta di successione” sui cittadini.
 
Oltre all’esecuzione delle misure cautelari personali, il G.I.C.O. e lo S.C.I.C.O. della Guardia di Finanza hanno proceduto, congiuntamente ai Carabinieri  e alla Polizia di Stato, al sequestro preventivo (art 321 cpp; art 12 sexies d.l. 306/92) di nr. 3 complessi aziendali ( B.F Costruzioni s.r.l. – M.G. Costruzioni s.r.l. – Spe.Fra. Costruzioni s.r.l.) riconducibili al latitante ma fittiziamente intestati ai suoi prestanome, costituiti da società operanti nel settore dell’edilizia per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro, il tutto ricostruito con articolate indagini economico – finanziarie.
 

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Ambiente

La visita in città di un romano scappato dalla Capitale: è davvero il disastro cronico! [Il reportage]

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ROMA – Amata Roma così sporca, piombata in un degrado da cui è difficile sollevarsi. La Capitale d’Italia piena di immondizia, di sterpaglie e rovi così erti, selvaggi e pungenti che guai a finirci a contatto, sarebbe una ferita troppo profonda.

Non vivendo Roma tutti i giorni, finché non la si gira in lungo e largo come un turista bisognoso di conoscere, non si ha la percezione esatta dello stato di disastro cronico in cui sia finita la città. Il pensiero, prima di fare i visitatori, era ben diverso. Si pensava senza alcun dubbio che la città, forse, fosse più sporca del solito, ma anche che una certa opinione fosse troppo poco generosa e forse politicizzata. Purtroppo non è così. Lo scenario capitolino è peggio di come viene descritto dalle cronache dei romani disperati che hanno perso il contatto con la bellezza della Città eterna. Non si vuole scendere in sentimentalismi ma è sicuro che per chi a Roma ci è nato, vederla ridotta in ginocchio è come ricevere un pugno nello stomaco.

Anche i siti emblema di Roma gridano vendetta

Il verde pubblico è fuori controllo, a via Veneto, una strada piena di storia e tra le più importanti al mondo la vegetazione non è affatto curata tanto che persino la segnaletica ne è ricoperta.

Villa Borghese, nel tratto che porta alla metro è sporca, piena di immondizia e c’è addirittura un cumulo di rifiuti ingombranti tra sanitari e materiale cementizio che dimora dietro un vecchio cartello con su scritto “S.P.Q.R. Coni Fise”

Che ne è stato della Villa Borghese dagli ingressi accoglienti, puliti e con il verde ben tenuto, nessun albero pericolante, nessuna cicca a terra o bottiglia di plastica o sacchetto della spazzatura. Perché tutto questo scempio?

Sono tanti i romani che rimpiangono gli affidamenti diretti e che ora temono gli annunci di “gare europee” che poi vanno deserte perché da Roma scappano tutti

Che fine a fatto spelacchio? Anche lui, vecchio pino di Natale avrà fatto una brutta fine. No, non si sta affatto farneticando. Il Comune avrebbe dovuto sia bandire una gara europea di durata triennale, con stanziamento di 2,4 milioni di euro, sia due gare intermedie del valore di 250mila euro l’una, che dovevano essere aggiudicate nelle more della pubblicazione della megagalattica gara Europea messa nero su bianco da un ufficio con le poltrone in pelle umana, tanto per dirla alla Fantozzi. E invece? Il nulla più totale e miserevole.

Dopo tre anni di niente la Giunta pentastellata cambia idea e adesso pensa a un accordo quadro

Di quadrato i romani hanno qualcos’altro e ogni tanto tocca dire le cose come stanno. Il verde è al collasso, nelle scuole ci sono i topi, nei parchi e ville gli alberi sono pericolanti e in ogni angolo trasudano i rifiuti.

Via Condotti, il venerdì mattina si presenta come una parata di carta e cartoni vari: ma possibile non ci sia un’altra soluzione più decorosa che restare fino a mezzogiorno con uno scempio nella strada dello shopping della Capitale?

Perché quando si esce dalla metro ci sono i rifiuti? Perché quando si percorrono i lunghi corridoi alle 11:30 del mattino è sporco a terra vicino i distributori del cibo e bevande? Perché tanta incuria e puzza e mancanza d’igiene che con il caldo amplifica e fa sentire di più la sua presenza?

Il Comune non ha ancora regolato il servizio di derattizzazione

Dicevamo dei topi. Si ci sono i topi, più numerosi del solito. Perché? Lo si vuole proprio dire? Ebbene, dal 2016 in poi, anno in cui la competenza sulle derattizzazioni è stata sottratta all’Ama e trasferita in capo all’amministrazione comunale, il Comune non ha ancora regolato il servizio.

La differenziata era fissa al 41% e il piano rifiuti prospettato dai pentastellati presentato ad aprile 2017 (per intenderci quando si è dimessa l’assessore Paola Muraro ed è arrivata Pinuccia Montanari, che però ha lasciato la poltrona lo scorso febbraio) prospettava una crescita che avrebbe portato al 70% entro il 2021. Macché. Nel 2018 a Roma la differenziata è scesa sotto il 44% contro il 44,3% del 2017. I romani producono circa 2.600 tonnellate di indifferenziata al giorno. Il Sole 24 ore ci ricorda che dei due Tmb di proprietà dell’Ama, Salario e Rocca Cencia, che fino al 2016 trattavano il 50% dell’indifferenziata prodotta in città, è rimasto attivo solo quello di Rocca Cencia, che a fine maggio si è fermato per un guasto. Per il Salario, devastato da un incendio l’11 dicembre 2018 (un altro incendio ha riguardato Rocca Cencia a marzo), Raggi ha appena chiesto alla Regione Lazio il ritiro dell’Autorizzazione integrata ambientale. Gli altri due Tmb di Malagrotta usati da Ama sono di proprietà di Colari, la società di Manlio Cerroni che possedeva anche la discarica chiusa nel 2013 e che è stata commissariata e ora è gestita da un amministratore giudiziario.

Spaventosi i dati forniti il 12 giugno in audizione alla Camera dal direttore generale di Arpa Lazio, Marco Lupo

Oggi “1 milione di tonnellate di rifiuti (su 1,7 milioni totali, ndr) escono dalla città metropolitana di Roma, diretti a impianti di trattamento o smaltimento in base alla tipologia di rifiuto”. E nei primi quattro mesi del 2019 hanno saturato tra il 40 e il 70% della capacità dei tre Tmb nelle province di Viterbo, Latina e Frosinone.

La paralisi è totale

Andiamo avanti? I trasporti sono al collasso. In metropolitana si sta tutti appiccicati come bestiame. Nel 2019 Repubblica e Barberini sono fuori dai giochi, non si è fatta manutenzione alle scale mobili per anni, non è garantita dappertutto la sicurezza antincendio, ci sono troppe barriere architettoniche. Che città è? Una città che non ascolta, che non offre, che arranca e che è sempre più lontana dalla vecchia e cara Roma.

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Editoriali

Politica italiana, gonfia di chat e pregna di shit

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Duemila e quattrocento anni circa, già prima che si affacciassero sulle reti tv i vari politologi, opinion leader ed analisti vari di politica, molto autorevolmente, Aristotele dedicò un’opera in otto libri, fornendo un’analisi dell’organizzazione e dell’amministrazione della cosa pubblica.

Anche Platone, precedendo i politici di oggi di altrettanti 2400 anni, sognava una città ideale e nella sua Repubblica ne tratteggiava tre classi organizzate su imitazione dell’anima e governate da un gruppo di sovrani filosofi.
Il format politico di Platone lo avvicina più di chiunque altro modello alle necessità attuali, volendo sanare un paese malato.

La Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, nella Repubblica di Platone si troverebbero a loro agio. A Luigi Di Maio e al suo M5s calzerebbe benissimo la politica di Aristotele, calma e attendista, con una debita autonomia da tutto quello che rappresenta la filosofia.

Si dice che la politica sia l’arte e la scienza del governare

Nel nostro paese, cosa fenomenale, tutti si sentono abilitati, non solo nel dare giudizi ma anche a pontificare sull’arte e sulla scienza della politica. Ne consegue che, specialmente durante gli intrattenimenti televisivi, orchestrati dalle solite mezze buste, anziché di vera politica si assista a tante chat e molto shit.

Chi pensava che i partiti determinassero la politica del paese, deve ricredersi. Nelle ultime europee, di liste di partiti e partitini se ne sono presentati 47. Sarebbe molto interessante, magari lo faremo la prossima volta, analizzare il costo dei rimborsi elettorali. Rimandiamo l’argomento e procediamo con il chat e shit dei messaggi che vanno in onda per non perdere il filo.

Sta davanti agli occhi di tutti la disgregazione del sistema Paese

Si dissolvono i partiti tradizionali e sparisce ideologia, la classica destra e quella sinistra. E’ dissolto il partito democratico e si è ridotto a lumicino il partito glorioso di Berlusconi Forza Italia. Fa molto trendy e chic dichiararsi pro Europa, più Europa. Rispondono gli avversari politici: più Italia, Italia first. Seguono le contrapposizioni: Sovranisti contro quelli pro Ancien Régime.

Nascono a questo punto gli hashtag: #Sovranistabrutto #AncienRégimebello

Scatta l’allarme e parte la Corazzata Potemkin. Dai monitor dei vari Palazzi-Venezia televisivi si leggono dichiarazioni di ostilità e annunci di avversità contro lo iettatore del momento.

Zingaretti non è Aristotele nemmeno Platone e tantomeno Carlo Calenda La Bonino non è Mahatma Ghandi e Matteo Renzi non è Lady Thatcher. Non si immaginerebbe mai la Boldrini come laura, la pianta sacra ad Apollo, dio della poesia e nemmeno si riesce a pensarla come Laura, l’amore inappagato e tormentato, attraverso cui il Petrarca esplorava i suoi conflitti interiori. Ma bando alle divagazioni e parliamo di cose serie.

Nonostante tutto ciò, tutti si sentono autorizzati a pontificare e annunciare agli italiani che la fine del mondo sia vicina.

Chat e tanto shit straripa dalla cloaca maxima di alcuni reti tv, affollate da tecnici, analisti, economisti e politologi, tutti ansiosi di spiegare l’agonia del Belpaese, facendo prognosi e diagnosi, raccomandando terapie, sentendosi tutti dei Carlo Magno, tutti restauratori dell’antico sistema dell’impero romano.

Fuori, lontano dalle reti tv scoppia il bubbone “Giustizia”. Tanto va al lardo il pm di Roma Luca Palamara, scuotendo un gruppo di potere che manipolava le decisioni del CSM, che rischia di lasciare lo zampino, spargendo veleni, sgomento e discredito nelle procure, magistratura e nell’amministrazione della Giustizia in genere.

Non si può dire che il fenomeno Palamara sia un fulmine a ciel sereno

Il cielo già mandava segnali premonitori e nel 1994, oltre ai lampi che serpeggiavano negli ambienti politici, cadevano anche lingue di fuoco, fulminando ed incenerendo più che un politico ed un intero partito.
Nel lontano 29 Aprile 1993, il compianto Bettino Craxi, nel suo ultimo discorso alla Camera, e non a caso, ebbe a dire : “ Come già ho sottolineato, nella realtà politica e partitica si era diffusa e radicata l’esistenza di “clan” e di correnti, entro le quali si erano venute stabilendo solidarietà ed interessi che molto spesso andavano al di là dei legami con l’entità Partito anche se si mantenevano e si muovevano all’interno ed entro le istituzioni”.

Sgretolava il sistema Paese allora e sgretola tutt’ora. Il chat e shit straripa ovunque ed, ahinoi, del clero secolarizzato con le sue uscite improvvide sta disperdendo il gregge. Anziché il Vangelo spesso brandiscono la clava, lasciandosi governare l’anima dalla passione politica anziché da quella autentica evangelica.

Le invettive di Don Aldo, richiamando figure retoriche, memorie nefaste di Adolf Hitler attribuendoli con cattivo gusto a personaggi attuali, oppure quelle del capo della Caritas di Como, augurando ad un “fratello” di essere cacciato dalla società, non rappresentano in alcun modo il sentire cristiano.

Ci si augura che questi personaggi, non solo loro ma tutti quelli come loro in giro per l’Italia, vengano richiamati alle loro responsabilità. Da noi cristiani ci si aspetta un messaggio di pace, d’amore e di misericordia.
La gente protesta contro questa contaminazione di chat e shit nel quotidiano che sta rodendo il tessuto sociale del Belpaese, e pretende che la politica possa ritrovare la capacità ed il coraggio di imporsi sul degrado imperante.

La politica non è ne chat e tanto meno shit. Essa è arte e cultura del legislatore, arte oratoria per i principi del foro; è la scienza di una sacra ed imparziale Giustizia; è saggezza amministrativa per il buon governo della cosa pubblica, PERO’, la politica è anche una cellula tumorale e se non tenuta a bada può sfuggire dal suo alveo naturale, rischiando di diffondere le metastasi nella società. Non è mai troppo tardi, l’importante fermarsi in tempo.

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Editoriali

Magistratura: perchè così spesso gli sforzi delle Forze dell’Ordine vengono vanificati?

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Abbiamo preso alla rinfusa dal web alcuni trafiletti recenti, pubblicati da vari giornali. Ce ne sarebbero tanti altri, ma non abbiamo voluto annoiare il lettore:

10 maggio 2019– Triggiano (BA) – Extracomunitario sorpreso dal capotreno senza biglietto aggredisce a calci e pugni lui e due agenti in borghese di rinforzo che viaggiavano sullo stesso treno delle Ferrovie del Sud Est. Fuggito.

21 aprile 2019– Torino – uno straniero gridando ‘Allah Akbar’ ha aggredito due poliziotti colpendoli con una spranga di ferro. Fermato.
8 maggio 2019– Salerno – 51enne marocchino ubriaco, già noto alle forze dell’ordine e già in possesso di decreto di espulsione, aggredisce un poliziotto durante un controllo. Arrestato.

8 maggio 2019 – Foggia – Egiziano 21enne privo di biglietto sul Frecciargento 8302 Lecce-Roma aggredisce capotreno e poliziotti. Arrestato.
21 maggio 2019 – Torino – 23enne nigeriano pregiudicato durante un controllo aggredisce i poliziotti e stacca con un morso una falange ad uno di essi. Arrestato.

31 maggio 2019 – Reggio Emilia – Straniero fermato per controllo aggredisce due agenti della Municipale, uno dei quali si difende con la poltroncina di un vicino bar, riuscendo poi ad ammanettarlo.

6 giugno 2019 – Roma – Ospedale Umberto 1^. Nigeriano picchia senza motivo un portantino e fugge. Ricercato. Precedentemente, durante un trasferimento ad un centro di espulsione per essere rimpatriato, aveva aggredito i carabinieri che lo accompagnavano. Giudicato per direttissima, il giudice non aveva emesso alcun provvedimento di custodia cautelare. Fuggito.

5 giugno 2019 – Casal di Principe (CE). Nigeriano 24enne aggredisce i carabinieri dopo aver molestato alcune minorenni. Arrestato.
18 maggio 2019 – Siracusa – detenuto straniero aggredisce ispettore della Polizia Penitenziaria nel carcere di Augusta.

6 giugno 2019 – Torino. Gabonese 35enne accusato di stupro salta dalla finestra al primo piano della polizia e fugge.

Sono solo alcuni dei casi quotidiani di cronaca che sempre più spesso si verificano da noi, da quando l’invasione scellerata e purchessia è stata approvata e incentivata da Renzi, ai tempi del suo governo. Tanti passano sotto silenzio da parte dei giornali, tanti non sono denunziati. Come tanti stupri da parte di ‘migranti’ non fanno più notizia, né le donne li denunziano, stante la situazione della nostra giustizia.

Una giustizia che fa acqua da tutte le parti, al punto di mettere in dubbio l’opportunità della tanto sbandierata autonomia della Magistratura

Dare cinque anni per l’omicidio di Marco Vannini, per esempio – stranieri a parte – è davvero contrario a tutte le regole del comune sentire. Come contrario al comune sentire è accorgersi che gli arresti e le fatiche di Polizia e Carabinieri sono vanificati da alcune risoluzioni che pur condannando l’imputato, lo rimettono in libertà. Quando addirittura lo liberano senza alcuna sanzione.

Addirittura pare che quando lo stupro è di un musulmano, o comunque di un extracomunitario, il giudizio sia più mite

Poverini, da loro si fa così, e si sa che quando si cambia nazione si ha piacere di ricordare la patria attraverso le proprie tradizioni. E poi nessuno glielo ha detto che in Italia non esiste lo stupro libero. Non ancora. Ma dai e dai, se ci impegniamo può darsi che ci arriviamo, come alla ‘maria’ venduta dal tabaccaio. Si parla tanto di percezione sbagliata della mancanza di sicurezza, ma, eccolo là, tutte queste micro-notizie ci fanno sentire meno sicuri. Soprattutto minano il nostro concetto di giustizia e di onestà. Chiedete a chiunque per strada – come fanno alcuni giornalisti tv – e vi dirà proprio quello che è sotto gli occhi di tutti: in Italia non c’è la certezza della pena.

Fra indulti, aministie, permessi premio, libertà vigilata, obbligo di soggiorno, sconti di pena e riti abbreviati, il più incallito dei delinquenti dopo pochi anni può tornare in libertà, libero, stavolta, di tornare a delinquere. Come liberi di fare ciò che gli pare sono gli ‘scuri di pelle’ africani che hanno invaso la nostra nazione, a fronte di una politica dissennata di accoglienza tout-court, nel nome di princìpi cristiani che sono solo una facciata buonista. Mettere riparo a questa situazione è oggi praticamente impossibile.

Bisognerebbe che i giudici interpretassero un po’ di meno le leggi, e guardassero un po’ di più il compito a cui sono preposti, cioè quello di tutelare il cittadino attraverso l’applicazione della legge, e non la sua interpretazione a volte ‘ideologica’.

Non si capisce perché il pensionato che infila una busta di prosciutto sotto la giacca al supemercato debba essere sanzionato, e un immigrato di colore che aggredisce, stupra, spaccia e aggredisce, invece no.

Almeno non sempre. La nostra percezione di sicurezza aumenterà quando i delinquenti saranno giudicati in proporzione al loro reato, e sconteranno per intero la pena, specialmente quelli il cui unico mestiere nella vita è violare la legge. Saremo più tranquilli quando polizia e carabinieri potranno davvero avere in mano il controllo del territorio a cui sono destinati, in modo non solo di intervenire rapidamente, ma di prevenire il verificarsi di furti e aggressioni notturne in casa.

I decreti di espulsione, per chi non l’avesse capito, sono acqua fresca. Ciascuno dei ‘già noti alle Forze dell’Ordine’ ne ha in tasca almeno uno, e non dovrebbe essere sul suolo italiano.

Con l’episodio della notte scorsa, a Ivrea, dove un tabaccaio 65enne, dopo aver subito sette tra furti e rapine dal 2014, ha sparato uccidendo un ladro moldavo (incensurato, precisa il tiggì, ma è importante? Se rubi rubi) alle tre di notte, tutta la nazione seguirà l’andamento di questo primo caso di ‘nuova’ legittima difesa.

Ci saranno, come al solito, gli schieramenti: da una parte quelli che tifano per un cittadino che legittimamente ha esercitato il suo diritto a non subire l’ennesima rapina. Dall’altra il fronte buonista contro le armi e contro chi si difende, extrema ratio, con una pistola. Tutto sta ai giudici, come al solito, i quali dovranno giudicare lo stato di ‘profondo turbamento’ dell’aggredito. Si profila una battaglia medica fra periti.

Ma visto che i togati sono propensi, in alcuni casi, a valutare la capacità o meno di giudizio in circostanze estreme, la bilancia della giustizia dovrebbe pendere a favore del tabaccaio. A meno che non intervengano altri fattori, come ad esempio il non voler creare un precedente che, secondo i soliti, potrebbe spingere a sparare anche chi non è nel diritto di farlo. E se il tabaccaio venisse assolto, si leverebbero alti lai dai banchi della solita sinistra. A questo proposito ci conforta l’episodio che si è verificato a Milano, nel quale un tale G. O., dopo essere stato già processato per reati di violenza e sequestro di persona ai danni di quattro donne, era stato rimesso in libertà dal giudice, perché giudicato ‘incapace di intendere e volere’. Il giudice, quindi, aveva valutato, a favore dell’imputato, lo stato psichico in cui lo stesso si trovava al momento del crimine. Il G. O., purtroppo, dimostrandosi poco degno di tanta fiducia, ha ripetuto ciò che lui riteneva giusto, cioè sequestrare per quattro giorni la sua fidanzata in appartamento cittadino e sottoporla a numerose e reiterate sevizie, minacciandola anche di morte. Al punto che la poverina, nuda, dopo essere stata costretta ad immergersi in una vasca piena di acqua gelata, pur di sottrarsi al torturatore, ha cercato di fuggire dalla finestra del bagno al secondo piano, cadendo e procurandosi numerose ferite e fratture. L’uomo è stato arrestato.

Vedremo se si ripeterà il teatrino. E vedremo anche se il giudice concederà al tabaccaio di Ivrea lo stato di ‘profondo turbamento’. Due pesi e due misure? Speriamo di no, e comunque, nel caso ciò si verificasse, niente paura: ci siamo abituati.

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