Connect with us

Ambiente

Trento, al via “Delicata natura”: la mostra sugli effetti del cambiamento climatico in alta quota

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

TRENTO – “Delicata natura” è il titolo della mostra che dal 5 al 28 settembre verrà allestita alla casa della SAT, sugli effetti del cambiamento climatico in alta quota nelle ricerche del Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino. La variabilità climatica è sempre esistita sulla terra: lo studio del paleoclima, infatti, attesta la presenza di fasi calde, dette optimum postglaciali, che si sono alternate a fasi fredde, caratterizzate per contro da cali termici e dalla avanzata dei ghiacci.

Tuttavia, secondo la teoria del Global warming, esplicitata anche nei contenuti dei rapporti di valutazione del IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), nella fase attuale di riscaldamento “L’influenza umana sul sistema climatico è chiara. Ciò è evidente dalle concentrazioni crescenti di gas serra in atmosfera, dal forzante radiativo positivo, dal riscaldamento osservato, e dalla comprensione del sistema climatico”.

Tali considerazioni sono condivise dalla maggioranza degli scienziati che lavorano sul clima; non mancano tuttavia, teorie dissonanti che ritengono essere sovrastimato l’impatto dell’uomo, nella attuale fase di riscaldamento, se rapportato alla cause naturali.

Certo è che la comprensione dei meccanismi che regolano il clima sulla terra e gli effetti che il riscaldamento può provocare sono ancora poco conosciuti.

La mostra sviluppa il tema dei cambiamenti climatici partendo dai dati di una serie di monitoraggi e di ricerche sull’Altopiano delle Pale di San Martino svolte dal Parco in collaborazione con vari soggetti.

L’obiettivo di questa attività scientifica del Parco è quello di creare serie storiche di dati che possano essere comparate tra di loro al fine di comprendere l’effettivo impatto di tali cambiamenti sugli ambienti e sulle specie d’alta quota e per promuovere, eventualmente e dove possibile, azioni di adattamento.

La scelta del Massiccio delle Pale di San Martino deriva dal fatto che in tale ambito sono presenti le quote più elevate del Parco, caratterizzate dalla presenza di ghiacciai e nevi perenni e di un significativo ambiente alpino, condizione che garantisce la presenza di specie animali e vegetali tipiche, con distribuzione geografica spesso limitata.

Tra gli aspetti indagati risultano i ghiacciai e i nevai, sentinelle importanti per l’accertamento dei cambiamenti climatici.

Allo stesso tempo sono state approfondite le conoscenze sulle doline, fondamentali per la comprensione dei meccanismi di formazione delle basse temperature, e quelle sulla idrogeologia, volte a valutare anche gli effetti della riduzione dei ghiacciai e dei nevai sulle risorse idriche.

Allo stesso tempo per la componente vegetazionale si stanno registrando sistematicamente i periodi di fioritura e le quantità di polline prodotte da varie specie floristiche, al fine di evidenziare eventuali relazioni con l’aumento delle temperature. Relativamente agli aspetti faunistici, invece, l’attenzione è stata focalizzata in particolare sullo studio di alcune specie che vivono in ambienti di estensione limitata.

Si tratta di specie che hanno una nicchia ecologica ristretta o un limitato areale di distribuzione e quindi teoricamente maggiormente vulnerabili a modificazioni ambientali.

In questa prospettiva, il contesto naturale delle Pale di San Martino, costituisce un interessante “laboratorio all’aperto” per approfondire gli aspetti del cambiamento climatici.

La mostra si rivolge sia a famiglie con bambini sia ad appassionati o conoscitori dell’argomento.

Particolare attenzione è rivolta ai ragazzi, infatti all’interno della mostra è stato collocato un percorso che li coinvolge direttamente attraverso modalità interattive.

La mostra è realizzata nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020.

Ambiente

Abbandono incontrollato di mascherine e guanti dopo l’uso: Fare Verde lancia l’allarme

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

Il Presidente Greco: “Ritrovate anche in mare. Rischiamo un disastro sanitario ed ambientale “usa e getta”. Attuare sistemi di sterilizzazione e riutilizzo delle mascherine”

L’associazione ambientalista Fare Verde lancia l’allarme sul malcostume in atto in questi giorni di emergenza “coronavirus”: l’abbandono incontrollato di mascherine protettive e guanti di plastica, evidenziando sia l’aspetto sanitario che quello ambientale della questione.

“Da ogni parte d’Italia i nostri volontari segnalano episodi del genere in tutta Italia – dichiara Francesco Greco, Presidente Nazionale di Fare Verde – addirittura mascherine sono state rinvenute in mare, ripercorrendo il triste fenomeno, già verificato con “Il Mare d’Inverno”, della plastica trasportata dalle città in mare aperto.”

Fare Verde invita i cittadini a non gettare a terra le protezioni personali e a conferire mascherine e guanti, secondo le indicazioni diffuse dagli enti preposti, nel sacco dell’indifferenziato.

Anche nei prossimi mesi, per affrontare l’emergenza covid-19, ci vorranno milioni di mascherine e guanti, una “montagna” di rifiuti “usa e getta” che dovrà essere gestita responsabilmente da cittadini ed amministrazioni”.

Inoltre, “Fare Verde chiede alle Autorità di intervenire per cercare di gestire e ridurre il rifiuto “usa e getta” connesso alla prevenzione del Covid-19, ad esempio mediante la sterilizzazione delle mascherine per riutilizzarle. A tal fine Fare Verde ha scritto al Ministro dell’Ambiente – conclude Greco – chiedendo, con particolare riferimento alle mascherine che saranno prodotte dallo Stato, come comunicato nei giorni scorsi dal Presidente del Consiglio, Conte, di studiare la possibilità di lavare e sterilizzare le mascherine usate, affinché siano riutilizzabili e, quindi, ridurre l’impatto ambientale della pandemia.”

Continua a leggere

Ambiente

Osservatorio Anbi sullo stato delle risorse idriche: è allarme in Veneto

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

Si aggrava la situazione nei campi veneti: dopo settimane climaticamente miti, le colture hanno anticipato il ciclo vegetativo, ma le loro necessità irrigue non possono essere adeguatamente soddisfatte a causa di concessioni per prelievi idrici, inadeguate alla condizione di siccità, che si sta registrando quest’anno, pregiudicando i raccolti.

“È necessario che la Regione del Veneto riveda sollecitamente la modulazione delle derivazioni irrigue per far fronte alle criticità in atto, conseguenza dei cambiamenti climatici – chiede Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – In questo periodo, infatti, c’è disponibilità d’acqua nei fiumi, grazie allo scioglimento delle nevi in alta quota ed i bacini montani del Veneto sono mediamente all’80% della loro capacità d’invaso. E’ un paradosso: i campi hanno sete ma, a causa di rigidità burocratiche, stiamo perdendo molta acqua dolce che, non potendo essere prelevata, dai fiumi va direttamente a mare.”

Il caso più eclatante è quello del canale L.E.B. – Lessinio Euganeo Berico, la principale asta irrigua veneta, che deriva acqua dal fiume Adige e la distribuisce su un territorio di oltre 350.000 ettari tra le province di Verona, Vicenza, Padova e Venezia.

“Il Consorzio irriguo L.E.B. – spiega Andrea Crestani, Direttore di ANBI Veneto – sta prelevando, in questi giorni, 21 metri cubi d’acqua al secondo e ad inizio Maggio potrà aumentare la derivazione fino a 25 metri cubi, ma è sempre troppo poco rispetto alle attuali necessità irrigue. In questo inizio di primavera, il bisogno d’acqua nelle campagne è pari a quello di Giugno-Luglio, quando la concessione di derivazione del Consorzio L.E.B. arriva a 34 metri cubi al secondo; stiamo dunque prelevando 13 metri cubi d’acqua in meno, rispetto a quanto previsto in un’analoga situazione, seppur in un periodo diverso dell’anno. L’acqua nell’Adige c’è, ma non possiamo prelevarne a sufficienza.”

Secondo i dati dell’Osservatorio ANBI sullo Stato delle Risorse Idriche, è lo scioglimento delle nevi a caratterizzare l’attuale situazione idrica nel Nord Italia; a beneficiarne sono soprattutto i grandi laghi: pur rimanendo sotto la media stagionale sono in ripresa il lago Maggiore (55,1% di riempimento) ed il lago di Como (36,5%), mentre il lago d’Iseo, dopo mesi di sofferenza idrica, è al 66,4% della capacità d’invaso, sopra la media stagionale così come il lago di Garda (82,9% di riempimento).

Di riflesso ne beneficia anche il fiume Po che, lasciato il Piemonte e dopo centinaia di chilometri in deficit rispetto allo scorso anno, torna in media al rilevamento di Pontelagoscuro verso il delta. Analogamente sono in ripresa idrica i fiumi piemontesi Dora Baltea, Tanaro e Stura di Lanzo.

“E’ una ricchezza però che, in assenza di bacini di stoccaggio, defluirà rapidamente verso il mare; sono risorse, che rischiamo di rimpiangere di fronte a mesi, che si preannunciano idricamente complicati – aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – È auspicabile che i gestori idroelettrici dei laghi alpini invasino ora più acqua possibile da rilasciare, però, in caso di bisogno a valle.”

Cresce intanto la preoccupazione per la situazione dei fiumi in Emilia Romagna: sotto le medie mensili, ad eccezione di Panaro, nel modenese e Nure, nel piacentino; nelle stesse province, altresì, Secchia e Taro hanno raggiunto il minimo storico.

Sono, invece, le piogge ad aver lenito il grave deficit idrico, che si registra in Puglia e Basilicata, dove continuano a mancare rispettivamente 109 e 88 milioni di metri cubi negli invasi; a beneficiare delle precipitazioni sono stati soprattutto i bacini di Occhitto e Pertusillo (il suo livello è ora addirittura superiore all’anno scorso).

Resta largamente deficitaria la situazione idrica in Calabria e Sicilia (-62 milioni di metri cubi circa negli invasi dell’isola), mentre si conferma confortante l’accumulo idrico nei bacini della Sardegna, così come nell’Italia Centrale.

Continua a leggere

Ambiente

ANBI, bollettino su risorse idriche: cresce preoccupazione per il Po e il sud paga il prezzo più alto

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

Cresce la preoccupazione per la portata del fiume Po, dimezzata rispetto alla media storica ed inferiore del 20% sull’anno scorso, secondo un andamento indicativamente costante dal Piemonte al delta; gli fanno da corollario i corsi d’acqua dell’Emilia Romagna, tutti abbondantemente sotto i livelli dello scorso anno e della media stagionale (ad eccezione del Panaro).

A renderlo noto è il periodico bollettino dell’Osservatorio ANBI sulla Stato delle Risorse Idriche.

Il quadro è preoccupante anche in Veneto, la cui situazione idrica è classificata molto simile a quella registrata nella primavera del 2017, l’anno più siccitoso degli ultimi due secoli; la situazione più grave è quella del fiume Brenta, largamente al di sotto della media stagionale. Venerdì 24 Aprile prossimo, tornerà a riunirsi l’Osservatorio permanente per le emergenze idriche, istituito presso l’Autorità di Bacino delle Alpi Orientali, che potrebbe riconoscere ed attivare lo “scenario di severità idrica bassa”.

Sono in leggera ripresa, invece, le portate dei fiumi piemontesi (Dora Baltea, Tanaro, Stura di Lanzo) in conseguenza del progressivo sciogliersi delle nevi alpine.

Dello stesso fenomeno stanno beneficiando i grandi laghi alpini, i cui livelli sono in crescita ed il lago d’Iseo, dopo mesi di sofferenza, è tornato in media stagionale con un riempimento pari al 51,4%; restano, invece, sotto media: il lago Maggiore (riempimento: 54,1%) ed il lago di Como (riempimento: 30,6%). Sopra la media stagionale, seppur in rapida flessione, permane il lago di Garda (riempimento: 85%).

In Toscana, le piogge di Marzo (superiori alla media lungo l’Appennino, il monte Amiata e le Colline Metallifere) hanno permesso il rimpinguarsi delle riserve idriche, ben rappresentate dai 68,44 milioni di metri cubi trattenuti nell’invaso di Bilancino, a monte di Firenze.

Sostanzialmente in media con le annate scorse sono le riserve d’acqua, presenti nei bacini marchigiani ed umbri, mentre la diga di Penne, in Abruzzo, registra addirittura il record in anni recenti con 7,84 milioni di metri cubi presenti (capacità massima di invaso: 8,80 milioni di metri cubi). La confortante stagione idrica nell’Italia centrale è confermata anche dal livello idrometrico del lago di Bracciano nel Lazio, cresciuto di 32 centimetri rispetto allo scorso anno e dalle quantità d’acqua, trattenute nei bacini della Sardegna: circa 788 milioni di metri cubi, 17 in più del 2019.

Seppur in leggera ripresa nelle disponibilità idriche, appare irrimediabilmente pregiudicata la stagione irrigua 2020 in Puglia (-113 milioni di metri cubi d’acqua circa ), Basilicata (-121 milioni di metri cubi circa), Sicilia (-107milioni di metri cubi circa); resta problematica anche la situazione calabrese, dove le piogge invernali hanno registrato un calo del 40% ed è esemplare la condizione del bacino di Sant’Anna, sul fiume Tacina, alla quota minima degli anni più recenti: 7,59 milioni di metri cubi.

“Nella Giornata della Terra – chiosa Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue – mi corre l’obbligo di ricordare che su una popolazione mondiale di oltre 7 miliardi e mezzo, circa un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile, mentre circa due miliardi e mezzo non dispongono di acqua a sufficienza per le pratiche igieniche ed alimentari.”

“La siccità – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – è la prima causa di carestie nel mondo che per effetto dei cambiamenti climatici e senza adeguate infrastrutture, rischia di diventare un fenomeno endemico anche nel Sud Europa. Per questo è necessario aumentare la capacità di stoccare l’acqua quando c’è, per utilizzarla nei momenti di bisogno. Occorre adottare politiche di controllo capaci di garantire la produzione di cibo, la coesione tra Regioni e Stati, la sicurezza alimentare per favorire il contenimento dei flussi migratori provocati dal fabbisogno idrico.”

Continua a leggere

I più letti