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TRIVELLEGATE, BUFERA SUL GOVERNO: BOSCHI E GUIDI ASCOLTATE DAI PM DI POTENZA

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Tempo di lettura 3 minutiIndagato il capo di Stato maggiore della Marina, l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi. Renzi: "Il Pd querela Grillo"

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di Chiara Rai

Davvero un ciclone sta investendo il Governo Renzi ma forse tutto finirà per dissolversi come una bolla di sapone.I pm di Potenza ascolteranno il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, e il Ministro dimissionario dello Sviluppo economico, Federica Guidi sull'inchiesta del petrolio. Secondo quanto si è appreso nel capoluogo lucano, i magistrati si recheranno a Roma per ascoltare Boschi e Guidi. Quest'ultima ha lasciato l'esecutivo dopo che il suo compagno Gianluca Gemelli  – anche lui l'altro ieri si è dimesso da commissario di Confindustria Siracusa – è stato indagato con l'accusa di corruzione e traffico di influenze per la vicenda dell'affidamento di appalti e lavori per l'infrastrutturazione del giacimento della Total di Tempa Rossa in Basilicata, di cui Guidi stessa si era occupata direttamente. Di preciso, la titolare dello Sviluppo economico ha detto addio al governo Renzi quando è uscita un'intercettazione che la riguarda nell'inchiesta della procura di Potenza sulla gestione dei rifiuti nel Centro Oli di Viggiano. Di fronte all'evidenza dunque, si è arresa. E proprio questa inchiesta ha un filone parallelo sull'impianto di Tempa Rossa nella Val d'Agri in cui è indagato appunto il suo compagno ingegnere. Sia Boschi che Guidi, che non risultano indagate, dovrebbero essere ascoltate come "persone informate dei fatti".

Sembrerebbe che anche il capo di Stato maggiore della Marina, l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, sia indagato insieme a Valter Pastena, dirigente della Ragioneria dello Stato. Le accuse per il militare vanno dall’associazione per delinquere all’abuso d’ufficio fino al traffico di influenze e al traffico illecito di rifiuti, stessi illeciti contestati a Gianluca Gemelli, compagno della Guidi. Per De Giorgi, comandante in capo che ha voluto Mare Nostrum, si era vociferata nelle ultime settimane una “candidatura per il vertice della Protezione civile“. Ma il numero uno della Marina si dice "sorpreso" della notizia: "Non conosco sulla base di quali fatti – dice – il mio nome venga associato a questa vicenda. La cosa mi sorprende e mi amareggia, e tutelerò la mia reputazione nelle sedi opportune".

Il premier ha anticipato di qualche ora la sua enews e ha detto che questa volta il Pd ha deciso di querelare in sede penale e civile Grillo che ha accusato il premier e la Boschi di essere "collusi". Grillo ha detto che i due devono presentarsi dinanzi al Parlamento, "dire la verità sui favori alle banche, ai petrolieri e alle lobby e andarsene". E Renzi non intende fargliela passare liscia al "pregiudicato" Beppe che ha detto "parole pesanti" che infangano chi governa il Paese. Il premier ha dato una stoccata anche al resto delle opoosizioni: "La disponibilità immediata di Guidi ad un passo indietro ha gettato nel panico le varie opposizioni che a quel punto non sapendo che fare hanno iniziato ad urlare ancora piu' forte chiedendo le dimissioni dell'intero governo, responsabile non si sa bene di cosa. E presentando l'ennesima mozione di sfiducia. Andremo in Parlamento, spero prima possibile. E ancora una volta il Parlamento potra' mandarci a casa, se vorra'. Ma non credo succederà neanche stavolta"

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L'intercettazione che ha messo in imbarazzo il ministro Guidi risale al 5 novembre del 2014 quando viene bocciato l'emendamento inserito nel decreto Sblocca Italia, per la realizzazione del progetto "Tempa Rossa". Gemelli chiama la compagna che lo rassicura: "Dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se è d'accordo anche Mariaele (il ministro Boschi, ndr) quell'emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte". Gemelli chiede alla Guidi se riguarda quello dei suoi amici della Total: "Quindi anche coso, vabbè i clienti di Broggi". E lei: "Eh certo, capito? Te l'ho detto per quello".

Nel capo d'imputazione la Procura afferma che Gemelli "sfruttando la relazione di convivenza con il ministro allo Sviluppo economico indebitamente si faceva promettere e otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total le qualifiche necessarie per entrare nella lista delle società di ingegneria della multinazionale francese, per partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa".

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Editoriali

Legge anti-maranza: basta sconti, le città non possono più essere ostaggio dei delinquenti

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Il governo Meloni propone norme dure contro chi gira armato e semina violenza: serve una legge che impedisca ai giudici di giustificare o alleggerire le pene a chi ha già invaso le nostre strade e terrorizza i cittadini

C’è un momento in cui uno Stato deve smettere di giustificare, comprendere, spiegare. Deve semplicemente proteggere. La proposta di legge cosiddetta “anti-maranza”, voluta dal governo Meloni e ora al vaglio del Parlamento, nasce esattamente da questa esigenza: restituire sicurezza ai cittadini onesti e togliere le città dalle mani di bande di bulli armati che da troppo tempo agiscono nell’impunità quasi totale.

Perché di questo si tratta. Non di disagio giovanile, non di folklore urbano, non di “ragazzi che sbagliano”. Ma di delinquenza organizzata di strada, fatta di coltelli, spranghe, machete, rapine, pestaggi, aggressioni gratuite e spesso mortali. Una violenza che ha già mietuto troppe vittime e che continua a farlo mentre una parte della politica e della magistratura discute di attenuanti, contesti sociali e percorsi rieducativi.

Le nostre città sono diventate ostaggio. Stazioni, metropolitane, piazze, centri storici, periferie: ovunque gruppi di cosiddetti “maranza” girano armati, intimidiscono, colpiscono. Non hanno paura della legge perché la legge non fa più paura. Arrestati la sera, rilasciati la mattina dopo. Denunciati decine di volte, ma sempre in strada. Una giustizia che entra in scena solo per spiegare perché non può intervenire davvero.

La proposta del governo va nella direzione giusta: disarmare chi gira armato, colpire duramente il porto di armi improprie, rafforzare le misure di prevenzione e repressione. Ma non basta. E qui il Parlamento ha una responsabilità enorme. Questa legge deve diventare una svolta vera, non l’ennesimo testo annacquato da emendamenti, cavilli, ghirigori giuridici e scappatoie interpretative che permettono ai giudici di rimettere in libertà questi soggetti dopo poche ore.

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Serve il coraggio di dire una cosa semplice e impopolare nei salotti buoni: chi gira armato deve finire in galera. Punto. Senza sconti di pena, senza sospensioni, senza affidamenti ai servizi sociali, senza giustificazioni sociologiche. Chi viene trovato con un coltello o un’arma impropria in tasca non è un povero ragazzo in difficoltà, è una minaccia pubblica.

E non si venga a dire che “il carcere non rieduca”. Intanto protegge. Protegge le vittime potenziali, protegge i cittadini, protegge i ragazzi normali che vogliono vivere le città senza paura. La rieducazione, se possibile, venga dopo. Ma prima viene la sicurezza. Prima viene il diritto a tornare a casa vivi.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga lista di aggressioni, accoltellamenti, rapine finite nel sangue. Giovani e giovanissimi colpiti per un telefono, per uno sguardo, per una parola di troppo. Famiglie distrutte mentre i responsabili, spesso, sono tornati liberi in tempi record. Questo non è garantismo: è resa dello Stato.

La legge “anti-maranza” deve quindi essere senza ambiguità. Deve prevedere pene severe, certe, immediate. Deve limitare drasticamente la discrezionalità che oggi consente di svuotare le carceri mentre le strade si riempiono di violenza. Deve impedire che cavilli procedurali, interpretazioni creative o automatismi buonisti trasformino ogni arresto in una barzelletta.

Perché c’è un’altra verità che nessuno osa dire: l’impunità genera emulazione. Se i delinquenti sanno che non succede nulla, continueranno. Se sanno che finisce con una denuncia e una pacca sulla spalla, alzeranno il livello dello scontro. Se invece sanno che li aspetta il carcere vero, subito e senza scorciatoie, qualcosa cambierà.

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Non è una questione ideologica. È una questione di ordine pubblico. E di civiltà. Uno Stato che non difende i suoi cittadini perde legittimità. Una giustizia che tutela più chi delinque che chi subisce diventa incomprensibile, distante, ostile.

Ora il Parlamento ha davanti a sé una scelta chiara: o stare dalla parte delle vittime, delle famiglie, dei cittadini stanchi di vivere nella paura, oppure continuare a proteggere un sistema che ha già dimostrato di non funzionare. Ogni indebolimento della legge, ogni “ma”, ogni “però”, ogni deroga sarà una responsabilità politica precisa.

La legge “anti-maranza” può essere l’inizio di una inversione di rotta. Ma solo se sarà dura, netta, inequivocabile. Senza sconti. Senza scorciatoie. Senza alibi. Perché le città non possono più aspettare. E i cittadini nemmeno.

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Ambiente

Rogo a Vallericcia: l’area sotto sequestro diventa ancora una volta un inferno

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Un nuovo incendio è divampato nel primo pomeriggio di domenica 11 gennaio in un terreno privato di Vallericcia, località del Comune di Ariccia, riportando sotto i riflettori una zona già al centro delle cronache locali per degrado e rischi ambientali. L’area, che lo scorso dicembre era stata interessata da un vasto incendio e successivamente posta sotto sequestro giudiziario dai Carabinieri Forestali, è stata nuovamente avvolta dalle fiamme, suscitando preoccupazione tra i residenti e le autorità locali.

L’incendio del mese scorso aveva già portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un uomo di circa quarant’anni, residente ad Ariccia e già noto alle forze dell’ordine, a seguito della scoperta di una discarica abusiva all’interno del terreno. La zona, di circa 4.000 metri quadrati, presentava cumuli di rifiuti di vario genere, tra cui materiali potenzialmente pericolosi come pneumatici usati, bombole di GPL, batterie e sostanze oleose, rendendo particolarmente rischiosa la possibilità di nuovi incendi.

I vigili del fuoco e la Polizia Locale di Ariccia sono intervenuti immediatamente per domare le fiamme, che si erano propagate rapidamente, alimentate dal vento e dal materiale infiammabile presente sul terreno. Le operazioni di spegnimento si sono protratte per diverse ore, con l’obiettivo di circoscrivere l’incendio e mettere in sicurezza l’area, evitando il rischio di ulteriori danni alle zone circostanti e agli abitanti della zona. Al termine delle operazioni, le autorità hanno nuovamente riapposto i sigilli sul terreno, confermando il sequestro giudiziario già attivo e avviando accertamenti per determinare le cause dell’incendio, valutando se possa essersi trattato di un atto doloso o di un episodio accidentale collegato alla presenza dei rifiuti.

La ripetizione di incendi in un’area già sequestrata ha generato forte preoccupazione nella comunità locale e riaperto il dibattito sulla tutela del territorio, sulla gestione delle aree degradate e sulla necessità di interventi strutturali di prevenzione. Negli ultimi anni, la zona di Vallericcia era già stata oggetto di controlli per la scoperta di discariche abusive e di laboratori irregolari, evidenziando una situazione di degrado diffuso e un rischio concreto per l’ambiente e la salute pubblica. Gli incendi in questa area comportano non solo danni materiali ma anche la diffusione di fumi e sostanze tossiche nell’aria, rappresentando un pericolo per i residenti e per l’ecosistema circostante.

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Le autorità locali hanno ribadito l’importanza di un monitoraggio costante delle aree già interessate da incendi e sequestri, sottolineando come sia necessario un impegno congiunto tra istituzioni, forze dell’ordine e comunità per prevenire il ripetersi di episodi simili. La gestione di Vallericcia e delle aree limitrofe richiede interventi concreti di bonifica e controllo, un piano di prevenzione efficace e una maggiore vigilanza per contrastare comportamenti illeciti che continuano a minacciare il territorio.

La popolazione di Ariccia e dei Castelli Romani segue con attenzione gli sviluppi della vicenda, consapevole che la tutela dell’ambiente e la sicurezza del territorio dipendono non solo dalle azioni delle autorità, ma anche dalla partecipazione e dalla responsabilità di tutti. L’ultimo incendio conferma quanto la zona sia fragile e quanto sia urgente attivare strategie di prevenzione e intervento capaci di garantire la sicurezza, proteggere il paesaggio e impedire il reiterarsi di episodi che continuano a mettere a rischio cittadini e ambiente.

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Cronaca

Roma, Bologna, Milano: l’Italia sotto assedio. È ora di usare il pugno duro!

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Non si può più girare la testa dall’altra parte. La notte di violenza nella zona della stazione Termini a Roma, con due aggressioni brutali a distanza di un’ora, è l’ennesima testimonianza di un fenomeno che da tempo sta diventando sistemico nelle principali città italiane. Prima, in via Giolitti, un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato aggredito da un gruppo di sette‑otto persone, pestato con tale ferocia da finire ricoverato in terapia intensiva, intubato e con gravi fratture al volto. Solo un’ora dopo, nella vicina via Manin, un giovane rider di 23 anni è stato picchiato in circostanze simili. Decine di persone controllate, fermi e verifiche all’ufficio immigrazione non bastano più a dare un’idea di quale sia il prezzo reale pagato dai cittadini per un problema di sicurezza che si espande come un’ombra inquietante.

È vero, le forze dell’ordine sono intervenute con prontezza, ma la domanda che si pone con forza è un’altra: quanto deve ancora durare questa situazione prima che il governo decida di agire con il pugno duro? Non sono singoli episodi isolati, ma una catena di violenze che si ripete, a Roma come altrove.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicati anche i casi in altre grandi città. A Bologna, un uomo è stato aggredito in pieno centro mentre rincasava, colpito ripetutamente senza un apparente motivo se non la cieca volontà di fare del male. La scena si è consumata tra lo sconcerto dei passanti, testimoni di una violenza gratuita che tutti fingono di non vedere ma che è lì, palese, sotto gli occhi di chiunque transiti in una piazza, un corso o una stazione.

Milano, città spesso celebrata come modello di ordine e sviluppo, non è da meno. Solo qualche giorno fa, in una delle zone più frequentate della movida milanese, un gruppo di giovani senza alcuna causa apparente ha aggredito un passante, lasciandolo con ferite e lividi, e poi si è disperso tra i vicoli come se nulla fosse. Altrove, cittadini impegnati in attività quotidiane – tornare a casa, prendere un taxi, aspettare un autobus – si trovano a fare i conti con la paura, con il timore che una serata tranquilla possa trasformarsi in un incubo.

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La somma di questi episodi porta a una sola conclusione: l’inerzia non è più tollerabile. Parlare di interventi strutturali non è più un esercizio retorico, ma un’urgenza concreta. Il governo, di qualunque colore politico, deve finalmente prendere atto che parole come “sicurezza”, “ordine pubblico” e “tolleranza zero” non possono essere slogan elettorali, ma mantra di un’azione politica coerente e ferma.

Pattuglie stabili nelle aree più critiche, sistemi di videosorveglianza potenziati, controlli mirati e costanti e, soprattutto, pene certe e immediate per chi aggredisce, ferisce o intimidisce chi vive, lavora o transita nelle città italiane. Non si può continuare ad assistere impotenti a scene che sembrano appartenere a città in conflitto piuttosto che a comunità civili e democratiche.

Il governo deve capire che la sicurezza non è un optional, non è una variabile da rimandare. È un diritto fondamentale dei cittadini, uno dei pilastri su cui si fonda la vita quotidiana di milioni di persone. Chiunque scelga di delinquere deve sapere che le conseguenze saranno immediate e severe, non un rinvio, non una multa simbolica e non un commento di circostanza.

Italia, sveglia. Bologna, Milano, Roma e tutte le altre città meritano di essere luoghi in cui si può camminare senza timore, lavorare con serenità e guardare al futuro senza il peso costante della paura. È arrivato il momento che chi governa dimostri con i fatti, non con le parole, che la sicurezza è una priorità nazionale. Il pugno duro non è una minaccia, è una necessità per la sopravvivenza civile di questo paese.

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