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Editoriali

Tutti contro Salvini: dalla carità pelosa dei buonisti politically correct al sorridente e demagogico Giggino

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Ormai dovremmo sapere quale Italia vogliamo. Il messaggio è arrivato forte e chiaro dalle ultime elezioni europee, e questo ha spaventato qualcuno, anzi, molti, legati ad un carrettino che è fatto di convenienza politica ed economica, e non di amore per la nostra Nazione.

La vittoria della Lega, e in particolare di Matteo Salvini, alle ultime elezioni europee, è il segnale che qualcosa è cambiato nella coscienza dei cittadini. Ancor più se questo viene visto come un voto di protesta. Un tale voto non va mai sottovalutato, né, come di solito, squalificato, perché se la gente protesta, vuol dire che qualcosa non va, che il disagio è diffuso, e che si vorrebbe cambiare una situazione poco gradita ai più. Il cavallo di battaglia della Lega – leggi Salvini – è stato, ed è senz’altro, la riduzione dello sbarco di gente più o meno disperata che approda in Italia da Lampedusa o da porti vicini, come ‘porti sicuri’, in cerca di una soluzione alla propria condizione di non agiatezza.

A questo punto, dopo anni di accoglienza, propiziata e programmata da Matteo Renzi, in cambio di uno sforamento economico che gli consentisse l’elemosina di 80 euro elettorali (per cui ebbe a dire che “80 euro sono pochi per chi ne ha tanti, ma tanti per chi ne ha pochi”, concetto presuntuosamente offensivo del ricco verso il povero, a cui si mette in mano la monetina, meglio se di rame) gli Italiani si sono stufati di essere ‘invasi’ da ospiti poco graditi, specialmente quando creano disordine e minacciano la proprietà e l’integrità della ‘gente comune’ – definizione che ci consente di distinguerci dalla gente ‘non comune’, come quella che appartiene alla Casta.

Come diceva qualcuno tempo fa, “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Parafrasando, potremmo dire che “Non tutti i migranti sono delinquenti, ma ‘quasi’ tutti i delinquenti sono migranti”. Il quasi è doveroso, considerando il nostro background abituale di delinquenza endemica e fisiologica.

Con i barconi abbiamo importato una tipologia di reati che da noi erano praticamente spariti, come quelli che più fanno male all’uomo della strada. In più, s’è consolidata una categoria di stranieri che sempre più aggrediscono a scopo preventivamente intimidatorio – e in genere impunemente – gli appartenenti alle nostre Forza dell’Ordine, senza che questi possano adeguatamente difendersi. Prepotenti che pretendono di viaggiare gratis sui nostri mezzi pubblici e si ribellano a qualsivoglia forma di regola. Ci auguriamo che quanto prima siano distribuiti i Taser, o Pistole Elettriche, visto che quelle vere servono solo di decorazione.

Abbiamo importato anche un’altra mafia – come se non ne avessimo già abbastanza delle nostre – quella nigeriana, la più crudele. Quella che uccide le persone per prelevarne gli organi, affidati per l’espianto e la conservazione ad un ‘medico del deserto’, e rivenderli sul mercato internazionale. Quella che ha ucciso la piccola Daniela Mastropietro, a Macerata, e fatto a pezzi il suo corpo ancora vivo – secondo i riscontri autoptici – non prima di averne prelevato ciò che avrebbe dato un guadagno ai suoi assassini. Ma in carcere c’è andato chi ha cercato, impulsivamente, di vendicare la ragazza, sparando, nei luoghi di spaccio, evidentemente noti, addosso ai ‘neri’ che li frequentavano, peraltro senza causare grossi danni. Per Innocent Osegale si sono aperte le porte del carcere, sì, anche se i suoi complici hanno goduto dell’ipergarantismo caratteristico dei nostri giudici, e quindi sono fuori, uccellini di bosco, ma aspettiamo l’appello e la relativa riduzione di pena.

Questi fatti di cronaca, purtroppo, non sono più sporadici. Ricordo che una volta un omicidio teneva le prime pagine dei giornali per settimane. Oggi non si fa più in tempo a pubblicarne uno, che subito si deve aggiornare la prima pagina: ove questo ultimo avvenimento la meriti. Ormai anche gli omicidi devono accontentarsi di passare dietro a notizie più interessanti, perché di gente uccisa ne abbiamo fin sopra i capelli. Specialmente di coltello, da quando la nostra cultura è cambiata.

Non sappiamo perchè Matteo Salvini abbia innescato improvvisamente un procedimento che ha portato, non ad una crisi di governo, ma ad una situazione anomala, nella quale molti argomenti sono in sospeso: come, ad esempio, la sfiducia da votare a Giuseppe Conte. E molti passaggi sono controversi, come, ancora, quello che permetterebbe il taglio dei 345 parlamentari, pur avendo un Conte sfiduciato, e quindi non più a capo del governo; rendendo così, fatalmente, inefficace il taglio dei parlamentari.

Politicamente Matteo Salvini non è nato ieri. La sua mossa può essere apparsa avventata, ma certamente uno con la sua esperienza non è una persona che agisca avventatamente. Possiamo intuire che, sentendosi minacciato dal ritorno di Renzi con il suo Movimento Azione Civile – un Renzi che, ricordiamolo, non ha mai abdicato al suo ruolo di guida politica dei gruppi parlamentari di cui si sera conquistato il favore quando era al potere – e avendo esattamente valutato la votazione in sede europea di Ursula van der Leyen alla presidenza della Commissione Europea con i voti decisivi (14) dei grillini, per appena 9 voti, contro la linea della Lega, che appoggiava un altro candidato, meno smaccatamente europeista, abbia inteso anticipare prima dello scoppio del temporale, l’inciucione che si era venuto radunando sul suo capo da parte del M5S, i cui appartenenti – la base – non condividono la linea leghista.

In ogni caso, ha costretto gli avversari a venire allo scoperto. Il Movimento 5S, infatti, è eterogeneo nella sua composizione. Parecchi sono ex Piddini, molti sono di sinistra ideologica – leggi Fico con il pugno alzato – e molti hanno voglia di tornare a mettere la croce sul contrassegno PD alle prossime elezioni.

Il quadro è chiaro: da una parte il PD – con un evanescente Zingaretti che, nonostante le sue assurde comparsate in TV, non da’ l’impressione di convincere nessuno – che sa che sic stantibus rebus gli conviene non andare alle urne, in previsione di un’alleanza con il M5S. Dall’altra Renzi, che, dopo la sua investitura ufficiale durante l’ultima riunione ‘segreta’ della Biderberg, sapevamo che nel giro di un paio di mesi sarebbe spuntato fuori come un misirizzi, spalleggiato dai ben noti ‘poterif forti’ d’oltreoceano, e magari non solo quelli.

Last but not least, il buon Di Maio, che, nella sua veste sempre sorridente, come il Dalai Lama, propone cose assurde da attuare, ma demagogiche al punto da sembrare di prendere per il sedere coloro che ancora gli credono. Di Maio, diciamola tutta, è quello che meno avrebbe da guadagnare, nonostante le sue asserzioni, da una tornata elettorale. Oggi i sondaggi dicono che il M5S ha perso parecchio in termini di consensi, e siccome questa crisi si gioca proprio sui sondaggi, a Giggino non conviene andare alle urne. A cavallo dei sondaggi, poi, ci sono la Meloni e Berlusconi, a cui farebbe comodo, come alla Lega, andare a votare.

In tal caso, il 39% di Salvini- se non di più – si potrebbe sommare ad un 10% prevedibile da parte di Fd’I, e un 20% di Berlusca. Con L’Altra Italia o con Forza Italia? Poco importa, tanto il contenuto è sempre quello. Anche se il buon Silvio dimostra di voler vendere cara la pelle, rifiutando di andare alle urne – per ora solo un’ipotesi – unitariamente, con gli altri due partiti. Questo ci darebbe un governo di maggioranza, di centrodestra, molto poco gradito a qualcuno che, nonostante le smentite, sta in realtà governando la nostra nazione da tempo – e non accusateci di complottismo.

Ma il nemico più pericoloso, per questa gente, è proprio Matteo Salvini con la Lega. In regimi poco democratici gli avversari politici si eliminano, di solito, fisicamente. Anche se questo è accaduto più volte negli USA, che definire regime poco democratico proprio non si può: ma sarebbe troppo lungo, e ci porterebbe fuori tema, investigare qui sull’origine di queste morti, da Abraham Lincoln in poi. Nei regimi più ‘democratici’, o presunti tali, l’avversario politico lo si denigra, lo si squalifica, lo si mette in difficoltà.

Esattamente ciò che sta accadendo in Italia con Salvini, attaccato perfino, mica tanto velatamente, proprio dal papa. Tutti contro Salvini, potremmo dire, o Salvini contro tutti? Ambedue le definizioni vanno bene. Il campo di battaglia ora è il mare, i migranti (termine coniato per non usare quello illecito di clandestini, ciò che in realtà sono), le navi ONG, e, ultimamente, perfino il ministro Trenta, il Presidente del Consiglio Conte, e non ultimo il TAR del Lazio, che ha inteso, violando una precisa norma del Ministero dell’Interno, consentire l’ingresso nelle acque territoriali italiane alla Open Arms, con i suoi circa 150 digraziati, tra i quali le agenzie di stampa mettono sempre in evidenza i bambini e le donne, tutte o quasi, stranamente, in stato interessante; per cui, calcolando i tempi del viaggio, si può facilmente presumere che siano pregne dei carcerieri che le hanno tenute prigioniere, e che il pargoletto che scodelleranno in un ospedale italiano sarà figlio di un delinquente.

Ci chiediamo perchè la stessa richiesta che è stata inoltrata con successo al TAR del Lazio non sia stata inoltrata ad un organo simile di Malta, della Spagna o della Francia. Forse perchè in Italia la strada era già stata spianata, dubbio più che legittimo, e si era certi del suo accoglimento, con conseguente sconfitta della linea dura di Salvini? Arriva anche un’altra nave ONG, come riferiscono i media, con, salvo errori, 350 ‘migranti’ a bordo. Naturalmente sempre verso le nostre coste. Le quali coste non si dimostrano per nulla europee, nei fatti, ma soltanto italiane. Sappiamo già come andrà a finire.

Facciamo notare, però, che di regola le leggi vanno rispettate,e non violate in nome di una presunta umanità: chissà cosa pensano gli anziani indigenti condannati per furto di una busta di prosciutto o un pezzo di parmigiano al supermercato: a loro la clausola ‘umanità’ non è stata applicata. Il bombardamento, quindi, dei media, intesi ad orientare l’opinione pubblica, e dei post sui social – grande veicolo di diffusione di massa – sono tutti contro Salvini, al fine di screditarlo, specialmente da parte dei cosiddetti ‘politically correct’, nuova denominazione dei ‘radical-chic’. Riteniamo molto più umanitario, se si fosse in buona fede, ma così evidentemente non è, intervenire non sul sintomo del male – i barconi – ma sulle cause. Consentire ancora dopo anni ai trafficanti di uomini di accumulare illecitamente milioni di dollari affidando alle onde del mare, affinchè trovino un comodo – o meno comodo – passaggio per le coste italiane in una nave ONG allertata via telefono satellitare (pare che i transfughi siano forniti alla partenza di ben precisi numeri da chiamare), puzza tanto di malafede e di complicità da parte di qualcuno.

Qualcuno che finanzia le navi ‘umanitarie’, qualcuno che distribuisce telefoni satellitari, qualcuno che, a terra, distribuisce carte di credito firmate UNHCR, qualcuno che ha interesse a mettere nei problemi il nostro Paese, il nostro governo e il nostro Ministro dell’Interno. Molto più ‘umanitario’ sarebbe andare a monte, all’origine di questo esodo assurdo, eliminandone le cause, impedendo le morti in mare, e consentendo a questa gente di rimanere nella propria terra. E punendo, finalmente, chi lucra sulla pelle dei disgraziati, sia quelli che fuggono dalla fame e dalla misera, sia quelli che fuggono dalla guerra – e sia quelli che vengono in Italia per affiliarsi alla mafia nigeriana e per commettere ogni sorta di nefandezza.

Questo, al popolo italiano, cari amici politici e non, glielo dovete. Altrimenti siete tutt’uno con i trafficanti di carne umana. Con buona pace dei ‘politically correct’, che nei loro salottini di velluto, nel pomeriggio, mordicchiando un biscottino e sorbendo una tazza di tè, dovranno cambiare l’argomento delle loro conversazioni. Gli Italiani hanno dimostrato quale Italia vogliono. Non quella caldeggiata da Di Maio, Renzi, Zingaretti, D’Alema (pare che Baffino sia spuntato di nuovo) & Co., ma un’Italia più giusta verso chi ama l’ordine e la legalità. E non solo. Con un accordo intramoenia PD-M5S, a cui parteciperebbe anche Matteo Renzi insieme ai ‘cespugli’ di sinistra, avremmo subito, come riferisce un autorevole quotidiano, una patrimoniale per finanziare il salario minimo e l’ampliamento del reddito di cittadinanza, un buon 70% del quale è stato bocciato. Sull’immigrazione subito via i Decreti Sicurezza e sì allo ius soli, con conseguente incremento degli sbarchi. Sì all’eutanasia e alle adozioni dei bambini alle coppie gay. Le elezioni non le vuole Di Maio, non le vuole Renzi, non le vuole Zingaretti: la palla passa, una volta dipanata la matassa di questa crisi anomala, al capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Vedremo allora da che parte sta, se da quella degli Italiani, o da quella del partito da cui proviene.

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Governo Pd5: aggiungi un’altra poltrona che c’e’ un sottosegretario in piu’

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Aggiungi un’altra poltrona che c’e’ un sottosegretario in piu’ o anche aggiungi un altro sottosegretario perché c’è una poltrona in più. Tutto dipende dal punto di vista di chi guarda, ma l’oggetto è sempre “quello”, la spartizione delle poltrone.

Finalmente la faida per l’appropriazione delle poltrone si è sedata e la squadra del Governo Conte 2.0, sembra finalmente, avere trovato la pace. I viceministri sono stati collocati proporzionalmente, 4 al PD e 6 al M5S. Le ghiotte poltrone dei sottosegretari sono state condivise “in buona armonia” tra i commensali del gran banchetto luculliano a Montecitorio. Agli invitati M5S è andato il boccone del prete, cioè 21 postazioni; al PD sono state riservate 18 poltrone; a LEU per gratitudine sono state servite 2 portate ed 1 poltrona è stata regalata come obolo al Movimento Associativo Italiani all’Estero. Lo so, di quest’ultimo nessuno ne conosceva l’esistenza. Così è, ma a Conte 2.0 faceva comodo.

A questo punto l’Italiano ignaro tira un sospiro di sollievo e va a dormire tranquillo, pensando che ormai l’Italia si trova in mani sicure, il cambiamento avviato, la svolta pure e la barca va. Ma le cose stanno proprio così? Non pare proprio. Ci vuole un grande senso di realismo per crederlo. Nel caso del governo Conte 2.0 i due movimenti girano su rotatori opposti. Attualmente stanno al semaforo. Si guardano in faccia. Si studiano e sono attenti a non sovrastarsi a vicenda. Davanti a loro una corsa ad ostacoli e lungo il percorso della maratona, sui bordi del sentiero, li attende una folla oceanica, che non sta lì per applaudirli, al contrario per rinfacciargli il volta faccia, e piccoli e grandi, anziani e non solo gridano il loro dissenso.

Se il buongiorno si vede dal mattino, l’infuocata querelle fra i due “colori” per la spartizione dei sottosegretari e dei viceministri non lascia alcun dubbio. E’ stato peggio del concorso per la selezione dei Navigator quando a Roma si sono presentati 100 mila candidati. Per le poltrone dei sottosegretari e viceministri si dice che a Montecitorio ci sia stata una folla incontrollabile e qualche accesa discussione tra la “riva gialla e la riva rossa”.

Gente che segue gli avvenimenti come vengono trasmessi dalle varie reti, ieri sera commentavano. Si sentivano commenti di ogni genere e alcuni non si possono riportare qui per rispetto di chi legge. Un signore di una certa età vantandosi d’avere avuto la fortuna di ascoltare le battute di Ernesto Calindri e Franco Volpi nel Carosello della China Martini, esternando tutto il suo scetticismo esclamava:“Non può durare. Dura minga, dura no”.

È naturale che la reazione alla decisione di procedere a questa forma di governo da parte del Colle, battezzato il governo del cambiamento, della svolta, possa essere il disincanto di una domanda: durerà questo governo, e, se sì, avrà davvero i margini di consenso, in Parlamento, per poter governare davvero, per dare risposte efficaci ai problemi del Paese?
Tratteniamo il respiro. Domani è un altro giorno…

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Giuseppe Conte: il re è nudo

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Giuseppe Conte, da Volturara Appula, in provincia di Foggia, sulle montagne della Daunia, altitudine circa 550 mt. sul livello del mare, abitanti poco più di 400: praticamente un condominio. Il nome Volturara – associato all’aggettivo Appula, per la sua collocazione in Puglia – significa ‘Città degli avvoltoi’, dal latino ‘Vultur’, ‘avvoltoio’ , un rapace poco elegante che si nutre di carcasse in putrefazione, uno spazzino della natura. Un uccello rapace dalla grande apertura alare, ma non nobile come l’aquila: in realtà asservito ad uno scopo ben preciso. Un uccello dalle grandi ali, ma dalla moralità di saprofago. Un luogo che ha dato i natali al nostro, degno cittadino di quel piccolissimo Comune, figlio del segretario comunale e di una maestra elementare, cresciuto all’ombra dei Gesuiti del Collegio Nazareth, che nella evidenza delle cose lo hanno accompagnato dov’è ora: da Volturara a Bruxelles il passo è lungo.

Conte è volato a riferire alla sua superiore Ursula Von Der Leyen, non appena terminata la scontata cerimonia di fiducia al nuovo governo in Senato, lasciando il suo scranno dorato ancora caldo. Una visita lampo. L’uomo che sussurrava alla Merkel è andato a presentare alla presidente della Commissione europea la sua obbedienza, senza riceverne particolari elogi. Tutto era previsto, e non era ammesso che fosse il contrario.

Salvini fa paura. Con il suo piglio rozzo ma efficiente, con il suo vocabolario grezzo, ma espressivo ha fatto paura a tutti i papaveri dell’UE. Ha fatto paura anche per il suo potere aggregante, e per il progetto di creare una forza populista e sovranista con i capi di Stato di altri Paesi – come Orbàn e la Le Pen – che potesse bilanciare lo strapotere di una Unione Europea strumento di poteri forti che vengono da lontano. Tanto che a Bruxelles, ma anche a Strasburgo, a Parigi e a Berlino, si sono disposti a contrastarlo, e l’hanno fatto con la loro consueta efficienza da Spectre. Oggi è chiaro a tutti che il ribaltone che Salvini – definito ‘traditore’ da Conte e dai Cinquestelle, i veri traditori – aveva percepito, non era una scusa per indire nuove elezioni e capitalizzare i consensi che i sondaggi gli accreditavano.

La manovra sotterranea targata Renzi era già in atto da almeno sei mesi, e bloccava l’attività parlamentare, già prima che Matteo Salvini dichiarasse finita l’esperienza di governo. Dell’inciucio tra PD e 5stelle s’è saputo da una anonima Gola Profonda. Un ministro – di cui tutti, naturalmente conoscono nome e cognome – che non ha resistito alla tentazione di vantarsi di aver tramato con altri pentastellati per far cadere il governo, bloccandone le azioni, cosa di cui Salvini si lamentava da parecchio. La certezza è che anche Giuseppe Conte sapesse tutto, e che se ne sia fatto complice, alla luce del suo convinto europeismo. Tanti, troppi, non hanno ben compreso il motivo dell’interruzione di un esecutivo che alla fine sembrava poter durare, e il torto dell’ex ministro dell’Interno è stato quello di non spiegare chiaramente, fuor dai denti, ciò che era successo. A volte l’impulsività è segno anche di ingenuità, e ciò che circolava in quei giorni soprattutto sui social, a proposito dei rapporti fra PD e 5 Stelle non consentiva l’ipotesi di una combine. Tutta scena. Anche, e soprattutto, quando Di Maio ha dichiarato platealmente “Mai con il partito di Bibbiano”.

Il professor Giuseppe Conte, l’ex Cincinnato, l’ex Cavaliere Senza Macchia e Senza Paura, l’ex avvocato del popolo italiano e ora avvocato di Bruxelles, è uscito, da quella fiducia data al ‘suo’ governo, molto ridimensionato. Caduta la maschera, si è mostrato per quello che è, un esecutore degli ordini impartiti dalla UE, un sodale di Merkel e Macron, l’artefice di un’operazione che non è stata fatta in nome del popolo italiano, a cui sempre più si vuol togliere la dignità d’essere un popolo, padrone e sovrano in casa propria. La conversazione al bancone del bar tra Conte e la Merkel, sussurrata in un orecchio, e di cui lo stesso Conte s’è affrettato a dare una sua spiegazione, nel nome di una ormai fallimentare pretesa di ‘trasparenza’, è la dimostrazione della supinità di ‘Giuseppi’ nei confronti di una UE e di una Merkel che, pur non avendo una posizione ufficiale in seno al Parlamento Europeo, detta le regole del gioco.

Ricorda tanto il Napolitano di qualche anno fa. Come ha anche fatto con una telefonata, la Merkel, durante la formazione della nuova compagine trovaticcia, per raccomandarsi che non fosse dato spazio ai sovranisti. Così, il governo è nato da una maggioranza riguardante numeri e cifre che erano buoni il 5 di marzo del 2018, ma che ormai non sono più quelli.

Una maggioranza di carta e sulla carta, per capitalizzare – i Cinquestelle – consensi ormai svaniti, che appartengono al passato e che non crediamo tornerranno. Un governo retto da una maggioranza inesistente nel paese, buona solo per le aule parlamentari. Un’operazione concepita per evitare di subire il sorpasso – già avvenuto, secondo i sondaggi – della Lega nei confronti del M5S. Una trappola in cui siamo caduti tutti, confusi dai discorsi di Giuseppe Conte.

Non si capisce perché al Presidente del Consiglio serva tanto tempo per preparare un discorso, come è stato sia per l’intervento al Senato, quando lui stesso si è preoccupato di mostrare il suo ‘coraggio’ nello staccare la spina al governo gialloverde, sia in occasione del voto di fiducia scontato alla Camera, sia per la fiducia scontata al Senato. Non si capisce perché gli ci voglia tanto tempo per scrivere sempre le stesse banalità, con l’abuso di termini quali ‘coraggio’, ‘nuovo’, ‘crescita’, ‘lotta all’evasione fiscale’, ‘lotta alla disoccupazione’, ‘lavoro per i giovani’, ‘asili nido per tutti’, ‘responsabilità’, e via così, in un festival dell’ovvio e dello zuccheroso, e mentre, come si dice a Roma, ‘le chiacchiere stanno a zero’ ; mentre il sospetto è che quelle chiacchiere nascondano altri programmi che non si vogliono esplicitare. Per poi andare a baciare la pantofola alla Merkel e alla Von Der Leyne. Intanto la corsa alle poltrone di sottosegretario è incominciata e già finita, e qualcuno è rimasto a terra, perchè, come riferisce un quotidiano oggi, i sederi sono in numero eccedente l’effettiva disponibilità. Qualcun altro si dovrà accontentare, aspettando di scalare l’ambita posizione in appresso, come è accaduto alla ora ‘ministra’ delle Politiche Agricole Teresa Bellanova. La quale, per non smentire la sua appartenenza alla Casta controllata da Bruxelles, ha subito aperto le braccia agli OGM, Organismi Geneticamente Modificati, prodotti dalla americana Monsanto, i quali, nonostante non sia stato dimostrato scientificamente, non possono non essere a lungo termine nocivi per l’organismo umano; e al CETA, quell’accordo di libero scambio con gli USA e il Canada, da cui riceviamo migliaia di tonnellate di grano al glifosato, che in altri Paesi pare sia smaltito come rifiuto tossico. Il Glifosato è un erbicida non selettivo sospettato d’essere cancerogeno e mutageno, che viene usato specialmente in Canada per la raccolta precoce del grano, prodotto dalla Monsanto e ora anche dalla tedesca Bayer, e del quale proprio la Germania ha vietato l’uso nelle sue campagne. Un accordo, il CETA, micidiale per i nostri produttori – ma probabilmente remunerativo per i nostri politici – che troveranno il mercato interno invaso da prodotti non italiani, e quindi senza quelle caratteristiche di controllo che contraddistinguono ciò che in Italia si produce, oltre alla concorrenza sleale dei prezzi. È questo, e come tale si è immediatamente rivelato, terreno di scontro con i 5 Stelle, mentre i nostri agricoltori, lontani dall’essere protetti dal loro Ministro, già protestano.
Sul fronte fiscale si affaccia una tassa del 2 % per i prelievi in contante eccedenti i 1500 euro mensili, nell’ambito della disincentivazione all’uso del contante: il controllo economico è una delle leve più forti nei confronti di un popolo, e il pretesto è sempre quello della lotta all’evasione fiscale, mentre chi deve evadere lo fa ancora e sempre con la massima tranquillità. Sono ‘I grande evasori’: tutti sanno chi sono, ma sono troppo potenti per attaccarli.

Mentre il sindaco di Lampedusa, all’arrivo degli 81 della Ocean Viking, strilla “Siamo accoglienti ma non stupidi!” Zingaretti tuona che bisogna aprire i porti, “Senza se e senza ma”, espressione molto cara ai nostri politici. Anche se lui, da segretario del PD, non avrebbe alcuna voce in capitolo per ordinare gli sbarchi: ma tant’è, Salvini bisogna contrastarlo sempre e comunque, e anche questo è obbedienza all’UE -Macron-Merkel-Bilderberg. Nonostante le fantasie di Conte, che millanta accordi europei per l’accoglienza ai migranti, e le minacce di una sanzione (per ora solo ipotetica) per gli Stati membri che non obbediscano, le sue richieste non hanno trovato, appunto, accoglienza. Basterà pagare la sanzione e non accogliere gli africani, sarà sempre più vantaggioso economicamente e non creerà disturbo alla popolazione e problemi al governo. Intanto quelli della Ocean Viking rimarranno tutti in Italia, stavolta sì, senza se e senza ma, mentre pare che in Libia migliaia di persone siano già pronte ad imbarcarsi sul solito gommone-navetta per venire da noi, che ormai non abbiamo più protezione. Vengono per i motivi più disparati, ma intuibili: abbiamo scoperto di recente – ma non c’è voluto molto – che tante donne in stato interessante vengono a partorire in Italia, dove hanno a disposizione il nostro sistema sanitario, con completa assistenza al parto, per il quale non pagano una lira, tanto chi paga siamo noi. Mentre a noi tocca aspettare mesi per una TAC o un esame salvavita, e le cure della Lorenzin – per non dir mancamento della Grillo – hanno tranciato in maniera assolutamente orizzontale presidi medici indispensabili, sulla base soltanto di un ipotetico numero di ingressi e distanze misurabili sulla carta.

Così, per fare un esempio, mentre a Viterbo si raddoppia l’Ospedale di Belcolle, a Ronciglione, a ventitré chilometri di strada tutta curve, impraticabile d’inverno con la neve, si chiude l’Ospedale S. Anna, una struttura che funzionava benissimo ed era completa e punto di riferimento per i paesi circonvicini, ridotta ormai a semplice Punto di Assistenza Infermieristica, privata anche della possibilità di fare un prelievo di sangue.
Dicevamo di Conte. Ci era apparso come un gigante, ma si è affrettato a dimostrare d’essere un pigmeo, agli ordini di una Europa che all’Italia s’è già presentata male, con l’inganno e l’austerity, quella misura del governo Monti che ha distrutto ad arte la nostra economia, e ancora ne subiamo gli effetti. Mentre all’orizzonte s’affacciano, tra l’altro, l’eutanasia, i matrimoni e le adozioni gay, il gender, lo Ius Soli, la patrimoniale tanto cara alle sinistre. Un’altra delle banalità ricorrenti dei discorsi programmatici di Conte è la lotta alla mafia: tutti argomenti demagogici, che fanno presa sul grande pubblico, complici i giornali e le TV di Stato.

A proposito di mafia, di quelle ufficiali noi ne abbiamo almeno tre. A queste s’è aggiunta, di recente la più crudele, la nigeriana – arrivata con i barconi – quella del commercio degli organi. Certamente di mafie ce n’è ancora di più, di quelle che tengono il profilo tanto basso da non essere individuate. Ma ce n’è una che ci avviluppa tutti – alla fine la mafia è un fatto culturale e storico – e che circola nei corridoi del potere politico, tanto che non è appropriato chiamarla mafia, perché non ne ha i metodi; ma, alla fine, i risultati sono gli stessi. È una sorta di organismo amorfo, mutante, proteiforme. Ricorda un’ameba, che si trasforma secondo le sue esigenze, e che clona se stessa, moltiplicandosi, in un groviglio inestricabile e inestricato, che si nutre di corruzione, di mazzette, di favori, di poteri, di inciuci, di clientele, di voti di scambio; che si nutre di intrighi di palazzo, di pugnalate alla schiena, di tradimenti; che si cerca, si avviluppa, si mescola, si prende e si lascia, mai mostrando il suo vero volto, ma a volte mescolandosi e incastrandosi in poteri in odore di illegalità, al punto che non si distinguono più i limiti dell’uno e dell’altro. Alla ricerca del potere che diviene fine a se stesso, confondendo il fine col mezzo; potere politico, potere economico, clientele. L’Italia è il Paese delle raccomandazioni e dei raccomandati, della ricerca dell’onorevole o del monsignore, per trovare lavoro, essere promossi agli studi, sistemarsi la vita: in cambio di voti.
Oggi, da ciò che vediamo leggendo fra le righe, lo scopo dei politici non è più l’amministrazione della Repubblica; quella Res Publica, o Cosa Pubblica – la casa di tutti – che una volta era affidata a probiviri, da gente integra, al di sopra di ogni sospetto, ( da cui il termine ‘candidato’, dalla veste candida di ognuno che simboleggiava la sua mancanza di colpe) oggi asservita a chi il potere lo vuole esercitare per i propri scopi e non certo per il bene dei cittadini. La corsa alle poltrone è diventata un fenomeno tale, che non è più possibile tenerlo nascosto, è sotto gli occhi di tutti.

Ma ciò che fa orrore, quando se n’è acquisita l’immagine, è questo organismo ectoplasmatico, impalpabile e amorfo che muta, si trasforma, permea, corrode, corrompe, unisce e divide, prendendo ogni volta la forma che più riesce ad ingannare il popolo bue, ma mai quella vera, autentica e veritiera. Quello che vediamo nei programmi politici, e quello che ci ammanniscono come orientamento politico, non è mai la verità; o, per meglio dire, la realtà. È solo fuffa per gli idioti, controinformazione, menzogna, con il contentino, quando a loro aggrada, di portarci al voto; che poi viene utilizzato come all’ameba fa comodo. Oggi abbiamo un governo che non risponde alla volontà popolare, accuratamente dribblata. Un governo giuridicamente esatto, costituzionalmente perfetto, derivato dagli accordi proteiformi dei corridoi del palazzo, con un ‘pigmeo’ a capo dello stesso. Un ex-gigante ridimensionato, a cui va tutta la nostra compassione di uomini liberi. Mentre lui, libero, non è.

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Governo gialloROSA: quanta confusione sotto questo cielo

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Tanta confusione sotto questo cielo. L’Italia e gli italiani sono divisi esattamente a metà se si guarda agli ultimi sondaggi: il blocco di centro destra e quello del centro sinistra forte ora anche dei 5 Stelle si attestano entrambi al 45%.

Lo scossone della crisi di questo pazzo agosto ha portato ad una nuova maggioranza parlamentare. Il governo gialloverde ha lasciato il posto al governo giallorosa (colorare il PD di rosso sarebbe una esagerazione anche per molti democratici tra cui Renzi che tresca a giorni alterni con pezzi di Forza Italia scontenti dall’immobilismo del loro partito). A sugellare il nuovo accordo un nuovo programma riassunto in 26 punti di estremi buoni propositi troppo generici. Anche se il Movimento 5 Stelle e Partito Democratico avranno tempo per dimostrare se alle intenzioni seguiranno i fatti, non si può non ravvisare nell’area dem una dissonanza tra alcune parti del nuovo progetto e quanto fin qui realizzato.

Senza perdersi nel passato professionale di ministri e parlamentari, la figura politica del segretario del PD, Nicola Zingaretti, basta a dimostrarlo. La confort-zone di Zingaretti è la Regione Lazio. La governa da sette anni dopo quattro passati nell’ex Provincia di Roma ora Città Metropolitana. Sono in molti a domandarsi come possa mantenere le cariche di segretario dem, governatore del Lazio e commissario alla sanità laziale.

Nel programma giallorosa, al punto 19 si asserisce la necessità di “tutelare i beni comuni, come la scuola, l’acqua pubblica, la sanità”. Non nominare la sanità ai cittadini laziali. Gli ospedali romani sono ai minimi termini e la costruzione del Policlinico dei Castelli Romani con la chiusura di molti ospedali ha creato vari malumori. Inoltre dal 2008 la sanità laziale è in commissariamento, il fondo di dotazione è l’unico in Italia ad essere in negativo per quasi un miliardo di euro. Sul caso è intervenuto più volte l’ex ministro della Salute Giulia Grillo e i 5 Stelle hanno redatto un dossier economico. Ora che a Viale Giorgio Ribotta siede Speranza (Liberi e Uguali), come sarà trattato questo tema?

Per la prima volta i membri del neonato esecutivo hanno fatto riferimento al problema della gestione di Roma. Al Campidoglio dal 22 giugno 2016 si è insediata la giunta del Movimento 5 Stelle di Virginia Raggi che ha sempre rimarcato l’assenza di dialogo con le istituzioni della Regione. La Capitale è subissata da un debito di circa 12 miliardi accumulati tra il 1950 e il 2008. Anche se è nota l’ostilità tra la grillina Lombardi (maggiorente 5 Stelle alla Regione Lazio) e la sindaca di Roma, il governatore dem Zingaretti sembra non essersi mai posto il problema di una sintonia tra Regione e Comune.
Infine la svolta Green del Governo: “Occorre realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell’ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti climatici…” Se i 5 Stelle hanno fatto, sin dalle origini, del sostegno all’ economia circolare e alle fonti di energia rinnovabili una delle loro principali punti programmatici, lo stesso non si può dire per il Partito Democratico. A documentarlo sempre la Regione Lazio. L’ambiente è davvero il tallone d’Achille di Nicola Zingaretti.

Nel suo programma del 3 marzo riporta “sostenibilità sociale, ambientale e economica”. Per motivi di spazio riporteremo solo un caso che riesce a restituire la cifra di un comportamento che è diventato orma prassi a Via della Pisana.

Lo scorso 12 settembre 2018 è stato approvato con emendamenti, l’articolo 3 della proposta di legge regionale n.55 del 2018 sulla semplificazione amministrativa effettuata dalla Giunta regionale del Lazio presieduta da Zingaretti. Questa modifica riguarda la procedura di approvazione dei piani delle aree naturali. In complessivi 7 mesi di silenzio-assenso, il piano dell’area naturale protetta potrà essere approvato senza alcuna discussione. Una norma che quanto meno sembra essere fatta apposta per favorire la speculazione all’interno dei parchi come riporta su Il Fatto Quotidiano Fabio Balocco. Stessa cosa per la costruzione dell’autostrada Roma-Latina, bloccata dal Consiglio Di Stato. L’opera, che Zingaretti descrive come “fondamentale”, cade sul territorio della Riserva naturale statale del litorale romano ed in particolare, per oltre 10km, nella zona 1 dove vige divieto assoluto di realizzare opere architettoniche

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