Esteri
Venezuela, segnali di apertura dal nuovo corso: liberati prigionieri politici, tornano liberi anche due italiani
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4 settimane faon
Un segnale di distensione atteso da tempo arriva da Caracas, dove il nuovo corso politico venezuelano ha annunciato la liberazione di un “numero significativo” di prigionieri politici, compresi cittadini stranieri. Una mossa che appare come un tentativo di riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti e con la comunità internazionale, nel pieno di una fase delicata per il Paese sudamericano, alle prese con una difficile transizione dopo l’uscita di scena di Nicolás Maduro.
Tra i detenuti rilasciati figurano anche due italiani: l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico italo-venezuelano Biagio Pilieri. Una notizia accolta con sollievo a Roma e che riaccende le speranze per altri connazionali ancora detenuti nelle carceri venezuelane, a cominciare dal cooperante Alberto Trentini, arrestato da oltre 400 giorni, e dal commercialista piemontese Mario Burlò.
Gasperin, 77 anni, era stato arrestato il 7 agosto 2025 nello Stato di Monagas. Le autorità locali gli contestavano la presunta detenzione, il trasporto e l’uso di materiale esplosivo all’interno degli uffici di una società di cui era socio di maggioranza e presidente. Accuse che avevano suscitato forti perplessità in Italia e inserito il suo nome nella lunga lista di connazionali detenuti in Venezuela per motivi legati alla politica, all’attività professionale o all’espressione di opinioni considerate ostili al governo.
Nella notte è stato liberato anche Biagio Pilieri, giornalista e politico, detenuto da oltre 16 mesi in un carcere di Caracas. La sua scarcerazione rientra nel pacchetto di rilasci annunciato dalle autorità venezuelane come gesto volto a “promuovere la pacifica convivenza” e a favorire un clima di dialogo interno e internazionale.
Il governo italiano segue da vicino l’evolversi della situazione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è messo in contatto con l’ambasciatore a Caracas, con la rete consolare e con rappresentanti della Chiesa e della società civile venezuelana. La Farnesina ha fatto sapere di aver attivato tutte le iniziative possibili per ottenere “una soluzione favorevole per ogni singolo detenuto” e accelerare il rilascio degli altri cittadini italiani ancora in carcere.
Tra questi resta alta l’attenzione sul caso di Alberto Trentini, 46 anni, cooperante arrestato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure mentre lavorava per l’ong Humanity and Inclusion. Fermato senza accuse formali, è stato successivamente trasferito nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo, a Caracas. In oltre 400 giorni di detenzione, il suo nome è diventato il simbolo di una battaglia diplomatica complessa, condotta in un contesto reso ancora più difficile dal mancato riconoscimento del precedente governo venezuelano da parte dell’Italia.
In queste settimane il dossier è stato al centro di una fitta interlocuzione tra Roma e Washington. Tajani ha avuto più contatti con il segretario di Stato americano Marco Rubio, con gli Stati Uniti impegnati a sostenere ogni sforzo per la liberazione dei detenuti occidentali. La sensazione, negli ambienti diplomatici, è che qualcosa possa muoversi dopo il cambio al vertice a Caracas.
Lo stesso Tajani aveva parlato nei mesi scorsi di una possibile maggiore flessibilità da parte della nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez, ipotizzando gesti distensivi anche sul fronte dei detenuti politici. In questa direzione vanno letti i primi segnali di apertura, sostenuti anche da settori dell’opposizione che, con Corina Machado in prima linea, hanno rilanciato la richiesta di un’amnistia generale.
Intanto, a Lido di Venezia, davanti alla casa della famiglia Trentini, resta appeso lo striscione “Alberto Trentini libero”. Da quasi 14 mesi accompagna l’attesa silenziosa dei familiari, che continuano a sperare senza rilasciare dichiarazioni.
Il rilascio degli ultimi detenuti ha riguardato anche cittadini di altri Paesi europei: Madrid ha annunciato la liberazione di cinque spagnoli. Secondo i dati più recenti delle organizzazioni per i diritti umani, in Venezuela restano ancora centinaia di prigionieri politici, tra cui decine di stranieri o persone con doppia cittadinanza.
Una mossa, quella di Caracas, che appare come un primo tentativo di uscire dall’isolamento internazionale, in una fase in cui il chavismo è chiamato a bilanciare la propria retorica anti-occidentale con la necessità di aprire un canale di dialogo con gli Stati Uniti e l’Europa. Resta ora da capire se il gesto rappresenterà l’inizio di un cambio di rotta o solo una concessione tattica in una partita diplomatica ancora tutta da giocare.
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Editoriali
Iran, scatta l’allarme rosso: gli Usa richiamano i cittadini mentre la diplomazia cammina sull’orlo dell’abisso
Published
7 ore faon
6 Febbraio 2026
Mentre a Muscat si riapre un canale di dialogo tra Iran e Stati Uniti, sul terreno la tensione cresce e i segnali che arrivano da Washington raccontano uno scenario molto più fragile di quanto le dichiarazioni ufficiali lascino intendere. Gli Stati Uniti hanno infatti invitato i propri cittadini presenti in Iran a lasciare immediatamente il Paese oppure, qualora ciò non fosse possibile, a mantenere un profilo estremamente basso, evitare manifestazioni e rimanere costantemente in contatto con familiari e amici. L’allerta, pubblicata sul sito dell’ambasciata virtuale americana a Teheran, cita misure di sicurezza rafforzate, chiusure stradali, interruzioni dei trasporti pubblici e possibili blackout di internet, elementi che fanno pensare a una fase di potenziale instabilità interna e regionale. Washington consiglia, se le condizioni lo permettono, di uscire via terra verso Armenia o Turchia, un’indicazione che raramente viene fornita se non in presenza di rischi concreti di deterioramento rapido della situazione.
Il tempismo del richiamo appare particolarmente significativo perché coincide con la ripresa dei colloqui tra Teheran e Washington, mediati dall’Oman. Il ministro degli Esteri omanita Badr al Busaidi ha parlato di incontri “molto seri”, utili a chiarire le posizioni delle due parti e a individuare possibili aree di progresso, sottolineando che gli esiti saranno ora valutati con attenzione sia a Teheran sia a Washington. Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l’avvio dei colloqui “positivo”, pur rimarcando che la loro prosecuzione dipenderà dalle consultazioni nelle rispettive capitali e dalla volontà della controparte. Araghchi ha ricordato come il negoziato riparta dopo otto mesi segnati da forti tensioni, culminate nel conflitto diretto tra Iran e Israele del giugno 2025, una guerra breve ma sufficiente a riaccendere una profonda sfiducia reciproca.
In questo contesto, le parole concilianti della diplomazia convivono con avvertimenti durissimi sul piano della sicurezza. L’Iran ribadisce di essere pronto al dialogo, ma anche a difendere la propria sovranità da “qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo” americano, mentre la Cina entra in scena sostenendo apertamente Teheran e opponendosi a quelle che definisce “intimidazioni unilaterali”. Il sostegno di Pechino rafforza la percezione di un equilibrio regionale sempre più polarizzato, in cui ogni passo negoziale è accompagnato da mosse strategiche preventive.
Il richiamo dei cittadini americani, letto in questa chiave, va oltre la semplice prudenza. Nella prassi statunitense è spesso il segnale che l’intelligence valuta possibili scenari di escalation: proteste interne difficili da controllare, azioni dimostrative contro interessi occidentali, o una brusca interruzione del dialogo seguita da nuove pressioni politiche o militari. È anche un modo per Washington di liberarsi da potenziali vincoli, evitando che la presenza di cittadini sul territorio iraniano diventi un fattore di ricatto o un freno decisionale in caso di crisi.
Diplomazia e allerta, dunque, procedono su binari paralleli. Da un lato si tenta di ricostruire un quadro negoziale minimo, dall’altro si prepara il terreno al peggio. Il segnale che emerge è chiaro: la finestra del dialogo esiste, ma è stretta e instabile. Se le consultazioni non riusciranno a superare la sfiducia accumulata negli ultimi mesi, l’attuale fase potrebbe rapidamente trasformarsi in un nuovo punto di rottura, con conseguenze che andrebbero ben oltre i confini iraniani.
Esteri
Negoziati di Abu Dhabi, chiusa la prima fase. Gli Usa: “Non lontani da un incontro Putin-Zelensky”
Published
2 settimane faon
24 Gennaio 2026
Si è conclusa ad Abu Dhabi la prima fase dei negoziati trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, un passaggio diplomatico significativo nel tentativo di aprire un canale di dialogo strutturato dopo oltre tre anni di guerra. Gli incontri, svoltisi nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, non hanno prodotto un accordo formale, ma hanno consentito alle delegazioni di esplorare possibili convergenze e di definire un perimetro di lavoro per le prossime tappe del confronto.
Secondo quanto emerso al termine dei colloqui, l’amministrazione statunitense ritiene che non si sia “lontani” dalla possibilità di un incontro diretto tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Un’ipotesi che, se confermata, rappresenterebbe un passaggio di portata storica, considerando che dall’inizio del conflitto non si è mai arrivati a un confronto diretto tra i due leader.
I colloqui di Abu Dhabi hanno visto gli Stati Uniti svolgere un ruolo centrale di mediazione, cercando di mantenere aperto un dialogo tra posizioni che restano profondamente distanti. Da un lato, Kiev continua a ribadire la necessità di preservare la propria integrità territoriale e di ottenere solide garanzie di sicurezza; dall’altro, Mosca mantiene una linea rigida sulle questioni territoriali, considerate un punto imprescindibile di qualsiasi futura intesa.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito i negoziati “importanti” e ha sottolineato come il confronto abbia permesso di affrontare nodi centrali del conflitto, rinviando però ogni decisione a fasi successive. Anche la delegazione russa ha confermato la disponibilità a proseguire il dialogo, pur senza segnali di apertura sostanziale sui punti più controversi.
Il contesto in cui si sono svolti i negoziati resta tuttavia segnato dalla prosecuzione delle operazioni militari. Durante i giorni dei colloqui, il conflitto non ha conosciuto pause, con nuovi attacchi che hanno colpito diverse aree dell’Ucraina. Un elemento che evidenzia la fragilità del percorso diplomatico e la difficoltà di separare il piano della guerra da quello della trattativa politica.
La scelta di Abu Dhabi come sede dei colloqui non è casuale. Gli Emirati Arabi Uniti si propongono sempre più come piattaforma diplomatica neutrale per crisi internazionali complesse, offrendo uno spazio lontano dai tradizionali teatri europei e capace di favorire un confronto più riservato. Al tempo stesso, l’assenza di una partecipazione diretta dell’Unione Europea ha sollevato interrogativi sul ruolo del Vecchio Continente in una fase potenzialmente decisiva del conflitto.
L’eventuale incontro tra Putin e Zelensky, evocato dagli Stati Uniti, resta al momento un’ipotesi priva di calendario e di condizioni definite. Tuttavia, il solo fatto che venga presa in considerazione segnala un mutamento nel clima diplomatico, dopo mesi di stallo e di escalation militare.
I prossimi giorni saranno decisivi per capire se il percorso avviato ad Abu Dhabi potrà evolvere in un vero processo negoziale o se resterà un tentativo preliminare privo di sbocchi concreti. La distanza tra le parti rimane ampia, ma la ripresa del dialogo, anche in una fase iniziale e priva di risultati tangibili, rappresenta un segnale che la via diplomatica, pur fragile, non è stata del tutto abbandonata.
Editoriali
La Svizzera che assolve prima di giudicare: Crans-Montana, l’Italia richiama l’ambasciatore
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2 settimane faon
24 Gennaio 2026
C’è una linea sottile tra autonomia della giustizia e irresponsabilità istituzionale. La Svizzera, nel caso di Crans-Montana, sembra averla superata. La scarcerazione di Jacques Moretti, titolare del locale “Le Constellation”, non è solo un atto giudiziario: è una decisione che pesa come un macigno sulle vittime, sulle loro famiglie e sui rapporti tra due Stati.
Il richiamo a Roma dell’Ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, non è un gesto rituale né una reazione emotiva. È una presa d’atto politica. Roma considera la scelta del Tribunale delle Misure Coercitive di Sion una decisione grave, miope e profondamente lesiva del principio di giustizia sostanziale. Un provvedimento adottato nonostante accuse pesanti, responsabilità ancora tutte da chiarire e un quadro investigativo che continua a presentare evidenti rischi di fuga e di inquinamento delle prove.
La Svizzera, spesso evocata come modello di rigore e affidabilità, in questa vicenda manda un segnale opposto: quello di una giustizia che sembra preoccuparsi più delle garanzie dell’indagato che del diritto delle vittime a ottenere verità e giustizia. Una giustizia che libera prima di accertare, che allenta la presa mentre il dolore è ancora vivo e le ferite non si sono mai rimarginate.
Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno scelto di rompere il silenzio e di farlo nel modo più chiaro possibile, incaricando l’ambasciatore Cornado di rappresentare alla Procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la ferma e ufficiale indignazione del Governo italiano. Non una richiesta di spiegazioni, ma una contestazione politica e morale.
Il cuore della questione non è giuridico, ma etico e istituzionale. Ogni scarcerazione è un messaggio. In questo caso, il messaggio che arriva alle famiglie delle vittime di Crans-Montana è devastante: l’attesa può continuare, la sofferenza può essere messa in secondo piano, la giustizia può permettersi di essere distante.
La decisione svizzera non incrina solo un’indagine, ma la fiducia. Fiducia nella capacità delle istituzioni di comprendere la gravità di una tragedia, di tutelare chi ha perso tutto e di evitare che la forma prevalga sulla sostanza. È per questo che l’Italia alza la voce. Perché quando la giustizia appare sorda al dolore, il silenzio diventa complicità.
E Roma, questa volta, ha scelto di non tacere.
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