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Politica

Verona, l’ennesimo braccio di ferro Lega – M5s. Conte: “studino e poi parlino”

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Matteo Salvini dal palco del congresso della famiglia a Verona ribadisce che “la legge 194 non si tocca”.  Dice “no all’utero in affitto” e avverte: “Spadafora sblocchi le adozioni”, ma Di Maio replica: “Non conosce le regole” e accusa: “A Verona stile medievale”. Per le vie del centro della città oltre ventimila persone hanno partecipato al corteo femminista. Ma le organizzatrici di “Non una di meno” correggono: “Siamo in 100mila”.

E su Verona si consuma l’ennesimo braccio di ferro all’interno della maggioranza di governo. Se dal palco del Convegno della Famiglia il vicepremier Salvini difende la legge 194 sull’aborto ma attacca sulla questione utero in affitto. Dall’altra parte, a Roma, nella contro kermesse organizzata dal M5s Di Maio definisce i partecipanti del convegno come “fanatici in stile da Medioevo”.

Botta e risposta sul caso adozioni scatena l’ira di Conte – La tensione tra Lega e M5s era nell’aria e puntualmente è esplosa in serata tra Roma e Verona. Miccia per dar fuoco alle polveri è stato il tema adozioni. Matteo Salvini attacca prestando il fianco alle repliche al vetriolo di Luigi Di Maio e poi a una reprimenda del premier Giuseppe Conte: “Spadafora si occupi di rendere più veloci le adozioni, ci sono più di 30mila famiglie che attendono di adottare un bambino”, dice Salvini rispondendo piccato ad una intervista del sottosegretario grillino nella quale escludeva future alleanze con la Lega. Una veloce riflessione all’interno del Movimento e Di Maio replica seccamente: “Salvini legga bene le deleghe. Spadafora non c’entra. Quella sulle adozioni è in capo al ministro Fontana ed al presidente del Consiglio”.

La replica stizzita di Conte: “Studino e poi parlino” – E così effettivamente è. Ma a palazzo Chigi forse prevale una certa stanchezza per questo clima di perenne campagna elettorale interna alla maggioranza per cui il premier Giuseppe Conte prende carta e penna e si schiera con Di Maio: “la delega in materia di adozioni è attualmente ed è sempre stata in capo al ministro della Lega Fontana. Spetta quindi a Fontana adoperarsi – come chiesto da Salvini – per rendere le adozioni più veloci”, si legge in una nota chiarissima di palazzo Chigi. Ma non basta perché è evidente che le continue liti hanno ormai stancato il premier che bastona urbi et orbi la sua compagine: “rimane confermato che – si legge ancora nella parte più contundente della nota – bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare nei ministeri tutti i giorni e studiare le cose prima di parlare altrimenti si fa solo confusione”.

Salvini a Verona: “Orgoglioso di essere qui” – Il leader indiscusso dell’evento di Verona, e anche il più atteso, è il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini che va incontro a Di Maio quando dice che “la 194 non si tocca” ma che si smarca nuovamente e poi lo attacca col sorriso: “A qualche collega distratto di governo che pensa che qui dentro si guardi indietro dico che qui si prepara il futuro e se questo significa essere sfigato”, allora “sono orgoglioso di essere sfigato”. E lo fa con le spalle “coperte” dall’intervento di papa Francesco che ha ribadito il pensiero della Chiesa sul congresso: “corretto nella sostanza ma sbagliato nel metodo”. “E io sono un uomo di sostanza, e se il Santo Padre condivide la sostanza…”, dice Salvini mentre scrosciano gli applausi della sala. Controbilanciati però dalle decine di migliaia di persone che hanno sfilato per Verona contro il Congresso.

Ma Di Maio non è l’unico bersaglio del leader leghista, forte di un’accoglienza senza eguali. E, dopo il botta e risposta sul caso adozioni, ritorna agli albori del suo partito, prendendosela con i “comunisti, che esistono ancora, sono da difendere gli ultimi esistenti, rappresentanti di un passato che ha milioni di morti sulle spalle” e anche con “gli intellettuali di sinistra che anche se leggono più libri dei leghisti non li capiscono”, e indossa una maglietta blu con il disegno stilizzato di una mamma, un papà e due bambini. Ce n’è anche per i giornalisti, “che truccano le notizie, ma tanto oggi c’è la rete”.

Meloni: “Gli impresentabili sono quelli dell’utero in affitto” – Per i temi del Congresso c’è poco spazio, anche la leader di Fdi Giorgia Meloni fa il pieno di applausi parlando da unica segretaria donna di un partito e da mamma: “Ci hanno definiti retrogradi, sfigati, oscurantisti, impresentabili, ma impresentabili sono coloro che sono a favore dell’utero in affitto e chi tenta di bloccare lo sviluppo di ragazzini di 11 anni (con il farmaco Gender, ndr). Retrogradi sono quelli che vogliono che torni la censura in Italia facendo sì che un appuntamento come questo non possa essere celebrato”. E sulla 194 tuona: “Voglio dire che molte abortiscono perché non hanno alternative, perché non è autodeterminazione che c’è quando si può fare un’altra scelta”.

Insieme a Salvini arrivano sul palco anche i ministri della Scuola e della Famiglia. Equilibrato l’intervento di Marco Bussetti: “La scuola è aperta, inclusiva, plurale e voglio sottolineare che non sono in discussione i processi di emancipazione e i diritti acquisiti”. Ironico e pungente il contributo di Lorenzo Fontana, che gioca in casa: “Ricordo che Di Maio ha parlato di aiuti alle famiglie anche attraverso i coefficienti familiari. Bene Luigi, mo’ uagliò – gli manda a dire in dialetto – lo devi fare. Ora passa dalle parole ai fatti”.

Domenica la marcia che chiude il congresso – Il Palazzo della Gran Guardia si svuota dopo tanto clamore, pure la folla di curiosi che ha presidiato Piazza Brà per tutta la giornata si allontana insieme ai blindati delle forze dell’ordine. Se ne vanno quelli che erano venuti per applaudire Salvini e quelli che invece erano lì per criticarlo, chi difendeva il Congresso e chi lo ha osteggiato con striscioni e slogan. Restano solo i piccioni, che finalmente tornano padroni della piazza. L’appuntamento è per domenica, quando la Marcia delle Famiglie occuperà le strade di Verona, a conclusione della tre giorni del Congresso più controverso degli ultimi anni.

Editoriali

Conte, l’emulo sbiadito di Tarquinio il Superbo

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Se qui ci fosse Antonio Di Pietro, il noto avvocato di Bisaccia, ex magistrato di “mani pulite”, senza alcun dubbio, esclamerebbe, con il suo tono stentoreo: che ci azzecca Conte con Tarquinio il Superbo?
Non ci dovrebbero essere punti di contatto fra i due personaggi. Le epoche sono molto distanti: Tarquinio visse nel 500 a.C mentre Conte è saltato alla ribalta in questi ultimi giorni, soprattutto grazie alle numerosissime apparizioni in Tv.

Il primo regnò per 25 anni, il secondo è stato imposto da pochi mesi e i pronostici danno la sua sostituzione piuttosto imminente. I fatti che accumunano i due personaggi sono diversi e non esiste alcun paragone da fare tra le notorietà storiche degli eventi che interessarono l’uno e la sbiadita e smorta politica odierna dell’altro.

Tarquinio il Superbo fu il settimo ed ultimo re di Roma

La tradizione storica repubblicana descrive il suo regno caratterizzato da omicidi, violenze e terrore.
Escludendo gli omicidi, difficile non trovare similitudini anche qui tra l’agire dell’uno e la mala amministrazione dell’altro.

C’è scritto: ne uccide più la lingua che la spada. La lingua si esprime in parole e di parole è piena la legge. Se poi vogliamo parlare dei decreti di Conte, di parole lusinghiere se ne trovano a iosa.
E’ un tema che occupa il dibattito odierno. I decreti di Conte, gravidi di promesse, sono incostituzionali perché comprimono e a volte sospendono alcuni diritti costituzionalmente garantiti. Questo non lo afferma solamente qualche politico come Renzi ma lo fa lo stesso Presidente della Corte Costituzionale, Maria Cartabia. Conte violenta e calpesta la Costituzione, in un certo modo come Tarquinio violentava e massacrava i suoi sudditi.

Tante sono le analogie tra Tarquinio e Conte. Per il suo modo di fare e a causa dei suoi costumi, oggi si dice che Conte sia un megalomane. Racconta Tito Livio che un giorno, Lucio Tarquinio, detto il Superbo, presentandosi in Senato si sedette sul trono del suocero, rivendicandolo per se. Nulla dice il fatto che Conte, presentatosi inizialmente come timido e sottomesso ai pentastellati di Montecitorio, oggi stia girando le spalle, snobbando e reclamando “urbi et orbi” il suo ruolo come unico salvatore della Patria? Conte non è Superbo, no, solo che nelle sue svariate apparizioni sulla rete, non nasconde la sua supponenza. Altro che Tarquinio!

Racconta la storia che Tarquinio poteva vantare il pregio d’avere completato il Tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio però la si deve a lui la cancellazione di molte riforme costituzionali fatte dai suoi predecessori. La si deve anche a lui la distruzione di diversi santuari ed altari sabini.

C’è voluta l’emergenza Covid per fare scoprire il pensiero recondito di uno “scalatore di poteri”

I Dpcm firmati dal presidente Conte dal febbraio 2020 a oggi occupano tanti scaffali dell’archivio dello Stato. Sono tanti, confusi, illeggibili e ossessivi. L’Italia di Conte sta traversando un periodo di autocertificazioni, interviste, multe e restrizioni e tanta burocrazia. Se Tarquinio il Superbo aveva distrutto diversi santuari e altari sabini, Conte il Supponente, avvalendosi dello staff tecnico di chissà cosa e carpendo la compiacenza della stessa Cei, ha sferrato un durissimo colpo al cuore della Sacra liturgia della Chiesa Cattolica, e sempre con la stessa compiacenza, si è arrogato il diritto di ingerire in ambiti che non gli competevano, osando persino ignorare il concordato fra due Stati.

L’analogia con l’etrusco Tarquinio il Superbo del 500 a.C risalta maggiormente nel fatto che quest’ultimo regnò per 25 anni, senza mai avere ricevuto ordine né dal Senato, né dal popolo romano e guarda caso il Conte spocchioso, anche se occupa il potere da pochi mesi, lo sta facendo senza avere ricevuto alcun mandato dal popolo italiano. E ti pare poco?
La caduta dei Re sotto Tarquinio il Superbo ha dato il via ad un periodo molto travagliato che poi portò finalmente alla Res Pubblica. Quello che gli italiani si augurano è che i loro diritti sanciti dalla Costituzione, finora sospesi dall’Alto con atto imperio vengano ripristinati. Sono state imposte legislazioni surrogate a partire da quella di Mario Monti del 28 dicembre 2012 per finire con quella odierna dell’avvocato “del popolo” Giuseppe Conte.

La gente chiede, senza alcun altro indugio che sia restituito agli italiani il diritto sacrosanto costituzionalmente garantito di votare secondo una loro libera scelta. E’ chiedere troppo?

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Editoriali

Conti quotidiani… bambole non c’e’ una lira

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L’ef-ficienza è quel fattore astratto che denota, in chi lo possiede e lo mette in pratica, la capacità di ben operare e risolvere problemi.

Al contrario, la de-ficienza contraddistingue persone inette e incapaci, buone soltanto a creare problemi invece che a risolverli.

Senza voler dare del de-ficiente al nostro governo, abbiamo visto, in questi ultimi tempi, in cui abbiamo potuto confrontare le sue capacità con quelle di altri paesi, che la nostra nazionale ef-ficienza è assolutamente de-ficitaria.

Siamo partiti in tromba, circa tre mesi fa, con i proclami di un Presidente del Consiglio ben scritti – ogni volta pareva la comparsa di un processo penale, ma tant’è, il nostro dichiarasi avvocato da se stesso, in più di tutti gli Italiani  – e letti con quel sussiego e quella pacatezza che dietro il vuoto delle enunciazioni facevano intendere chissà quale organizzazione antivirus: il salvataggio dei patri lidi – o del suolo patrio, fate un po’ voi. Girandole di miliardi stanziati, o in animo di stanziare ci hanno ubriacati – noi poveri pensionati, impiegati, commercianti, parrucchieri, baristi, salumieri, fruttivendoli, tabaccai, casalinghe, meccanici, gommisti, elettrauto, carrozzieri, operai, contadini, che di miliardi avevamo solo sentito parlare a proposito di Soros, Rockfeller, Rotschild, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Agnelli, e via così.

Quei miliardi – quaranta, cinquanta, cento, cinquecento, millecinquecento, addirittura duemilacinquecento – pareva dovessero calare sugli Italiani e sulla nazione dall’Unione Europea come un lenzuolo che avrebbe messo fine alle nostre sofferenze economiche e di salute. Che già si paventavano con le prime chiusure ermetiche: tutti a casa, tutti con (inesistenti) mascherine, guanti, gel igienizzante. Ma soprattutto – per carità! – tutti a casa!

Specialmente gli anziani. I quali non sono una razza a parte, come appare quando si parla di loro, ma cittadini che, finchè camminano e respirano, sono vivi, e sono come gli altri. Hanno solo qualcosa in più degli altri, conoscono gli uomini – anche se talvolta si fanno fregare – e hanno un prezioso bagaglio di esperienze.

Bisogna però intendersi – facendo un passetto indietro – sul significato di ‘stanziati’. Stanziare una cifra significa che io voglio comprare un’auto nuova, magari una Bentley Azure, che costa qualche centinaio di migliaia di euro. Perché la voglio comprare? È irrilevante: è un’auto perfetta, uno status-symbol, anche se costa più di bollo che di carburante, è soggetta ai furti, e in più non la puoi lasciare per strada, devi avere un garage di cui pagare l’affitto. Ma se la mia pensione di autonomo non raggiunge i mille euro, e già ho un prestito con la mia banca che ho dovuto accendere perché dovevo pagare il dentista (senza denti non si mangia), come farò a ‘comprare’ una Bentley full-optional? Semplice, non la compro. Però nessuno mi può impedire di ‘stanziare’ la somma necessaria. Quindi fra ‘stanziare’ e ‘mettere a disposizione’ ce ne corre! Bene, molto semplicemente è ciò che ha fatto il nostro governo, nella persona del presidente del Consiglio Giuseppi Conte. Grandi proclami e niente ciccia, solo fuffa. Una volta spentasi nell’aria l’eco proclamatorio, s’è presentato il problema di reperire fisicamente i miliardi ‘stanziati’, solo virtuali.

Ma i nostri governanti hanno alle spalle una lunga tradizione: quella di rendere inafferrabili denari che loro proclamano (perdonate la ripetizione, ma è l’unico verbo adatto) di voler elargire con grande munificenza ai cittadini. E come si fa? Semplice, ancora più semplice del solo virtuale stanziamento: con la BUROCRAZIA! Quella parola che solo a sentirla fa indietreggiare anche i più benintenzionati. Quell’apparato che è più impenetrabile di Fort Knox. Quel muro di gomma (dura) che ti scoraggia appena senti quanti adempimenti devi soddisfare per poter: avere il denaro? Certo che no! Solo per presentare una domanda che, foglio, o fogli di carta, andrà in un cestino di pratiche in arrivo, in mezzo ad altri fogli di carta, o cartelline (che ti sono costate di commercialista, di tempo, di fatica e di notti insonni), con poca o nessuna speranza: di ottenere il denaro? Nooo! Che qualcuno legga quei fogli! Magari un impiegato annoiato dal troppo ozio, che decide, fra un caffè e un cappuccino con brioche (la pausa a metà mattinata è contemplata sindacalmente, quindi guai a negarla) di aprire a caso – tipo Superenalotto, con le stesse probabilità di vincita – una cartellina, che tu, nelle tue preghiere serali, prima di addormentarti, preghi che sia la tua.

L’efficienza di un Burosauro (impiegato addetto alla burocrazia, e a renderla sempre più ef-ficiente, cioè che respinga il maggior numero di pratiche nel tempo più lungo possibile) si misura appunto in quello, che a fine del mese, del semestre o dell’anno, avrà un premio di produzione, o uno scatto di avanzamento. Il Burosauro (animale preistorico che ancora sopravvive dal pleistocene) che avrà respinto un maggior numero di pratiche, appunto, nel tempo più lungo possibile.

Così da scoraggiare quanti altri volessero tentare la temeraria impresa di presentare una pratica di finanziamento a fondo perduto – quella tanto strombazzata in televisione da chi-sappiamo-noi – che annunciava lo stanziamento di somme iperboliche e fantastiche – rimaste infatti nella fantasia di chi le ha progettate. La realtà, scherzi a parte – ma non tanto – è che lo Stato non è riuscito (!) a far giungere a chi di dovere il denaro promesso, mettendo molti nella condizione che avevo prospettato qualche editoriale fa, cioè con un dotto francesismo: “Sono cazzi nostri”.

Chi ha voluto riaprire, chi ha voluto adeguarsi alle nuove anche capotiche disposizioni, chi ha voluto non chiudere la propria attività, unica fonte di guadagno per sé e la sua famiglia, ha dovuto pensarci da solo. (Non è una novità: questo si è già visto alcuni lustri or sono, in occasione di vari terremoti, segnatamente quello del Friuli e via discorrendo; mentre i terremotati di Gibellina del 1945 vivono ancora nelle baracche). Allora, che dire? In Gran Bretagna – ricordate la Brexit? – i commercianti hanno ricevuto 10.000 sterline in quattro giorni, a fondo perduto, più la possibilità di un finanziamento bancario – lì le banche funzionano, perché dare i soldi è il loro mestiere; in Italia vanno a rovescio – soltanto presentando i documenti di identità e forse quello che potrebbe essere un certificato di esistenza in vita (scherzo), senza domande e senza burocrazia. In Polonia, ha detto oggi la Gelmini in Parlamento, i soldi sono arrivati subito, ma soprattutto sono arrivati a fondo perduto. Da noi si parla di prestiti, e Deo gratias perché quei pochi fortunati (!) che riusciranno ad arrivare al traguardo potranno usufruire di un periodo più lungo per la restituzione. Naturalmente di fondo perduto non si parla.

Le vittime di questa pandemia non saranno solo quelle ospedalizzate (soprattutto perché la terapia pare sia stata sbagliata in esordio, non trattandosi di un’affezione polmonare ma cardiaca, e quindi i ventilatori polmonari sarebbero stati soldi spesi a vuoto), ma a quelle vanno aggiunti tutti coloro che non potranno riaprire le loro attività depauperando la nostra nazione di un tessuto imprenditoriale prezioso, e non solo in termini culturali. Oggi Giuseppi continuava a dire che dopo questa pandemia l’Italia avrà una fase di rinnovamento: speriamo che non sia quella di ‘via uno, sotto l’altro’, cioè ‘via gli anziani (al cimitero) e sotto gli immigrati’. I quali, rincuorati dal provvedimento della Bellanova, e incoraggiati istituzionalmente, sono scesi in manipolo per strada per chiedere diritti. Ma doveri quando?

Insomma, delle sedute trasmesse oggi in Senato e alla Camera il Tiggì della Rai ha dato scarne e orientate – nonché monche – notizie e interpretazioni. È stato, infatti, enfatizzato il vuoto intervento dell’on Fiano, che ha ripetuto alcune ovvietà a proposito del Coronavirus, degli infermieri e dei medici. Evidentemente non aveva altro da dire. Anche perché non c’era da dir nulla, dalla sua parte. Chi invece ha detto qualcosa, e più di qualcosa, è stato il capogruppo della Lega Molinari, che punto per punto ha attaccato Conte e la politica de-ficitaria di questo governo, mentre il premier, trincerato dietro la sua mascherina, (che non si sa perché l’avesse, visto che la persona più vicina a lui era a più d’un metro) faceva (absit iniuria) il pesce in barile. Molto incisivi anche gli interventi della on. Gelmini e di Giorgia Meloni – come non condividerli, specialmente dopo quello di un Cinquestelle di cui non cito il nome per carità cristiana? Così stanno le cose.

Bonafede si è salvato, e con lui il governo, perché Conte ha praticamente ‘messo la fiducia’ sul fatto che le mozioni di sfiducia venissero bocciate. Che cioè, se Bonafede fosse stato sfiduciato, il governo sarebbe caduto. Cosa che non conviene certo a tutti coloro che lo compongono, per motivi vari: non ultimo quello di conseguire una legislatura completa ai fini pensionistici. Il che la dice lunga su questi personaggi. Se è vero che ognuno ha il governo che si merita, devo dire che siamo stati molto cattivi. Una compagine, tranne qualcuno, che ricorda il bel film con Vittorio Gassman “Brancaleone alla crociate”.

Due parole a proposito della burocrazia e dei suoi mostri preistorici. Se le chicanes burocratiche sono state inventate, all’inizio, per evitare che il denaro pubblico venisse insidiato da appartenenti alla malavita organizzata, devo dire che oggi la malavita organizzata è molto più brava del privato cittadino ad evitarne i rigori. Mentre l’uomo onesto rimane impigliato nelle panie di leggi e leggine, adempimenti e clausole che gli impediscono, antidemocraticamente, di ottenere ciò che gli spetta per diritto. Si dice che è meglio un colpevole libero, che un innocente in galera. Allora, meglio che un po’ di sovvenzioni vadano a chi non le merita, piuttosto che chi ne ha diritto ne sia privato. Abbiamo anche la possibilità, in appresso, di sanzionare chi si è comportato in modo scorretto, con le nostre Forze dell’Ordine. Allora, piuttosto che ‘riformare’ la burocrazia, come dice di voler fare Conte, meglio abolirla del tutto; almeno in questo periodo eccezionale. I conti con Conte– scusate il bisticcio di parole-, li faremo dopo. Ma non si può sommare ai morti ospedalieri quelli del commercio e della libera iniziativa, quelli chi si sono suicidati perché non ce la facevano ad andare avanti: quelli, oltretutto, che hanno dovuto rinunciare anche alla loro dignità pur di procurarsi un piatto di minestra. E sono tanti!

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Editoriali

Assolto per insufficienza di prove… ma non con formula piena

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L’assoluzione di un soggetto sottoposto a giudizio può, così, a spanne, avvenire ’per non aver commesso il fatto’, quindi, come si dice, ‘con formula piena’, o con formula dubitativa, appunto, ‘per insufficienza di prove’.

Può anche essere intervenuta la prescrizione del reato: ma qui non siamo di fronte ai rapporti di Andreotti con – a quanto si disse all’epoca – la mafia di Totò Riina (famoso il ‘bacio’, mai dimostrato in tribunale). Il divo Giulio, infatti, fu rimandato a casa perché il reato – non l’unico, ma quello più grave – relativo al di lui processo era stato prescritto.

Della prescrizione si sono giovati, nel tempo, altri uomini politici. Fra i tanti, anche il Berlusca

Ma non è questo il caso del nostro Guardasigilli Alfonso Bonafede. Il quale, evidentemente, non ha dovuto affrontare i rigori di una Corte d’Assise, ma il giudizio del Parlamento della Repubblica. I fatti riscontrati obiettivamente dicono che, approfittando dell’emergenza creata dalla pandemia del virus (vi prego, risparmiatemi il ‘corona’, ne abbiamo già abbastanza, come anche delle ‘droplets’ e del ’lockdown’), 376 persone condannate per mafia in via definitiva, o in attesa di giudizio, sono uscite dalla ‘buia’, e sono state mandate a casa. Fra queste, Francesco Bonura, definito mafioso ‘valoroso’ da Tommaso Buscetta, condannato a 23 anni, uno dei primi condannati al maxi-processo a Cosa Nostra. Era al 41 bis. Come al 41 bis erano mafiosi e narcotrafficanti, fra cui Leoluca Bagarella, i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo, Carmine Fasciani, Vincenzo Galatolo, Teresa Gallico, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Giuseppe Piromalli, Nino Rotolo, Benedetto Santapaola e Benedetto Spera, tutti al 41 bis, di età superiore ai 70 anni, oltre a Vincenzino Jannazzo, ritenuto un boss della ‘ndrangheta.

Insomma, un esodo biblico, anche dove le modalità relative alla condanna hanno riguardato reati di mafia, il che, secondo la nostra legislazione, escluderebbe i soggetti condannati dai benefici di legge – come, appunto, gli arresti domiciliari: cioè l’assoluzione de facto. Ci ha provato anche Cesare Battisti, ma gli è andata male. E vorrei vedere, con i suoi trascorsi di Primula Rossa! L’antefatto è importante.

Nel 2018 Bonafede pare avesse offerto a Nino Di Matteo, magistrato poco gradito alla mafia e dintorni, il posto di capo del DAP, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria

Successivamente, il ministro della Giustizia aveva cambiato idea, impegnando per quella stessa carica il Procuratore capo di Potenza, Francesco Basentini. La persona che pare abbia presentato a Bonafede il dottor Basentini sarebbe Leonardo Pucci, vice capo di gabinetto del ministro nel 2018 e riconfermato nel 2019. Leonardo Pucci sarebbe, secondo alcuni, amico di Luigi Spina, già magistrato a Potenza e indagato per rivelazione di segreto nella vicenda Csm-Palamara. Fatto sta che per due anni Di Matteo, deluso dal cambio di programma di Bonafede, s’è tenuto tutto in corpo, tranne poi a sbottare in diretta tv nel programma di Giletti ‘Non è l’Arena’.

Un altro fatto determinante è che alla vigilia di Natale 2019 presso la Procura Nazionale Antimafia tutti i procuratori antimafia riuniti davanti al capo del DAP si sono lamentati per la gestione del 41 bis, per il quale il DAP, cosa mai avvenuta prima, aveva dettato alcune linee guida. È risaputo insomma che alla mafia non piace il 41 bis, né Di Matteo. Già avevano tremato quando si vociferava che sarebbe stato lui il nuovo ministro della Giustizia. Né avrebbero certo gradito che divenisse il capo del Dipartimento da cui dipende, fra l’altro, la gestione proprio del 41 bis, una condizione che i mafiosi hanno più volte dimostrato di non gradire.

Da qui ad accusare Alfonso Bonafede di avere avuto una parte nella scarcerazione di 376 tra ‘ndranghetisti, mafiosi e simili, approfittando delle condizioni che consigliavano una distanza sociale anche fra i carcerati, il passo è breve. Direi anzi che Bonafede si è dimostrato inadeguato al suo ruolo, se non altro per la grande ingenuità che ha dimostrato in questo frangente. Essendo lui ministro, come si dice, ‘non poteva non sapere’, e se non avesse davvero saputo, sarebbe appunto stato inadeguato al compito che gli era stato affidato.

Il suo è un ministero di veleni, e non è certo chi, come lui, dimostra anche poca dimestichezza dialettica nelle interviste che può reggerne il timone. Ma, si sa, questo governo ha distribuite cariche e ministeri secondo una logica schiettamente politica (vedasi anche il Ministero della salute, in cui il vero protagonista, quello che conosce le risposte, è il dottor Sileri, viceministro), denunciando scarsa adeguatezza ad alcuni incarichi affidati con la logica della spartizione numerica – leggasi: voti. In uno Stato diverso da quello in cui viviamo, il Ministro della Giustizia si sarebbe già dimesso, senza le forche caudine delle mozioni di sfiducia – una poi, addirittura dalla Bonino! Ma siamo in Italia: questo governo si regge con gli stecchini, e Renzi, in penombra, ha capito la forza di un piccolo partito che può, in alcuni casi – come in questo- essere l’ago della bilancia, facendo sua la lezione di Craxi.

Italia Viva non ha appoggiato le mozioni di sfiducia, che sono andate vane

Qualcuno ha scritto, oggi, che in cambio di questo ha chiesto – e forse ottenuto – un ministero, o forse la sua promessa, o forse altre cose. Comunque è lecito supporre che il suo appoggio se lo sia fatto pagare. Se le due mozioni di sfiducia fossero andate a segno (e ce n’erano tutte le potenzialità), il governo sarebbe caduto, e il futuro di questa compagine che ha una maggioranza solo parlamentare sarebbe stato molto oscuro, visto che oramai gli Italiani si sono seccati persino del presidente Conte, ai minimi nei sondaggi. Ma, dicevo, siamo in Italia. Bonafede non s’è dimesso, tutto continua come prima. Ma non è detto che tutto sia stato chiarito. Le due mozioni sono cadute, e quindi il buon Alfonso è stato ‘assolto’: ma non con formula piena. Appunto, per insufficienza di prove.

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