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Wolfenstein Youngblood, è il momento delle gemelle Blazcowicz

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In Wolfenstein Youngblood, spin-off della nota saga shooter che si rifà a sua volta al capolavoro degli anni ’90, il detto buon sangue non mente la fa da padrone. Nel nuovo titolo di Bethesda per Pc, Xbox One, Switch e PS4, sviluppato a quattro mani da Machine Games, autori della serie principale e Arkane Studios, non si vestiranno più i panni del protagonista storico, B.J. Blazcowicz, ma delle sue due figlie: le gemelle Jessie e Sophia. Detto questo, a livello di trama, Wolfenstein: Youngblood trasporta i giocatori all’inizio degli anni ‘80 e li catapulta in un nuovo universo dove far stragi di nazisti sarà lo scopo principale. Ma che fine ha fatto Blazcowicz? Bene, dopo aver contribuito a gettare le basi per la Seconda Rivoluzione Americana ed essersi ritirato a vita privata insieme alla sua famiglia, il biondo protagonista della saga scompare nel nulla, o quasi. Jess e Soph, questi i diminutivi con i quali si fanno chiamare le gemelle, decidono quindi di mettersi sulle sue tracce partendo dall’ultima posizione nota: Neo Parigi, una delle roccaforti più importanti del Reich nel vecchio continente. Una volta giunte in città, le due gemelle si vedono “costrette” a collaborare con la resistenza locale per ritrovare il padre e a contribuire, più o meno volontariamente, alla liberazione della città attraverso una serie di missioni, suddivise tra principali e secondarie, capaci di tenere occupato il giocatore per almeno 15 ore con un intreccio narrativo semplice ma comunque godibile e perfettamente integrato con il resto della saga. Detto ciò, per gli appassionati della serie, questo Wolfenstein Youngblood avrà un’aria piuttosto familiare in quanto la struttura del gioco ricalca in modo abbastanza evidente quella di The New Colossus, con un hub centrale che ricopre il ruolo di base operativa dal quale è possibile raggiungere le varie zone della città e da dove prendono il via quasi tutti gli incarichi.

Questi ultimi non si discostano molto dagli standard del genere e prevedono la raccolta di specifici oggetti, l’attivazione di meccanismi, il salvataggio di alcuni personaggi e via discorrendo. A questo si sommano poi dei veri e propri “raid” ambientati negli edifici cardine del Reich, conosciuti come Brother, e alcune missioni generate casualmente durante l’esplorazione. E’ bene sottolineare poi che in questo Wolfenstein Youngblood, parlando con uno specifico NPC è inoltre possibile attivare alcune sfide, giornaliere e settimanali, o scegliere di rigiocare alcune delle missioni principali, così da ottenere ulteriori ricompense che possono poi essere spese, proprio come capitava nel precedente capitolo, per migliorare l’arsenale in possesso o per attivare dei bonus temporanei che consentono di incrementare per un una decina di minuti il tasso di raccolta delle munizioni o il livello massimo di salute e corazza. Nulla vieta inoltre ai giocatori di esplorare liberamente le varie zone di Neo Parigi per scaricare un po’ di proiettili sui nazisti che pattugliano le strade della capitale di Francia, per andare alla ricerca di collezionabili o per sfruttare alcune armi speciali, ottenibili nel corso dell’avventura, per aprire nuovi passaggi e contenitori inaccessibili fino a quel momento. E’ bene sottolineare che Wolfenstein: Youngblood è prima di ogni cosa un esperimento in funzione del futuro terzo capitolo, volto ad accettare una totale integrazione dell’elemento cooperativo ed innumerevoli meccaniche ruolistiche. Infatti durante l’intera avventura i giocatori saranno accompagnati dalla sorella non selezionata, che può essere controllata sia dall’I.A., non particolarmente sviluppata ma comunque più che sufficiente, che da un compagno in carne ed ossa, che può essere reclutato tramite invito diretto o sfruttando il classico matchmaking. Nel secondo caso è inoltre fondamentale sottolineare che l’edizione Deluxe del gioco contiene il Buddy Pass, ossia un contenuto aggiuntivo per chi possiede il gioco completo che gli permette di invitare nella propria partita qualsiasi altro giocatore, senza che questi debba necessariamente acquistare il titolo. A livello di giocabilità Wolfenstein Youngblood garantisce lo stesso feeling dei suoi predecessori e permette nuovamente ai giocatori di decidere di volta in volta quale approccio utilizzare per superare una situazione, ma con qualche opzione in più. Si può scegliere infatti per un’incursione silenziosa, sfruttando le capacità di occultamento delle due protagoniste e la loro letalità negli scontri ravvicinati, tentare di aggirare gli avversari trovando scorciatoie e passaggi alternativi, magari sfruttando il doppio salto acrobatico per raggiungere punti altrimenti inaccessibili, o passare alle maniere forti riversando quintali di proiettili sugli avversari, che come da tradizione si differenziano notevolmente gli uni dagli altri per livello di difficoltà, aspetto e punti deboli.

 Insomma, in Wolfenstein Youngblood le modalità di approccio, le cose da fare e le possibilità di scegliere come proseguire nell’avventura sono davvero tante. E’ importante sottolineare che la presenza di due protagoniste ha permesso agli sviluppatori di offrire due diversi stili di gioco, soprattutto nella prima parte della storia, quando le differenze fra le protagoniste sono più marcate. Prima di avviare una partita, infatti, si deve infatti decidere quale delle due sorelle impersonare e selezionare alcuni tratti distintivi, che andranno poi a influire sull’arma di base e sulle abilità speciali in possesso. C’è da dire però che armi e abilità peculiari non sono ad appannaggio esclusivo di una delle due sorelle e potranno comunque essere ottenute nel gioco o sbloccate attraverso un classico skill tree suddiviso in sezioni dove è possibile spendere i punti abilità accumulati completando le missioni o salendo di livello. La crescita del personaggio, oltre a garantire un incremento di alcune caratteristiche base, è fondamentale quando si tratta di scegliere quali incarichi affrontare e va ad influire dinamicamente sugli avversari che le due sorelle Blazkowicz incontrano per le strade della città, così da garantire al giocatore il giusto livello di sfida in quasi tutte le situazioni. Dal punto di vista estetico questo Wolfenstein Youngblood si attesta su ottimi livelli, fluidità d’azione, esplosioni e resa grafica del mondo di gioco sono veramente resi bene e sono veramente appaganti. Il doppiaggio in italiano e l’avvincente colonna sonora poi rendono l’esperienza ludica estremamente godibile. Tirando le somme, l’ultima fatica di Bethesda è davvero un buon titolo, un gioco che diverte sia chi si avvicina all’universo della famiglia Blazcovicz per la prima volta, ma soprattutto che appassionerà i fan della serie.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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L’evoluzione del gioco: dalla grafica 3d alla realtà virtuale

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I più grandi ricorderanno gli albori del gioco digitale, intorno alla fine degli anni ’90. Si trattava di giochi piuttosto semplici, lineari, dai “pattern” prestabiliti e delle animazioni grafiche piuttosto banali. Il tutto, ovviamente, se visto con gli di oggi.

In tema di gioco online, specie se si parla di casinò, vi è un’azienda che, più di tutti, ha valicato le ere digitali, mantenendosi sempre al timone dell’industria: la Microgaming. Il online casino Microgaming è stato il primo a proporre ai suoi utenti la possibilità di provare alcuni titoli con grafica tridimensionale. Si trattava di giochi in cui veniva utilizzata una tecnologia che si basava sui “poligoni”, un vero e proprio incastro di forme geometriche come triangoli o rettangoli che davano vita ai personaggi e alle ambientazioni di gioco.

Contestualmente, si è passati dalle slot machine bidimensionali alle prime slot a tre dimensioni. Se i giochi degli anni Novanta hanno segnato un’epoca e rimangono tra i più amati dai giocatori di quella generazione, oggi i gusti sono nettamente diversi. Infatti, è stato più volte dimostrato come i giocatori odierni preferiscano di gran lunga approcciarsi ad un titolo o ad un gioco che garantisca una certa qualità grafica dei propri contenuti. La grafica tridimensionale, un tempo riservata a pochi, è divenuta lo standard ed oggi rappresenta il punto di partenza per ogni titolo. Ad essa, si è aggiunta la risoluzione grafica che è passata dall’ormai preistorica 240p al Full HD (1920×1080 pixel) fino alla risoluzione in 4K HDR.

Al giorno d’oggi, è quindi più complesso spiccare per i motivi precedentemente illustrati e le software house devono proporre al giocatore qualcosa di ancor più accattivante come, ad esempio, la cosiddetta realtà virtuale. Sono ancora pochi i titoli che la implementano anche a causa delle attrezzature che essa richiede, ma non c’è dubbio che la prossima frontiera dell’innovazione passerà per il VR (virtual reality) e renderà le esperienze di gioco sempre più verosimili.

Tra i più grandi successi presenti nel gioco digitale odierno non si può non citare una slot machine straordinaria ed ormai famosa in tutto il mondo: la Book of Ra Deluxe Edition. Si tratta di un titolo che travalica le generazioni ed è passato dal mondo bidimensionale a quello tridimensionale, senza mai snaturarsi. Ancora, vi è la slot Gonzo’s Quest che – allo stesso modo – si è distinta per longevità e qualità dei contenuti come, ad esempio, i blocchi di pietra che costituiscono i classici rulli di gioco.

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Control Ultimate Edition, il paranormale diventa next-gen

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Control Ultimate edition torna con una veste grafica migliorata per le console di nuova generazione. A diversi mesi dal lancio della versione originale, infatti, l’action shooter di Remedy Entertainment debutta anche su next-gen. Il risultato? Andiamolo a scoprire. Control è un titolo dall’ottimo intreccio narrativo graziato da un gameplay intrigante e da un setting costruito con rara maestria che, però, già nel 2019 quando fu rilasciato in versione “normale”, soffriva a causa delle limitazioni tecniche imposte dalla scarsa potenza delle console di scorsa generazione che comportavano rallentamenti e vistosi cali di frame-rate. Proprio per questo motivo Control: Ultimate Edition è, senza mezzi termini, il miglior modo possibile per godersi l’ultima fatica di Remedy in una versione tecnicamente ineccepibile e comprensiva delle due chiacchieratissime espansioni rilasciate nei mesi successivi al lancio: The Foundation e AWE. La storia ovviamente è rimasta del tutto invariata rispetto a quanto visto nell’edizione base (qui la nostra recensione) narra le vicende di Jesse Faden, una ragazza originaria della fittizia città di Ordinary che, dopo aver assistito ad un cataclisma di notevoli proporzioni durante la sua infanzia, ha dedicato tutta la propria vita alla ricerca di Dylan, un fratello apparentemente disperso da quasi vent’anni. Le sue incessanti indagini la conducono fino alle porte della Oldest House, un edificio situato nel cuore di New York appartenente al Federal Bureau of Control, un organismo occulto del governo statunitense che si occupa di studiare, affrontare e contenere i fenomeni paranormali che continuano a verificarsi in giro per il mondo. La particolarità della struttura è quella di essere invisibile all’occhio umano dall’esterno e stranamente mutevole all’interno con padiglioni che cambiano aspetto e configurazione senza soluzione di continuità. L’Oldest House è indubbiamente il più riuscito tra i setting ideati dai visionari artisti di Remedy fino ad oggi ed è anche un trionfo in termini di level design, al punto da trascendere il ruolo di semplice sfondo delle avventure di Jesse e divenire un vero e proprio coprotagonista delle vicende che vengono raccontate. Una volta entrati nella Oldest House, è facile rendersi conto che qualcosa di oscuro si aggira nei corridoi: un sussurro, un sibilo, una presenza minacciosa e costante che sembra aver assunto il controllo dell’edificio e dei suoi frequentatori. Tocca alla nostra Jesse fare luce sul mistero celato nel cuore della struttura che, in qualche modo, appare collegato a doppio filo a ciò che è successo durante la sua infanzia. Quella di Control è una sceneggiatura a dir poco incredibile che, anche a due anni di distanza dal lancio originale, riesce a catturare il giocatore in una atmosfera unica creata abilmente da un team di scrittori parecchio ispirato che è riuscito a imbastire un universo coeso, credibile e particolareggiato. Il racconto procede sostenuto dal giusto ritmo per tutte le circa 20 ore necessarie a portare a termine la campagna e non si risparmia colpi di scena, risvolti inaspettati e un finale sconvolgente. A questo, ovviamente, vanno aggiunte le svariate ore di gioco extra garantite dai due DLC inclusi nel pacchetto: “The Foundation” che conduce il giocatore fino alle viscere della Oldest House e “AWE”, l’incredibile anello di congiunzione con l’universo di Alan Wake. Insomma, se non avete ancora avuto occasione di sperimentare Control e la sua storia, questo è il momento migliore per farlo. Dal punto di vista del gameplay, come era logico aspettarsi, Control: Ultimate Edition non apporta particolari modifiche alla formula apprezzata nell’edizione standard. L’ultima fatica di Remedy, come dicevamo, è un titolo action in terza persona davvero adrenalinico, profondo, coinvolgente e raffinato che affonda le proprie radici nei canoni tipici del genere metroidvania. La natura cangiante della Casa ha consentito ai talentuosi designer della compagnia di allontanarsi della linearità dei loro prodotti del passato e di giocare molto sui percorsi che l’utente può intraprendere inserendo missioni secondarie, attività segrete e, addirittura, boss opzionali dietro ogni angolo.

Il comparto grafico di questa verione next-gen di Control, ovviamente, è stato l’aspetto che ha ricevuto maggiore attenzione in vista del lancio di questa edizione definitiva per Xbox series X/S e PS5. Control: Ultimate Edition è stato sviluppato sulla base di una versione potenziata e aggiornata di quello stesso Northlight Engine che aveva messo in seria difficoltà i PC e le console passate, con il preciso obiettivo di offrire ai giocatori un’esperienza più stabile e definita di quanto visto in passato. La modalità di visualizzazione “Performance Mode” rimuove gli effetti di Ray Tracing ma guadagna un frame-rate granitico a 60fps in tutte le situazioni. La risoluzione rimane inalterata. Proprio come nel caso di tanti altri titoli cross-gen che hanno raggiunto i lidi di PS5 e Xbox Series X|S in questo primo periodo del loro ciclo vitale, anche Control: Ultimate Edition può vantare due modalità di visualizzazione differenti: la Graphics Mode e la Performance Mode. La prima propone un rendering 1440p upscalato in 4K e mette in campo gli ultimi ritrovati nel campo dell’effettistica per videogiochi come il Ray Tracing applicato alle trasparenze, alle ombre e ai riflessi superficiali. Si tratta, senza ombra di dubbio, di una presentazione dal notevole impatto visivo che, però, risulta piagata da una forte instabilità del frame-rate che non siamo riusciti a digerire. Quando si passa alla Performance Mode, invece, la situazione cambia radicalmente. Gli effetti di Ray Tracing vengono sacrificati sull’altare della fluidità e Control: Ultimate Edition riesce a mantenersi stabilmente sulla soglia dei 60fps anche nelle situazioni più concitate. Considerando che la risoluzione di rendering è sempre 2560×1440 (upscalato in 4K) e che tutti gli altri effetti visivi rimangono inalterati, ci sentiamo di consigliarvi questa modalità di visualizzazione per godervi l’ultima opera di Remedy al massimo della velocità. Grazie alla potenza offerta dalle nuove ammiraglie di Microsoft e Sony, i numerosi effetti luminosi e particellari prodotti dalle abilità di Jesse non influiscono sul ritmo dell’azione ma aggiungono un importante valore all’estetica generale del prodotto. Dimenticate i problemi prestazionali che avevano flagellato la versione per console old-gen: questa reinterpretazione per le nuove macchine offrono una versione di Control all’apice del suo splendore. Unico neo, riscontrato sulla versione Xbox da noi testata, è la casuale possibilità di essere riportati sulla dashboard quando si preme il tasto (select) dedicato alla visualizzazione del menù missioni/armi/file. Questo fastidioso bug si è presentato abbastanza di frequente, e l’augurio che ci facciamo e che sia risolto al più presto attraverso una patch in quanto risulta essere parecchio fastidioso. Tirando le somme, Control Ultimate edition rappresenta la versione migliore del titolo in quanto, oltre ad offrire una veste grafica davvero ben realizzata e una fluidità assolutamente incredibile, garantisce un’esperienza di gioco senza pari che viene arricchita dai contenuti aggiuntivi presenti nel pacchetto. Nonostante il gioco non si rivelerà una sorpresa per chi ha già avuto modo di terminare l’avventura sulla vecchia generazione di console, tutte le migliorie apportate e la ricchezza dell’edizione sono un motivo assolutamente convincente per rimettere piedi nell’ Oldest House e di rivivere gli incubi paranormali nei panni di Jesse Faden.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9

Sonoro: 9,5

Gameplay: 9

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 9

Francesco Pellegrino Lise

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Apple, con il nuovo update di iOS arrivano le emoji a tema vaccino

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Apple sta per introdurre 200 nuove emoticon su iPhone e iPad, con particolare attenzione su quelle a tema vaccini. Nel prossimo aggiornamento ad iOS 14.5 e iPadOS 14.5 sarà infatti presente un set di icone dedicate ad un trend che si spera divenga presto condiviso dai più a livello internazionale, quello del vaccino al Covid-19. Per questo motivo, la Mela ha deciso di introdurre nuove icone ma anche di adattare delle esistenti al particolare momento. Ad esempio, l’emoji che rappresenta una siringa, finora visualizzata con delle gocce di sangue che scendono dalla punta, avrà un aspetto meno intimidatorio, riempita con un liquido trasparente e senza goccioline. Le nuove emoji sono state approvate, come sempre, dal Consorzio Unicode lo scorso settembre. Si tratta dell’organizzazione che si occupa di creare il codice per le varie emoticon che poi vengono riprese da ogni azienda che ne fa uso, tra cui anche Facebook e Twitter. Ci si può dunque aspettare introduzioni simili nei prossimi giorni anche per gli altri “grandi” della rete. Emojipedia, un dizionario di emoji online, aveva individuato una tendenza al rialzo nell’uso della emoji a forma di siringa nella sua analisi sui trend di fine 2020, soprattutto su Twitter. Jeremy Burge, chief emoji officer di Emojipedia, ha riferito che eliminare il sangue dalla siringa la rende più appropriata per rappresentare la vaccinazione Covid-19, osservando come la modifica non le impedisca di essere utilizzata anche per altri contesti più classici, come la donazione del sangue. Altre emoji che hanno guadagnato popolarità a seguito della pandemia includono il microbo, l’icona della mascherina e le mani in preghiera. Insomma, Apple resta sempre al passo coi tempi e cerca di affrontare il tema della pandemia di Covid 19 con ironia, ma anche attraverso uno degli strumenti più utilizzati dalle persone.  

F.P.L.

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