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Cronaca

YARA GAMBIRASIO: LA PUBBLICA GOGNA NON SERVE A NESSUNO

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Se Bossetti sia colpevole o innocente lasciamolo decidere al tribunale.

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Di D.R.

Dalla casa circondariale di Bergamo Massimo Bossetti continua ad urlare la sua innocenza. Ma è un urlo che resta strozzato in gola, che si perde tra le voci di chi ha già deciso sulla colpevolezza o meno del muratore di Mapello.
Massimo Giuseppe Bossetti, arrestato il 16 giugno scorso per l’omicidio di Yara Gambirasio, è ormai recluso da più di 100 giorni. Tre giorni fa in carcere ha ricevuto la visita del figlio maggiore Nicolas, mentre nei mesi precedenti già presenziarono la moglie Marita Coma, la madre Ester Arzuffi , il padre anagrafico Giovanni e la sorella Laura. Al figlio sembra aver detto “Tornerò presto a casa”, riferendosi probabilmente all’appello che i suoli legali hanno fatto presso il Tribunale per la libertà di Brescia, dopo che il gip di Bergamo aveva respinto la richiesta di scarcerazione.

I MOTIVI DEL RESPINGIMENTO
I gravi indizi di colpevolezza che insistono sull’accusato e il pericolo di reiterazione del reato hanno convinto il gip ha trattenere Bossetti in quel di Bergamo. Ma i “gravi indizi” sono davvero così gravi? Analizziamoli insieme.

IL DNA
Bossetti è stato arrestato lo scorso 16 giugno dopo che in seguito ad un banale controllo con l’etilometro si è appurata la corrispondenza tra il dna del Bossetti e quello dell’Ignoto 1. Fino ad allora infatti le forze dell’ordine erano riuscite ad isolare dal cadavere della tredicenne di Brembate una traccia di Dna che, in seguito a complicate analisi e ricerche sul campo, era risultato corrispondere alla traccia genetica di un tale Giuseppe Guarinoni, autista di Gorno. Dalle indagini degli investigatori è poi risultato come il dna dell’autista fosse compatibile con quello di Bossetti e della madre. Da tutto ciò è stato dedotto che la madre di Bossetti, adesso 67enne, ha avuto in passato una relazione con il Guerinoni, dal quale ha poi avuto un figlio: Massimo, appunto. Di pochi giorni fa la notizia che tra l’altro anche i due fratelli di Bossetti sarebbero figli illegittimi del padre Giovanni, dal momento che il dna non corrisponde; questa notizia ha fatto così crollare il castello di bugie costruito dalla madre di Bossetti, la quale ha sempre dichiarato di non aver avuto alcuna relazione con Guerinoni, o con altri uomini in generale.

LA CELLA TELEFONICA DI VIA NATTA DI MAPELLO
Data per certa (o quasi) la corrispondenza tra il dna di Bossetti e quello rinvenuto sui leggins e gli slip di Yara, resta però da chiarire come questo sia finito sul corpo della ragazza, domanda alla quale il muratore di Mapello, che continua a dichiararsi innocente, non sa rispondere. Altro indizio che rischia di compromettere Bossetti è l’aggancio alla cella telefonica di via Natta di Mapello (BG) intorno alle 17.45 del 26 novembre 2011, lo stesso lasso temporale in cui la cella veniva agganciata dal telefonino di Yara prima della scomparsa.

ALTRI INDIZI
Altri indizi che pregiudicano Bossetti sarebbero la presenza di un video in cui si nota un furgone compatibile con quello del muratore che sfreccia nell’ora e nella zona in cui la tredicenne scomparve, e poi la presenza nell’apparato respiratorio della ragazza di tracce di calce, riconducibili al luogo e al lavoro di Bossetti.
Può non essere vero che tre indizi fanno una prova, come invece sosteneva Agatha Christie, ma qui gli indizi sono quattro. Per quanto siano deboli o confutabili, l’evidenza dice che l’indiziato numero uno è giustamente Bossetti. “L'esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi siano gravi, precisi e concordanti” recita l’articolo 192 comma 2 del codice di procedura penale. Vero, verissimo. Probabilmente non saremo in presenza di indizi gravi, precisi e concordanti, ma far finta di niente e continuare a professare l’innocenza di Bossetti per partito presto non è sintomo di grande correttezza. Così come non lo è giudicarlo già colpevole. Per questo ci troviamo qui a voler fare da avvocato del diavolo, contro tutto e tutti, con lo spirito contraddittorio che ci guida nel voler confutare l’una o l’altra ipotesi. Perché quello di Yara è un caso intrigato e complicato, in cui la componente emotiva non può però prendere il sopravvento su quella razionale. 

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Cronaca

Svolta sulla morte dell’ex vigilessa nel Bresciano: arrestate due figlie della donna e il fidanzato della maggiore

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Svolta nelle indagini sulla morte di Laura Ziliani, la ex vigilessa di Temù, nel Bresciano, svanita nel nulla l’otto maggio scorso e il cui cadavere è stato trovato tra la vegetazione nel paese dell’Alta Vallecamonica l’otto agosto. Questa mattina sono state arrestate dai carabinieri di Brescia due delle tre figlie della donna e il fidanzato della maggiore.

Silvia e Paola Zani, 27 e 19 anni, e Mirto Milani, residente quest’ultimo in provincia di Lecco, sono stati raggiunti da ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip del Tribunale di Brescia.

Contestati i reati di omicidio volontario, aggravato dalla relazione di parentela con la vittima, e di occultamento di cadavere. Le indagini, avviate dai militari della Compagnia di Breno, parallelamente alle ricerche, avrebbero evidenziato numerose anomalie nel racconto fornito dai tre arrestati, “inducendo i carabinieri e la Procura a ritenere poco credibile la versione dell’infortunio o del malore in montagna” riferiscono gli inquirenti.

“Il proposito omicidiario è il frutto di una lunga premeditazione e di un piano criminoso che ha consentito loro di celare per lungo tempo la morte e di depistare le indagini”. Lo scrive il gip Alessandra Sabatucci nell’ordinanza di custodia cautelare di due delle tre figlie di Laura Ziliani e del fidanzato della maggiore. Secondo gli inquirenti il movente è di natura economica: “I tre indagati avevano un chiaro interesse a sostituirsi a Laura Ziliani nell’amministrazione di un vasto patrimonio immobiliare al fine di risolvere i rispettivi problemi economici”.

“Siamo davanti ad un quadro indiziario. Quattro mesi e mezzo di investigazioni serrate hanno portato però a ribaltare la versione originaria quella della scomparsa e della morte naturale”. Lo ha detto il procuratore capo di Brescia Francesco Prete, commentando gli arresti delle due figlie di Laura Ziliani e del fidanzato della maggiore. “Naturalmente il condizionale si impone nel senso che non abbiamo alcuna certezza. La nostra è un’ipotesi che al momento riteniamo fondata grazie anche al contributo che ha dato l’Istituto di medicina legale di Brescia che ha individuato delle tracce di sostanze che probabilmente hanno determinato la causa della morte o contribuito alla sua determinazione” ha aggiunto il procuratore capo di Brescia. Nel corpo di Laura Ziliani sono state trovate tracce di benzodiazepine.

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Censura a Fanpage per inchiesta Durigon, Stampa Romana: “Precedente gravissimo e inaccettabile”

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“La decisione del gip del tribunale di Roma di oscurare il video dell’inchiesta di Fanpage su Claudio Durigon e i 49 milioni di euro di evasione della Lega è incredibile e pone a rischio la libertà di stampa e il diritto dei cittadini di essere informati. – Fanno sapere attraverso una nota dall’associazione Stampa Romana – È incredibile – prosegue la nota – perché la stampa nelle sue varie forme e articolazioni non può essere sottoposta a censura e autorizzazioni salvo casi specifici per nulla rilevanti in questo caso. Se Durigon ritiene di essere stato diffamato ha modo di andare in giudizio per tutelare la sua onorabilità ma certamente non ottenendo la rimozione di una inchiesta. I cittadini hanno diritto di essere informati perché dalle corrette informazioni ne deriva la sostanza stessa di un paese democratico. Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza alla direzione agli autori dell’inchiesta e alla redazione di Fanpage.”

La redazione tutta de L’Osservatore d’Italia esprime la massima solidarietà nei confronti di Fanpage.

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Rieti, in manette i Bonnie e Clyde dell’Italia centrale

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La coppia, che era solita spostarsi a piedi, in bicicletta ed in treno, rendendo così molto difficoltoso il loro pedinamento

RIETI – Arrestati e portati in carcere una coppia di ladri responsabile di numerosi furti aggravati perpetrati nel centro Italia. A mettere le manette ai polsi ai due malviventi gli Agenti della Polizia di Stato che hanno eseguito le ordinanze di custodia in carcere emesse dal Tribunale di Rieti.

Si tratta di I.D., del 1980 e della sua compagna. L.D., anch’essa del 1980, entrambi pregiudicati

L’indagine è partita nel mese di giugno quando, ignoti, erano penetrati all’interno di un negozio di materiali edili reatino ed avevano asportato denaro in contanti ed alcuni utensili di marca per oltre tremila euro di valore.

In quella circostanza, gli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Rieti, esaminando le immagini della videosorveglianza ed ascoltando le testimonianze di alcuni passanti avevano ricostruito la vicenda, individuando gli autori del furto ed identificandoli per il reatino I.D., di 41 anni, già conosciuto dalle Forze dell’ordine per aver commesso numerosi reati contro il patrimonio ed in materia di stupefacenti e per la sua compagna coetanea L.D., residente a Spoleto.

Durante l’attività di indagine, gli Agenti della Polizia di Stato hanno ricostruito tutti gli spostamenti dei due ladri raccogliendo fondati elementi di prova relativi alla responsabilità dei due quarantunenni in numerosi furti in esercizi commerciali ed in danno di cittadini in tutto il centro Italia.

In particolare, la coppia, che era solita spostarsi a piedi, in bicicletta ed in treno, rendendo così molto difficoltoso il loro pedinamento, oltre al furto operato a giugno nel negozio di materiali edili reatino, hanno derubato, in tutta l’estate appena trascorsa, solo a  Rieti, 4 esercizi commerciali, due cittadini, nonché hanno perpetrato un furto in appartamento, in una autovettura in sosta ed all’interno della Cappella dell’Ospedale De Lellis di Rieti, dove avevano causato anche dei danneggiamenti. Per alcuni di questi episodi criminosi, avvenuti in provincia di Rieti, i due ladri erano stati denunciati alla locale Autorità Giudiziaria dai militari dell’Arma dei Carabinieri.

Ma le indagini effettuate dalla Polizia di Stato hanno evidenziato anche la commissione di altri reati contro il patrimonio in altre province del Centro Italia.

Gli Agenti della Squadra Mobile della Questura di Rieti, che hanno operato, anche liberi dal servizio, una serie di appostamenti e pedinamenti, oltre a numerose attività di tipo tecnico, anche avvalendosi della collaborazione della Polizia Scientifica, hanno raccolto nei confronti dei due ladri una serie interminabile di elementi che hanno evidenziato le loro responsabilità in numerosi reati per i quali sono stati denunciati alla locale Autorità Giudiziaria che ha emesso, in considerazione della elevata pericolosità sociale dei due, le relative ordinanze di custodia cautelare in carcere che sono state eseguite nei giorni scorsi.

La donna è stata rintracciata a Foligno dagli Agenti del locale Commissariato di P.S. ed è stata condotta presso il carcere femminile di Perugia, mentre l’uomo è stato bloccato dagli Agenti della Squadra Mobile reatina ed associato presso la Casa Circondariale di Rieti Nuovo Complesso.

Nel corso dell’arresto operato dagli investigatori reatini, I.D. è stato trovato anche in possesso di un decespugliatore Makita che era stato asportato, sempre nel mese di giugno di quest’anno, da un locale laghetto di pesca sportiva e che è stato restituito immediatamente agli aventi diritto. Le indagini degli Agenti della Polizia di Stato e delle altre Forze di Polizia, in particolare del Lazio, dell’Abruzzo e dell’Umbria, interessate dagli investigatori reatini, proseguono per accertare le responsabilità della coppia in ulteriori furti commessi nei mesi scorsi.

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