Connect with us

Primo piano

YARA GAMBIRASIO: L'APPROFONDIMENTO DE L'OSSERVATORE D'ITALIA

Clicca e condividi l'articolo

All'interno l'analisi e i dettagli sul caso

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

A cura di Alessandra Kitsune Pilloni, di Sashinka Gorguinpour, di Laura Clemente di S. Luca

Ecco una approfondita analisi degli elementi probatori a carico di Massimo Bossetti. Diverse firme per una attenta analisi e un commento dopo circa 4 anni anni di indagini sulla morte della piccola Yara Gambirasio. 

 

La svolta alle indagini è ancora lontana

di Chiara Rai


Oggi verrà presentata l'istanza di scarcerazione per Massimo Bossetti da parte dei suoi due legali Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni. Sappiamo bene che questa può essere anche concessa quando sostanzialmente viene a cessare il pericolo di fuga e la reiterazione del reato. Di fatto senza volerci sostituire alla competenza del pm che valuterà gli atti depositati dai legali, ci limitiamo a constatare che Massimo Bossetti ha trascorso oltre 80 giorni in una cella d’isolamento senza che ci fosse nessuna prova che possa essere considerata “Regina” a sostegno della tesi d’accusa. Ad oggi possiamo asserire che non si conosce il volto dell’assassino di Yara Gambirasio e nonostante ci si attorcigli in voli pindarici per attribuire a Bossetti la piena colpevolezza di un omicidio commesso con l’aggravante della crudeltà, di fatto si è di fronte ad indagini costellate di incertezze.

L’arresto di Massimo Bossetti avviene dopo quasi 4 anni di indagini serrate, in cui la pista dell’esame scientifico è stata quella privilegiata. E’ stato giusto concentrarsi maggiormente su prove scientifiche la cui integrità è opinabile, soprattutto alla luce del fatto che il cadavere di Yara è stato trovato in un campo all’aperto di Chignolo d’Isola in avanzato stato di decomposizione?

Il corpo è stato ritrovato a febbraio del 2011 quando la ragazza è scomparsa il 26 novembre del 2010. Può essere stato spostato, può essere successo di tutto. La bambina è stata riconosciuta solo grazie ai vestiti che indossava e all’apparecchio ai denti.
In tutto questo tempo Bossetti, il muratore di Mapello, non ha mai lasciato la sua casa e i suoi tre figli Nicolas, Alice e Aurora. Contro di lui una traccia di Dna trovato sugli slip della vittima oltre a “coincidenze” ed elementi da considerarsi poco influenti. Insomma di certo sappiamo che Dna di Massimo, 44 anni, padre di tre figli, coincide con quello di "Ignoto uno", e cioè con il presunto assassino della tredicenne Yara Gambirasio. Sembrerebbe che per la Procura il movente dell’omicidio sia di natura sessuale e forse per questo si continua a scavare nella vita privata di Bossetti e nel suo rapporto con la moglie. Ma quali indizi di colpevolezza si cercano? La coppia Bossetti – Coma non ha mai dichiarato di avere problemi ma anche se ci fossero, dove sarebbero le prove per mezzo delle quali si potrebbe narrare la presunta follia omicida di Bossetti?

Da non sottovalutare, è il fatto che dai computer di casa Bossetti sia stato visionato materiale pedopornografico. L’accesso a pedoporno e la ricerca di parole chiave come “tredicenni” certo non volgono a favore del muratore di Mapello ma questo non significa che sia lui l'assassino di Yara.
In Italia migliaia di persone, purtroppo, hanno visionato questo genere di materiale e la polizia postale è continuamente al lavoro per scovare questi malati morbosi che adescano minorenni o scaricano infinità di materiale che le riguarda. Le indagini potrebbero concentrarsi piuttosto su eventuali casi precedenti che vedono coinvolto Bossetti in questa sfera. Ma finora non sembra esserci niente di più di circa cinque visualizzazioni di materiale pedopornografico.

Bossetti frequentava le vie di Brembate di Sopra dove Yara andava a prendere il bus e andava dal dentista. Il furgone Iveco di Bossetti è inquadrato dal benzinaio davanti alla palestra frequentata da Yara. Di fatto la svolta nelle indagini ancora è da ritenersi lontana. Il corpo di Yara è stato soggetto ad intemperie, contatto con animali e quant’altro in quel maledetto campo di Chignolo d’Isola. Si deve cercare l’assassino e non costruirlo. 

 

DNA: la prova scientifica nel processo penale

di Alessandra Kitsune Pilloni

Mai come negli ultimi tempi il DNA è stato al centro della cronaca. Sebbene si sia parlato nei primi giorni di prova regina, fuor di retorica, la questione della prova scientifica, ed in particolare del DNA, nel processo penale, è molto più complessa di quanto comunemente si creda.
Nell’indagine sull’omicidio della piccola Yara Gambirasio, la pista del DNA ha finito per essere l’unica direttrice seguita.
Dopo anni di ricerche si è giunti ad un nome, quello di Massimo Bossetti, il cui DNA coinciderebbe con quello di Ignoto1, fonte del materiale genetico rinvenuto sul corpo di Yara, in un’area “attigua ad uno dei margini recisi” dei leggings e degli slip.
Un nome giunto al culmine di un’indagine per molti aspetti irrituale, che potrebbe rivelare molti colpi di scena.
Se è vero, infatti, che il DNA costituisce un indizio forte, è altrettanto vero che ben difficilmente una singola traccia di DNA, per giunta di natura biologica incerta, potrà essere considerata una prova regina, soprattutto se avulsa da un corollario di indizi univoci che possano confortarne la valenza probatoria.
Un indizio forte, ma insufficiente, da solo, a fare di un uomo un assassino.
Non è certo un caso che dopo l’entusiasmo dei primi giorni, nei quali si ventilò perfino l’ipotesi di una richiesta di giudizio immediato, la realtà abbia rivelato spesso un’indagine che sembra arrancare ed arenarsi su elementi di dubbia rilevanza.
L’inappellabile condanna mediatica potrebbe, in buona sostanza, non rispecchiare una realtà fattuale.
Si è parlato tanto di DNA, ma ciò che in pochi si sono presi la briga di dire all’opinione pubblica è che il DNA, al netto di (pur possibili e concretamente verificatisi, specie in ambito statunitense in cui si fa un grande uso del DNA nei processi) errori di laboratorio, serve unicamente ad identificare un individuo.
Nel caso di Massimo Bossetti, è quasi certo che il test genetico non sarà ripetibile dalla difesa, in quanto è altamente probabile che non vi sia più materiale da estrarre dalla traccia originale, ma anche qualora procedure di estrazione, campionamento ed analisi si rivelassero impeccabili, la questione non sarebbe affatto risolta: una traccia di DNA indica appartenenza, non colpevolezza.
La confusione della probabilità statistica che una traccia di DNA appartenga ad un determinato soggetto con la probabilità che il soggetto sia colpevole è comunemente detta “fallacia dell’accusatore”, espressione che designa una fallacia logica che abbraccia tutti quei casi nei quali una probabilità statistica viene attribuita ad una classe di fatti diversa da quella alla quale si riferisce.
La domanda, dunque, qualora non vi fosse alcuna contestazione di ordine scientifico, sarebbe come il DNA è arrivato nel punto e sul corpo in cui è stato trovato.
Potrebbe sembrare una domanda retorica, ma non lo è: tra i due più evidenti limiti del DNA nell’accertamento processuale vi sono infatti non databilità e facile trasportabilità, due elementi che portano come inquietante corollario la possibilità che la fonte del materiale genetico rinvenuto sulla scena del crimine non sia implicato nel crimine stesso.
Un gran numero di studi scientifici dimostra che il trasferimento secondario di DNA, che si verifica quando il DNA depositato su un elemento o una persona viene trasferito su un altro oggetto o su un’altra persona senza che vi sia stato alcun contatto fisico tra il depositante originale e la superficie finale è ipotesi scientificamente possibile.
In assenza di certezza sull’origine biologica della traccia, si potrebbe perfino ipotizzare che possa avere un’origine tale da facilitare ulteriormente il trasferimento secondario.
Anche qualora la traccia fosse certamente ematica, inoltre, una possibilità di questo tipo non potrebbe essere esclusa.
La nota genetista forense Marina Baldi ha più volte spiegato che in presenza di un’unica traccia di DNA l’ipotesi di un trasferimento secondario verificatosi, ad esempio, attraverso un’arma del delitto precedentemente contaminata è scientificamente possibile.
Viepiù che astrattamente possibili, ipotesi analoghe risultano essere già incluse nella casistica giudiziaria: il criminologo Ezio Denti, ad esempio, ha illustrato un caso concretamente verificatosi in cui il DNA di un uomo fu trovato sul corpo della vittima, uccisa a colpi di cacciavite.
L’uomo al quale era riconducibile il DNA, tuttavia, non era l’assassino: era semplicemente stato ferito in una rissa due giorni prima dell’omicidio con lo stesso cacciavite poi usato come arma del delitto, ed il suo aggressore risultò essere il vero colpevole.
E come nel delitto di dostoevskijana memoria confessò la sua colpa.
In fondo gli antichi, sia pure senza le indagini all’insegna della genetica forense, lo avevano capito meglio di noi, eternandolo nell’annoso brocardo regina est confessio probationum.
La confessione è la regina delle prove.
Il DNA invece, per quanto utile, potrebbe essere spodestato.

 

Gli elementi indiziari: tracce, prove e smentite

di Sashinka Gorguinpour

Nonostante non si sappia granché dell'autopsia, perché anche i risultati di questa sono secretati e nemmeno i familiari hanno potuto accedervi, i pochi elementi a disposizione si possono reperire dall'ordinanza di custodia cautelare a carico di Massimo Bossetti, nella quale si evidenzia che il corpo ed alcuni indumenti di Yara Gambirasio, riportano polveri riconducibili a calce e che nelle scarpe e in alcune sedi dei vestiti sono state repertate delle piccole sfere di ferro-cromo-nichel, i cosiddetti “tondini”. La ragazzina, quindi, deve avere presumibilmente soggiornato in ambienti saturi di tali sostanze o deve essere entrata in contatto con qualcuno che aveva parti anatomiche e/o indumenti imbrattati dalle stesse. Per “parti anatomiche” si intendono con molta probabilità “le mani”. Se così fosse, il fatto di aver colpito la povera Yara con crudeltà, avrebbe necessariamente lasciato delle tracce, dato l’elemento delle parti del corpo e degli indumenti pregni delle sopracitate sostanze. Le polveri sembrerebbero simili ai materiali analizzati nel cantiere di Mapello (quello dove inizialmente si erano concentrate le indagini e dove risiede anche l'accusato), ma non perfettamente corrispondenti. Inoltre, la scarsa quantità del materiale sul corpo di Yara, non ha permesso di stabilirne dei dettagli precisi. E malgrado nel documento della Procura si dica che gli elementi rinvenuti sulla piccola tredicenne non si ritrovino nella stessa forma nei luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al Campo di Chignolo d'Isola), le indagini naturalistiche arrivano a concludere che, con alta probabilità, il corpo sia rimasto nel campo di Chignolo d'Isola dal momento della sua morte, poche ore dopo la sua scomparsa, fino al ritrovamento. A partire da tali elementi si genera il collegamento con Massimo Bossetti che di mestiere fa il carpentiere, quindi lavora nell'edilizia.

Nel periodo in cui Yara scompare, però, Bossetti è impegnato nel cantiere di un altro paese, Palazzago. Per quanto riguarda gli altri elementi indiziari relativi ai reperti, nel corso della vicenda si sono susseguite moltissime notizie discordanti, ma una delle più note riguarda i peli e i capelli ritrovati sul corpo.

Tra le tracce rinvenute, circa 200, vi sarebbero sia peli animali che umani. In data 27 giugno, il direttore del Dipartimento di Medicina Legale di Pavia sembra riferire ad alcuni organi di stampa che i peli e i capelli ritrovati appartengono a Massimo Bossetti. Poco dopo arriva la smentita di colui che realmente stava analizzando i reperti, perché incaricato dalla Procura, seguito più tardi anche dagli inquirenti, i quali fanno sapere che quei peli non sono di Bossetti. Stessa musica per le analisi sul furgone e sull’auto, setacciati con il luminol da cima a fondo: a fine luglio, stando alle fonti della difesa – i cui consulenti avevano svolto l'accertamento a fianco dei RIS -, le conclusioni sentenziano che non esiste alcuna traccia di Yara.

Non è valso nemmeno il tentativo di indagare su un cambio di tappezzeria, perché non ne esiste prova. Il legame di queste “fughe di notizie” è che sono lanciate apparentemente senza criterio e smentite velocemente, facendo diventare così la “verità” un elemento avulso del suo significato. In questo intricarsi di false informazioni, suona difficile capire, analizzare gli elementi e costruire un’idea sul caso. Sia per le tracce pilifere che per gli esiti dei test sui veicoli viene rimarcato il fatto che, in ogni caso, le perizie saranno depositate dopo l’estate, quindi probabilmente siamo vicini all'esito ( settembre/ottobre) e non è una coincidenza che alla luce di tutte queste smentite, la difesa di Massimo Bossetti stia presentando in questi giorni l’Istanza di scarcerazione.

 

Bossetti e quella confessione che non è mai arrivata
 

di Laura Clemente di S. Luca

Dal 16 giugno di quest'anno un nome riecheggia da Trieste a Pantelleria. E' il nome di un uomo come tanti, cittadino italiano, lavoratore e padre di tre figli. Massimo Giuseppe Bossetti, arrestato in diretta tv sul luogo di lavoro, è stato accusato dalla Procura di Bergamo, nella persona del P.M. Letizia Ruggeri, di essere l'assassino di Yara Gambirasio. Il gip di Bergamo Ezia Maccora, tre giorni dopo, ha deciso che Massimo Giuseppe Bossetti doveva rimanere in carcere, pur non convalidandone il fermo perchè insussistente la motivazione del pericolo di fuga, giustificando la sua decisione di trattenerlo vista la "gravità intrinseca del fatto, connotato da efferata violenza". Si legge ancora nell'ordinanza che il G.I.P. prende in esame la personalità del Bossetti, cit. «dimostratosi capace di azioni di tale ferocia, posta in essere nei confronti di una giovane ed inerme adolescente abbandonata in un campo incolto dove per le ferite ed ipotermia ha trovato la morte».La motivazione,che sembra annunciare una sicura condanna, risulta, ad un occhio attento, alquanto bizzarra e discutibile poiché implica una preparazione in materia psichiatrica da parte del G.I.P., che anche laddove fosse, esulerebbe comunque dalle sue funzioni. Dalla sua cella d'isolamento della C.C. di Bergamo l'uomo, però, contrariamente alle pubbliche aspettative, si professa innocente. La tanto attesa confessione non arriva. Per quanto sia pacifico che una delle colonne portanti della nostra Costituzione è la presunzione d'innocenza, secondo la quale un imputato è considerato non colpevole sino a condanna definitiva, e per quanto sia risaputo che l' onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal pubblico ministero, e quindi, in soldoni, che non è l'imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa, una cecità medioevale è calata sulla penisola in seguito ad uno dei fatti di cronaca nera più intricati e oscuri degli ultimi anni. Si va incontro alla più grande arrampicata libera sugli specchi del secolo se si pretende di dare una parvenza di credibilità, anche solo indiziaria, ad un eventuale processo, che per inciso sulle prime doveva addirittura essere celebrato per direttissima. Forse gli indizi non erano poi così "gravi, precisi e concordanti" tant'è che per ora il processo si è tenuto solo al livello mediatico. C'è chi ha sfoderato immediatamente la baionetta e chi ha riflettuto abbastanza da capire che la morte di Yara, rimasta un mistero per così tanti anni, rappresenta una ferita talmente profonda da trasformare l'esigenza di trovare un perché e sopratutto un colpevole, la cui cattura metta a dormire i nostri "demoni", in una folle sete di sangue. Oggi, 10 settembre, ci sarà una svolta nel fatto giudiziario più controverso degli ultimi anni. I legali del sig. Bossetti, la dottoressa Silvia Gazzetti ed il dottor Claudio Salvagni rimasti fedeli alla loro linea discreta e mantenutisi al di fuori di ogni battibbecco televisivo, presenteranno l'Istanza di scarcerazione. Non ci sarà dato sapere, nell'immediato, come verrà accolta. Non sappiamo se il sig. Massimo sarà scarcerato perchè prosciolto da ogni accusa a suo carico, se verrà sottoposto al regime degli arresti domiciliari in attesa del processo o se l'istanza verrà respinta e lui rinviato a giudizio. Una cosa è certa, in principio era Alfano e Alfano dovrà rinnovare la nostra Fede liberando nell'etere un nuovo "tweet"…dopotutto si sa "una notizia un po' originale non ha bisogno di alcun giornale come una freccia dall'arco scocca vola veloce di bocca in bocca."

 

La morte di Yara – E' il 26 novembre 2010 quando Yara esce dalla palestra che dista poche centinaia di metri da casa e di lei si perdono le tracce. Tre mesi dopo, il suo corpo viene trovato in un campo abbandonato a Chignolo d’Isola, distante solo una decina di chilometri da casa. L’autopsia svela una ferita alla testa, le coltellate alla schiena, al collo e ai polsi. Nessun colpo mortale: era agonizzante, incapace di chiedere aiuto, ma quando chi l’ha colpita le ha voltato le spalle lei era ancora viva. Il decesso è avvenuto in seguito, quando alle ferite si è aggiunto il freddo.

Un delitto che porta, in pochi giorni, all’arresto di Mohamed Fikri, rilasciato per una traduzione sbagliata. Su di lui si riaccendono i riflettori e cambia ancora la scena: per Fikri cade l’accusa di omicidio e si profila quella di favoreggiamento. Il giudice delle indagini preliminari Ezia Maccora archivia il fascicolo con la prima ipotesi, ma rimanda gli atti al pm di Bergamo Letizia Ruggeri perchè indaghi sulla seconda.
Una mezza vittoria per mamma Maura e papà Fulvio che, attraverso l’avvocato Enrico Pelillo, si erano opposti all’archiviazione. Il gip ricorda che dalle analisi e dagli esami sui vestiti e nei polmoni di Yara c’erano polveri riconducibili a calce, sostanze “simili ai materiali campionati nel cantiere di Mapello”, dove lavorava il tunisino. Inoltre, la zona in cui le celle telefoniche agganciano il cellulare della ragazza, nell’arco di tempo che va dalle 18.30 alle 19, “coprono anche l’area del cantiere, “rendendo plausibile in quel range temporale la presenza di Yara e di Fikri in un territorio circoscritto”. Ma l’operaio non l’ha uccisa.
Due gli elementi che lo scagionano: il suo Dna non corrisponde con quello trovato sugli slip e sui leggings della 13enne, l’analisi delle celle telefoniche dimostrano che il tunisino non è andato nel campo di Chignolo d’Isola, dove la vittima è stata uccisa e abbandonata. Tuttavia secondo il giudice ci sono delle “incongruenze” nelle telefonate di Fikri e “in assenza di una plausibile ricostruzione alternativa”, queste “incongruenze” potrebbero far ritenere che la sera del 26 novembre 2010, l’uomo “ha visto o è venuto a conoscenza di circostanze collegate alla scomparsa e all’ omicidio di Yara “. Per il gip appare verosimile che sia stato spinto a nascondere quello che ha visto, “per proteggere o favorire la persona che ritiene in qualche modo coinvolta nel delitto”. Nei mesi scorsi la sua posizione è stata archiviata e il sospettato numero uno esce di scena. E le indagini proseguono ripartendo dalle analisi genetiche sulle tracce trovate sugli abiti della vittima, circa 18mila i Dna prelevati e analizzati da carabinieri e polizia che lavorano fianco a fianco nell’inchiesta.

Chi è Massimo Bossetti – Originario di Clusone, Massimo Giuseppe Bossetti ha 44 anni, è sposato e ha tre figli. L’uomo, senza precedenti penali, lavora nel settore dell’edilizia ed ha una sorella gemella. Il Dna lasciato sul corpo della vittima sarebbe sovrapponibile a quello di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno morto nel 1999 e ritenuto in base all’analisi scientifica il padre dello sconosciuto assassino al 99,9%.
Il profilo genetico del presunto assassino è in parte noto. Per questo era stata riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999, che secondo gli esami scientifici risulta essere il padre del presunto assassino di Yara. Avere la certezza che l’autista è il padre dell’uomo che ha lasciato il proprio Dna sui vestiti di Yara non risolve il problema: trovare il killer, un presunto figlio illegittimo di cui non c’è traccia. L’ultima conferma sull’analisi scientifica arriva nell’aprile scorso contenuta nella relazione dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, la stessa esperta che aveva eseguito l’esame sulla salma della giovane vittima.

La testimonianza della moglie di Bossetti Marita Coma
"Non è stato Massimo perché era a casa": è questa la frase con cui esordisce difendendo a denti stretti la tesi del marito. Racconta inoltre di questi giorni di prigionia, descrivendo minuziosamente i loro incontri in carcere, sei per l'esattezza. Incontri tristi in cui spesso i discorsi sono stati interrotti dalle lacrime.
Bossetti, secondo i racconti della sua signora, continua a chiedersi il perché di quello che chiama accanimento nei suoi confronti. Altrettanto preciso è stato il racconto del giorno dell'arresto: venti carabinieri che all'improvviso piombano dentro casa ovunque,ma l'unico pensiero in quel momento la tutela dei bambini. Un attacco Marita lo sferra contro le televisioni e i giornali, non d'accordo con le ricostruzioni del profilo psicologico che la stampa in questi giorni ha diffuso riguardo Massimo Bossetti. Per quanto riguarda quel maledetto 26 Novembre 2010 invece, Marita sostiene che nell'ora in cui la piccola veniva uccisa, il marito fosse in casa e sarebbe proprio per questo motivo che continua a gran voce a sostenerne l' innocenza.
 

Commenti

In evidenza

Giorno della Memoria, Francesco Tagliente: “Celebro all’Altare della Patria”

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

Il prefetto Tagliente riflette sulla deportazione, la prigionia e le atroci sofferenze subite dagli oltre 650 mila militari italiani internati nei lager nazisti

Il 27 gennaio ricorre, e da 20 anni si celebra, il “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

“La Repubblica italiana – recita l’art 1 della legge 20 luglio 2000, n. 211 – riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah
(sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

L’art 2 della stessa legge aggiunge che “In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in
modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.

Per questa ragione, il 27 gennaio, è diventato un giorno di importanza internazionale che ha come obiettivo quello di non dimenticare ciò che avvenne all’interno dei lager.

Anche nel 2020 in Italia non mancano le iniziative e gli eventi per dar memoria a ciò che avvenne in quel periodo. Il Comitato di Coordinamento per le iniziative in ricordo della Shoah della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha previsto una serie di eventi, volti a diffondere la conoscenza della Shoah e degli altri crimini perpetrati dal nazifascismo prima e durante la seconda guerra mondiale.

“Tra gli italiani che hanno subìto la deportazione – scrive il prefetto Francesco Tagliente sulla pagina FB – ci sono anche oltre seicentomila militari deportati e internati nei lager nazisti”.

“E’ una pagina rilevante, anche per i gesti eroici dei nostri soldati a lungo purtroppo trascurati benché fosse noto a tutti che dopo la proclamazione dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10 per cento – prosegue Tagliente- accettò l’arruolamento. Gli altri vennero considerati prigionieri di guerra. In seguito cambiarono status
divenendo “internati militari” (per non riconoscere loro le garanzie delle Convenzioni di Ginevra), e infine, dall’autunno del 1944 alla fine della guerra, lavoratori civili, in modo da essere utilizzati come manodopera coatta senza godere delle tutele della Croce Rossa loro spettanti”.
“Tra quei deportati – dice il prefetto – c’era mio padre. Per celebrare il “Giorno della Memoria” e rendere omaggio a mio padre e agli altri militari catturati e deportati e detenuti nei lager fino alla fine della guerra, a contribuire a tenere viva la memoria del tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese. Sono andato all’Altare della Patria dove è stata dedicata una sala alla resistenza dei 650.000 militari internati, 60.000 dei quali non tornarono”.

Continua a leggere

Salute

Cina, Coronavirus. L’epidemia accellera: si pianificano le evacuazioni

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

Il bilancio ufficiale delle vittime del coronavirus sale a 80 morti ed oltre 2.300 casi di contagio confermati in tutta la Cina. Le autorità di Hubei, epicentro del virus, riferiscono oggi di 24 nuove vittime e di 371 nuovi casi. L’epidemia di coronavirus continua ad accelerare, come aveva avvertito con preoccupazione Xi Jinping. Non è potente quanto la Sars, ma si rafforza e sta provocando nuove vittime in Cina. Costringendo le autorità di Pechino a ulteriori restrizioni, come il divieto di commercio di animali selvatici, da cui ha avuto origine la malattia. Il contagio, tra l’altro, è arrivato fino a Toronto e si sospetta anche a Vienna. E in Svizzera due persone rientrate da poco dalla Cina sono state poste in quarantena. I numeri dell’epidemia, iniziata il 31 dicembre a Wuhan, continuano a crescere giorno dopo giorno.

Come se non bastasse, il ministro della Sanità Ma Xiaowei ha spiegato che la capacità di diffusione del coronavirus, con un periodo di incubazione fino a 14 giorni, sembra diventare più forte e che non sono ancora chiari i rischi della sua mutazione. L’ultimo salto di qualità è stato segnalato dall’Oms, che ha riferito di un primo contagio da uomo a uomo fuori dalla Cina: si tratta di un caso in Vietnam una persona mai stata in Cina ma che era “familiare” con un’altra che aveva visitato Wuhan. In Cina, per tentare un contenimento, si innalzano nuove barriere. Dopo aver isolato 56 milioni di persone, bloccato i viaggi organizzati all’estero, interrotto feste e istituito controlli a tappeto su tutti i mezzi di trasporto, le autorità hanno emesso il divieto temporaneo al commercio di animali selvatici, da cui si ritiene che il coronavirus sia germogliato.

Diverse città del nord, come Pechino, Tientsin e Xian, hanno annunciato la sospensione delle linee di autobus a lunga percorrenza che le collegano al resto del paese. A est, la provincia di Shandong, con 100 milioni di abitanti, ha fatto lo stesso. A Hong Kong, dove è stato dichiarato lo stato d’emergenza, è scattata una protesta contro la quarantena e la tensione è salita alle stelle quando alcuni manifestanti hanno assaltato un ospedale. Quanto a Wuhan, epicentro della malattia, è ormai una città fantasma, dove chi può resta barricato in casa. Per chi è costretto ad uscire per farsi visitare, si devono attendere delle ore prima di vedere un medico.

E gli ospedali sono al collasso, tanto che proseguono a ritmo forsennato i lavori per finire il nuovo maxi-ospedale dedicato al coronavirus entro i tempi previsti, ossia tra pochi giorni. Ma l’emergenza appare lontanissima dall’essere risolta: il sindaco ha dichiarato di attendersi “almeno un migliaio di contagi in più”. Nel frattempo il coronavirus continua a viaggiare, allargando il suo raggio ben oltre la Cina e l’Asia. In Canada è stato segnalato un primo caso di contagio, a Toronto, di un cinquantenne che era stato a Wuhan. Un caso sospetto è a Vienna e se fosse confermato l’Austria sarebbe il secondo paese europeo dopo la Francia a dover curare dei malati di coronavirus. Negli Stati Uniti c’è un quarto caso, nella contea di Los Angeles.

In Italia sono stati rafforzati i presidi medici agli aeroporti di Malpensa e Fiumicino, mentre Milano e Roma hanno annullato o comunque rinviato le celebrazioni per il Capodanno lunare.

Al momento non si segnalano contagi: il ministero della Salute ha reso noto che i casi sospetti si sono rivelati “tutti negativi”. In ogni caso, il governo “segue con la massima attenzione la situazione in Cina”, ha assicurato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, spiegando che la Farnesina è in contatto con i nostri connazionali (una cinquantina) a Wuhan per ogni assistenza.

Per coloro che volessero lasciare la città, si lavora ad un trasferimento via terra verso sud nella provincia di Huhan.

Il passo successivo sarebbe una quarantena di 14 giorni in un ospedale locale. Anche se la maggior parte degli italiani sarebbe orientata a restare chiuso in casa. Anche altri paesi pianificano le evacuazioni. Gli Stati Uniti vorrebbero far partire i loro mille connazionali, inclusi i diplomatici, via aerea martedì. Il governo francese ha annunciato un ponte aereo diretto per chi volesse rientrare da Wuhan, “in accordo con Pechino”. A patto, però, di sottoporsi ad una quarantena di 14 giorni una volta in Francia

Continua a leggere

Politica

Regionali, Bonaccini verso la vittoria: crolla il M5s

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
image_pdfimage_print

Stefano Bonaccini verso la vittoria su Lucia Borgonzoni nella corsa per la presidenza dell’Emilia Romagna, una sfida che ha assunto significati politici nazionali.

La seconda proiezione Rai dà il governatore Pd uscente, sostenuto dal centrosinistra, al 48,6%, la sua rivale leghista con il centrodestra al 45,5 per cento. Un distacco di tre punti che resta costante mentre procede lo spoglio delle schede e che porta sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni ad intravedere la sconfitta. “Salvini ha perso, il governo esce rafforzato”, esulta Nicola Zingaretti. Ma l’implosione di M5S – con Simone Benini al 4% in Emilia Romagna – preoccupa l’alleanza a quattro che regge l’esecutivo.

Partita invece ampiamente chiusa a favore di Jole Santelli in Calabria: la candidata di Forza Italia per il centrodestra secondo l’ultima proiezione trionfa con il 50,9% e diventa la prima governatrice donna della regione. Pippo Callipo per il centrosinistra si ferma al 31,3%, Carlo Tansi (lista civica) registra il 10,6% e precede Francesco Aiello (M5S) al 7,2%. “Jole emblema del riscatto”, assicura Silvio Berlusconi, mentre la prossima presidente promette “una regione diversa”.

Gli occhi erano tutti sull’Emilia Romagna, che ha sorpreso per il boom dell’affluenza al (67,7%), di 30 punti superiore rispetto al 2014 (37,6%) e analoga a quella delle europee 2018

Continua a leggere

Traduci/Translate/Traducir

Il calendario delle notizie

Gennaio: 2020
L M M G V S D
« Dic    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

L’Osservatore su Facebook

I tweet de L’Osservatore

Le più lette di oggi

Copyright © 2017 L'Osservatore d'Italia Aut. Tribunale di Velletri (RM) 2/2012 del 16/01/2012 / Iscrizione Registro ROC 24189 DEL 07/02/2014 Editore: L'osservatore d'Italia Srls - Tel. 345-7934445 oppure 340-6878120 - PEC osservatoreitalia@pec.it Direttore responsabile: Chiara Rai - Cell. 345-7934445 (email: direzione@osservatoreitalia.it